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giovedì 13 settembre 2018

TRASLOGOS



- di Saso Bellantone

Chiuse di nuovo il portabagagli, salì a bordo della Fiat Kappa e, assicuratosi che tutte le cianfrusaglie poste dietro non impedissero la visuale dallo specchietto retrovisore, partì, per l'ennesima volta, direzione sottotetto. Era il secondo trasloco in due giorni. Aveva dormito una sola notte nell'appartamento di via Guglielmo Radio, dopo averlo pulito e ripulito per due giorni di fila, ma come previsto e anticipato a Federica, e naturalmente passato in sordina, non andava bene. Troppo frastuono notturno. La via Guglielmo Radio era una arteria principale della città e anche la domenica, perfino d'estate, era sempre frequentata da automobili, camion e moto talmente rumorose da credere di ritrovarsele nella camera da letto.
“E ora che facciamo?”aveva detto Federica, mettendosi a sedere sul letto, in lacrime, guardando la piccola Nicole che dormiva placidamente “Come facciamo a dormire?”.
Silvestro alzò la testa dal cuscino ancora avvolto dal sonno, guardò prima lei poi la figlia e rispose: “Intanto proviamo a dormire. Domani si vedrà”.
Ovviamente l'ultima parola toccò mille volte a Federica, che pensò di programmare un nuovo trasloco l'indomani, contattando agenzie, proprietari, santi e diavoli, malgrado gli occhi e la voce di Silvestro mostravano chiaramente la necessità, e l'urgenza, di riposare.
Così il giorno dopo, mentre Rossella, la cugina di Federica appena arrivata, liberava le camere e sistemava scatole e valigie, Silvestro faceva viaggi dall'appartamento in via Radio alla soffitta in via Evoluzione, chiedendosi cosa aveva fatto di male per ritrovarsi, da tre-quattro giorni sempre con la maglia sudata a tal punto che sembrava appena tolta dall'acqua. Non seppe rispondere, tutte le volte che se lo chiese, ebbe solo l'impressione che il suono del portabagagli che si richiudeva fosse qualcosa di più, che lo colpisse dentro, che chiudesse, qualcosa, dentro.
Con questa sensazione ogni volta si recava in via Evoluzione con la macchina carica, con la stessa sensazione si stava recando adesso, nell'ultimo viaggio, con a bordo, lato guida, Federica e la piccola Nicole, ignara e dormiente.
“Ti dovrebbero fare santo!” sorrise la compagna, con un'espressione di scusa.
“Lasciamo stare” rispose sarcastico “San Pietro mi ha mandato un whatsapp, dicendo che comunque ha cambiato di nuovo serratura”.
“Che sei scemo!”
“Sei sicura?” chiese, guardandola con occhi sorridenti “Potrei abbandonare la mia calma serafica e incazzarmi, per il nuovo trasferimento, per il fatto di avertelo detto che la casa era rumorosa, per il fatto che avevi deciso di cercare casa con più calma, come suggerito anche da Davide, e poi hai avuto di nuovo fretta, perché avevo la sensazione che saremmo tornati in via Evoluzione...”
“Ok ok! Sei un santo, sei bravo!”
“Limitiamoci a bravo, va” scoppiò a ridere, seguito dall'interlocutrice, “Lo faccio solo perché c'è anche Nicole. Ma adesso, anche se scoppiasse una bomba sotto casa, la nuova intendo, restiamo qui per almeno due-tre anni.”
“Concordo!” rispose Federica, scoppiando nuovamente a ridere “Ma Davide e Rossella che fine hanno fatto?”
“Hanno preso un'altra strada... eccoli lì che arrivano anche loro con la Ford.” disse Silvestro, notandoli dallo specchietto retrovisore.
Gli amici parcheggiarono di fianco alla Fiat Kappa e, scaricate le macchine, cominciarono a portare su tutto quanto.
In realtà, molta della roba era già stata portata in soffitta da Alessia e Roberta, le figlie di Davide e Teresa, mentre la madre si era già attivata nel fare le pulizie, una volta appresa la notizia da Silvestro che, in mattinata, sarebbero tornati in mansarda.
Davide, Teresa, Roberta e Alessia erano i vicini storici della casetta rosa di via Evoluzione. Abitavano al primo piano ed erano stati i primi a conoscere, alcuni anni prima, quando Silvestro e Federica si erano trasferiti per lavoro a Nuova Città. Una famiglia semplice, umile, pacifica e piena di amore e di sorrisi, che viveva assieme alla nonna. Poi, giunta la notizia di Nicole, Silvestro e Federica erano rientrati al paese natio, e adesso, dopo la pizzata della sera prima fatta in casa da Teresa, i due erano tornati nuovamente al sottotetto di via Evoluzione, nell'incredulità di Roberta e Alessia, nipotine doc, acquisite per il grande affetto provato nei loro confronti. È probabile che anziché il frastuono di via Guglielmo Radio fosse stata propria la pizzata di Teresa a convincere Federica a ritornare in via Evoluzione, una volta appreso che la mansarda era di nuovo libera. Forse era stata la birra con Davide a convincere Silvestro. O forse l'attenzione di Roberta e Alessia, come se non ci si vedesse soltanto dal giorno prima. Comunque sia, il trasloco era compiuto.
Una volta portato tutto in mansarda, Silvestro e Federica cenarono con Rossella, senza la quale sarebbe stato impossibile organizzare un trasloco nell'immediato, mentre Nicole dormiva. Avevano sistemato ogni cosa nello stesso posto in cui si trovava due anni prima e avevano commentato il rapido trasferimento continuando a sottolineare la follia dell'accaduto e a elogiare l'immensa pazienza di Silvestro, il quale rimarcava che per lui San Pietro non avrebbe neanche battuto le ciglia di un occhio solo e la santità se la poteva sognare.
Finito di cenare, Rossella si mise a lavare i piatti mentre Silvestro e Federica uscirono sul balconcino, per fumare una sigaretta. Chiusero la scorrevole e Silvestro ebbe la stessa sensazione che aveva ogni volta che, in giornata, aveva chiuso lo sportello del portabagagli. Sembrava che qualcosa si richiudesse anche dentro di lui. Si affacciò assieme a Federica e i due scrutarono il paesaggio circostante, lo stesso panorama che dava loro pace prima dell'arrivo di Nicole. Si guardarono e proprio nel momento in cui i due dissero contemporaneamente “Siamo a casa.”, l'orologio, il vecchio orologio che avevano lasciato appeso due anni prima, all'ingresso, non funzionante, cominciò a ticchettare.
Si guardarono di nuovo, meravigliati dell'accaduto, e rivedendo velocemente gli ultimi due anni della loro vita nella mente, insieme, dissero di nuovo: “Sì, siamo a casa!”.

mercoledì 16 maggio 2018

Niente eco dei tamburi stanotte



- di Saso Bellantone

Africa

I hear the drums echoing tonight
But she hears only whispers
of some quiet conversation
She’s coming in twelve-thirty flight
Her moonlit wings reflect the stars
that guide me towards salvation
I stopped an old man along the way
Hoping to find some old forgotten words
or ancient melodies
He turned to me as if to say:
Hurry boy, it’s waiting there for you
It’s gonna take a lot to drag me away from you
There’s nothing that a hundred men
or more could ever do
I bless the rains down in Africa
Gonna take some time
to do the things we never had
The wild dogs cry out in the night
As they grow restless,
longing for some solitary company
I know that I must do what’s right
As sure as Kilimanjaro rises
like Olympus above the Serengeti
I seek to cure what’s deep inside,
frightened of this thing that I’ve become
It’s gonna take a lot to drag me away from you
There’s nothing that a hundred men
or more could ever do
I bless the rains down in Africa
Gonna take some time
to do the things we never had
Hurry boy, she’s waiting there for you
It’s gonna take a lot to drag me away from you
There’s nothing that a hundred men
or more could ever do
I bless the rains down in Africa
I bless the rains down in Africa
I bless the rains down in Africa
I bless the rains down in Africa
Gonna take some time
to do the things we never had

traduzione

Africa

Sento l’eco dei tamburi stanotte
Lei sente solo dei sussurri
di una conversazione silenziosa
Lei sta arrivando con il volo delle 12:30
Le ali al chiaror di luna riflettono le stelle
Che mi guidano verso la salvezza
Ho fermato un anziano lungo la strada
Sperando di trovare alcune parole
o melodie dimenticate da tempo
Lui si è voltato verso di me come per dire
“Muoviti ragazzo, ti sta aspettando laggiù”
Sarà difficile trascinarmi lontano da te
Non c’è niente che cento uomini
o più potranno mai fare
Ho benedetto le piogge laggiù in Africa
Prenderò un pò di tempo
per fare le cose che non abbiamo mai fatto
Cani selvatici ululano nella notte
Mentre crescono irrequieti
desiderando qualche solitaria compagnia
So che devo fare la cosa giusta
Tanto sicuro quanto il Kilimanjaro si eleva
Come l’Olimpo sopra il Serangetti
Cerco di guarire ciò che è nel profondo
Impaurito da questa cosa che sono diventato
Sarà difficile trascinarmi lontano da te
Non c’è niente che cento uomini
o più potranno mai fare
Ho benedetto le piogge laggiù in Africa
Prenderò un pò di tempo
per fare le cose che non abbiamo mai fatto
Muoviti ragazzo, lei ti sta aspettando laggiù
Sarà difficile trascinarmi lontano da te
Non c’è niente che cento uomini
o più potranno mai fare
Ho benedetto le piogge laggiù in Africa
Ho benedetto le piogge laggiù in Africa
Ho benedetto le piogge laggiù in Africa
Ho benedetto le piogge laggiù in Africa
Prenderò un pò di tempo
per fare le cose che non abbiamo mai fatto.

