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giovedì 5 aprile 2012

GNOSIS: intervista a Roberta Macrì


- di Saso Bellantone
Giornalista pubblicista, corrispondente della Gazzetta del Sud, Roberta Macrì ha ricoperto la carica di direttore responsabile della testata giornalistica Costa Viola Online, collabora con il mensile La Piana e il settimanale Avvenire di Calabria, ed è curatrice della rivista Urbes. Laureatasi in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Messina, si dedica alla promozione del territorio attraverso l’informazione. E’ stata inviata come reporter presso il parlamento Europeo di Strasburgo in occasione dell’Euroscuola Dicembre 2010, e dalla testata giornalistica Avvenire di Calabria in occasione della visita di papa Benedetto XVI a Lamezia Terme nell’Ottobre 2011. Ha ricevuto il premio “Donne Incontro” e “L’Amo d’oro” per la professione giornalistica svolta a servizio del territorio della Costa Viola. Pur operando nel settore della comunicazione e occupandosi prevalentemente di attualità, tiene sempre vivo il proprio interesse verso la storia del proprio territorio. Collabora con varie associazioni ed enti per l’organizzazione di iniziative ed eventi culturali. Ha curato e promosso progetti, iniziative educative e di insegnamento che hanno coinvolto ragazzi di tutte le età. Autrice del volume “Le congreghe di Bagnara” (Laruffa Editore), attualmente vive a Bagnara Calabra.

Come nasce la tua passione per il giornalismo?
Dall’amore per la scrittura e dalla voglia di raccontare, comunicare agli altri. Quando frequentavo il Liceo seguivo corsi pomeridiani di poesia, scrittura creativa e laboratori di lettura ma la mia non era una passione indirizzata al giornalismo. Quella è arrivata dopo, direi che lei ha trovato me quando io non cercavo lei.

Che cos'è il giornalismo?
Credo sia difficile dare una definizione standard. Però quella che meglio inquadra il giornalismo potrebbe essere questa: la capacità di un avvenimento di valere come notizia e, quindi, la capacità del giornalista di trasformare l’evento in notizia. Fatti registrati per diventare notizie da raccontare. Sono convinta che nella sua essenza il giornalismo sia dare conto di ciò che accade, registrare gli eventi che incidono nella quotidianità di una comunità. Però ciò che davvero trasforma un evento in notizia è il pubblico, la notizia è tale in relazione ai lettori e chi ne coglie l’importanza è proprio il giornalista.

Chi è il giornalista?
Giornalista è soprattutto una persona curiosa, che si interessa del mondo, della vita della gente, di ciò che accade, che ha senso della Storia, capace di intuire, cogliere, registrare e comprendere i cambiamenti collettivi nel loro contesto politico, economico, storico, culturale. Giornalista è colui che senza giudicare sa raccontare, questo è un mestiere fatto di incontri, rapporti umani e ricerca sul campo.

Quali fonti è possibile definire “giornalistiche”?
In genere le fonti sono sia le persone sia i documenti che offrono le informazioni sugli avvenimenti trattati; il giornalista può scegliere di seguire direttamente gli eventi divenendo così “testimone diretto”. Le fonti sono sempre parziali perché offrono un resoconto del fatto e sono limitate rispetto alla complessità dell’evento. Per questo sarebbe opportuno avere anche più fonti in modo da ricostruire i fatti nel modo più completo possibile.

Con quale metodo, o metodi, è possibile fare giornalismo? Quale metodo preferisci impiegare per i tuoi articoli giornalistici?
Considerato in senso letterale, il metodo rappresenta il procedimento messo in atto per realizzare qualcosa, in questo caso il procedimento per scrivere un pezzo. Potrei cominciare a descrivere minuzie tecniche usando parole efficaci e ad effetto almeno ma non credo sia utile. Per me il metodo, inteso appunto come procedimento per scrivere un pezzo, è molto semplice: scelgo di essere “testimone diretto” degli eventi che reputo validi di interesse al punto da fare notizia, seguo le situazioni personalmente, in qualche caso consulto documenti e chiedo agli esperti chiarimenti in modo da avere una conoscenza più completa possibile di quello che scelgo di raccontare, e poi scrivo. Premesso che per me scrivere è raccontare, io cerco di farlo con un linguaggio molto semplice, consapevole di parlare ad una categoria di persone molto diverse fra loro sia per formazione sia per professione.

