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giovedì 20 settembre 2012

DISarte - L'urlo


- di Alessandra Ienco
L'urlo, Fotografia digitale, 2012, dimensioni variabili.

giovedì 21 giugno 2012

FADANI L’opera “Oggi più che mai povera Italia” pubblicata nella rivista CRONACHE ITALIANE


- di Saso Bellantone
Nel ’79 l’artista Mimmo Fadani immortalava artisticamente la miserabile condizione in cui versava l’Italia in quel periodo, dando vita all’opera Oggi più che mai povera Italia. Perfezionata con alcuni dettagli nel maggio 2012, l’opera del maestro Mimmo Fadani è stata pubblicata dalla rivista Cronache Italiane di giugno 2012. L’opera Oggi più che mai povera Italia rappresenta in primo piano un licaone che mostra le zanne voraci, quasi sorridenti, che guarda in direzione dello stivale italiano attraversato da diversi fenomeni, la criminalità, gli attentati, i sequestri di persona, la corruzione, il traffico di stupefacenti, la disoccupazione, diverse forme di ingiustizia sociale. Tali fenomeni non sono altro che i licaoni stessi, presenti sullo sfondo, tutti raccolti attorno alla figura dell’Italia turrita, appunto la personificazione dell’Italia in una giovane donna con una corona sul capo che regge lo stendardo. Il gonfalone è stracciato e la donna piange perché i licaoni la stanno divorando fino all’osso, dissanguando, uccidendo. In lontananza, sopra la donna, ci sono degli avvoltoi in attesa di nutrirsi anche loro della carcassa della donna, una volta che i licaoni si sono saziati. Un’opera dunque ripresa dal maestro Fadani per significare come, a distanza di decenni, non sia ancora cambiato nulla per l’Italia.

venerdì 17 febbraio 2012

Pensieri visivi: L’URLO di Edvard Munch

- di Saso Bellantone
Un uomo fermo su un ponte. È vestito di nero e urla, gli occhi fuori dalle orbite, coprendosi le orecchie per non sentire. L’urlo sconvolge i lineamenti del suo volto e sembra liquefare il paesaggio circostante, mentre due passanti, sullo sfondo, si avvicinano ignari di quel che accade. L’urlo di Edvard Munch immortala l’attimo della scoperta della “morte di Dio”.
Nel corso della propria storia, l’essere umano ha vissuto regolando le proprie condotte mediante l’idea di Essere, di verità, di valore, in una parola, di Dio. Quando però si scopre che il supremo garante dell’esistenza e di ogni certezza, di un ordine intrinseco nelle cose, di uno scopo del mondo (l’altra vita) e della possibilità di conoscerlo non è altro che un errore di giudizio o una produzione umana, troppo umana, come direbbe Nietzsche, un’invenzione allo scopo del potere, non si riesce a contenere il terrore, l’orrore che si prova. C’è bisogno di urlare, di gridare con tutta la forza che si ha in corpo per liberarsi da questo gelido ospite che invade mente, carne, ossa e sangue. Ma la voce non fa che accelerare il processo di liquefazione degli enti e di se stessi.
Morto Dio, l’essere umano si trova senza stelle fisse né punto di riferimento alcuno per disciplinare la propria vita né per orientare il proprio pensiero o le proprie speranze. L’esistenza diviene insicura, le certezze s’infrangono, svanisce ogni sogno ultraterreno. Il mondo inizia a perdere la sua fissità, il suo ordine, la sua chiarezza e tutto appare disordinato, effimero, inutile, impenetrabile, pericoloso. Il mondo si liquefa, l’essere umano perde la propria fisionomia perché ogni fondamento è in decomposizione. Ogni ente diviene storpio, priva di senso e di scopo, indicibile, indefinibile, impossibile. La vita, il mondo, l’essere umano, tutto viene avvolto dal mistero e dal dubbio, anche il passato. Ci si aggira come spettri nel puro niente e nello sgomento senza salvezza alcuna, inconsapevoli se ciò accadrà per sempre o soltanto per pochi istanti, perché anche il tempo, ormai, non è che un’illusione. Ma nel vagabondare irrequieti senza direzione alcuna, in quel che appare soltanto un inganno della mente irresolubile, ecco che si avvicinano alcuni passanti, ancora abbagliati dall’idea di un Dio. Per il solutore della Sfinge dei millenni, non c’è solitudine peggiore se non quella d’incontrare chi tenta di convincerlo che un Dio ancora vive.

mercoledì 7 dicembre 2011

Pensieri visivi: LA PERSISTENZA DELLA MEMORIA di Salvador Dalì

- di Saso Bellantone
Orologi. Tre orologi deformi e uno consunto dalle formiche. Due si trovano su un solido geometrico, sul quale si regge a stento un albero morto; uno è appeso sul ramo dell’albero avvizzito; e l’altro è sul volto di un uomo addormentato sulla sabbia di una baia irreale. I solidi, alcuni monti lontani e la luce abbagliante di un sole che non si vede, nella quale si confondono cielo e mare, delimitano l’insenatura. La persistenza della memoria (1931) di Salvador Dalì parla del tempo. Più esattamente, di due tempi: cronologico e mnemonico-onirico. Il primo, è il tempo quantificabile e misurabile, è la convenzione mediante la quale l’essere umano regola la propria esistenza assieme agli altri e attribuisce senso agli avvenimenti. Il secondo, invece, è un tempo incalcolabile e indipendente dalla volontà umana, nel quale sorgono spontaneamente ricordi e sogni.
Queste due tipologie di tempo rappresentano due livelli della realtà completamente differenti tra loro: il conscio e l’inconscio, il convenzionale e il repentino, l’esterno e l’interno, il sensibile e lo psichico.
Cristallizzando e offrendo all’osservatore una visione trasfigurata, assurda, irreale, dunque appartenente alla tipologia di realtà connessa al tempo mnemonico-onirico, nella quale, per contrasto, si pronuncia anche sulla tipologia di realtà legata al tempo cronologico, La persistenza della memoria pone un interrogativo: quale, tra le due, è la realtà? Quale il vero tempo?
Il tempo cronologico mostra una realtà quella fuggevole, transitoria, che passa, nella quale tutto ciò che nasce dirige alla propria fine e niente può tornare indietro. Il tempo mnemonico-onirico invece manifesta una realtà improvvisa, eterna, continua, dove, malgrado la volontà umana, tutto permane e si può persino tornare indietro. Può forse quest’ultima realtà essere quella vera? Può forse conservarsi quando il tempo della vita umana, o di una sola vita umana, è scaduto, è passato, è finito? Chissà se la risposta a questo quesito consiste nella luce abbagliante dell’opera, nella quale cielo e mare si confondono. Che cosa c’è oltre? Un sole, o qualcos’altro? Non è possibile vedere né capire, perché quella luce è così splendente da rendere ciechi. Allora, non resta altro che chiudere gli occhi o dormire, per sperimentare il tempo mnemonico-onirico e la realtà che in esso emerge e continuare a porsi l’interrogativo.