Niente eco di tamburi stanotte, malgrado Africa, brano dei Toto, reciti il contrario. Niente eco perché la musica all'interno dell'abitacolo della Uno Turbo Blu è perfetta. Il volume dello stereo Pioneer è a palla. L'equalizzatore, anch'esso rigorosamente della medesima marca, è ben regolato. Le casse, sia quelle sugli sportelli anteriori sia quelle poste sulla mensola posteriore, pompano decibel come concerto di piazza. È una sensazione stupenda. Sergio non ha mai ascoltato una musica talmente limpida. Mai in macchina. Mai oltre le 23:00. È in netto ritardo. Ha soli 15 anni, non gli è consentito stare fuori così tardi, specialmente nei giorni infrasettimanali, dal momento che l'indomani deve andare a scuola ma quella, è un'esperienza bellissima: ascoltare la musica con Mauro, a bordo della sua Uno Turbo, di notte, con lo stereo a palla, lo fa sentire un adulto.
I capelli “a spina”, rasati ai lati e ben ingellati sopra, pelle nera e fisico scolpito tanto da guadagnarsi il nomignolo “Divu niru”, un sorriso coinvolgente, genuino, Mauro, 21 anni, è una persona talmente pacifica che un santone indiano sembrerebbe un diavolo al suo confronto. Fa parte di una bella comitiva, che tra moto e macchine, conquistano tutte le ragazze del paese. Anche le coetanee di Sergio. Così, stare con Mauro fino a tarda ora fa sperare Sergio: prima o poi, qualche ragazza avrebbe notato anche lui.
Di ragazze infatti si parla stanotte, oltre che di musica. Ma anche di sé e di quei segreti della vita che nessuno conosce fino in fondo. Perché a 15, a 21 o a 1521 anni, tutti sono esperti della vita ma ognuno a modo suo, senza sapere, davvero, come stanno le cose. In questa consapevolezza, tuttavia, è bello chiacchierare. Hai l'occasione di confrontarti, di sapere com'è che vede le cose qualcun altro, di imparare da altri, specialmente se l'altro è uno dei tuoi simboli, dei tuoi punti di riferimento e, stanotte, sei proprio al suo fianco. Non c'è nessun altro in giro per il paese. Soltanto Mauro, Sergio, la Uno Turbo e i Toto a palla.
Sergio si sente pago di tutto, sazio. Non vuole altro. Ha un amico più grande di lui, è in pace con se stesso e crede, in quelle ore passate con “Divu niru”, di essere il re della notte. Ci si scambia sorrisi, consigli e battutacce. Non volgari ma freddure, quelle battute con l'ironia di una volta, senza malizia né doppi sensi, che ti fanno ridere spontaneamente, delle quali Mauro è un maestro.
Ogni momento della vita, però, è destinato ad approdare al suo contrario. Dal sorriso, infatti, i due amici passano alla serietà più profonda e alla paura in un attimo. Il rombo di una Alfa 33 Blue, proprio nel momento in cui Africa è finita, riecheggia nella notte, sul corso. È la madre di Sergio, sicuramente in cerca di lui, incazzata nera, più del colore della pelle dell'amico.
«Cazzo, mia madre!»
«Beh, che c'è? Non stiamo mica facendo nulla di male. Stiamo solo ascoltando un po' di musica.»
«Non è questo, Mauro! Se ci pesca assieme, le prendi anche tu! Non conosci mia madre!»
«Bene, allora ti porto a casa.»
«Sbrigati, fammi scendere e corri via!»
Mauro accelera, accompagna Sergio e se ne va sfrecciando, sperando di non incontrare la madre dell'amico. Sergio tira fuori le chiavi, apre il portone, corre in camera sua e si infila sotto nel coperte con abiti e scarpe.
«Ce l'ho fatta.» pensa.
Un minuto dopo, sente il portone aprirsi e chiudersi di nuovo, e il suono di passi che si avvicinano.
«Si può sapere dov'eri? È da due ore che ti cerco...» la madre entra in camera, accende la luce e inizia a sgridarlo.
Sergio, invano, fa finta di svegliarsi in quel momento ma la ramanzina va avanti, con un tono paragonabile soltanto al volume dei Toto, a bordo della Uno Turbo Blu, di poco prima. Si prende tutti i rimproveri Sergio, se li merita, ma dentro di sé è felice di aver passato del tempo con Mauro, di aver ascoltato la musica a tutto volume e di aver chiacchierato con lui. È sicuro che non dimenticherà mai quel momento. Non soltanto per via dei rimproveri, ma perché, ripensando ai suoi 15 anni, non si è mai sentito bene così come è accaduto con Mauro stanotte.
L'indomani racconta tutto ai suoi coetanei ma nessuno gli crede, finché usciti da scuola, da lontano, si sente una musica assordante avvicinarsi. È ancora Africa dei Toto, è una Uno Turbo Blu, è Mauro, e si ferma davanti al liceo, proprio vicino a Sergio.
«Allora com'è andata con tua madre?» abbassato il volume, con i suoi soliti occhiali da sole neri, Mauro gli sorride.
«Non hai idea di quante me ne ha dette!»
«Sali e racconta. Facciamo un giro.»
Sergio saluta i suoi compagni e sale a bordo dell'auto. I compagni lo guardano increduli, le ragazze con interesse. Mauro riparte e Sergio sorride. Sì, adesso tutti lo tratteranno come un adulto, perché Sergio esce coi ragazzi più grandi della sua età.