Quale utilità ricava il singolo essere umano dal giornalismo?
L’informazione e quindi la conoscenza di fatti ed eventi. Mi piace molto ricordare il giornalista Giancarlo Siani che affermava: “La gente per scegliere deve sapere”. Quindi l’utilità del giornalismo al singolo è il contributo reso alla conoscenza di un fatto attraverso l’informazione.

Quale invece una civiltà?
Il giornalismo ha un importante ruolo sociale legato a quanto ho detto prima riguardo la conoscenza ed il ruolo dell’informazione. Aggiungerei responsabilità del giornalismo verso la collettività.

Nell'era della globalizzazione, le civiltà terrestri possono fare a meno del giornalismo?
Secondo me no, perché in un’era in cui la civiltà è governata da regole globali e collettive acquista sempre più valore il contributo del singolo per la sua unicità. Quindi è fondamentale il modo del singolo giornalista di svolgere con professionalità il proprio mestiere come fosse una missione a servizio del singolo e dell’informazione. Ciò che fa la differenza sarà non la notizia generalizzata ma il modo in cui il giornalista la propone riuscendo ad essere punto di intersezione e mediazione.

Dalla scuola all'università, come faresti studiare il giornalismo?
Semplicemente con la pratica, lavorando presso una testata giornalistica come “corrispondente” dalle periferie. Esistono ottimi manuali che spiegano le regole per diventare un buon giornalista a cominciare dalla tipologia di articolo e dalle regole necessarie ma il mestiere si impara solo sul campo; un giornalista deve essere sul posto, deve sapere osservare, raccontare e conoscere. Magari non troppa teoria, punterei invece sull’esercizio linguistico: per poter comunicare occorre chiarezza di linguaggio, è questa la chiave.

Che vuol dire vivere come un giornalista? Di quali responsabilità occorre farsi carico?
Intanto credo sia meglio dire “vivere come persone” e poi come “professionisti” quindi “giornalisti”. Perché essere persona implica avere rispetto di sé e degli altri ed il giornalista, nel rispetto della notizia e della libertà altrui, attraverso le parole può raccontare un mondo in divenire scrivendo di fatti che accadono ogni giorno. Il giornalista è colui che racconta, descrive, legge gli eventi e fa la forza di un territorio se riesce a raccontarlo. Questo comporta responsabilità o meglio il giornalista ha la responsabilità di essere libero e rispettare la libertà altrui in base alla ratio della democrazia: “Quando si parla di libertà, deve essere chiaro che nessuna delle grandi libertà è una libertà assoluta perché la mia libertà è sempre limitata dalla uguale libertà degli altri”.
Responsabilità è onestà intellettuale, sforzarsi di dire la verità senza giudicare.

Alcune parole per i giovani.
Non smettete mai di sognare, abbiate degli ideali, sani principi e soprattutto degli obiettivi. Sarà la vita stessa a mettervi di fronte ogni giorno i segni ed i sogni per continuare ad “andare.”