martedì 27 settembre 2011

Pensieri visivi: LA STANZA DEGLI OGM di Laura Gramuglia

- di Saso Bellantone
È l’ora del pranzo, o della cena. Due manichini stra-imbellettati senza volto né mani si apprestano al banchetto. La tavola è apparecchiata ma la pasta, la frutta, le posate, i piatti, i calici, le bottiglie, persino i dipinti, tutto è rigorosamente nero, come la pece. La stanza degli Ogm di Laura Gramuglia ci parla del pericolo che incombe, costituito, appunto, dagli Organismi Geneticamente Modificati. Un pericolo che riguarda l’essere umano e la natura.
L’essere umano è un ente naturale, parte stessa della natura nella quale vive, che gli offre gratuitamente i propri prodotti, per consentirgli di nutrirsi, di sopravvivere. L’essere umano dipende, dunque, secondo una prospettiva biologica, dalla natura. È sempre stato così e questo avviene tuttora malgrado oggi accada anche l’inverso. Oggigiorno, perfino la natura dipende dall’essere umano. Con il progresso conseguito negli ultimi tempi dalle scienze e dalla tecnica in ogni dimensione del mondo della vita, oggi ci si trova a un punto zero, originatosi dall’abbattimento del confine tra l’umano e il divino. Con il potere delle scienze e della tecnica, l’essere umano si considera un dio, unico detentore dell’autorità, del diritto di varcare ogni barriera, come quella, nel campo della genetica, tra il naturale e l’artificiale. Non si rende conto che lo smantellamento di questa frontiera è un pericolo, per lui stesso e per la natura.
Il crollo di questo confine è un avvenimento epocale, perché inaugura la possibilità della fine dell’antica relazione tra l’essere umano e la natura. Gli Ogm sono prodotti artificiali, alterati, non naturali, nutrendosi dei quali l’essere umano stesso diviene artificiale, alterato, non naturale. I manichini sono senza volto e senza arti proprio perché hanno perso la loro umanità, la loro autenticità. Il dipinto appeso alla parete è nero come gli Ogm perché segnala tale perdita: smarrendo la propria umanità, l’essere umano perde la propria storia, il contesto nel quale avveniva la sua vita – la natura – scompare lui stesso, muore. Gli Ogm uccidono ciò che è naturale e ciò che è umano, provocando il fallimento dell’antica relazione tra la natura e l’essere umano. Costituiscono il nero frutto per eccellenza della forsennata volontà di potere umana, proiettata continuamente verso l’estremo pericolo: la morte. La stanza degli Ogm denuncia tale pericolo: producendo gli Ogm, l’essere umano uccide la natura. Nutrendosi di questi prodotti morti, anziché sostenere la propria sopravvivenza, l’essere umano supporta la propria morte.
La stanza degli Ogm lancia questo campanello d’allarme e invita a pensare. Gli Ogm costituiscono un veleno letale per la natura e l’essere umano, che annienta l’antica relazione tra i due ed evoca un mondo disumano, artificiale e morente. Ogni giorno la nostra società tecno-capitalistica dice di sì agli Ogm e, in questo modo, diffonde la morte, provoca una disumanizzazione del mondo. La cravatta e collana di perle sono una metafora del capitalismo, mentre gli abiti dei manichini, neri come gli Ogm, sono una metafora della morte in atto. La stanza degli Ogm denuncia questa situazione, ne manifesta simbolicamente la logica nascosta, invita alla riflessione e a salvare la natura, la nostra umanità, la vita. Per questo scopo, è necessario riscoprirsi parte integrante della natura, ricostruire la barriera tra il naturale e l’artificiale, rafforzare il nostro legame con la natura, comprendere di non essere dio. In breve, occorre cominciare a dire di no agli Ogm. Facendo il contrario, ci attende una triste sorte.

mercoledì 14 settembre 2011

BAGNARA: "Dalla noia nascon fiori unici". Mostra di Arte Contemporanea al Castello Ducale Ruffo

- di Saso Bellantone
Tutti invitati il 24 e il 25 settembre 2011, presso il Castello Ducale Ruffo di Bagnara, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio, per la mostra di Arte Contemporanea “Dalla noia nascon fiori unici”, organizzata da Laboratorio Kaleidoscopio e curata da Domenica Triulci, Carmela Caratozzolo e Giuseppe Frosina. La mostra presenterà diverse istallazioni audio-visive, esposizioni fotografiche, performance teatrali e danzanti, e sarà accompagnata dalla degustazione di vino e prodotti tipici calabresi.
Laboratorio Kaleidoscopio è un collettivo no-profit di artisti, nato nel 2011 allo scopo di riorganizzare, riassettare e valorizzare il territorio nel suo volto sociale, artistico e culturale. Come recita il Manifesto, il collettivo vuole incarnare senza alcuna eccezione le diverse voci della creatività, perché accomunate da un’unica provenienza, l’arte, e impiegarle per comunicare e sottolineare agli Enti pubblici, ai privati, ai politici e ai cittadini quanto è importante la cura dell’arte e degli artisti. Il collettivo è composto da giovani artisti desiderosi di esprimersi, di manifestare l’attuale disagio giovanile, trasformandolo però, con l’arte, in un’unica opera d’arte che ne racchiude infinite e differenti. Nell’occasione della mostra di Arte Contemporanea, sarà il Castello Ducale Ruffo di Bagnara la grande opera d’arte a contenerne e presentarne centinaia e diverse, secondo appunto caleidoscopiche prospettive artistiche: camminando, respirando, cantando, disegnando, scolpendo, suonando, fotografando, danzando, pensando, parlando, immaginando, creando.
Il collettivo Laboratorio Kaleidoscopio ha tra i suoi obiettivi quello di rigenerare la voglia di vivere, di acculturarsi, di rinascere di ogni singolo individuo ma facendolo assieme, partendo sempre dall’arte. L’arte è il punto di partenza di questo collettivo e serve per ritagliare degli spazi nell’attuale monotona, accelerata e omologante quotidianità, nei quali occuparsi, insieme, della cura dell’altro, della coscienza, dell’unicità di ognuno. Questo è il punto d’arrivo che questo nuovo collettivo intende raggiungere con la potenza unificante e compartecipante dell’arte, l’unico linguaggio capace di superare ogni conflitto, solitudine e silenzio, e di far sperare in un domani pacifico, traboccante della reciproca comunicazione artistica e umana di ognuno di noi, verso l'intesa con l'altro.

lunedì 22 agosto 2011

L'ARTE PERIFERICA: intervista a Giuseppe Pietropaolo, regista della "Compagnia teatrale Argos"


- di Saso Bellantone
Originario di Bagnara Calabra, Giuseppe Pietropaolo è il regista della Compagnia teatrale A.R.G.O.S. (Associazione Ragazzi e Giovani Orientati al Sociale), con la quale a partire dal 1999 svolge numerose iniziative rivolte al sociale e mette in scena diversi spettacoli tra la Calabria e la Sicilia, tra i quali: U’ cortili ra paci (Eduardo De Filippo), Fiat voluntas dei (Giuseppe Macrì), L’area del Continente (Nino Martoglio), Non ti pago (Eduardo De Filippo), U’ figghiu masculu (Pippo Scammacca), San Giovanni decullatu (Nino Martoglio), L’amico del cuore (Vincenzo Salemme), Smalirittu u’ telefoninu (Rocco Chinnici), Pe’ virtù ru spiritu santu (Rocco Chinnici). Dal 2005 Pietropaolo e l’Argos organizzano a Bagnara la “Rassegna Teatrale Porellese”, un evento teatrale dedicato alle compagnie teatrali del Sud, e negli anni successivi la sua compagnia ottiene i primi riconoscimenti. Nel 2009, durante la “Rassegna teatrale Deliese”, l’attore dell’Argos Enzo Carbone riceve il “Premio miglior attore”. Nel 2011, durante l’ “8° Rassegna di Teatro popolare” svoltasi a Caraffa del Bianco, l’Argos riceve il “Premio miglior gruppo”, con la motivazione “Per la varietà di interpreti, che hanno animato una vicenda scenica di forte coinvolgimento attuato con una combinazione opportuna di linguaggi e buon livello attoriale”.

Come Nasce la compagnia teatrale Argos?
La compagnia teatrale nasce nel 1999 da un gruppo di giovani frequentanti la medesima parrocchia, Santa Maria degli Angeli, che ha sempre amato il teatro. Il nome Argos (Associazione Ragazzi e Giovani Orientati al Sociale) la dice tutta sulle nostre intenzioni. Il nostro scopo era quello di organizzare più iniziative possibili, tutte, però, orientate al sociale. Così ci siamo mossi in questi anni. Per esempio, abbiamo creato la “Sagra dello Zibibbo”, il “Natale nel borgo”, una “Raccolta fondi per le vittime dello tzunami del 2004”, ma soprattutto la “Compagnia Teatrale”, con la quale abbiamo svolto numerosi spettacoli. Da due anni curiamo anche la “Compagnia Teatrale Bambini”, nella quale partecipano i bambini dalla quarta elementare alla seconda media, e per i quali, ogni anno, organizziamo uno spettacolo tutto loro. Quest’anno abbiamo anche collaborato con la cooperativa Girasole, con la quale in giugno abbiamo creato e messo in scena uno spettacolo dove hanno recitato anche i ragazzi diversamente abili. Da alcuni anni svolgiamo la “rassegna teatrale porellese”, nella quale partecipano compagnie teatrali esterne, provenienti da Salerno, dalla Sicilia, dalla provincia di Reggio o di Cosenza, e alla quale partecipano anche i bambini. Da 4-5 anni siamo entrati in circuito teatrale regionale e interregionali affidandoci alla UILT (Unione Italiana Libero Teatro), con la quale organizziamo la nostra “Rassegna” e partecipiamo alle altre, facendo questi scambi culturali. Due anni fa abbiamo preso il primo premio come “miglior attore protagonista” a Delianova (Rassegna teatrale deliese), conferito a Enzo Carbone, mentre pochi giorni fa a Caraffa del Bianco abbiamo preso il “premio miglior gruppo”. Quest’ultima è stata una bellissima soddisfazione, tenendo presente che noi prepariamo ogni commedia a partire dal 7 gennaio, la sera, per consentire a tutti di lavorare e di curare i propri figli.