sabato 30 settembre 2017

Uno strano passaggio


- di Saso Bellantone
La pioggia cadeva forte e veloce, come burrasca in mare aperto. La Toyota saltava tra le profonde pozze d'acqua come peschereccio su onde rabbiose. Inutili tergicristalli si muovevano su e giù su un parabrezza totalmente spento dal piovasco, mentre ciechi occhi cercavano di non sbattere contro muri, alberi e recinzioni. Pur essendo mezzogiorno, sembrava mezzanotte. Non c'era nessun altro, a parte i fulmini improvvisi che squarciavano il cielo nero e i tuoni che amplificavano l'agitazione di Gianni, penetrando il silenzio dell'abitacolo.
Non vedeva un temporale simile da anni. Ne aveva affrontati tanti ma mai si era spaventato come in questo caso, nonostante stesse attraversando una strada a lui ben nota, quella del Ponte Vecchio, che da casa sua portava all'uliveto di famiglia. Produttore di olio di pregiata qualità, esportato al nord Italia e all'estero, ogni giorno la percorreva almeno quattro volte, avanti e indietro: alla mattina, a mezzogiorno, nel primo pomeriggio e alla sera. Gianni Tanboga era un buon autista e, pur conoscendo a memoria tutte le strade della zona, questa volta, sotto quel maledetto temporale, aveva paura e non ne capiva il perché. Aveva sempre lavorato, fin da ragazzo, non aveva mai fatto del male a nessuno né combinato guai di alcun genere. Amava la musica, l'arte, la letteratura, la scienza, il cinema e lo sport. Era una persona sensibile, tant'è che faceva parte di diverse associazioni del territorio con finalità solidali e di volontariato. Si era laureato persino in Agraria e aveva dato una svolta all'azienda familiare, rendendola una dei fiori all'occhiello della regione, assieme ad altre ormai di fama mondiale. L'unica cosa che non gli interessava era la politica, che reputava ormai marcia e inutile dal momento che tutte le decisioni di ordine nazionale, su qualsiasi settore, le prendeva il parlamento europeo e non quello italiano. Passava la vita lavorando, dedicando il tempo libero alle sue passioni e alla solidarietà, e aveva pochissimi amici, che incontrava o sentiva raramente, perché preferiva restare da solo per occuparsi di tutti i suoi impegni lavorativi e ricreativi. Non aveva dunque alcun motivo per cui sentirsi talmente inquieto eppure, quel giorno, lo era e la consapevolezza di questo lo agitava di più.
Tenendo gli occhi fissi sulla strada che, comunque, non si vedeva, Gianni prese una sigaretta e l'accese, mentre il cielo veniva nuovamente lacerato da un fulmine. Abbassò poi leggermente il finestrino per far uscire il fumo, incurante dell'acqua che penetrava dentro l'abitacolo, e saltò sul sedile a causa del tuono assodante consecutivo alla folgore. Convinto che il boato avesse rotto qualcosa dentro di lui, tolse gli occhi dalla strada, in ogni caso introvabile, per recuperare la sigaretta finita in mezzo alle gambe. Quando guardò di nuovo innanzi a sé, si accorse che stavolta la strada si vedeva: aveva improvvisamente smesso di piovere e un raggio di sole, facendosi largo tra le nubi, illuminava una figura solitaria che camminava senza ombrello a una trentina di metri da lui.
Non ebbe il tempo di tirare un sospiro di sollievo né di chiedersi chi fosse quel tale che le nubi si chiusero nuovamente, la pioggia riprese a cadere più forte di prima e il parabrezza fu velato di nuovo dall'acqua. Preoccupato per il tizio, Gianni abbassò completamente il finestrino, gettò via la sigaretta e, mettendo la testa fuori dall'abitacolo, si avvicinò lentamente all'altro che proseguiva imperterrito nel temporale.
«Ehi!» urlò «Ehi! Che ci fate sotto la pioggia?!»
L'uomo parve non sentire, così Gianni, avvicinatosi ancora un po', lo chiamò di nuovo:
«Ehi! Ma dove andate sotto quest'acqua?!»
Stavolta l'altro si fermò e si voltò in direzione di Gianni, che ormai si era fermato al suo fianco e poté vederlo chiaramente. Era un uomo sulla settantina, avvolto in una cerata nera. Portava un vecchio bastone su una mano e sull'altra una busta della spesa, mentre in testa aveva un cappello da cowboy, saldamente legato sotto il mento. Il suo volto era segnato dalle rughe e i suoi occhi trasparivano una bontà innata:
«Non dovevi fermarti, posso proseguire da solo.» rispose l'uomo, senza mostrare alcuna emozione.
«Ma che state dicendo, non vedete come piove?! Salite che vi do un passaggio.»
«D'accordo giovanotto, come preferisci.»
L'uomo girò dall'altra parte e si imbarcò sull'automobile, mentre Gianni, rimessa la testa dentro l'abitacolo, alzò il finestrino e ripartì.
«Guardate come siete conciato!» disse, guardando incuriosito il cappello da cowboy «Siete tutto inzuppato! Ma si può sapere che ci facevate da solo in questo diluvio?!»
«Doveri, giovanotto. Doveri.»
«Doveri? E non avete nessuno, un parente o un amico che possa accompagnarvi?»
«Purtroppo i miei impegni non prevedono la presenza di altri . Ecco perché ti avevo detto che avrei proseguito da solo.»
«Vabbè, potevate farvi accompagnare, dire di attendervi in macchina per sbrigare i vostri obblighi e una volta finito potevate farvi riportare a casa. Tenete...» Gianni prese dei pacchi di fazzoletti dal cruscotto e li porse all'anziano «Intanto, asciugatevi come potete. Dove dovete andare che vi porto io?»
«Te l'ho detto, dove vado io non può venire nessuno... e comunque, non ho parenti né amici.» sorrise l'altro, accettando i fazzoletti e cominciando ad asciugarsi, senza togliersi il cappello né l'impermeabile.
«Questo mi dispiace però ormai siete a bordo e vi accompagno io. Ditemi dove andate, così vi lascio lì e me ne vado.»
«Grazie giovanotto. Tutte le persone che ho incontrato finora sono state scortesi e offensive, mentre tu sei molto gentile. Ma come ti ho già detto, questo non è possibile. Dove vado io non può venire nessuno, neanche tu.»
«Allora facciamo così: ditemi una zona nelle vicinanze. Così io non so dove andate e voi non dovete rivelarlo. Va bene?»
Il vecchio si mise a ridere, perché Gianni lo fissava con un'espressione buffa: «Neanche così va bene, giovanotto. Pensa a guardare la strada.»
«La guardo la strada, la guardo... anche se non si vede nulla. Comunque non capisco una cosa. Se nessuno può accompagnarvi dove dovete andare, perché allora siete salito a bordo?»
«Vuoi saperlo davvero?» lo fissò l'anziano.
Gianni lo guardò come inebetito e rispose: «Certo.»
«E va bene, te lo dirò.»
L'uomo restò in silenzio per alcuni istanti e Gianni, che ormai non stava nella pelle, esclamò: «Allora?!»
«Perché hai insistito.» il vecchio scoppiò a ridere.
«Ma che risposta è questa!» protestò Gianni «Siete salito a bordo soltanto perché ho insistito?»
«Ti sembrerà strano ma è proprio così. Di solito nessuno mi cerca, mi rivolge la parola o attira la mia attenzione per fare qualcosa per me, come hai fatto tu. In genere, tutti lo fanno perché vogliono avere qualcosa da me, e attualmente accade talmente spesso che mi sono stancato. Non mi va più di fare questo lavoro...»
«Beccato! Quindi è per lavoro che state andando a...»
«Tanto non ci casco, giovanotto.» rise l'altro «Ricordati che sono più adulto e ho più esperienza di te.»
«Va bene, ci ho provato... Comunque, almeno questo potete dirlo: è per lavoro che vi trovate qui?»
«Sì, diciamo di sì.»
«Bene. E si può sapere quale?»
«Mmm... Non fare troppe domande, però.» lo intimò l'anziano, cercando di farsi serio senza riuscirci.
«Avanti, l'ho capito da un pezzo che non riuscite ad essere duro...»
«È così evidente? Strano, pensavo...»
«Non cambiate argomento. Stavate dicendo qual è il vostro lavoro.»
«Ah già!» il vecchio gli strizzò l'occhio «Diciamo che il mio è uno dei... anzi, direi, sì, è il lavoro più antico che esista.»
«Mi state prendendo in giro?» Gianni fermò l'automobile e lo guardò severamente.
«No, non quello!» rise l'altro, aggiustando il cappello «E comunque neanche tu sei credibile in termini di seriosità. Si vede che stai trattenendo le risate.»
Gianni scoppiò a ridere e ripartì: «E quale sarebbe questo lavoro più antico che praticate?»
«Diciamo che è un lavoro in base al quale ogni cosa, persona o fenomeno acquisisce un senso.»
«Acquisisce un senso eh...» Gianni cominciò a pensarci su.
«Anche se...» riprese l'altro.
«Anche se... che cosa?»
«Anche se tutto acquisisce un senso agli occhi altrui e non sempre ciò corrisponde con quanto avrebbe dovuto davvero significare.»
Un fulmine tagliò il cielo e un tuono fece vibrare l'abitacolo. Gianni saltò sul sedile, mentre l'altro restò impassibile.
«Accidenti a questi tuoni... Dunque, se non ho capito male, voi fate il lavoro più antico con cui tutto acquisisce un senso, per gli altri... ma non sempre è il senso giusto. Giusto?»
«Giusto.»
«Io non ci ho capito niente.»
I due scoppiarono a ridere.
«Avanti, mi dia qualche altro aiuto?» richiese Gianni.
«Allora, vediamo... Ah ecco! Il mio è il lavoro più antico ma anche l'ultimo, il lavoro ultimo.»
«Ultimo eh...» Gianni si mise a pensarci su.
«Sì, ultimo, nel senso di finale, conclusivo, definitivo...» disse serio l'uomo mentre un fulmine divideva il cielo e un tuono faceva traballare l'abitacolo.
Anche Gianni lo guardò in maniera austera: «No, non ci capisco niente.»
I due scoppiarono nuovamente a ridere, poi ripresero a discutere.
«Non fate prima a dirmi che lavoro è?»
«Non posso. Ti ho già aiutato.»
«Ma insomma, non potete dirmi dove andate, non potete dirmi che lavoro fate... almeno si può sapere come vi chiamate?»
L'uomo si mise una mano sul mento e cominciò a pensare, fissando il vuoto. Poi si voltò verso l'altro e rispose: «No.»
«Come no?!» Gianni non credeva alle proprie orecchie «Neanche il nome?!»
«Il mio nome è il lavoro che faccio, il più antico e l'ultimo.»
La macchina passò sopra una pozzanghera più profonda del solito, sballottando i passeggeri qua e là, mentre un fulmine e un tuono fecero tutto il resto.