venerdì 26 agosto 2011

GNOSIS: intervista a Tito Puntillo

- di Saso Bellantone
Ricercatore e storico Bagnarese, Tito Puntillo (Bagnara 1944), trascorre l’infanzia e i suoi primi studi a Bagnara Calabra, per poi prestare servizio militare come sottotenente fra Bolzano e Sequals in Friuli. Dopo aver lavorato con l’ingegnere Musella e col ragioniere Marchese, grazie alle conoscenze in seno all’Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia, torna a Bolzano ove trova un lavoro come operaio carrellista alla Lancia Veicoli Industriali. Trasferitosi l’anno dopo a Torino, sempre in Lancia, percorre la trafila amministrativa per poi approdare alla Direzione Commerciale della Fiat/Mercato Italia. Negli stessi anni, frequenta come studente-lavoratore dei corsi serali presso l’Università di Torino, studiando con docenti quali Bobbio, Firpo, Ricuperati, Ettore Passerin, Galante Garrone, Zagrebelsky, Massimo L. Salvadori e altri, laureandosi prima in Scienze Politiche con indirizzo Storico-Economico e poi in Lettere, sempre a indirizzo Storico. Specializzatosi nel tempo in Analisi del Bilancio ed Economia d’Impresa, tiene corsi serali in un Istituto Superiore di Organizzazione, dove nel sabato, tra l’altro, svolge seminari specifici per gli studenti del Politecnico. Nei momenti liberi, spostandosi in lungo e in largo per l’Italia, tra biblioteche, emeroteche, librerie e bancarelle di mercatini antiquari, raccoglie una vasta documentazione sulla Calabria e su Bagnara, intorno alle quali concentra il suo lavoro di ricerca storica. Tutte le sue pubblicazioni, come per esempio Cronache Bagnaresi, 5 Saggi su Bagnara, Il caso Bagnara, sono rinvenibili gratuitamente nel Web presso l’Archivio Storico Fotografico Bagnarese, altre nel blog Ragioni e Opinioni. Assieme alla ricerca storica, Puntillo ha pubblicato alcuni articoli su Economia d’Impresa e Analisi del Bilancio, per alcune riviste tecniche della Franco Angeli edizioni e altri per il periodico bagnarese l’Obiettivo. Attualmente, vive a Torino.

Come nasce la tua passione per la storia?
È un sentimento che per me è stato naturale. Da ragazzino leggevo i libri di storia come se fossero romanzi, e accompagnavo la lettura con una fantasia galoppante, immaginando le scene nel loro svolgersi, i personaggi implicati e i risultati di azioni e metodi di comportamento. In questo senso, la prima lettura che mi aprì questi scenari, fu il Compendio Storico (3 voll.) di Giorgio Spini. Il mio entusiasmo si scatenò poi definitivamente ascoltando le lezioni sull’Odissea e l’Iliade che il Maestro Leonardis teneva agli studenti più grandi, durante le ore di doposcuola. Ulisse fu la mia prima passione, Ettore il mio eroe insieme ad Aiace Telamonio. Col tempo, mi sono sempre più concentrato sulla Storia Moderna e la bellezza del Settecento. Ho studiato intensamente quanto più possibile sull’Imperatore Bonaparte, i suoi Marescialli (soprattutto Andrea Massena duca di Rivoli), le grandi battaglie, le innovazioni politiche e sociali che in pratica furono la risultante ultima della Rivoluzione Francese e dei suoi grandi dibattiti: dagli esponenti della Montagna ai Giacobini e gli Arrabbiati (in Italia abbiamo avuto Vincenzo Russo).

Che cos'è la storia?
Personalmente resto fermo a due principi: la Metodologia della Ricerca Storica e la Storia come Pensiero e come Azione. La prima definizione si dà per il comportamento che lo storico deve assumere durante la ricerca, per cui i fatti devono essere asseverati e si enunciano “fino a prova contraria”, che è (semplifico) principio fondamentale di tutta la Scienza oltreché di vera e palpitante democrazia. La seconda si dà perché la Storia non è terreno sterile, ha un fine sociale, soprattutto nella formazione delle coscienze. Io sono un salveminiano convinto e dunque per me la storia, anche alla luce di quanto appena detto, è lo svolgersi della condizione dell’uomo nel tempo, identificata dai fatti che egli stesso produce, veri e quindi giustificati, interconnessi gli uni con gli altri fino a formare una sequenza logica (perché spiegabile nella sua relazione continua causa-effetto). Poi vi sono «scuole» filosofiche e scientifiche diverse che qui sarebbe impossibile enunciare, ma nella sostanza ritengo che i due principi siano calzanti per comprendere la sostanza della storia e il suo significato. Proprio per quanto cennato, la Storia differisce di molto dalla Cronaca. La Cronaca è la mera elencazione di fatti, talvolta esposti in senso cronologico, per lo più concentrati su una realtà assolutamente topica e quindi priva di contenuto sociale. Io ritengo, per esempio, che la Storia di Bagnara di Cardone e quella del Gioffré, siano in realtà delle Cronache peraltro concentrate su un aspetto della variegata società bagnarese e cioè quello religioso. Certamente non il determinante. Insomma vale per la differenza fra Storia e Cronaca quella fra Giornalismo e Cronaca. Dove Giornalismo è l’analisi del fatto una volta ricercate le cause e spiegate le conseguenze. Mentre la Cronaca resta la narrazione del fatto, asetticamente esposto. A Bagnara abbiamo avuto esempi significativi in tal senso.