Che cos’è il teatro?
Credo che il teatro presenti e rappresenti le scene di vita vissuta. Nel nostro caso sicuramente sono molto marchiate per far ridere la gente, però se ci si sofferma bene ci si accorge che sono fatti che avvengono realmente. Noi rappresentiamo commedie brillanti per far ridere la gente, ma nello stesso tempo cerchiamo di lanciare un messaggio. In Smarilittu u’ telefoninu ci riferiamo al nostro paese, al passeggio, alle macchine, alle battutine: questo serve per far riflettere le persone. Nella comicità cerchiamo di lanciare messaggi. Questo per quanto riguarda il teatro, inteso a spettacolo finito. Per noi, il teatro è anche momento di unione. Ci vediamo tutto l’anno, ogni settimana, sia con i bambini sia con i grandi. Quindi il teatro è unione, momento d’incontro, di socializzazione. Guardando a questa esperienza che ho vissuto con alcuni ragazzi che conosco da tempo, posso affermare che con il teatro difficilmente i ragazzi prendono delle strade sbagliate. Per questo motivo, credo che si dovrebbero creare tante occasioni simili alla nostra: il teatro è una forma di salvezza. L’Argos è un punto di riferimento per molti giovani ma il merito è anche del parroco che ci ha dato a disposizione i locali della parrocchia per svolgere queste iniziative. È uno spazio aperto a tutti. L’ultima serata della Rassegna chiedo sempre se c’è qualcuno che vuole unirsi a noi. Per esempio negli ultimi anni alcune mamme di famiglia, vedendo le precedenti commedie, hanno deciso di entrare a far parte dell’Argos non soltanto per le commedie, ma perché ci hanno visto come un gruppo unito, solido. E questo la dice lunga sul tempo che stiamo vivendo. Il teatro dà la possibilità di combattere la solitudine: sia quella di ognuno degli appartenenti alla compagnia teatrale, sia quella degli spettatori quando ci esibiamo le nostre commedie e facciamo compagnia alla gente. Quando facciamo la rassegna, incontriamo persone che non escono mai di casa eppure il teatro ha il potere di farle uscire fuori e farle stare con gli altri. Il teatro, insomma, è una forma di unione, lotta contro la solitudine.

Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi del teatro, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Come ho appena detto, il teatro è principalmente unione, compagnia. Inoltre, nel corso di questi anni, ci siamo accorti che la gente vuole ridere, che non vuole opere pesanti. Forse è il periodo della crisi economica, dei problemi che ognuno di noi deve affrontare: ma la gente in quelle due ore vuole staccarsi dal mondo e ridere. E noi, per il momento, siamo felici di accontentarli. In quelle ore cerchiamo di fargli dimenticare tutti i problemi. Il teatro è un immenso veicolo di sorriso. L’unità, la compagnia non avrebbero senso senza la gioia del sorriso. È dal sorriso che nasce il piacere di stare assieme agli altri e noi miriamo a questo con le nostre commedie e, a quanto pare, sembra che ci riusciamo. Ma non ci sentiamo mai arrivati, anzi finito lo spettacolo riporto i miei ragazzi con i piedi per terra e li faccio pensare al prossimo spettacolo o alla prossima commedia. Quando abbiamo ricevuto il “ Premio miglior gruppo” mi trovato a casa, per motivi di lavoro. In tarda notte, i ragazzi mi hanno telefonato entusiasti dicendomi che siamo stati premiati. Questo mi ha fatto piacere, sia chiaro, ma ho inteso il premio come una crescita del gruppo. L’Argos è una famiglia, una comunità: si passa molto tempo assieme e spesso si cerca di risolvere i problemi extra-teatrali di ognuno, assieme. Questo è lo scopo del teatro. Quando ci esibiamo, noi stiamo anche assieme al pubblico. I nostri ragazzi spesso e volentieri si rivolgono al pubblico, per non farlo sentire distaccato rispetto alla commedia. Il teatro è anche questo coinvolgimento. Uno dei nostri scopi è anche quello di fare pensare, di prendersi alla leggera, ma ciò dipende dal pubblico. Viviamo in una società troppo “seria”, caotica, nervosa, ed è necessario tornare a prendersi meno sul serio, tornare a sorridere e ad affrontare le cose con più serenità. Le Rassegne sono un’altra forma per stare assieme non soltanto tra di noi o con il pubblico, bensì noi assieme agli altri gruppi teatrali. Servono per conoscersi, scambiarsi le idee, per sorridere assieme. Non partecipiamo alle gare esclusivamente per vincere, ma per il piacere di conoscere altra gente, altri gruppi come il nostro. Ogni premio che riceviamo, alla fine, parla della nostra unità. Questo è il premio che preferisco.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio, la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire le commedie dell’Argos delle opere d'arte, delle creazioni nel senso pieno del termine?
Credo che una sola persona non può stabilire quando si trova innanzi a un’opera d’arte e quando no. Il parametro di misura, nel caso del teatro, è il pubblico, le sue risate, i suoi applausi. I copioni non li scriviamo noi. Noi li modifichiamo e tentiamo di calare le commedie nel nostro tempo, nel nostro dialetto e nelle nostre tradizioni. Le personalizziamo. Quindi in un certo senso le ricreiamo. Ma non sta a me giudicare se tutto quello che facciamo è arte vera e propria oppure no. Dovremmo chiederlo al pubblico. Se sorride e ci applaude, allora vuol dire che siamo sulla buona strada.

Perché recitate? Perché sentite l’esigenza di comunicare mediante l’arte della teatro?
Oltre che per i motivi che ho detto prima, perché il teatro è una preparazione continua ed è molto impegnativo. Il teatro fa sociale, ci unisce, ovviamente perché ne siamo tutti appassionati. Spesso il pubblico pensa che il teatro sia soltanto lo spettacolo ma non è così. Ci sono le prove. Mentre durante lo spettacolo si assiste alla commedia pienamente realizzata, durante le prove non si è sempre perfetti. Si sbaglia ed occorre ripetere centinaia di volte la stessa frase, la stessa scena. Durante le prove ci si confronta su come svolgere le scene, sulle movenze, i toni della voce eccetera. Personalmente, amo confrontarmi con i miei ragazzi e chiedo loro di dirmi come la pensano, quando non sono d’accordo con le miei proposte. Parto sempre dall’idea che tutti, io per primo, possono sbagliare. I ragazzi poi sono molto inventivi nella preparazione della commedia e questo mi è molto d’aiuto. Credo che un gruppo si fa in questo modo. Non mi piace ordinare che cosa si deve fare. Il teatro dà la possibilità di capire, specie ai più giovani, che nella vita non esiste nulla di perfetto bensì di perfettibile. La vita è un susseguirsi di errori. Soltanto partendo da questi è possibile migliorare, proprio come quando si sbaglia una battuta, una postura, una movenza, un’espressione scenica. Ci piace recitare, perché il teatro ci offre la possibilità di migliorarci e di trasmettere questo messaggio alla gente.

Che cosa racconta l’Argos con le sue commedie?
Per il momento non abbiamo ancora scritto e messo in scena una commedia nostra, che ci consentirebbe di esprimerci totalmente come compagnia teatrale, ma ne abbiamo una nel cantiere che speriamo di ultimare al più presto. Finora abbiamo rappresentato “Fiat voluntas dei”, “Non ti pagu”, “San Giovanni decollatu” e tanti altri copioni meno famosi rispetto ad altri. La scelta di rappresentare questi copioni meno conosciuti ci è stata più volte criticata, tuttavia noi preferiamo continuare su questa strada. Questi copioni meno famosi, infatti, ci danno la possibilità di lavorare di fantasia, di aggiungere, di togliere, di personalizzare i copioni al nostro paese, al nostro dialetto, alle nostre tradizioni. Nella nostra ultima commedia, “Smalirittu u’ telefoninu” di Rocco Chinnici, c’è molto di nostro. Pur essendo poco conosciute, tutte le commedie che rappresentiamo sono molto apprezzate nelle piazze. Perché parliamo di noi, degli stessi spettatori, del nostro tempo. Se il teatro non racconta il tempo nel quale si vive, allora non è teatro.

L’Argos può sentirsi tale senza i pubblici?
La compagnia teatrale Argos è anche il pubblico che segue le nostre commedie. Senza il pubblico, non puoi fare teatro. Sicuramente la bellezza dell’Argos è l’unità, lo stare assieme per tutto l’anno, il fare le cose assieme ma tutto questo deve anche essere manifestato al pubblico, agli altri. Il teatro lancia quei messaggi di cui ti ho appena parlato. Se non ci fosse il pubblico a recepire quei messaggi, tutto il nostro lavoro non avrebbe senso. Quindi l’Argos è l’Argos quando è assieme al pubblico. Se poi lavori bene, se reciti bene, allora il pubblico sa anche darti i giusti riconoscimenti.