«Va bene va bene, ho capito. Torniamo un po' indietro. Prima avete detto che non vi va più di fare questo lavoro incredibile ed eccezionale, antico e ultimo, che è anche il vostro nome.»
«Infatti.»
«Posso sapere perché?» Gianni fermò l'automobile e lo fissò.
L'uomo girò lo sguardo nella sua direzione e rispose: «Sì.»
«Aaahhh! Finalmente si può sapere qualcosa!»
«Comunque la risposta era presente nell'affermazione precedente. Tutti vogliono avere qualcosa da me, e stanno diventando in troppi. Certo, ci sono stati momenti in cui questo è già avvenuto, molte volte nella storia Nazioni, popoli o tribù hanno richiesto me e il mio lavoro ma adesso è diverso. Sono stanco. Vorrei che gli altri facessero qualcosa per me.»
«Aspettate. Che significa che “nella storia” hanno richiesto voi e il vostro lavoro?»
«Beh, quello che hai appena detto. Dovrebbe avere un altro significato?»
«Non parlo di significato della frase ma di “nella storia”. Scusate, quanti anni avete? O non si può sapere nemmeno questo?»
Il vecchio sogghignò, si sistemò il bastone e la busta e rispose: «Questo si può sapere.»
«Bene. Allora?»
«Tu quanti me ne dai?»
«È scortese rispondere a una domanda con un'altra domanda!»
«Avanti, provaci!»
«E va bene.» Gianni lo osservò con aria indagatrice e disse: «Ne date a vedere una settantina ma ho l'impressione che non sia così.»
«Cosa te lo fa credere, giovanotto? Troppe rughe?» l'anziano si guardò nello specchietto e cominciò a toccarsi il viso.
«No no, anzi, pare ne abbiate poche. Ma quel “nella storia” puzza un po'. E finitela di guardarvi allo specchio!» Gianni mise a posto lo specchietto, non senza notare che il volto riflesso su di esso era diverso rispetto a quello dell'uomo seduto al suo fianco. Un brivido gli percorse la schiena, mentre un fulmine fratturava il cielo e un tuono faceva oscillare l'abitacolo.
«Scusami.» il vecchio si ricompose, accorgendosi che Gianni era rimasto segnato da quello che aveva intravisto «Non dovevo specchiarmi. E tu non dovevi fermarti!»
Gianni vinse la paura suscitata dalla fuggevole visione e rispose:
«Non ricominciamo con questa storia! “Nella storia”... Oh, accidenti! Forse ho capito chi siete: un fantasma!»
L'anziano lo guardò seriamente, fece finta di ragionarci su, cominciò ad assentire e poi disse: «Bravo! Finalmente hai capito che... no.»
I due scoppiarono a ridere, Gianni diede una pacca sulla spalla del vecchio, quest'ultimo su quella di Gianni, e così proseguirono due-tre volte, mentre fuori i fulmini e i tuoni si ripetevano ad ogni movimento dei due, come collegati a loro.
«Comunque ti sei avvicinato.»
«Quindi se non siete un fantasma siete uno spirito...»
«Ma quale fantasma e spirito! Non esistono queste cose qua! Intendevo che la tua impressione era corretta. Non ho settant'anni, magari fosse così. Ne avrò almeno settanta volte non so quante volte settanta miliardi circa, mio caro Gianni.»
Fulmini e tuoni. Il vecchio lo osservò seriamente e scoppiò a ridere. Gianni fa lo stesso.
«Sapevo di avere indovinato!»
«Ma se non hai detto niente.»
«Ecco, sempre ad interrompere, fatemi parlare! Ero indeciso tra il becchino e Dio ma, viste le vostre ultime dichiarazioni, direi che siete Dio.»
L'anziano restò a bocca aperta e chiese: «Come lo hai capito?»
«Hai detto il mio nome poco fa. Solo Dio può saperlo.»
«Ah sì?»
«Sì.»
«Ah. Mi è sfuggito. Bravo! Finalmente hai capito che... no.»
Gianni lo fissò in maniera seriosa: «Lo sapevo.»
«E allora perché hai detto “Dio”?»
«Per vedere la vostra reazione.»
«Non è scortese prendere in giro la gente?»
«Beh anche voi siete stato scortese prima...»
«Allora siamo pari.»
«Giusto, siamo pari.»
«Uno a uno.»
«Ics.»
Fulmini e tuoni.
«Stavolta non c'entravano.»
«Come no?»
«In genere li producete quando fate finta di dire cose serie.»
«Ah è vero, scusa. Mi sono confuso.»
«Allora è vero che siete voi a produrli?»
«Certo, chi dovrebbe produrli? Aspetta un attimo Gianni. Hai imbrogliato.»
«Ho solo tirato ad indovinare... e ci siete cascato.»
«Non si fa così.» disse il vecchio, alzando l'indice in direzione del cielo e un fulmine subito ebbe origine. Poi il vecchio chiuse il pugno e lo mosse in direzione del finestrino al suo fianco, e subito un tuono fece traballare l'abitacolo.
I due si lasciarono andare in una risata e si diedero tante di quelle pacche che le spalle cominciarono a fare male a entrambi.
«Non sarebbe ora di far terminare questo temporale?» propose Gianni, ormai tranquillo e sereno.
«Tu dici? A me piace così tanto...» rispose l'altro, con aria malinconica, guardando oltre il finestrino, mentre la pioggia cominciava a rallentare il suo ritmo.
«Dovreste saperlo che ogni cosa ha un suo tempo e non può durare per sempre! Voi, meglio di chiunque altro, che fate il lavoro di...»
«Non dirlo! Non dirlo! Non dirlo!»
«Va bene non lo dico... Voi, meglio di chiunque altro, che vi chiamate...»
«Non dirlo! Non dirlo! Non dirlo!»
«Ah ah ah! Ve l'ho fatta di nuovo, non lo dico!»
«Aaahhh!»
«Avanti, è il momento di far tornare il sole.»
«È che mi ero affezionato a questo viaggio in macchina...» il vecchio mostrò nuovamente la sua amarezza.
«Anch'io, ad essere sincero.» sorrise Gianni, porgendo all'altro una sigaretta «Dai, una sigaretta insieme e poi andiamo. In fondo, il vostro è un lavoro importante, anche se siete sempre da solo. Ma se non lo svolgete, niente ha senso in questo mondo.»
«Hai ragione, Gianni. E comunque, ormai siamo amici e puoi darmi del tu.»
«D'accordo, ti do del tu.»
I due accesero la sigaretta e iniziarono a fumare. Il vecchio chiese: «Veramente hai capito chi sono e qual è il mio lavoro? Non dirlo però! Altrimenti devo portarti con me e, come ti ho detto all'inizio, non puoi venire dove vado io.»
«Non lo dico! Tranquillo! Altrimenti dovrò venire con te e, anche se sei un buon amico, non voglio ancora.»
«Però insieme ci divertiremmo! Potremmo viaggiare sempre in automobile, parlare continuamente, fumare...»
«Ne sono certo, ma ho ancora molte cose da fare. E poi, oggi ho capito due cose importanti.»
«Primo: che sei stanco della solitudine e che in fondo, anche tu, vorresti un po' di compagnia. Ma il tuo lavoro è importante e devi farlo soltanto tu, altrimenti tutto perderebbe di significato. Secondo: che anch'io sono stanco della solitudine e che, tra le cose più importanti che ho da fare, la prima fra tutte è passare il resto della mia vita assieme a qualcun altro. È questo, finalmente l'ho capito, di cui avevo paura, quando mi sono imbattuto nel temporale. Ma adesso so che cosa devo fare.»
«Bravo!»
«Grazie.»
«Prego.»
«Quando questo acquazzone sarà finito, andrò a trovare una ragazza. Al liceo stavamo insieme e stavamo bene. Nella pausa dividevamo sempre del pane caldo con acciughe e olio d'oliva. Davvero buono. Poi il lavoro, l'Università, la scomparsa dei miei mi hanno allontanato da lei ma sono sicuro che tutto è rimasto così come un tempo. Lei è ancora a casa. Da sola, come me, e vive della sua attività. Mi sono reso conto che mi manca tanto e, anche se forse è troppo tardi, voglio dichiararle quello che provo per lei.»
«Era quello che volevo sentire, Gianni. Adesso, posso anche andare.» l'anziano mosse lentamente le mani, come per pulire il parabrezza, e subito smise di piovere e le nubi si diradarono. Il sole cominciò a splendere e a penetrare dal parabrezza oltre il quale, finalmente, si vedeva chiaramente la strada. Il vecchio posò una mano sulla spalla di Gianni, gli sorrise e prese la maniglia dello sportello ma Gianni gli afferrò l'altro braccio e lo fermò.
«Prima che te ne vada» disse «mi toglieresti una curiosità?»
«Certo giovanotto! Dimmi tutto.»
«Mi dici perché ti porti dietro quella roba? Di solito non giri con falce e mantello nero?»
«Di solito! Ma mi sono stancato anche di quel look e ho preferito cambiare, mettermi al passo coi tempi. Il bastone mi serve per appoggiarmi, tanta è la mia stanchezza, caro Gianni.»
«Non fare il melodramma ora, e vai avanti!»
«Vado avanti, sì! Nella busta invece ci metto la mietitura. La cerata naturalmente la uso per coprirmi, non mi va a genio che la gente mi guardi nudo! Sono tutto pelle e ossa, sai?! Anzi, più ossa che pelle!»
«E il cappello da cowboy? Quale sarebbe la sua utilità?»
«Nessuna. Mi piace e basta. Sto bene vero?» sorrise il vecchio, scendendo dalla Toyota.
«Lasciamo stare...» sbuffò Gianni, per nulla convinto della scelta dell'altro.
«Lasciamo stare sì! Non capisci nulla di look!»
«Iooo?»
«Tu!»
«Ma vaaa!»
«Infatti, sto andando! Te l'avevo detto!»
«Che cosa?»
«Non dovevi fermarti, non era la tua fermata. Vai anche tu...»
«Dove devo and...»
L'anziano scomparve improvvisamente, dal nulla comparso al nulla tornato. Gianni si chiese se quella conversazione fosse davvero avvenuta o se fosse stata soltanto frutto della sua immaginazione ma vedendo il bivio per il Paese, il sole alto nel cielo e sentendo l'odore della terra, quell'odore che lo portava a vecchi ricordi e nuove promesse, non ci pensò più. Sorrise, mise la prima e ripartì.
Arrivò a destinazione pochi minuti più tardi. Aveva i capelli fradici ed era bagnato per metà del corpo ma non gli interessava. Si mise innanzi alla porta, magro com'era sembrava un lampione con una pianta sulla testa. La porta era aperta, una tenda blu come il cielo lasciava passare dall'interno il profumo di pane caldo con le acciughe ed olio d'oliva.
Gianni suonò il campanello, il cuore trepidante, e sentì una voce femminile chiedere chi fosse. Dei passi si avvicinarono all'uscio e una mano con le unghie rosse come peperoncino spostò di lato la tenda. L'altra mano agguantava un pezzo di pane morsicato da una donna bellissima, esattamente come la ricordava, che appena lo vide si lasciò andare in un sorriso meravigliato.
«Ciao Federica.» disse Gianni.