Chi è lo storico?
Lo storico è il ricercatore che scrive di storia applicando un metodo di ricerca, rubricazione e spiegazione dei fatti così come si verificarono ed evitando di interpretarli in chiave attualizzata. Anche qui non è possibile esporre il comportamento degli storici delle varie epoche, da quella Classica a tutto il Rinascimento e soprattutto l’Età Moderna. Posso solo affermare che per me il punto di riferimento fu senz’altro il saggio di Pietro Giannone Della Istoria Civile del Regno di Napoli, che vide la luce nel 1723 e aprì in Italia la discussione sulle Istituzioni Politiche, il loro ruolo nella Società, la giustificazione del loro essere ed operare per gli interessi collettivi e l’efficacia delle azioni stesse. Fu anche l’inizio della Scuola Giuridica e dell’idea delle “Nazioni” sviluppata da Giambattista Vico (Principi di una Scienza Nuova, metodo poi ripreso da Vincenzo Cuoco: Saggio Storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799, col quale contrappose la coscienza di essere singoli nella comunità, al razionalismo di principio e per questo astratto, inconcludente). Così anche Machiavelli sulla “fortuna” delle Nazioni, verso la quale molto scrisse efficacemente Montesquieu. Si potrebbe scrivere molto altro, passando dal Materialismo Storico marxiano (coi dirompenti lavori su Il Capitale e Il colpo di stato del 18 Brumaio) al “primato” della Società sulla Politica, così come dimostrato dall’osservazione storica, e cavallo di battaglia di Auguste Comte.

Quali fonti è possibile definire “storiche”?
Si dice che un fatto fu vero perché storicamente determinato. “È un fatto storico”, cioè certo. Io adopero metodologicamente diverse fonti: gli atti notarili che si trovano in genere negli Archivi di Stato (per la mia attività: Napoli, Torino e Reggio), i documenti diplomatici, le serie di leggi e regolamenti applicativi, le relazioni ufficiali sui fatti di guerra (sono importanti i documenti pubblicati dallo Stato Maggiore dopo aver studiato le grandi battaglie), le memorie e i diari, le storie coeve, il pensiero politico, sociologico ed economico anch’esso coevo. In questo ultimo caso mi attengo scrupolosamente a un dettato scientifico che ritengo fondamentale: prima leggere la produzione del pensatore che mi interessa, in modo da formarmi un’idea di prima mano sulle sue posizioni, e solo dopo esaminare la storiografia sul personaggio. È errore grave comportarsi al contrario. Mettere assieme le varie tessere, è poi compito specifico dello storico, come cennato. Ma sono importanti (e qualche volta determinanti) anche le osservazioni sugli usi e le consuetudini, la spiritualità e i riti connessi, il folklore e i proverbi. Lombardi Satriani in questo senso è stato un maestro e in questi ultimi tempi si sono moltiplicate in Calabria le pubblicazioni su questi temi.

Con quale metodo, o metodi, è possibile fare storia?
La ricerca delle cause che producono un effetto, in una catenaria continua, cercando di assiemare condizioni sociali, economiche, politiche del tempo che si studia, applicandole allo spazio osservato. L’esempio calzante resta ancora oggi il lavoro di Tocqueville, che dimostrò come la causa della Rivoluzione Francese fu la precedente riorganizzazione amministrativa dello Stato, con la centralizzazione della Burocrazia. Si determinò così la nuova idea di “Stato” unitario entro il quale si sviluppò l’uguaglianza giuridica e procedurale-burocratica (poi rafforzata con la celeberrima La democrazia in America). Fu il primo innesco per il formarsi dell’idea rivoluzionaria. Proprio per questo ad esempio, se è inutile associare Bagnara con, diciamo, Lodi nel ‘700, perché diverse furono le condizioni geografiche entro le quali si svilupparono i due contesti sociali, è un errore grave esporre la Storia di Bagnara senza farla interagire con le comunità circostanti, omettendo così di evidenziare pregi e difetti di una area economica o potenzialmente tale. Questo perché Bagnara non visse da sola, ma insieme alle comunità vicine ed è proprio lo sviluppo di questo rapporto che determinò la fortuna e la decadenza di Bagnara, così come di Seminara, Scilla, Palmi, Oppido ecc. Perché? Come mai? Cingari, Borzomatri, Valente, Placanica, il nostro indimenticato Marzotti, Guarna Logoteta, eccetera, sono stati dei veri maestri in tal senso.