Che cosa significa oggi vivere come attori e vivere esclusivamente della propria arte? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Innanzitutto devo ringraziare mia moglie, perché sono sposato, ho quattro figli, ho un’attività da mandare avanti. Le prove posso svolgerle soltanto dalle 21:30 in poi e per tre volte alla settimana tolgo spazio alla mia famiglia, il che non è un sacrificio da poco. Il teatro è una passione, certamente, ma se non avessi al fianco una persona intelligente, comprensiva e stimolante quale è mia moglie, non sarei riuscito in tutti questi anni a realizzare tutto quello che ho fatto assieme ai ragazzi dell’Argos. Mia moglie sa che l’Argos è un punto di riferimento positivo, più che per me, per i giovani. Per questo motivo mi invoglia sempre ad andare avanti. Quindi, il teatro comporta primariamente dei sacrifici affettivi, ma anche di carattere economico. Nessuno ci aiuta economicamente e tutto quello che abbiamo realizzato lo abbiamo fatto esclusivamente con le nostre forze, salvo quegli spettacoli nei quali il Comune ci ha pagato le spese, pur pagandoci qualcosa in meno rispetto alle compagnie teatrali provenienti da altri paesi. Per carità, sono felice che chi fa teatro, tutte le altre compagnie teatrali, sia apprezzato e riconosciuto per il lavoro che fa, visto il sudore che c’è nel mandare avanti una compagnia teatrale. Però i premi che abbiamo ottenuto, specie quest’ultimo, dimostrano che non siamo meno rispetto alle altre compagnie. Oltre a Caraffa, siamo stati a Pellaro, a Melito, a Scilla, a Piale e abbiamo altri spettacoli per la Calabria: insomma, i riconoscimenti ci sono ovunque mentre scarseggiano nel nostro paese nativo. E questo molto spesso ci lascia con l’amaro in bocca. Però andremo avanti lo stesso.

Che cosa spinge l’Argos a restare nel Sud?
Anche se ci offrissero tutto l’oro del mondo noi resteremmo qua, a Bagnara e nel Sud. Perché l’Argos nasce per i giovani, per aiutarli ad affrontare i loro problemi ed evitare loro di prendere brutte strade, quali la droga, l’alcool e via dicendo. Inoltre, noi recitiamo in dialetto, il quale, se non sta svanendo, viene modificato e italianizzato. Noi puntiamo al mantenimento del dialetto, che è la lingua delle nostre tradizioni, specie di quelle più antiche, che non dobbiamo dimenticare. L’Argos si è aperto ai più piccoli perché vuole dare loro un sentiero diverso dalla strada. Spero, in questo senso, che altri facciano come noi, nel teatro, nella musica, nella danza, in qualsiasi arte. Queste arti portano unità, comunità, salvezza. Mi spiace molto che le altre compagnie teatrali che erano nate in questi anni nel nostro paese siano svanite. Mi auguro tuttavia che nascano delle altre, magari più numerose di prima. In questo modo, più ragazzi avranno la possibilità di salvarsi.
Puoi definirti un sognatore? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Sicuramente, ma il mio sogno è quello che sto già vivendo con i ragazzi dell’Argos nei locali della parrocchia, negli spettacoli bagnaresi, calabresi, siciliani, dentro e fuori la compagnia teatrale. Se proprio devo dirne uno, credo che il mio sogno sia soltanto questo: quello di non smettere di sognare con i miei ragazzi.

Il titolo della vostra ultima commedia è “Smalirittu u’ telefoninu”. Di che cosa parla?
“Smalirittu u’ telefoninu” è una vicenda divertente. Parla di Jacopo, un personaggio un po’ anziano, impacciato, che si fissa nell’idea di acquistare il telefonino, dal momento ce l’hanno tutti. La storia di Jacopo non è così lontana dalla realtà. La moglie per esempio, Loreta, lo richiama perché spende tutti i soldi per il telefonino. Oggi molti fanno così. Già a 7-8 anni i bambini hanno il telefonino, la playstation, l’i-pod eccetera. Tutti fanno salti mortali per avere questi oggetti e poi, di fatto, non arrivano a fine mese. “Smalirittu u’ telefoninu” affronta con il sorriso questo problema. Poi mette in evidenza come questi strumenti non soltanto svuotino le tasche ma soprattutto creino guai e incomprensioni, situazioni assurde che noi, naturalmente, marchiamo molto per far ridere la gente, ma che nella vita reale sono molto incresciose.

Oltre a seguire i vostri spettacoli, chi desidera saperne un po’ di più sull’Argos, dove può rivolgersi?
In questi giorni stiamo lavorando alla creazione di un sito tutto nostro, che presto comunicheremo al pubblico. Per il momento, chi vuole può contattarci al numero 349/5860318 oppure su Facebook:

Alcune parole per i giovani.
Non chiudetevi in voi stessi. Cercate di trovare un’iniziativa sociale, non necessariamente il teatro, qualunque, qualsiasi arte, perché vi aiuta molto a vivere, a crescere e a stare assieme agli altri.

sabato 6 agosto 2011

PELLEGRINA: la piazza gremita per Mimmo Cavallaro


- di Saso Bellantone
Ieri sera, in piazza Maria SS. Annunziata a Pellegrina, musiche e strumenti tradizionali fusi con suoni ed effetti moderni, canti e proverbi antichi misti alla poesia e al sentimento calabresi hanno dato vita a uno show unico: quello di una piazza stracolma di danzatori provenienti da ogni dove, che ha danzato per circa tre ore la danza tradizionale di questa terra: la tarantella. Lo spettacolo di Mimmo Cavallaro, Cosimo Papandrea e dei TaranProject ha dimostrato come la musica popolare, la tarantella e i canti tradizionali possano giungere laddove altre dimensioni della vita comunitaria falliscono. Vale a dire, quello di unire tutti abbattendo qualsiasi differenza sociale, di genere o di qualsiasi altra natura, portando un po’ di serenità, di sorriso e di sana leggerezza in un’esistenza che oggigiorno grava su ognuno con i problemi economici, lavorativi e relazionali che caratterizzano questo tempo.
La musica di Mimmo Cavallaro, Cosimo Papandrea e dei TaranProject si fa portatrice di questo messaggio di unità e uguaglianza tra le genti di qualsiasi provenienza ed estrazione sociale, e anche del messaggio di speranza nella creazione di un futuro diverso. Un futuro che comincia nelle parole del nostro dialetto cariche di sentimenti e di antica saggezza; nei movimenti colmi di passione e di grazia a un tempo della nostra tarantella, nei suoni e negli strumenti tradizionali che, cantando ognuno la propria voce, all’unisono, scuotono fin nelle ossa, ricordando a tutti chi siamo, da dove veniamo, dov’è la salvezza del presente: nel calore del nostro passato.

giovedì 28 luglio 2011

VALENTINA SOFIO presenta "OMBRA IN PENOMBRA"

- di Saso Bellantone
Domani 29 luglio, alle ore 21:30, presso LA SOSTA, sita in via Monsignor Bergamo 37, a Villa San Giovanni, Valentina Sofio presenterà il suo album “Ombra in Penombra”. Dopo varie esperienze musicali con i Discanto, i Ganja Garden, la Boku's Band e altre band, la giovane cantautrice bagnarese ha deciso di intraprendere un percorso da solista, cominciato da alcuni anni con un serie di concerti con brani inediti e cover, che domani si concretizzerà nella presentazione del suo primo album.
“Ombra in penombra” è una raccolta di dieci brani nei quali, raccontando se stessa, la gente, la vita, Valentina Sofio parla della nostra società e delle ombre in penombra che troppo spesso facciamo finta di non vedere e che incidono negativamente su ognuno di noi spegnendo completamente la nostra essenza e gettandoci nella solitudine, quando le si considera a partire dalla prospettiva schiavizzante dell'ignoranza, dei pregiudizi, dei luoghi comuni che la società stessa impone. È in queste stesse ombre in penombra, invece, secondo Valentina, che è possibile trovare quella nuova linfa capace di rianimare alla vita e al desiderio dell'altro, quando si ha il coraggio di osservarle a partire da un punto di vista che non è quello della società bensì il proprio, quello nascosto dentro di noi e che è possibile scoprire con l'incontro dell'altro e dell'arte.
Domani Valentina Sofio offre gratuitamente al grande pubblico la possibilità di incontrare un'ombra in penombra che difficilmente si trova nella società tecnicizzata e spettacolarizzata nella quale viviamo. Un'ombra in penombra che, raccontandone altre e altre ancora con la voce di chi ne ha fatto esperienza reale e non virtuale, catodica o onirica, si presenta nel contempo in tutta la sua chiarezza. Ossia la musica d'autore, la musica vera: quella di Valentina.
L'album "Ombra in penombra" è acquistabile presso tutte le attività commerciali di Bagnara Calabra oppure può essere prenotato direttamente nel sito di Valentina (in costruzione), dove in seguito potrà essere scaricato tramite download o richiesto e inviato tramite servizio postale.