sabato 3 dicembre 2016

Un giorno NO


- di Saso Bellantone

Avete presente quei giorni in cui non avete voglia di fare nulla? In cui vorreste restare a letto per tutto il tempo e, invece, siete costretti ad alzarvi? In cui, una volta alzati, tutto va storto?
Bene. Questo è uno di quelli. Un giorno no.
È domenica mattina. Oggi non si lavora. Si può oziare serenamente tra le coperte o continuare a dormire, lasciando tutto alle proprie spalle.
E invece no!
Non solo lei ti ha costretto a dormire in posizioni circensi per tutta la notte, dicendoti “Ho freddo, abbracciami!”, non solo lei ti ha rubato le coperte per tutta la notte, trasformandoti in un pinguino, non solo lei ti ha sfrattato dalla tua parte del letto perché la sua non le bastava, costringendoti a dormire in bilico tra lo spigolo del materasso e il vuoto, lo stesso vuoto percepibile dalla terrazza di un palazzo di 50 piani, ma adesso ti prende a gomitate, calci, testate, continuando a dormire placidamente. Guardi lei e poi il soffitto, oltre il quale un dio burlone sembra darti l'ok dall'alto dei cieli e, sospirando, lasci che i tuoi timpani siano perforati dal dolce suono simile a quello di un boing 787, proveniente dal piano inferiore, dove, alle 7:00 di mattina, una brava donna ha pensato di cominciare in anticipo le pulizie extra della casa, partendo dall'aspirapolvere.
“No! l'aspirapolvere no!”
È fatta. Non puoi riposare. Sei costretto ad alzarti e a cominciare la tua giornata prima del previsto, perché sei figlio di uno zio minore, dal momento che dio ti guarda dall'alto con occhiali 3D e popcorn, incitandoti a proseguire.
Bene. Sposti le coperte e lasci che il freddo della Siberia accarezzi il tuo corpo per rassodarlo un altro po', visto che il trattamento congelante notturno non è bastato.
“No! Il freddo no!”
Ti alzi velocemente dal letto e appoggi i piedi per terra, nella speranza di raggiungere al più presto la stufa e poterti riscaldare, ma anche il pavimento è freddo e, inoltre, stranamente umido. Forse è stata un'inondazione notturna ma dal momento che abiti al terzo piano pensi di aver dimenticato qualche finestra aperta e che abbia piovuto; poi, ti chiedi come mai Bobby, quel vecchio labrador guastafeste, non sia ancora venuto a darti il buongiorno e annusando il delicato profumo simile a quello dei cessi pubblici, ti rendi conto che qualcuno ha fatto la pipì proprio di fianco al posto tuo del letto.
“No! La pipì no!”
Ti asciughi i piedi alla meno peggio con le calze di spugna e ti dirigi verso il bagno ma stamane il pavimento sembra essere stato soggetto a un'alluvione biblica – dio alza le mani, in segno che lui non c'entra nulla. Accendi la luce e noti che il tuo caro amico a quattro zampe, Bobby, ha marcato tutta la casa con i suoi schizzi. Forse perché Bobby è un discendente del cane di Picasso, forse perché non è mai stato un cane dispettoso ma ha improvvisamente deciso di diventarlo, in ogni caso per muoverti in casa hai bisogno di una gondola o di un motoscafo.
“Bobby!” – maledetto bastardo, dici nella tua mente – “Bobby vieni che ti do i biscotti!” lo chiami invano ma il labrador sembra essere scomparso, svanito come parola sulla punta della lingua.
Entri in bagno, ti lavi piedi e riempi un secchio con acqua, candeggina e straccio e ripulisci tutto il pavimento della casa, chiedendoti ancora dove sia finito il tuo amico a quattro zampe, probabilmente invisibile come l'uomo del romanzo. Poi lo vedi, dietro il portaombrelli all'ingresso dell'appartamento, in una strana posizione aerobica: fa il ponte, come quello di Brooklyn o di Sant Louis Re.
“No! La cacca no!”
“Bobby fermo che andiamo sotto!”.
Prendi il guinzaglio, apri la porta, corri giù per le scale come maratoneta, apri il portone, esci nel giardino comune, lasci che Bobby dia il meglio di sé sul prato e ti accorgi che non hai né guanti né buste.
“No! I guanti no!”
Metti le mani in tasca e ti rendi conto non solo che non hai le tasche, perché sei ancora in pigiama, ma che non hai proprio le chiavi di casa e che sei rimasto fuori!
“No! Le chiavi no!”
Suoni il campanello. Al citofono risponde lei: “Che fai fuori a quest'ora? Dove sei stato?”.
“Poi te lo spiego. Apri per favore”.
Torni a casa. La signora del piano di sotto, sempre con l'aspirapolvere in moto, ti dà il buongiorno. Ricambi di corsa e vai su. Liberi il dannato amico, prendi l'occorrente e lei ti chiede se hai fatto il caffè: “Lo faccio subito, il tempo di scendere e di risalire” rispondi.
Vai giù, ripulisci tutto e citofoni di nuovo, perché hai di nuovo dimenticato le chiavi: “Chi è?” dice lei.
“Buongiorno sono il lattaio... Mi apri di nuovo per favore?”
“Ma che ci fai di nuovo giù?”
“Poi te lo spiego.”
Torni di nuovo a casa e lei ti fa i complimenti per aver fatto pulizie di primo mattino e ti chiede che ne è del caffè: “Normale o macchiato?” la prendi in giro, trattenendo i nervi.
“Normale normale... Vuoi dirmi dove sei stato?”.
“Poi te lo spiego.” sbuffi.
Prendi la moka, che ovviamente ti cade dalle mani, la raccogli, la sciacqui, prendi il contenitore e scopri che il caffè è finito.
“No! Il caffè no!”
Spieghi la questione a lei, la quale disapprova perché dovevi prenderlo tu ieri, e vai in bagno per lavarti i denti, cambiarti e andare al bar.
“No! Il dentifricio no!” il dentifricio è finito così, consapevole che residui di esso rimangono nello spazzolino, provi a lavarti i denti lo stesso: apri il rubinetto dell'acqua fredda ma stranamente non scende goccia alcuna. Sei perplesso. Richiudi e apri quello dell'acqua calda. Nessuna goccia.
“No! L'acqua no!”. Non c'è acqua, lo scaldabagno è spento e non c'è luce, dunque il motorino non funziona.
Sciacqui i denti con l'acqua imbottigliata, apri l'armadio per prendere i vestiti puliti e ti accorgi che non ce ne sono: sono tutti nel contenitore degli abiti sporchi e devono essere lavati oggi.
“No! I vestiti no!”
Apri lo scatolo coi panni estivi. Metti un paio di pantaloncini, una maglietta hawaiana e, infilato il giubbotto, corri al bar sotto casa per prendere i caffè ma il bar è pieno di gente.
“No! La fila no!”
Aspetti il tuo turno prima alla cassa poi al bancone, mentre la gente ti guarda sbalordita. Sorridi, mandando tutti a quel paese, e finalmente chiedi i caffè: “Uno qui, uno da portare via”.
Il barista ti serve prontamente e prontamente il caffè ti cade addosso.
“No! Il caffè no!”
Ti asciughi come puoi, mentre barista e titolare ti fanno mille scuse, ritiri il caffè da portare via e incontri Carlo, vecchio amico d'infanzia, il quale ti ricorda che oggi si vota per il referendum. Che è un tuo diritto. Che non puoi mancare. Che devi andare a votare.
“No! Il referendum no!”
Torni a casa. Sali le scale. Saluti di nuovo la vicina con l'aspirapolvere, augurandole, dentro di te, di essere aspirata anche lei, porti il caffè alla tua donna, la quale ti chiede di portare fuori Bobby, anche se toccava a lei. “Già fatto!”, rispondi, torni allo scatolo dei panni estivi, metti un altro paio di pantaloncini, un'altra maglietta, un altro giubbotto e corri alla porta ma il tuo amico a quattro zampe è piazzato davanti ad essa come una statua. Sembra un posto di blocco: “O paghi il dazio o non ti faccio uscire” sembra dire Bobby.
Vai in cucina, prendi i biscotti, glieli dai, gli fai due carezze promettendogli che dopo farete i conti, esci e arrivi a scuola in perfetto orario per l'apertura delle urne.
“No! La fila no!”
Anche qui c'è fila e tutti ti squadrano dalla testa ai piedi, incuriositi. Aspetti il tuo turno e si mette a piovere.
“No! La pioggia no!”
Ti ripari come puoi ma passa troppo tempo, cominci a starnutire e ti rendi conto che una febbre non te la toglie nessuno.
“No! La febbre no!”
Sei dentro. La fila scorre veloce ma un'anziana davanti a te impiega 2 minuti per fare 1 metro e sono almeno 30 i metri per arrivare al seggio, più 5 andata e ritorno per firmare, votare e inserire la scheda nell'urna.
“No! L'anziana no!”
Il tempo passa lentamente, l'anziana ancora di più ma finalmente tocca a te. Ti avvicini al presidente, metti le mani nel giubbotto e ti rendi conto che non hai la scheda elettorale né il documento d'identità.
“No! I documenti no!”
Torni a casa. La vicina è ancora con l'aspirapolvere – ti chiedi che cazzo aspiri da una mattinata –, lei ti chiede l'ora e tu rispondi “No! L'ora non la so!”, prendi i documenti, Bobby ti porta la pallina “No! La pallina no!”, apri la porta e senti la voce piagnucolante di Michela, tua figlia, proveniente dalla sua camera.
“No! Michela no!”
Vai nella camera, la calmi e lei ti chiede una storia. Rispondi “No! La storia no!” e lei si mette a piangere di nuovo, così le racconti la storia e lei si addormenta di nuovo ma squilla il cellulare e lei si sveglia nuovamente, tornando a piangere.
“No! Il cellulare no!”
È un call center. Rispondi chiaramente che “No! No cambi tariffa!”, racconti un'altra storia a Michela, si addormenta ma arriva lei e la sveglia: “Amore! Svegliati amore che facciamo colazione”.
“No! Lei no!” la guardi seccato, nauseato, vorresti darla in pasto ai leoni ma ti chiedi soprattutto perché con te Michela piange e con lei no. Non lo sai, ma sai che devi tornare al seggio per votare. Mentre sciacqua la moka, lei ti chiede se fai colazione con loro e rispondi seccamente “NO!”, chiedendoti perché con lei l'acqua scende e con te no.
Esci. Dio fa il tifo per te. Arrivi a scuola. Di nuovo fila, maggiore di quella di prima. Di nuovo una vecchia prima di te, più lenta di quella precedente. Poco più avanti, la vicina con l'aspirapolvere: che cazzo ci fa con l'aspirapolvere alle votazioni? Di nuovo tutti ti guardano esterrefatti: ci sono 7 gradi al sole e tu sei in pantaloncini. Ci vorrà almeno un'ora prima che possa toccare a te e ormai sono le 11:00.
“No! Le undici no!”
Dovevi andare allo stadio, assieme a Franco e Giulio, per la partita d'eccellenza.

Finalmente sei nell'urna. Hai firmato, consegnato i documenti, ritirata la scheda e adesso, matita alla mano, puoi votare, puoi scegliere, puoi dichiarare all'universo intero con una sola parola come la pensi a proposito del referendum costituzionale.
Ci sono due quadratini. Ognuno al suo interno ha una parola: Sì e No.
Ripensi alla tua mattinata. Al freddo, all'aspirapolvere, alla pipì, a Bobby, a lei, al dentifricio, all'acqua, ai vestiti estivi, al caffè, alla fila, alla vecchia, a Michela: una mattinata assurda. Ripensi al senso della consultazione referendaria: cambiare la costituzione, accentrando i poteri nelle mani della casta e a scapito del popolo.
Guardi la scheda e i quadratini. Sai benissimo come votare. C'è solo una parola capace di esprimere tutto quello che provi. Due lettere per dire come la pensi.
Avvicini la matita al quadratino e tracci una X con tutta la rabbia che hai accumulato nel corso della giornata ma sul quadratino non rimane alcun segno.
Riprovi.
Niente, la X non si traccia.
Giri la matita.
La guardi.
Ha la punta rotta.
“No! La matita no!”.