Quale metodo preferisci impiegare per le tue ricerche?
Il mio modello di riferimento resta quello che si può riscontrare in Le siècle de Louis XIV di Voltaire, che uscì nel 1751 e che si pose come innovazione nella storia delle istituzioni di uno Stato, inteso finalmente nella sua complessa interezza. Secondo me è da queste posizioni fondanti, che si svilupperà la dialettica della storia di Hegel, con l’evoluzione conflittuale delle idee. Non più la Provvidenza a reggere le sorti dell’Umanità, ma la stessa Umanità nel suo essere “immanente”.

Quale utilità ricava il singolo essere umano dalla storia?
La consapevolezza nell’uomo dell’essere nel presente per come si è, sapendo così discernere il bene dal male ed operare per il proprio miglioramento spirituale oltreché materiale, cercando di comprendere appieno la Società che lo circonda.

Quale invece una civiltà?
Io distinguo “Civiltà” da “Progresso”. La Civiltà è il modo di essere e pensare in collettivo di una vasta comunità. Ove essere e pensare si basano su un patrimonio che conservando le radici nel passato, si rinnova e adegua alle condizioni del presente, ma sempre e comunque sulla scia di un patrimonio morale, spirituale, artistico, intellettuale, sociale, costruiti nei secoli. Il progresso è invece lo sviluppo tecnologico della società e non sempre le due categorie viaggiano in parallelo purtroppo!

Nell'era della globalizzazione, le civiltà terrestri possono fare a meno della storia?
Per me è una classica nemesi storica. Oggi la globalizzazione pare voler divorare tutti i particolari a vantaggio dell’universale. In primis abbiamo la comunicazione nazionale che oscura quella locale e quindi i dialetti che prima si trasformano e poi scompaiono del tutto, e successivamente la lingua italiana sempre più corrotta da inglesismi, francesismi e tecnicismi vari, e quindi il soggiacere degli interessi nazionali agli interessi neo-imperialistici determinati dalla globalizzazione. Sarà il desiderio di recupero di spazi territoriali, l’elemento correttivo di questo processo, nel senso che avremo alla fine una sintonia fra micro realtà e macro processi economici. Con questa logica, il «senso della Storia» carissimo all’Omodeo, avrà una funzione determinante.

Dalla scuola all'università, come faresti studiare la storia?
I bambini hanno bisogno di acquisire sensibilità, di emozionarsi e quindi entusiasmarsi. L’ideale è dunque raccontare loro i fatti della microstoria, in modo che loro possano toccare con mano i reperti del passato e farlo rivivere nella loro fantasia attraverso la narrazione storica. Una vecchia chiesa, vecchie alabarde e spade, un diploma antico, una strada lastricata con ancora vecchie botteghe, i nomi degli eroi incisi sulle lapidi dei monumenti, una statua, un ostensorio ecc. Col passare del tempo e l’affinamento dell’intuizione e del senso critico, la narrazione storica si allargherà ai fatti determinanti della realtà sempre locale: cosa fu la Calabria – che ruolo ebbe in quei fatti specifici nazionali – perché adesso non è più così nel senso di spiegare cosa è accaduto, ecc. Nel ragazzo che invece si avvicina alla vita sociale attiva, lo sviluppo della Storia si dipana in orizzonti più larghi, sempre più larghi ma che saranno recepiti magnificamente se il bambino avrà avuta la possibilità di emozionarsi ed entusiasmarsi a reperti a lui vicini, rivissuti nella sua fantasia scatenata.

Che vuol dire vivere come uno storico? Di quali responsabilità occorre farsi carico?
La storia è per me scienza, è da considerarsi come una branca della scienza e quindi lo storico si sottomette alla rigida disciplina della metodologia della ricerca scientifica. Non credo vi sia molto altro da aggiungere se non rimandare, per tutti, alla Logica della scoperta scientifica di Popper.