lunedì 18 luglio 2011

Pensieri visivi: L'ATTESA di Mimmo Fadani

- di Saso Bellantone
Una donna vicino a un lampione acceso. I capelli pettinati all’indietro, con cura. Una collana, una borsetta, il candido corpo semicoperto da un abito porpora, delle scarpe coi tacchi alti. È una lucciola: si trova in mezzo alla strada, solitaria, guarda verso l’orizzonte, là dove la via stessa comincia e finisce, pronta a donarsi al primo passante. Da un lato della strada, le finestre di edifici di nuova costruzione completamente al buio; dall’altro lato, invece, la luce delle candele e delle lampade a olio, fuoriesce dalle fenditure di edifici diroccati. Il cielo quasi nero, colmo di nuvole in tempesta ma anche pronto a liberarsene. Alle spalle della donna un bagliore di fari di un’automobile ignota, che si avvicina. L’attesa di Mimmo Fadani è un’opera che parla della nostra società, immortalandone il caratteristico modo di stare nel tempo, diverso da quello che il titolo stesso dell’opera chiama in causa: vale a dire, quello concepito da Paolo di Tarso.
Rivolgendosi alle prime comunità “cristiane” mediante le sue Lettere, Paolo qualifica l’attesa come un modo di stare nel tempo cronologico, una disposizione d’animo, un modo d’essere e di comportarsi rivolto verso uno scopo ultimo, massimo, supremo. I fedeli lo interrogano riguardo a varie questioni, specie quella riguardante il tipo di comportamento che occorre adottare in vista della seconda venuta del Messia, del Giudizio e dell’instaurazione del Regno. A tal proposito l’apostolo chiarisce che bisogna regolare la propria condotta vivendo secondo il come-non (per esempio, chi è sposato come non sposato, chi soffre come non soffra e via dicendo) e la triade fede-speranza-amore: fede nel Messia; speranza nel piano di salvezza divino; amore dell’altro. Il come-non e la triade paolini costituiscono l’etica che occorre praticare per ottenere il sommo bene (la vita eterna). Attuandoli, il fedele abita il tempo cronologico alla maniera dell’attesa, rivolgendosi cioè in direzione della seconda del venuta del Messia che, giungendo “come un ladro nella notte”, separerà i giusti dagli ingiusti e darà ai primi la nuova vita, quella eterna. L’attesa paolina dunque è uno stare nel tempo in maniera teologica (orientato alla fede, cioè verso Dio) ed escatologica (proiettato verso il fine ultimo, la vita eterna). In questo modo, però, come sottolinea Nietzsche, concentrandosi cioè sulla seconda venuta e sull’altra vita, il fedele si dimentica di “questa” vita: la rifiuta.
Ne L’attesa, Mimmo Fadani evidenzia come nella modernità si abiti il tempo cronologico secondo una forma diversa dall’attesa paolina, priva cioè dell’elemento teologico (Dio) ed escatologico (vita eterna). L’attesa di Fadani presenta un mondo secolarizzato, nichilistico, disincantato: quello moderno. È un mondo manchevole di scopi ultimi e di verità assolute, nel quale l’essere umano, cosmologicamente solitario, non può comprendere la propria identità autentica né darsi una direzione, una traiettoria, una meta con la quale orientare la propria condotta e la propria volontà. La sua volontà, per dirla con Nietzsche, è una volontà del nulla. In questo cielo del pensiero, tenebroso come in segno di lutto divino (le nuvole nere nell’opera fadaniana), la volontà umana può ancora dirigersi verso qualcosa: può darsi un senso, un tragitto, un traguardo. Nell’assenza di scopi sovraumani, quel che resta alla volontà è ciò che prima Dio velava: la vita, questa vita.
La vita è un resto nel cosmo s-divinizzato. Un segreto, prima della morte di Dio, che dopo questa dipartita affascina e attrae con tutta la sua bellezza, solitudine e gratuità. Proprio come una donna (la lucciola nell’opera di Fadani) che ci attende sul far della sera e ci seduce con la sua sensualità. Nella sera di Dio, la vita è quell’occasione unica e irripetibile, quell’unico resto che si può ancora volere e che ora si può vivere nel pieno della sua interezza, senza alcun ostacolo. Anziché gettarsi a capofitto nella vita, la società moderna, tuttavia, si rapporta a questa opportunità in modo paradossale: la rifiuta. Mentre prima, con Dio, si attendeva il Messia e si rifiutava la vita (pur desiderandola), adesso che si è senza Dio e ci si può dare alla vita, si continua a bramarla invece di “viverla” e, in questo modo, si persiste nel respingerla. Se in passato era l’essere umano ad attendere il Messia, oggigiorno è la vita, senza Messia, ad attendere l’essere umano. L’opera di Fadani immortala questo ribaltamento. L’essere umano si nega alla vita o perché è pago di tutto ciò che già possiede (gli edifici nuovi) o perché non possiede nulla e pensa di non poterlo fare (gli edifici diroccati). Dietro il buio delle finestre dei nuovi fabbricati e dietro la luce che esce dalle finestre di quelli semidistrutti, si consuma lo spreco della vita nel mondo moderno.
Così come in Paolo il Messia arriva per ognuno “come un ladro nella notte”, allo stesso modo, su un piano diametralmente opposto, nella modernità anche la vita può giungere senza preavviso. L’umano moderno vagabonda nel buio di Dio in cerca di un senso e di uno scopo (i fari dell’automobile ignota) ed errando nell’ente senza essere, può ancora incontrare la vita là dove è sempre stata nella sua chiarezza (la luce del lampione che illumina la donna) e liberare l’oscurità del pensiero con quella luminosità improvvisa. Nel dipinto di Fadani, però, l’automobile non si scorge perché l’umano moderno non conosce la sua autentica identità, della quale, invece, è in cerca, in un mondo privo di fondamenti. Eppure i fari testimoniano che l’automobile c’è, dunque questo incontro può sempre accadere, malgrado se stessi. Quando ciò avviene, non si fa altro che incrociare ciò che è più evidente e, per questo motivo, invisibile: se stessi, in quanto vita incarnata, vita che già avviene, che si dà gratuitamente e che ognuno ha sempre e inconsapevolmente vissuto, creato, plasmato alla maniera di un artista, proprio come Fadani fa con la sua opera. L’attesa di Fadani testimonia, come una pagina di diario scritta con il pennello, l’occasione colta dal pittore bagnarese nel mondo moderno: l’incontro che ha fatto con se stesso e con la vita. Una possibilità che L’attesa offre gratuitamente a ogni osservatore.

pubblicato su CostaviolaInforma di Luglio 2011

martedì 12 aprile 2011

Pensieri visivi: LA MADDALENA PENITENTE di Francesco Hayez

- di Saso Bellantone
Una donna. È nuda, sdraiata sul suo abito bianco. È sola, dietro di lei ci sono degli alberi, della nebbia e delle montagne che richiamano un paesaggio spettrale. Accanto alla donna c'è un teschio. Nella mano sinistra regge un crocifisso ma le sue forze sembrano perdersi così come il suo sguardo si perde altrove. La Maddalena penitente di Francesco Hayez (1832) conduce l'osservatore indietro nel tempo e ripropone un antico dilemma: chi è la Maddalena? Secondo i vangeli canonici, Maria di Magdala (Maddalena) è una prostituta che va al seguito di Gesù dopo che questi la salva dalla lapidazione. I vangeli apocrifi, invece, presentano la donna come il discepolo prediletto di Gesù, perché questi usava baciarla sulla bocca. Alcuni attribuiscono a tale gesto un significato gnostico, legato cioè alla trasmissione della conoscenza ultima; altri invece lo considerano l'indizio di un legame amoroso tra i due. L'opera di Hayez ripropone questo interrogativo e consente di svelare l'identità della donna mediante il suo atteggiamento penitente.
La penitenza è quella pratica che occorre svolgere quando, consapevoli dei propri peccati o dei propri errori, si desidera ottenere il perdono da altri o da dio. La penitenza della Maddalena di Hayez è la solitudine, l'allontanamento da tutto e da tutti scelto consapevolmente per via di un avvenimento che l'ha straziata: la morte di qualcuno (il teschio). Tale penitenza non serve però ad allontanare il suo dolore: quest'ultimo anzi diventa il terreno fecondo nel quale nasce il sentimento della colpa. È un sentimento terribile, di cui vorrebbe liberarsene ma non sa come fare né a chi rivolgersi. Il paesaggio circostante non è d'aiuto perché rievoca la morte che l'addolora e che amplifica il suo rimorso. L'abito sembra trattenere la colpa dentro di lei, perciò se ne libera, ma la colpa non esce, non va via. La colpa permane nel suo corpo, è nella sua stessa nudità che amplifica il dolore, perché riecheggia la morte che l'affligge e l'errore a cui la donna non può più rimediare: il non aver amato abbastanza il suo amore finché è stato vivo.
La Maddalena penitente di Hayez non è una peccatrice né il discepolo prediletto di Gesù, bensì un'amante che non ha più l'amato, una donna disperata che non può perdonarsi né consolarsi con il significato attribuito da altri alla morte in croce del proprio amato (il crocifisso). È un'opera enigmatica, con la quale l'osservatore, nel chiedersi qual è l'identità della Maddalena, può porsi lo stesso interrogativo anche nei confronti dell'uomo che lei amava.*