lunedì 31 ottobre 2016

Al diavolo in padella


- di Saso Bellantone

«Sì pronto» rispose, sbadigliando e strofinandosi gli occhi.
«Allora, sei dei nostri oppure no? Ti ho inviato un whatsapp un'ora fa e non hai più risposto.»
«Dici?»
«Dico? Fabio vaffanculo! Non mi dire che stavi già dormendo?»
«Mirko t'incazzi se ti dico che ero nel meglio del sonno?»
«Se m'incazzo? E a me che me ne fotte? La vita è la tua. Ormai sei diventato vecchio. Nove di mattina, nove di sera. È questo il tuo tempo vitale. Poi sempre a dormire.»
«Non abbiamo più vent'anni. Abbiamo bisogno di dormire di più, il corpo lo richiede, così come richiede il tabacco, più tabacco.» disse Fabio, riaccendendo la sigaretta spenta sul posacenere.
«Veramente sarebbe il contrario, dovremmo dormire e fumare di meno. Sei sempre il solito sottosopra.»
«No, siete voi altri ad essere al contrario. Il mondo intero va al contrario.»
«Se se... finiamola con la filosofia e veniamo al dunque: ceni con noi in pizzeria per una rimpatriata o preferisci startene a letto coi tuoi fumetti?»
Fabio espirò il fumo e spense definitivamente la sigaretta, guardando l'orologio del pc appena riacceso, che segnava le 20:17.
«A che ora ci vediamo e dove?»
«Alle 21:00. Al diavolo in padella.»
Un brivido attraversò la schiena di Fabio.
«Ok ci sono. Il tempo di una doccia e arrivo.»
«Non ti ritardare al solito tuo! Chi tardi arriva male alloggia e, soprattutto, beve meno birra.»
«Sei tu il ritardatario e, soprattutto, il poppante.» Fabio sorrise, bevendo l'ultima goccia di Ceres che aveva di fianco al pc «Comincia a ordinare il primo giro.»
«Ah ah ah! Ora ti riconosco! Ok allora a dopo.»
«A dopo.»
Fabio richiuse il cellulare e, dirigendosi direttamente in bagno per fare la doccia, lo lasciò sulla scrivania, in mezzo alle cianfrusaglie di cui era sommersa. Accendini, filtri, cartine, tabacco, posacenere, muffin mangiati a metà, piatti sporchi, pezzi di pane, biscotti, tazzine, tovaglioli accartocciati, occhiali da sole, deodorante, gomme da masticare, chip, microchip, fili, saldatore, stagno, schede madri smontate, penne, pennarelli, fogli, libri, fumetti, fumetti e altri fumetti ancora. Horror, Splatter, Mostri, Satanic, Zagor e soprattutto Dylan Dog. Tanti Dylan Dog. Dall'Alba dei morti viventi a Il modulo A38 li aveva tutti, comprese le edizioni speciali, albi e almanacchi. Era talmente patito da aver aperto un blog sull'indagatore dell'incubo ed essere stato contattato dalla Sergio Bonelli per le recensioni ufficiali di ogni nuova uscita. Leggeva naturalmente di tutto, dai romanzi distopici alla poesia alle riviste specializzate di scienze e matematica, ma credeva che la letteratura horror avesse qualcosa in più. Considerava infatti la realtà troppo scientificamente provata, troppo scontata. La letteratura horror invece dava la possibilità di guardare il mondo da più di un'altra prospettiva e, in particolar modo, offriva l'occasione di osservarlo criticamente e da più vicino, pur essendo molto lontani da esso. Era questa la sua vita. Lavorava come riparatore in un negozio di computer di Sambiase, dal mattino alle 16:00, senza sosta, poi si dedicava interamente alla sua passione horror, tranne in alcuni casi in cui era costretto a portarsi il lavoro a casa. Il più delle volte, si addormentava sulla scrivania dove, tavolo da lavoro a parte, passava la maggior tempo a leggere e a recensire o a guardare qualche film o serie televisiva sempre di stampo horror. Una vita monotona, insomma, semplice ma per lui soddisfacente. L'unico contatto che aveva con il mondo esterno erano i social e alcune app con i quali si teneva in contatto con i vecchi amici. Li vedeva raramente, nelle ferie natalizie, pasquali o estive, a seconda dei casi, o come questa volta, per il ponte di Ognissanti. Lavoravano tutti fuori, chi al Nord chi all'estero, e un'occasione per incontrarsi e stare un po' assieme non se la sarebbe fatta sfuggire. Certo, se Mirko non l'avesse chiamato, a quest'ora starebbe ancora dormendo faccia alla scrivania.
Uscì dal bagno rapidamente e con la stessa rapidità prese i primi abiti che aveva sottomano, li indossò, raccolse i suoi inseparabili cimeli all'interno della borsa a tracolla verde militare – accendino, filtri, cartine, tabacco, auricolari, cellulare, moleskine e portafogli – e si fiondò fuori dalla porta ma non diede il tempo a quest'ultima di chiudersi che tornò indietro sui suoi passi, prese le chiavi di casa e uscì nuovamente ma tornò ancora una volta indietro per prendere gli occhiali da sole e, stavolta, uscì definitivamente. Malgrado l'ora fosse tarda, amava uscire con i Ray Ban rosa anche di notte. Aveva un rapporto morboso con essi: li considerava come un filo invisibile che lo teneva collegato al mondo dell'horror cui tanto era legato.
Arrivò al Diavolo in padella in ritardo di soli 5 minuti, come l'amico Mirko aveva previsto, sotto i raggi di una luna piena ora coperta ora no da una nuvola senza pioggia, che rendeva quella notte di Halloween davvero magica. Proprio come nei fumetti che amava tanto. L'ingresso del ristorante-pizzeria era al quanto scenico per quella sera: oltre la celebre insegna che recitava il nome del locale, alla sinistra della porta c'era un uomo travestito da diavolo con corna forcone e tutto il resto, dietro un barbecue completamente infuocato sulla cui griglia vi era un padellone fumante, che lanciava maledizioni e imprecazioni a chiunque entrasse.
«Stanotte avrò la tua anima!» gli disse l'uomo-diavolo, ridendo maleficamente.
«Vedremo chi l'avrà vinta.» rispose Fabio, contento della trovata.
Oltrepassata la soglia, una donna-diavolessa molto sexy, aveva un bichini nero attillato, le corna nere alla testa e le zanne da vampiro, gli disse: «Dimmi qual è il tuo tavolo o ti porterò via l'anima!»
«Puoi portarmela via, tesoro, non so qual è.» rispose Fabio, fissando, diciamo così, la parte migliore di lei.
«Ehi Fabio siamo qui! Lascia stare la diavolessa!» uno degli amici, Enzo, gli fece segno di raggiungerlo, ridendo e facendo ridere non solo gli altri amici che erano già seduti al tavolo e stavano aspettando lui, ma anche gli altri clienti seduti agli altri tavoli.
Fabio si sentì in imbarazzo e mandò a quel paese gli amici, dicendo alla diavolessa: «Sarà per un'altra volta, tesoro. A quanto pare, quello è il mio tavolo.»
«Ti accompagno io.» la diavolessa, avendo capito la situazione, lo prese sottobraccio e, una volta raggiunto il tavolo degli amici, gli diede un lungo bacio sulla bocca, destando l'invidia e la rabbia degli altri.
«Ci vediamo dopo, tesoro» disse infine a Fabio, facendogli l'occhiolino e andandosene, con una camminata pari alla sua bellezza e alla sua sensualità.
«Allora brutti stronzi, ne avete abbastanza o devo anche stendervi?!» Fabio prese in giro gli amici «Dov'è la nostra birra?»
Non fece in tempo a finire la frase, che subito un'altra diavolessa portò uno spillo di quattro litri di birra rossa, al puro malto, mentre un'altra portò i boccali. Le due lasciarono il tutto sul tavolo e prima di andarsene, mentre gli amici urlavano festosi per l'arrivo della birra, le diavolesse si avvicinarono a Fabio, lo baciarono entrambe sulla bocca e se ne andarono, dicendo anche loro: «A dopo tesoro».
Fabio guardò gli amici con un silenzio maggiore rispetto a quello che era appena sceso sul tavolo: «Ragazzi, evidentemente il mondo si sta mettendo sulla piega giusta.»
«Ma vaffanculo!» Saro, che stava già versando il liquido nei boccali, gli lanciò addosso la birra ridendo per la disperazione e provocando i commenti a raffica degli amici.
«Che vita eccezionale!»
«E sì sì!»
«Dio dà il pane a chi non ha i denti!»
«Bell'amico!»
La risata fu generale, specie per i ceffoni che le ragazze davano ai rispettivi fidanzati, con il beneplacito di Fabio naturalmente, convinto che quella sera fosse davvero speciale per lui, proprio come l'indagatore dell'incubo.
C'erano tutti. Mirko, detto “Il professore”, poiché sfoggiava saggezza su qualsiasi argomento si parlasse. Enzo, detto “Paul Newman”, per via del suo fascino col quale faceva crollare ai suoi piedi tutte le donne. Saro, detto “Il messicano”, data la sua sputata somiglianza con Benicio del Toro, e Ilaria, la fidanzata gelosa, detta “Adesso ti picchio io”, e si capisce perché. Alfonso, detto “Fonso”, semplicemente diminuitivo del nome, assieme ad Erica, la fidanzata permissiva, o meglio “per missiva”, in quanto ti mandava email, messaggi e whatsapp minatori, nel caso in cui si portava fuori a cena Fonso senza di lei. C'era Davide, detto “Golia”, per via delle sue dimensioni e perché mangiava sempre omonime caramelle a menta. Ignazio, detto “Vessicchio”, per via della sua fantastica somiglianza con l'omonimo maestro compositore. Sebastiano, detto “Sto arrivando”, data la sua spregiudicata rapidità intuitiva, e Penelope, la fidanzata, detta “Ferrari”, in quanto capace di rispondere prima ancora di formulare la domanda. Antonio, detto “Fringula”, per la sua nota somiglianza con uno strumento da pesca a mano. Infine c'erano Peppe, detto “Nek”, e si capisce perché, Giulio, detto “Omar” o meglio “O' mar”, in quanto è sempre al mare. E Franco detto “Franky” o anche “Banzai” e in alcuni casi “Arakiri” o “Il suicida” perché si getta a capofitto in qualsiasi questione e discussione, anche di estranei, prendendole di brutto.
Fu una serata divertente, passata in braccio ai ricordi e alle immancabili battute su ognuno, alternate da diversi boccali di birra, accompagnati da pizza di ogni tipo. Ogni volta che portavano un nuovo spillo o altre teglie e pietanze, le cameriere-diavolesse continuavano il loro rito, avvicinandosi a Fabio e baciandolo, il quale ormai ci aveva preso gusto, sia a baci sia all'immancabile “A dopo, tesoro”, mentre gli amici, rassegnati, si accontentavano di baciare soltanto la rossa alla spina. Quando ormai erano tutti sbronzi e si fece l'ora di andare, gli amici incaricarono Fabio di chiedere il giro di amari e il conto, data la sua confidenza con le diavolesse.
«Signorina... ehm, volevo dire, diavolessa!» Fabio chiamò la cameriera più vicina, la quale accorse subito al suo tavolo «Amaro per tutti e il conto per favore!» aggiunse, sporgendo le labbra nella sua direzione, in attesa che lo baciasse.
«Certo tesoro.» la cameriera lo baciò di nuovo, stavolta col coro da stadio degli amici, ormai abituati al suo trattamento privilegiato, che gridarono “Olè” assieme a tutti gli altri clienti, ormai parte di quella tavolata tra amici anche se erano seduti altrove.
La cameriera andò alla cassa e tornò assieme alle altre diavolesse, che portarono in ordine: un altro spillo di birra, una bottiglia di amaro, tanti boccali e bicchierini, specificando che quelli li offriva la casa, e il conto, fermandosi tutte rigorosamente da Fabio, per pagare, se così si può dire, la solita tassa.
Fabio si sentiva in paradiso, sia per l'alcool sia per il clima festoso che c'era in quel locale assieme agli amici sia per i continui baci che riceveva da una serata intera, quando, sporgendosi nuovamente in direzione delle cameriere, sbiancò improvvisamente.
Il volto delle diavolesse si era improvvisamente trasformato in quello rugoso di diavoli veri e propri, con i canini macchiati di sangue, gli artigli alle mani e la coda biforcuta. Fabio guardò lo spillo, la bottiglia e i calici e si accorse che erano pieni di una sostanza rossa troppo densa per essere birra. Era sangue, che gli amici tracannavano assetati come indemoniati, trasformandosi anche loro sotto ai suoi occhi in scheletri, zombie e mostri di ogni tipo.
Fabio si sentì come paralizzato. Si guardò intorno, in cerca di un punto di riferimento che gli assicurasse che stesse soltanto sognando ma fu peggio. Anche gli altri tavoli erano pieni di creature mostruose. Vampiri, uomini lupo, uomini pesce, spettri, streghe, uomini senza testa, senza un arto o con la gola tagliata, Freddy Krueger, Jason, Jack lo Squartatore, Mr Hyde, Frankenstein, c'erano tutti. Tutti i personaggi della letteratura horror che tanto amava erano in quel locale e stranamente interessati a lui. Persino la Signora Nera con la falce che, assieme all'uomo-diavolo che aveva visto all'ingresso del locale, si dirigeva nella sua direzione.
Le diavolesse lo bloccarono sulla sedia e spiaccicarono la sua faccia sul tavolo, mentre la Morte alzava la sua falce pronta per colpire.
«Te l'avevo detto che avrei avuto la tua anima» disse l'uomo-diavolo, con una macabra risata che coinvolse tutti i raccapriccianti spettatori.
«Lasciatemi! Lasciatemi andare!» urlò il ragazzo, agitandosi e tentando di liberarsi, mentre la risata cresceva a dismisura in boato assordante.
«Sei mio!»
«Noooo!!!»