Alcune parole per i giovani.
Non abbiate paura di formarvi una coscienza su come siamo e invece potremmo essere. La nostra è una realtà sociale difficilissima perché dominata dai poteri forti che sono variegati, taluni prevaricanti, altri violenti a causa di una Ndrangheta attiva, vigile, indisponibile a lasciare un minimo spazio al dialogo fra le persone. Tutto questo ha prodotto alla fine una società civile chiusa, incapace di riflettere e discutere dialetticamente. E come la nostra Bagnara, è così la Calabria. Ma quello che in questa fase è importante, è formarsi una coscienza individuale, autoconvincendosi che essa è condivisa e quindi può divenire coscienza collettiva. Sarà allora che il popolo calabrese comprenderà appieno quali siano le enormi possibilità della Calabria, la sua gente, la sua Civiltà. Avrà pienamente coscienza di cosa significhi essere una Società Aperta e quali sono realmente i suoi nemici.

sabato 2 aprile 2011

GNOSIS: intervista a Natale Zappalà

- di Saso Bellantone
Storico e giornalista divulgatore, Natale Zappalà (Reggio Calabria, 1982) ha conseguito nel 2007 la Laurea triennale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Messina, discutendo una tesi in Storia Economica della Moneta Antica intitolata Rhegion e Zancle: storia economica dello Stretto fra VI e V secolo a.C.. Nel 2009, presso lo stesso ateneo, si è specializzato (laurea magistrale) in Storia e Istituzioni della Grecia Antica. Nel 2008 è stato insignito del XIII Premio Internazionale Anassilaos Giovani per la ricerca. Nel 2010 ha pubblicato il saggio storico La Reggio di Anassila (Leonida). Attualmente cura il blog natalezappala.blogspot.com e collabora con la testata Costaviolaonline.it e con la rivista IusRheginews, occupandosi in particolare della valorizzazione del plurimillenario patrimonio di memorie riguardante il territorio reggino.

Come nasce la tua passione per la storia?
Si tratta di una passione infantile che nasce da una un'esigenza congenita, il disperato bisogno di conoscere e comprendere ciò che mi ha sempre affascinato: il passato. Da bambino tentavo di ricostruire le grandi battaglie della storia medievale, servendomi di pupazzi e mattoncini. Da adolescente ho continuato ad approfondire le mie conoscenze, leggendo centinaia di volumi e, infine, mi sono iscritto al corso di laurea in Storia. Direi che la Storia può senz'altro definirsi il comune denominatore della mia vita.

Che cos'è la storia?
La Storia è una scienza e il suo campo di studi coincide con l'ineluttabile cambiamento che caratterizza le vicende umane.

Chi è lo storico?
Lo storico è colui che, conscio del significato e dell'oggetto della disciplina, si occupa di dare vita alla Storia attraverso la ricerca. Si tratta, chiaramente, di indagini relative e perfettibili. Del resto, le scienze non giungono mai a delle verità assolute, possono soltanto “tendere” alla verità. Ogni nuova acquisizione rimane sempre un'approssimazione della verità, da verificare o confutare attraverso indagini successive.

Quali fonti è possibile definire “storiche”?
Il termine “fonte” designa qualsiasi testimonianza del passato. Dal momento che lo storico tende a ricostruire la fisionomia di una determinata epoca, nessuna tipologia di fonte può essere scartata in sede di ricerca, dalla letteratura all'urbanistica, dalla numismatica alla statistica, dall'archeologia alla botanica. Ogni elemento proveniente dal passato, in teoria, è una fonte “storica”.

Con quale metodo, o metodi, è possibile fare storia?
Esiste un solo metodo storico: l'indagine scientifica sulle fonti, cioè sulle testimonianze del passato. Al di là di tale metodo, non esiste la Storia, la quale è – ribadisco – una disciplina scientifica votata alla conoscenza e non all'intrattenimento.

Quale metodo preferisci impiegare per le tue ricerche?
L'unico metodo esistente, quello che ho descritto supra. Sulla base della totalità delle fonti di cui dispongo, cerco di ricostruire analiticamente la fisionomia di un determinato contesto storico.