* L'opera esaminata può essere ammirata presso la Civica galleria d'arte moderna di Milano.

lunedì 4 aprile 2011

Pensieri visivi: LA BELLEZZA CHE UCCIDE IL TEMPO di Roberto Ferri

- di Saso Bellantone
Una donna. Su di una mano regge una spada. Con l'altra trattiene un vecchio con le ali nere, steso per terra sotto di lei. La sua espressione è severa. Quella del vecchio è di meraviglia mista a supplica. Sulla schiena del vecchio s'intravedono due colombe: una bianca, una nera. È così che Roberto Ferri presenta e rappresenta La bellezza che uccide il tempo.
Il tempo... questo vetusto e irrefrenabile demone, il cui battito d'ali grava sulla nostra vita come colpo di martello sull'incudine, spingendola sempre più nelle profondità del suo dolore. Il tempo vola fuggiasco e impassibile, conducendo inesorabilmente l'essere umano alla fine, alla morte. La volontà umana è impotente innanzi al suo rapido planare, ne è schiava. Non può trattenerlo né rallentarlo né fermarlo per sostare nella vita o in un attimo di essa. Malgrado sé, è costretta a obbedirgli, percorrendo disperata, quasi come un automa, l'irreversibile sentiero che dirige verso la propria fine. È una fatalità senza rimedi.
Ma l'inatteso avviene sempre quando ormai la vista è oscurata dalle catene del tempo. Una folgorazione improvvisa può incrociare il nostro nero cammino e, attraverso di noi, il volo fugace del tempo. È la Bellezza che rischiara la nostra oscurità con la sua spada tagliente. È quella forza capace di sfidare il tempo attraverso di noi, capace di afferrarlo, di bloccarlo, di costringerlo a star fermo. Capace di ferirlo, facendone fuoriuscire la vita: la nostra.
Quando s'incontra la Bellezza, ci si sente magnetizzati, stregati dalla sua purezza. La Bellezza diviene il senso, lo scopo della nostra vita, alla ricerca della quale, ancora una volta e ancora innumerevoli volte, non ci si può che abbandonare. L'abbandonarsi al chiarore della Bellezza è una rinascita della vita: l'essere immondo, che è ognuno di noi, finalmente può planare leggero e libero, al di là dei fili invisibili del tempo, può vivere. Qualunque sia il volto della Bellezza – umano, paesaggistico, naturale, ideale, artistico, scientifico, letterario, sensitivo – attraverso di esso non si fa altro che incontrare la vita. Perché che cos'è la vita, se non la fonte che zampilla dalla ferita del tempo, inferta dalla spada della Bellezza?

domenica 6 febbraio 2011

Pensieri visivi: AUTORITRATTO CON TESCHI di Luigi Russolo

- di Saso Bellantone
Un uomo dall'espressione sconvolta. Dietro di lui, alcuni teschi disposti in modo circolare. Forse l'uomo si guarda allo specchio. Forse, guarda se stesso nello specchio interiore, il pensiero, scorgendovi la somma legge naturale cui è impossibile sfuggire: la morte.
Nel suo Autoritratto con teschi (1909-1910), Luigi Russolo ci pone innanzi all'eterna fatalità umana: la mortalità. Nel corso della vita si va alla ricerca della grandezza, della fama, del potere, della ricchezza, di tutto quanto fa gola all'animo umano, nessuna esclusione. A causa di questa infinita corsa all'oro, ognuno si differenzia da tutti gli altri nel corpo, nella mente, nelle emozioni, nelle idee, nelle convinzioni, nelle prospettive ecc., allo scopo di raggiungere il traguardo ambito da tutti: l'immortalità. Ma a questa meta non si giunge mai, nessuno vi approda. Così, quando per un attimo ci si affaccia nell'oceano delle proprie profondità, ci si accorge che di tutti gli sforzi fatti per questo scopo, non resta altro che un'unica consapevolezza: la vanità. Tutto è destinato a svanire innanzi alla potenza della morte, tutto è destinato a essere dimenticato, tutti. Malgrado le diversità acquisite in vita, posseduti dal demone della ricerca dell'immortalità, ognuno, per costituzione, è condannato a morire, divenendo nient'altro che un teschio somigliante a tutti gli altri, privo di differenze, di tratti tipici, di identità. Quando si è innanzi a questa consapevolezza e non si riesce a trovare una via di fuga perché si brancola nel buio della morte di Dio, si rimane soli con se stessi e con il dolore sconvolgente che ogni volta irrora nella carne un pensiero. Se gli eventi della vita non sono per tutti, a causa delle differenze contingenti, un avvenimento soltanto ci accomuna tutti nella nostra impotenza e ci attende con precisione sovrumana: la fine*.

* L'opera può essere ammirata a Milano, presso il Museo del 900 in piazza Duomo.