Fabio si svegliò di soprassalto e sentì il cellulare che squillava.
«Sì pronto» rispose, sbadigliando e strofinandosi gli occhi.
«Allora, sei dei nostri oppure no? Ti ho inviato un whatsapp un'ora fa e non hai più risposto.»
«Dici?»
«Dico? Fabio vaffanculo! Non mi dire che stavi già dormendo?»
«Mirko t'incazzi se ti dico che ero nel meglio del sonno?»
«Se m'incazzo? E a me che me ne fotte? La vita è la tua. Ormai sei diventato vecchio. Nove di mattina, nove di sera. È questo il tuo tempo vitale. Poi sempre a dormire.»
«Non abbiamo più vent'anni. Abbiamo bisogno di dormire di più, il corpo lo richiede, così come richiede il tabacco, più tabacco.» disse Fabio, riaccendendo la sigaretta spenta sul posacenere.
«Veramente sarebbe il contrario, dovremmo dormire e fumare di meno. Sei sempre il solito sottosopra.»
«No, siete voi altri ad essere al contrario. Il mondo intero va al contrario.»
«Se se... finiamola con la filosofia e veniamo al dunque: ceni con noi in pizzeria per una rimpatriata o preferisci startene a letto coi tuoi fumetti?»
Fabio espirò il fumo e spense definitivamente la sigaretta, guardando l'orologio del pc appena riacceso, che segnava le 20:17.
«A che ora ci vediamo e dove?»
«Alle 21:00. Al diavolo in padella.»
Un brivido attraversò la schiena di Fabio.
Ricordò tutto. Le diavolesse, il sangue, la trasformazione degli amici, i mostri, il diavolo, la falce. Sogno premonitore o meno, si sentì terrorizzato a tal punto che per alcuni istanti gli mancò la parola.
«Non ci sono. Decisamente no.»

sabato 22 ottobre 2016

Il posto proprio


- di Saso Bellantone

Non era quello il loro posto. Bagnandosi, le foglie secche potevano far ruzzolare qualcuno giù dalle scale e rovinare la festa. Rustici, aglio e olio, vino e sott'oli erano soltanto l'antipasto di una notte da passare in allegria tra amici. Una rimpatriata, per incontrarsi dopo tanto tempo, ricordare i bei momenti vissuti assieme e rinsaldare i legami per i giorni futuri.
Non era quello il suo posto. Voleva bene agli amici, sì, ma alle riunioni spensierate, al continuo vociare e alle chiacchierate illimitate sul più e sul meno, Lazzaro preferiva l'ardua e abbondante riflessione sull'esistente, nella sua misteriosa interconnessione con tutto, e il rapimento della musica naturale, del concerto che in quella di notte di campagna sperava suonasse per lui.
Amava la campagna, la terra, qualsiasi cosa avesse un richiamo con il mondo fatato che aveva dentro e aveva accettato l'invito anche per cogliere l'occasione di starsene qualche minuto per i fatti suoi a fantasticare in mezzo al profumo della terra, degli ulivi e degli aranci.
Quella sera, però, non riusciva a lasciarsi andare. Qualcosa lo tratteneva nel mondo illusorio dei vivi, impedendogli l'accesso nel mondo vero dei sogni e degli incantesimi. Qualcosa intralciava la sua congenita predisposizione al magico, bloccandolo sulla soglia, anzi, sulla scalinata di Crono, al di qua del regno di Kairos.
Era la prima volta che gli accadeva e si sentiva impreparato, spiazzato. Dopo tutta la fatica per essere là, quella sera, i cambi di turno a lavoro, l'urgenza di trovare un passaggio, poiché la vecchia Renault 5 lo aveva abbandonato nel mezzo della statale, adesso non riusciva a sognare.
Cercò di capire il perché, di trovare in lui la ragione di quello stallo, di visualizzare la staccionata che non riusciva a oltrepassare, ma fu vano. Così, si aiutò con un esercizio per amplificare la sua concentrazione.
Cominciò a spostare, dall'alto verso il basso, tutte le foglie che il vento aveva depositato sulla scalinata. Con un piede, le raccoglieva pazientemente in un angolo, le buttava sul ripiano successivo e ripeteva la sequenza, sperando che questo lo aiutasse a trovare la soluzione, almeno, entro il tempo degli scalini e delle foglie disponibili. D'altronde, non era quello il posto delle foglie e, tra l'altro, qualcuno poteva farsi male, specialmente i bambini.
Fu allora che il silenzio divenne un boato e tutto ebbe inizio.
Lazzaro alzò gli occhi e vide una bambina vestita di edera e foglie di melograno che si muoveva nella sua direzione. I suoi passi scalzi erano talmente soffici da non far alcun rumore, come se le nuvole camminassero su un sentiero di cotone e da quest'ultimo dentro di lui. I capelli dorati erano raccolti in una treccina avvolta attorno alla testa, incoronata da fiorellini di campo. Tra le mani, unite come per trattenere dell'acqua fresca, la bambina reggeva una strana fonte luminosa.
Quando giunse innanzi a lui, la ragazzina gli sorrise e gli porse la lucetta. Incantato e senza pensiero alcuno, Lazzaro calò lo sguardo sul piccolo bagliore e il silenzio lasciò il posto alla musica e alle visioni.
Il canto di grilli, cicale e zanzare cominciò a diffondersi leggero nella fresca notte al chiaro di luna come sinfonia di un'orchestra fatta da minuscoli esseri che spuntavano da tutte le parti, da funghi, cespugli e sul dorso di gufi. Alberi autunnali, come vecchi uomini ansiosi di raccontare le loro storie, sorvegliavano immobili e rugosi l'antico rudere, ospitando tra i loro rami il sonno degli scoiattoli e la veglia delle civette. Le foglie dondolavano lentamente, cantando in sottofondo il motivo del concerto della natura notturna. In braccio a morbidi soffi d'aria, come tavole da surf per gnomi, fate e altri abitanti della fantasia, alcune di esse si staccavano dalle robuste vene delle piante e danzavano eleganti come graziose fanciulle in una pista fatta di sogni, posandosi ovunque: sulle automobili arrugginite, dimenticate anche dalla dimenticanza; sulla cuccia dei cocker, appisolati ognuno tra le orecchie dell'altro; sull'instancabile terra intenta ad alimentare la vita; sulle scale della vecchia villa, colorandole di svariate tonalità di giallo rosso e marrone; sulla testa di Lazzaro, imbambolato innanzi a quella meraviglia.
La luce che teneva tra le mani cominciò a pulsare in maniera intermittente. Poi, come bolla di sapone luccicante, si alzò piano piano in aria e raggiunse altre lucine intermittenti.
Erano lucciole, ed era davvero pieno, come se le stelle del cielo fossero scese giù per farsi ammirare da vicino.
Tutto era bellissimo.
«Chi sei?» chiese Lazzaro alla fanciullina che lo osservava silente e pacata, con quei grandi occhi colore del mare tropicale ma lei, come per incanto, svanì lentamente alla sua vista, lasciandogli un ultimo sorriso.
Lazzaro restò a bocca aperta e si strofinò gli occhi. Mise meglio a fuoco ma la bambina non c'era più.
Alzò ancora una volta lo sguardo al cielo. Le lucciole avevano invaso completamente la notte di quell'angolo di mondo, il buio di quella vecchia villa di periferia. Alcune di esse si posarono sugli alberi, sui cespugli, sul tetto e sulle pareti del rudere, sui lampioni, ovunque.
«Mamma mamma!» una vocina proveniente dal casolare ruppe l'incantesimo «Guarda! Le lucciole!».
Lazzaro si voltò e vide Carla, la compagna di scuola, prendere in braccio Danae, sua figlia, che a sua volta teneva sul palmo di una mano una lucciola e rideva.
Carla le diede un bacio sulla guancia: «Visto quanto sono belle?! Non ne vedevo una da quando avevo la tua età.»
«Possiamo tenerla?»
«Tesoro, le lucciole sono fatte per portare la luce a tutti, nel mondo, specialmente ai bambini e alle persone più sfortunate. Lasciala volare via assieme alle altre».
Danae lasciò che la lucciola prendesse nuovamente il volo e fece un cenno di saluto con la mano.
«Ti stavo cercando.» la donna si rivolse a Lazzaro «Vieni. Stiamo mettendo a tavola le nacatole e gli altri dolci. Aspettiamo soltanto te».
«Un attimo solo, Carla... arrivo».
«Ok non tardare».
«Dammi un istante e sarò con voi».
“Dammi un istante” ripeté Lazzaro nella mente, voltandosi nuovamente in direzione del sentiero e della campagna circostante, cercando invano la strana bambina che aveva visto prima. Non vi era tuttavia nessuna traccia di lei. Così com'era apparsa improvvisamente, allo stesso modo era sparita.
Si chiese se avesse immaginato tutto o se avesse assistito veramente a quel miracolo della natura. Poi, gettando uno sguardo alle scale, si accorse che erano nuovamente ricoperte di foglie secche.
“Non è questo il loro posto.” pensò, rendendosi conto di aver faticato per nulla.
«Ma per stasera, forse, è proprio il loro».