Quale utilità ricava il singolo essere umano dalla storia?
In quanto scienza che studia l'eterno cambiamento delle cose umane, la Storia è una “palestra del pensiero”. Lo storicismo rende chi ne è padrone particolarmente ricettivo nei confronti del mondo. Conoscere la Storia aiuta a sviluppare lo spirito critico, cioè la capacità di analizzare coscienziosamente qualsiasi cosa. Una grande utilità dunque, ma attenzione a non confondere l'utilità con la felicità, perché quando apprende che tutto cambia e, per di più, che tutto è relativo, chi si affaccia alla Storia non può che mantenere una visione disincantata della vita.

Quale utilità invece ricava dalla storia una civiltà?
Una civiltà ideale dovrebbe puntare alla divulgazione del criticismo – e quindi di tutte le forme del pensiero atte a svilupparlo, come la Storia – fra gli individui che accettano di farne parte. Chiaramente, ogni civiltà, stato, nazione, gruppo e qualsiasi altra forma di collettività in genere, si guarda bene dal farlo, altrimenti verrebbero delegittimati dai cittadini i presupposti su cui si basano da millenni tutte le forme di potere politico, religioso o economico. Guardiamoci intorno: ovunque gli uomini sono dominati dal dogmatismo, persino la moda è diventata un dogma per la maggioranza degli individui: se un personaggio famoso indossasse le mutande come copricapo in TV, l'indomani si conterebbero migliaia e migliaia di persone andare al lavoro con le mutande in testa. La società cristiana accetta un uomo che si ritiene infallibile per dogma come guida morale e spirituale, mentre in quella islamica la sopraffazione della donna è considerata un valore da difendere. Ma la cosa più orribile è che le civiltà umane hanno sempre escogitato dei sistemi acritici di tutela delle sopraffazioni. L'analisi storica degna di questo nome consentirebbe di smascherare tante cose, semplicemente dubitando di esse. Ma nella società di oggi, chi dubita, nella migliore delle ipotesi, viene considerato un disadattato. La risposta è che, in definitiva, le civiltà umane traggono linfa vitale ignorando l'utilità della Storia.

Nell'era della globalizzazione, le civiltà terrestri possono fare a meno della storia?
Le civiltà terrestri non solo “possono”, ma “devono” fare a meno della Storia, per i motivi che ho spiegato prima, a meno che esse non siano davvero orientate alla ricerca della verità.

Dalla scuola all'università, come faresti studiare la storia?
All'interno delle scuole – e, purtroppo, anche all'interno di alcune università – non si studia la Storia, ma le sue caricature: cronache composte da vuoti elenchi di date e fattarelli, recitate a memoria come le litanie. Si dovrebbero educare gli studenti alla luce del metodo storico-scientifico, facendoli riflettere sugli avvenimenti piuttosto che sommergendoli di nozioni. D'altronde, non sono pochi gli storici con tanto di laurea che ancora ritengono che la funzione essenziale della Storia sia quella di “imparare dal passato per non ripetere gli errori in futuro”. Se davvero esistesse un finalismo nella Storia, gli uomini si ucciderebbero fra di essi per religione o denaro? Il cammino della Storia non è, per sfortuna, un percorso basato sull'evoluzione, ma sul cambiamento. Ciò equivale a dire che l'essere umano, nel corso delle ere, non è migliorato, né peggiorato: è soltanto cambiato.

Che vuol dire vivere come uno storico? Di quali responsabilità occorre farsi carico?
Lo storico, al pari di qualunque altro studioso, dovrebbe mantenere un'etica professionale dignitosa, in ossequio al metodo scientifico che adotta nel corso delle sue indagini. Uno storico deve sempre rendere conto, a se stesso e agli altri, della ricerca, metodologicamente fondata, della verità. Chiaramente ci sono storici competenti e meno competenti, così come ci sono scrittoruccoli da strapazzo che si fingono storici quando invece producono opere che non hanno nulla da spartire coi concetti di metodo, verità o fonte. Chi strumentalizza il passato per altri scopi che non siano conoscitivi, non è uno storico, ma un ciarlatano.

Alcune parole per i giovani.
La conoscenza è la condizione essenziale della libertà. Difendete sempre il vostro diritto inalienabile di conoscere e sarete liberi.