mercoledì 12 gennaio 2011

Pensieri visivi: LA SOFFERENZA E L'INDIFFERENZA e L'INGORDA di Mimmo Fadani

- di Saso Bellantone
Una figura piegata su se stessa, la testa china quasi fino a terra, coperta interamente da un lungo velo nero. È in disparte, là dove le mura di un’abitazione s’incontrano con le piastrelle di un marciapiede. La mano è aperta vicino a una ciotola vuota: chiede l’elemosina. Vicino a lei, una carta appallottolata e una cicca di sigaretta.
Prima di essere un dipinto, La sofferenza e l’indifferenza è una visione, un incontro. Ma è tale soltanto per chi vede, non per chi è cieco. Mimmo Fadani immortala con la sua arte questa visione, questo incontro imprevisto per evidenziare qual è il dualismo dominante la società contemporanea, nel buio della morte di Dio, per mostrare che cosa non riusciamo a vedere: il dolore del singolo e la cecità della massa. L’opera s’intitola La sofferenza e l’indifferenza perché narra la nostra era mediante due soggetti – da un lato, la figura raccolta in se stessa e la ciotola vuota; dall’altro lato, il marciapiede, la cicca e la carta appallottolata – i quali rappresentano la frattura tra chi è umano e chi non lo è più. I due soggetti raffigurano due tempi: il tempo della sofferenza e il tempo dell’indifferenza.
Il tempo dell’indifferenza è quello dominante la società e la massa. Si vive in un’epoca buia, priva di valori e di verità assolute, nella quale, per sopravvivere, bisogna lasciarsi padroneggiare dalle logiche dell’attivismo, dal consumismo e dalla mercificazione degli enti, di tutto. Folgorati da questa illusoria luce, si diviene paradossalmente ottenebrati, accecati; si perde la propria umanità e si resta ingabbiati nella tela di ragno di una società incentrata sulla tecnica, sul lavoro, sul denaro, sulla fama, sul potere. Ognuno si standardizza, diventa liquido, uniforme, indifferenziato. Smarrita la propria personalità, ci si trasforma in un numero, in un pezzo della grande catena di montaggio del mondo globalizzato, sostituibile con tutti gli altri pezzi. Si è condannati a correre follemente, solitari, freddi e dissennati contro le lancette di un orologio fittizio che scandisce il tempo della propria perdizione. Non si conoscono limiti né confini né soste né frenate: come esseri liquefatti, estranei a se stessi, ci si perde in balia dei flutti di una società corrotta, perversa, distruttiva che non vede nient’altro né altri fuorché se stessa e la propria irrefrenabile e cieca ricerca di altra tecnica, altro lavoro, altro denaro, altra fama, altro potere.
L’essere umano contemporaneo è insomma un robot, dotato di un’immensa capacità di calcolo nella quale, come dentro un labirinto, ha perso la propria coscienza. Per questo motivo, di fatti, egli non è più umano: è un non-umano, chi cioè ha smarrito se stesso nell’illusione della società globale nella quale, pur sopravvivendo, non vive più. Il non-umano è la tipologia di vita o, meglio, di non-vita che domina la nostra era. Pur avendo gli occhi, il non-umano non vede: è cieco. Non vede la bellezza dei paesaggi, delle arti, dell’architettura, né quella della natura, del Creatore, dell’universo, né quella degli altri esseri, viventi e non, compresa quella dei propri simili. Non si accorge della presenza d’altri né di quella degli altri ancora, che scivolano silenziosi, come ombre, attorno alla confusa corrente di automi, proprio come la figura nel dipinto. Incapace di diagnosticare la propria cecità, il non-umano non ha visioni né incontri. La sua non-vita avviene là dove prima c’era la vita, come per esempio su di un marciapiede. Oggi, però, il marciapiede è uno dei simboli della non-vita che fluisce come un fiume impazzito e automatico per l’intero macchinario globale. È lo spazio della folla, del fluire continuo di esseri veloci, che consumano, che mercificano tutto, che si uniformano, liquefacendosi, perdendosi nello sfrenato desiderio di lavoro, di ricchezza, di fama, di potere che regge il grande meccanismo globale. È qui che, assurdamente, ognuno perde se stesso e diviene cieco, pensando alla propria sopravvivenza: è qui che la vita si trasforma in una non-vita e che si estinguono le antiche visioni, gli antichi incontri e avvengono, invece, le non-visioni, i non-incontri. Il marciapiede, insomma, è l’habitat artificiale di chi, da umano, diviene non-umano.
Malgrado ciò, il marciapiede continua a essere per pochissimi il teatro di visioni e di incontri. Alle rive di questo canale artificiale, cieco e frenetico, si posano ancora taciturne alcune figure misteriose come quella nel dipinto. Non ha pretese né voce. Si apparta in riva al fiume artefatto, senza disturbare la folle corsa ma anche per evitare di esserne travolta, a causa della propria debolezza. Posa innanzi a sé un contenitore, una ciotola, si accascia su se stessa e, muta come la morte, spera in un colpo d’occhio che non avviene mai. La ciotola, però, che simboleggia una silenziosa richiesta d’aiuto lanciata ai passanti, resta vuota. Non è il denaro che questa figura misteriosa chiede: una moneta è soltanto il mezzo per ottenere qualcos’altro di cui ha bisogno, forse, nemmeno per se stessa. Di che cosa avrà bisogno la figura nel dipinto? Perché non parla? Perché nasconde il proprio volto? Perché si copre interamente di quell’abito nero? Chi, si nasconde dietro quell’abito nero? Forse un uomo? O una donna? Oppure una fanciulla? E se fosse un ragazzo? Chi, e perché, si raccoglie in questo modo, si fa il più piccolo possibile, quasi fino a schiacciarsi, quasi fino a sparire? Che cosa spinge la figura a un tale raccoglimento? Quale dramma sottrae alla vista? Quale sofferenza immane non vuole che gli altri vedano?
Forse la figura ha soltanto bisogno del tempo di qualcun altro ma questo tempo non arriva mai perché i passanti non sono più umani: sono ciechi e non si accorgono della presenza né della sofferenza di questa figura. Non si fermano, non la aiutano, non se ne curano, non le danno alcuna moneta. Non hanno tempo per lei perché non ne hanno per loro stessi. Passano veloci come fulmini, indifferenti a tutto e a tutti. Sono timorosi dell’orologio che scandisce la loro schiavitù alla non-vita del macchinario globale e sono concentrati soltanto sulla tecnica, sul lavoro, sul denaro, sul potere, su se stessi. Non si accorgono nemmeno di aver gettato in terra, vicino alla figura, una cicca e una carta appallottolata. Ormai, non fanno caso a nulla fuorché al diabolico meccanismo globale che li ha privati di sé, della vita, della loro stessa umanità. Calcolano, dalla mattina alla sera, ma non pensano più niente perché non vedono più ciò che merita di esser visto, come la figura vestita di nero del dipinto, accasciata in disparte sul marciapiede. A causa di questa cecità generale, la ciotola resta vuota e la figura resta sola con il proprio dolore, sola nel tempo della propria sofferenza. Mentre il tempo dei passanti scorre veloce e indifferente portandosi via quel che resta di ogni umanità (la sigaretta ormai non è che un mozzicone), il tempo di chi è solo e immobile con la propria sofferenza (la figura vestita di nero), invece, sembra non passare mai (la ciotola vuota) per chi ancora conserva in sé qualcosa di umano che nessuno vede più: il bisogno d’altri.

Una figura inginocchiata, coperta interamente da un lungo velo nero. È all’angolo di una via, in disparte, tra le mura di un’abitazione e le piastrelle di un marciapiede. Sembra stare in allerta, quasi a controllare il vuoto bicchiere di plastica posto innanzi a lei. Le piastrelle del marciapiede formano dei percorsi intricati somiglianti a dei canali sui quali sembra scorrere dell’acqua. Il marciapiede e i canali si perdono dietro l’angolo, dove s’intravede un cielo dai colori insoliti. L’ingorda è la trasfigurazione mistica de La sofferenza e l’indifferenza e ci narra metaforicamente, invece, della vita e della morte.
Che cos’è la vita? È un cammino che si svolge attraverso percorsi complicati e differenti ma che tutti porta, obbligatoriamente, alla medesima meta: la morte. L’essere umano vive nell’illusione del libero arbitrio e crede di poter scegliere il proprio destino. Per tutta la vita si trova di fronte ad alcuni bivi e deve decidere per quale strada proseguire il proprio viaggio. Illuso di aver tale facoltà di scelta, prende una strada anziché un’altra e non si rende conto che, qualunque strada intraprenda, il suo percorso è già segnato per grandi linee, sorvegliato dalla Nera Mietitrice.
La vita umana è simile a un rigagnolo d’acqua. Così come quest’ultimo, innanzi alle dighe naturali, cambia percorso ora da un lato ora dall’altro ma alla fine arriva al mare, allo stesso modo avviene per la vita umana. Viaggiando per itinerari diversi a causa degli ostacoli di percorso, alla fine si giunge innanzi alla morte. La vorace Dama Nera vigila la vita di ognuno e ha il compito di prenderla nel momento esatto in cui il destino ha stabilito. L’essere umano non sa l’ora di questo momento né il luogo: potrebbe incontrare l’Ingorda a qualsiasi ora, in qualsiasi angolo del proprio cammino e potrebbe perfino non riconoscerla. La Nera Mietitrice ci attende infatti sulla via, come una figura completamente coperta, celata alla nostra vista, inginocchiata in cerca di un’elemosina. Ma quando noi ci fermiamo per mettere qualche spicciolo nel suo recipiente, Lei ci salta addosso, ci afferra e si porta via la nostra anima. Diversamente dal viaggio del rigagnolo d’acqua che si ferma nel mare dove si perde, il viaggio dell’essere umano non si conclude con l’Ingorda: procede al di là dell’angolo, oltre Lei, là dove la strada continua ma non si sa verso quale luogo conduca.
Non è un caso che le opere esaminate si somiglino e siano nate nel medesimo periodo. La sofferenza e l’indifferenza e L’ingorda sono strettamente connesse. Con queste due opere, infatti, Mimmo Fadani da un lato, invita l’osservatore a prendere consapevolezza del momento storico nel quale vive e a riflettere su se stesso; dall’altro, evidenzia che non è possibile porsi il problema dell’indifferenza della società globale e della massa nei confronti della sofferenza del singolo individuo senza porsi i problemi del senso della vita, dell’inevitabilità della morte e di quale al di là ci attende, se esiste. Le opere esaminate dimostrano che Mimmo Fadani è non soltanto un attento osservatore della società e della specie umana, ma anche la voce pittorica di cui il mondo e l’essere umano hanno bisogno, per ritrovare ognuno la propria essenza e la propria coscienza innanzi alle domande fondamentali.*

* Le opere di Mimmo Fadani possono essere ammirate presso la Pinacoteca Fadaniana sita in piazza del Popolo 8, a Bagnara Calabra (RC). Per ulteriori informazioni telefonare al numero: (0966 371796).