martedì 26 luglio 2016

Elham va in esilio


Amava il suo lavoro. Gli permetteva di stare a contatto con la gente, specialmente quella più bisognosa. E lei, sapeva cosa voleva dire aver bisogno d’altri, aver bisogno di aiuto. Veniva da una famiglia numerosa e povera. Quindici figli. Il padre, fin dal dopoguerra, aveva fatto i lavori più impensati per sfamare la famiglia. Era stato in Olanda, a Milano, aveva fatto il falegname, il facchino, il fruttivendolo, di tutto. Rimasto orfano da ragazzino, non voleva che i suoi figli patissero quel che aveva patito lui assieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle. A volte era rigido, sì, ma lo faceva soltanto per educare bene i propri, mettendo al primo posto l’amore per la famiglia e il rispetto per qualsiasi altro essere vivente si trovasse al mondo e s’incontrasse. Anche la madre non era da meno. Oltre a pensare quotidianamente alla cura di così tanti figli, andava a fare le pulizie in casa d’altri, produceva il formaggio, trasportava il pesce da valle a monte. Lavorava instancabilmente fin da ragazzina, anche lei, con la speranza, un giorno, di vedere tutti capaci di badare autonomamente alla propria sussistenza e di essere felici. Malgrado non sapessero se ogni giorno era possibile nutrirsi, malgrado abitassero tutti in una sola grande stanza senza acqua corrente, malgrado usassero sempre gli stessi abiti e non avessero nessun giocattolo con cui distrarsi, erano felici. Sì, nonostante la povertà, la fame e il bisogno di qualsiasi cosa, erano felici perché si ritenevano fortunati. Fortunati, per avere giornalmente la compagnia e il sorriso dei propri cari e di pochissimi sinceri compaesani.
Per questo Elham amava il suo lavoro. Perché stando quotidianamente a contatto con la gente bisognosa, poteva offrire loro la compagnia, il sorriso, l’aiuto necessari per andare avanti e sopravvivere, specialmente in quei tempi di nuova crisi attraversati dallo Stivale.
Era entrata nel corpo di Servizio Civile intorno ai vent’anni e subito era stata amata da tutti. Aiutava gli anziani, gli ammalati, i bambini, le ragazze madri, i disoccupati, gli isolati e gli abbandonati. Il suo cuore era grande a tal punto da passare ogni giorno, dalla mattina alla sera, aiutando più persone possibili e in qualsiasi modo, senza fermarsi mai e senza badare a razza, etnia, estrazione sociale o professione religiosa. Passava la vita insomma al servizio della gente in difficoltà, e senza dimenticarsi mai della sua famiglia, alla quale, pur indebitandosi, non faceva mancare nulla.
Considerava il Servizio Civile una vera e propria missione “umana”, cioè pensava che ciò di cui tutti avessero bisogno, intendendo quasi la comunità in cui operava come una grande famiglia, fosse soltanto un po’ d’attenzione, di comprensione e di umanità. Passava il tempo con gli avvocati e gli operatori ecologici, gli ingegneri e gli operai di fabbrica, gli intellettuali e gli sportivi, i politici e gli artigiani, i giovani e gli anziani. Oltre che avere un grande cuore aveva anche infatti una spiccata intelligenza e tutti si consigliavano con lei per qualsiasi questione: lavorativa, affettiva, scolastica, commerciale, filosofica. E anche in tutti questi casi, non si risparmiava con nessuno, ritenendo il proprio punto di vista una forma di aiuto per chi ne avesse urgentemente bisogno.
Quel che però faceva più soffrire Elham e le faceva più rabbia, era la gente dimenticata dallo Stato e da tutti. Come per esempio tutti quei padri o quelle madri che avevano perso il lavoro e che si presentavano in lacrime da lei non sapendo più come dar da mangiare ai propri figli. Ogni volta che accadeva ciò, non perdeva un istante e donava loro qualcosa di propria tasca per sfamare i propri bambini. Stesso dicasi allorquando incontrava la duchessa Sembrillo, una vecchia donna proveniente da una famiglia nobile, che per vivere vendeva tutti i documenti e gli averi di famiglia. Ogni volta che si presentava a lei, Elham le dava cinquanta, cento, duecento euro, quanto aveva, dicendo alla vecchia donna di conservare i propri averi per altri momenti. La vecchia la ringraziava mille e mille volte, piagnucolando come una bambina e quando se ne andava via si voltava continuamente ora con la mano sul cuore ora mandandole baci in segno di gratitudine e di affetto. Non accettava che lo Stato potesse dimenticarsi così della povera gente, né che i familiari lasciassero sola una povera donna come la duchessa Sembrillo. E ogni volta che capitava un fatto del genere, si prometteva di fare ogni giorno di più per coloro che avevano veramente bisogno.
Elham dunque era amata da tutti, perché non si risparmiava con nessuno. Per questo motivo in paese tutti parlavano di lei: sia quelli che l’amavano sia quelli che, proprio perché era amata da tutti, la odiavano. Infastiditi dall’idea che una donna così bella e intelligente fosse amata da tutti, coloro che la odiavano cominciarono a escogitare il metodo adatto per infangare la sua reputazione, distruggerla e togliersela dai piedi. L’occasione adatta si presentò quando, scrivendo denunce anonime e architettando diabolici disegni per incastrarla, giunse nel paese un nuovo caporale dei Vigili del Fuoco: Giuditta.
Era una donna sulla trentina, bionda, occhi azzurri, non troppo alta, una bella donna anche lei. Proveniva da una famiglia disagiata al pari di quella di Elham, diversamente da quest’ultima Giuditta intendeva il proprio lavoro soltanto un lavoro. La sofferenza, la povertà, la fame provati nella propria giovinezza l’avevano indurita a tal punto da concepire il proprio mestiere non come un servizio per la comunità, votato all’amore e alla cura d’altri, ma come il sentiero adatto per la scalata sociale e per ottenere ricchezza, prestigio, potere.
Consapevoli dell’anima nera del nuovo caporale dei Vigili del Fuoco, coloro che odiavano Elham fornirono a Giuditta tutti gli strumenti, le menzogne e i pretesti necessari per spazzare via Elham e Giuditta, compreso che la propria strada per il potere passava per la rovina di Elham, non si fece scappare l’occasione. Anzi, mettendoci lo zampino di propria mano, in modo accurato e sotterraneo, si assicurò che la reputazione di Elham cadesse nel peggiore dei modi. Radiata dal corpo del Servizio Civile e accusata di aver fatto apparentemente del bene ma soltanto allo scopo di beceri interessi personali, Elham fu allontanata dal paese di Granaba e costretta all’esilio su di un’isola sperduta nell’Atlantico fino a data da destinarsi.

Oggigiorno, il nome di Elham viene continuamente infangato nelle strade, nelle pagine dei giornali e dei siti internet, in particolar modo da coloro che la odiavano, soddisfatti del suo allontanamento; da quanti, anziché paghi dell’amore gratuitamente donato loro, al tempo volevano soltanto appagare i propri balordi interessi personali; da quanti hanno conosciuto la donna soltanto con le voci screditanti fatte circolare diabolicamente nel paese, i quali provano piacere nell’infangare chiunque possa essere reputato la causa della propria vita infelice. Contemporaneamente, Giuditta assapora la vittoria della tappa nella scalata del potere a scapito di tutti quanti. I familiari di Elham invece attendono silenziosamente che sia fatta totalmente luce sull’oscura macchinazione contro Elham e che quest’ultima torni rapidamente nel luogo dal quale è stata allontanata.
Non si sa cosa faccia Elham in questo momento, dal momento che sull’isola sperduta nell’Atlantico non può andare nessuno. Se però potesse leggere tutto quel che si scrive sul suo conto, Elham risponderebbe:
- a coloro che la odiavano perché era amata da tutti e che ora sono soddisfatti del suo allontanamento, che sarebbe bastato amare un po’ di più il proprio prossimo, dunque chiunque, per essere amati al pari di lei;
- a quanti hanno approfittato del suo amore per appagare i propri interessi personali, che la ricchezza e qualsiasi forma di avere priva dei sentimenti di amore e lealtà, costituiscono la vera miseria esistente, quella cioè dello spirito;
- a quanti provano piacere nell’infangare lei e chiunque altro, reputandoli la causa della propria infelice vita, che la felicità o la infelicità attuali si costruiscono con le proprie mani e con la continua scelta tra spirito di sacrificio e nullafacenza.
Se scoprisse che Giuditta ha realizzato quella macchinazione per ottenere maggiore potenza, ingannando tutti i compaesani, Elham proverebbe compassione, perché reputerebbe una vita votata esclusivamente all’appagamento del proprio desiderio della potenza, soltanto una vita sprecata e insensata.
Infine, se potesse dire qualche parola ai suoi familiari e a tutte quelle persone che attendono in ogni istante il suo ritorno, Elham direbbe: “Vi voglio bene. Tornerò presto tra di voi”.
16-3-2013