venerdì 31 dicembre 2010

Pensieri visivi: MADONNA CON BAMBINO di Alessandra Ienco

- di Saso Bellantone
Chiaroscuro. Una donna tiene in braccio un fanciullo. Lo bacia. Il fanciullo si sorregge alla donna ma guarda altrove: guarda l’osservatore. Entrambi hanno l’aureola sulla testa. A primo impatto, l’opera sembra raffigurare le figure principali del cristianesimo, Maria e Gesù. Se però ci si lascia rapire dal chiaroscuro, ci si rende conto che Madonna con Bambino non rappresenta Maria e Gesù o, meglio, non ancora.
Il chiaroscuro è un viaggio, non è una tecnica. Oscura i particolari marginali, l’irrilevanza dello sfondo, del contesto, delle luci, dei colori e delle forme, e consente di chiarire, appunto, qual è il concreto soggetto dell’opera: una donna (madonna significa “signora”) con un bambino, una madre con il figlio. Questo è un soggetto onnipresente nel mondo umano, il cui significato si dà per scontato. La degenerazione della specie umana, che procede con il continuo ed esasperato perfezionamento tecnologico, calcolante ed economico della società-Terra, dimostra che il significato di tale soggetto non è davvero risaputo. Ogni giorno s’incontrano una donna con un bambino, in varie occasioni, nei luoghi più disparati. Ma ogni volta questo incontro è di poco conto, decade nella sfera delle ombre proprio perché si considera manifesto il significato di cui è portatore. Abituati a tale noncuranza, l’incontro di una donna con un bambino oltrepassa il fiume Lete della mente umana e si perde nel regno dell’oblio, svanendo persino come semplice ricordo: è rimosso. Con questa generale leggerezza dell’essere, la specie umana perde le fondamenta che gli occorrono per edificare una società più serena, equilibrata e pensante, e trascura alcuni baluardi secondo cui avviene la vita umana, come quelli rappresentati dall’incontro una donna con un bambino.
Incontrare una donna con un bambino, così come in questo dipinto, è come fare un viaggio. Vuol dire fare esperienza di alcune tipologia di vita, legate a dei sentimenti, come per esempio: l’amore; la volontà di vita. Il senso della vita è, per alcuni, abbandonarsi nell’amore per l’altro; per altri, abbandonarsi alla vita stessa. La nascita di un figlio è, ogni volta, l’inizio di una rivoluzione: tutto cambia, soprattutto per chi diviene madre. Per una madre, vivere vuol dire perdersi totalmente nell’amore che si prova per il figlio, annullarsi interamente in questo sentimento (la donna bacia il bambino, non si cura di altro). Per un fanciullo, piuttosto, nascere significa iniziare a smarrirsi pienamente nel fuoco della volontà di vivere che brucia dentro sempre più via via che si cresce; significa calarsi maggiormente nella vita, trascurando quanti invece donano se stessi, in ogni attimo e senza sosta, per lui (il fanciullo guarda alla vita, sembra volersi staccare dalla madre).
Una volta cresciuto, una volta sperimentata tutta la vita nelle sua poliedricità, anche il fanciullo comincia a capire che tutto cambia, che anche per lui vivere è una rivoluzione. Lontano anni luce dalla madre – la quale continua ad amarlo ininterrottamente persino nella distanza – il fanciullo si trova improvvisamente di fronte a un bivio nel quale deve decidere quale strada prendere: la volontà di continuare a vivere per sé o quella di cominciare a vivere per gli altri. Percorrendo a ritroso il tempo cronologico, l’osservatore scorge in bianco e nero infinite madri e infiniti figli che si separano definitivamente, intravede milioni, miliardi di esseri umani scelgono di svolgere ruoli, funzioni, arti e artigianati diversi, che decidono d’ora in poi se vivere per sé o per gli altri. Fino a quando, in questo viaggio al di là del tempo, l’osservatore scorge una casa semplice, un uomo che lavora la legna, una donna che prende in braccio un bambino che deciderà, più avanti, non soltanto di vivere per gli altri ma di sacrificarsi per la salvezza degli altri. Soltanto adesso l’osservatore scorge che cos’è quell’aureola sulla testa della donna e del bambino: incontrare una madre con il proprio figlio è come incontrare tutte le altre madri della storia con i propri figli, è come incontrare, ogni volta, Maria con Gesù.

giovedì 16 dicembre 2010

Pensieri visivi: INNO ALLA MUSICA di Antonio Barresi. Un'interpretazione

- di Saso Bellantone
Al centro, una figura senza testa che suona il violino. È seduta su una pietra tombale, all’interno di un cimitero. Da un lato, un sentiero che conduce a un castello in lontananza. Dall’altro lato, un candelabro accesso e una croce. Gli alberi sono morti. Il cielo è nuvoloso. Strisce di nebbia fluttuano con fare spettrale.
Per incontrare i segreti di Inno alla musica quest’opera, occorre, per impiegare una metafora musicale, guardare alle note sul pentagramma ricordandosi della chiave di violino. Il violino, suonato dalla figura senza testa, è la chiave dell’opera. Ma una chiave di violino, si sa, è insensata senza pentagramma e note, così come le note senza pentagramma e chiave significhino soltanto se stesse, e nient’altro. A primo impatto, la figura senza testa che suona il violino rapisce l’osservatore, lo incanta, estraniandolo da tutto il resto. Si comporta quasi come la chiave di violino sullo spartito: domina. Ma uno spartito non finisce nella sua chiave: prosegue, invece, tra una nota e l’altra fino al bianco vuoto. Mediante il musicista, il cantore, l’orchestra, la partitura giunge all’ascoltatore e alla natura, trasformandosi in altro e compiendosi, divenendo musica: vive. E quando finisce la sua trasfigurazione, riecheggia ancora, perché vuole ritrovarsi, vuole ricominciare, vuole tornare di nuovo se stessa, di nuovo musica: vuole vivere un’altra volta. Uno spartito è tutto questo ma anche Inno alla Musica. Per questo motivo, l’osservatore deve trovare la forza di rompere il sortilegio della figura senza testa e, ricordandola, deve volgere lo sguardo altrove, verso lo sfondo, il contesto e la superficie dell’opera. In questo modo, la sua osservazione si tramuta in un viaggio: dall’opera all’etere e da quest’ultimo di nuovo all’opera, e così via all’infinito. In questo movimento, la figura senza testa inizia a incarnare tutto il resto, tutti gli altri elementi e ad eseguire la propria ode, trasformando l’osservatore in colui che ascolta l’Inno alla Musica e in un danzatore vivo.
L’opera ricapitola il mistero della vita e s’inaugura evidenziando quel tratto tipico che fa sì che la vita sia vita: la morte. È un panorama terribile, spettrale, sepolcrale l’esistenza: un immenso cimitero dove c’è posto per il Tutto, tranne qualcosa: la musica. Quest’errabonda senza dimora né volto, non trova mai pace. L’immaterialità, invisibilità, vaporosità, intangibilità, fugacità, occultabilità, sono le maglie della sua fatalità: un’eterna erranza e debolezza che, nel contempo, consacra la sua potenza senza eguali. La musica infatti non conosce prigioni né limiti, neppure l’ultimo dei confini: la morte. Quando Tutto è finito, quando l’esistenza tutta riposa nella grande catacomba di se stessa, la musica sopravvive e continua a vagare, senza corpo, immateriale, leggera, inviolabile, fugace, celata. Questo suo girovagare nella morte del Tutto, non è la fine: la musica continua a essere musica e, vagabondando nel niente, non fa altro che sostare là dove c’era l’esistenza e adesso c’è soltanto un cimitero. In questo non-luogo, la musica non è silenziosa, altrimenti non sarebbe se stessa. La musica è musica: è un inno che senza tempo esegue, perfino quando Tutto è morto, perché in questo modo è se stessa. E se nella morte c’è la musica, allora non c’è la morte bensì la rinascita.
La musica è l’Ultima Vivente, l’ultima speranza, l’ultima salvezza del Tutto appena morto. Il violino in primo piano forma assieme all’archetto una croce e questa ha la stessa inclinazione della croce dorata posta di lato. La musica è una speranza più forte di quelle delle religioni, una salvezza più umana, rappresentata dalla sua capacità di riverberare, invisibile e percepibile. Il riverberarsi della musica, anche dopo la morte, è la possibilità del rinascere della vita (il candelabro), persino dalla morte, dal niente. La morte si assottiglia innanzi alla musica così come la nebbia che inizia danzare nella musica; così come le nuvole che iniziano a diradarsi per far posto alla chiarezza del cielo e alla luce del Sole, simboli della tenacia e della gaiezza della vita. In questa prospettiva, la musica è l’ultima fortezza dell’esistenza (il castello), anche nel dopo la morte, l’ultima sicurezza, l’ultimo “sentiero” che conduce la vita, malgrado sé, alla rinascita. Un albero spoglio, morto si avvicina alla musica come magnetizzato da essa, controvento, mentre l’erba del prato sepolcrale è spinta dal vento nella direzione opposta. La musica è una Musa senza testa perché (per via della sua immaterialità, invisibilità, vaporosità, intangibilità, fugacità, occultabilità) non può essere “afferrata”, non può essere compresa razionalmente. È il linguaggio originario e universale della vita, su cui si fonda la possibilità di un’eterna salvezza della vita stessa, anche nel suo ciclico morire. Una parola fatta di quel che riempie di significato la stessa esistenza: le emozioni.