mercoledì 14 giugno 2017

Amare il crepuscolo



- di Saso Bellantone
Quando un'era finisce non si capisce dal tramonto bensì dall'alba.
La luce si fa strada oltre le montagne e, riflettendosi sulle cose come lento ruscello appena nato, mostra il mondo in maniera nuova, impregnandolo della vita. L'acqua è più limpida, l'aria più fresca e delicata, il cielo più nitido, la terra più fertile e tutto il resto è avvolto in una nuova chiarezza, come se gli occhi si fossero aperti soltanto adesso e si vedesse per la prima volta la bellezza dell'esistente, nei suoi dettagli e nelle sue sfumature. La trasparenza della rugiada, i mulinelli delle maree, la rughe degli arbusti, le geometrie delle rocce, le profonde impronte tracciate sulla spiaggia e quelle sulla battigia del tempo.
Sono tante queste orme. Aride o feconde, vive o putrefatte, decise o sfigurate, sanguinolente o iridescenti, tutte, nella loro molteplicità e irripetibilità, nella loro semplicità o segretezza, condizionano, come uno scooby-doo fatto da infiniti fili, l'intrecciarsi delle invisibili correnti della vita con quelle insondabili della morte, generando ora il nuovo ora il caos ora la stasi ora un'altra volta il caos.
Il caos, o Chaos, non è altro che un diverso modo di stare nell'ordine, come l'occhio del ciclone, l'aereo sopra le nuvole burrascose, la nave oltre la tempesta, l'astronave lontana dal suo pianeta natio. Emerge l'origine nella fine, il bene nel male, il riso nel pianto, il senso nell'insensato. Si mostra, in esso, il diradarsi di un'altra prospettiva, altra rispetto a quella in cui sosta ancora un piede e altra rispetto a quella in cui l'altro piede non è ancora sostato. Affiora una epochè, sospesa sopra tutte le altre sospensioni, come piuma svincolata da ogni gravità e sedotta dalla mera leggerezza, preda della pura e incontaminata delicatezza.
È qui ed ora che si vorrebbe restare. Si allunga una mano ma l'epochè svanisce come sogno innanzi alla veglia, e non si afferra altro che il nulla d'essere e di avere, privo cioè di ogni identità e di ogni proprietà, sicurezza e ragione. Si resta soli, con un pugno che si schiude e una mano aperta da cui il momento è volato via. Si torna soggetti al divenire, oggetti tra gli altri in mezzo ai flutti del calcolo e dell'inevitabile.
Per poco, si trattiene il respiro, nostalgici della consapevolezza senza godimento appena fuggita, ma ci si accinge subitaneamente a riprendere il fiato e a soffiarlo via. Via, dai ricordi di una vita tramontata, e via, verso quella appena cominciata.
Sì, perché la via è duplice e al suo cospetto occorre soltanto regolare l'ora e puntare al polo nord, nonostante si sia privi di lancette e di aghi. Ed è questa la sfida umana più ardua, capire che si può diventare orologio e bussola soltanto innanzi al tempio, vale a dire: il volto dell'altro, quell'altro che spesso e volentieri non intende fare lo stesso innanzi a noi né innanzi ad altri volti ancora, per appagare i propri futili desideri.
Questa è la dannazione dell'uomo della conoscenza: vivere nei deserti in cerca di acqua e trovare soltanto il sole cocente, quel sole che dà alla testa a tutti quanti o, forse, soltanto alla sua. Forse è per questo che la testa di un pensatore nasce sempre postuma rispetto alla civiltà, alla società e al tempo in cui vive: perché non usa turbanti né cappelli, e a ragione! Che cercatore sarebbe? Di marchi, strumenti e brevetti?
No. Le scoperte non conoscono spread né valuta e richiedono ciò che macchine, robot e I. A. non hanno: le emozioni, le intuizioni, il sacrificio, l'amore disinteressato.
È questo amore che arde in colui che cerca: quello che nel “crepuscolo” vede il principio e non la conclusione, una nuova era e non quella appena passata, l'occasione e non la vuotezza dell'omogeneo.

martedì 6 giugno 2017

Il mondo degli arrivanti anzi, no, degli arrivati


- di Saso Bellantone
"Sbircio col telescopio la dirittura d'arrivo ma non vedo altro che (già) arrivati".

martedì 30 maggio 2017

L'ARTE PERIFERICA: Intervista a Matteo Calderaro


- di Saso Bellantone
Matteo Calderaro meglio noto con gli pseudonimi Calabro o Mr.Mayhem (Oppido Mamertina, 18/10/1984) è un rapper calabrese proveniente da Varapodio, un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria.
Il nome Calabro è segno identificativo del luogo di provenienza e risale al periodo trascorso nella città di Bologna tra il 2003 e il 2013, in cui muove i suoi primi passi come Mc a diverse jam ed eventi. È lì che conosce parte dei maggiori esponenti della scena Hip Hop del momento, tra cui Lamaislam, Inoki, Nunzio e molti altri rapper del collettivo Porzione Massiccia Crew, con alcuni dei quali nasce un rapporto di amicizia e il nickname Calabro con cui il rapper viene chiamato e si fa conoscere all’interno della scena bolognese.
Dopo un periodo di studio e apprendimento della cultura Hip Hop e delle sue discipline nel 2012 esce il suo primo lavoro dal titolo “Vita i Paisi”. Album di 10 tracce interamente autoprodotto in cui il rapper si racconta e racconta la realtà delle sue origini.
Nel 2013 ritorna in Calabria nel suo paese natale e dopo qualche anno di riflessione nel 2016 esce con il suo secondo album dal titolo “One and Only” accompagnato dal suo primo videoclip “Guerra Santa” singolo estratto dall’album. Qui le produzioni sono affidate al produttore calabrese Melo Zamo e a Peppe Cirino come la produzione esecutiva e la collaborazione in alcune tracce.
Nel 2017 entra a far parte dell’etichetta GrandMaster Records, nuova label, all'interno dell'edizione musicale milanese Pa 74 Music di cui Peppe Cirino è direttore artistico. In questo periodo, mentre lavora al prodotto ufficiale e inedito, fa uscire un altro videoclip “La Cura” singolo che anticipa l’uscita a breve del nuovo mixtape.


Come ti sei avvicinato alla musica rap?
Conobbi questa musica nei primi anni novanta grazie a mio cugino, è lui che mi ha introdotto. Ricordo ancora la prima cassetta che mi fece ascoltare, Ice-T “Original gangster”, sarà stato il 93/94, avevo 9/10 anni e da lì cominciai ad appassionarmi a questo genere; ai tempi facevamo i salti mortali con mio cugino per trovare le cassette e per stare al passo con l’Hip Hop.
Vivevamo in una piccola realtà, e allora, questa musica era considerata veramente di nicchia quindi difficile da reperire.
Comunque è cominciato tutto più di vent’anni fa e ancora sono qui.

Che cos'è il rap?
Il Rap è parte di un movimento culturale più grande chiamato Hip Hop, nato negli Stati Uniti, precisamente nel Bronx, e consiste essenzialmente nel parlare seguendo un certo ritmo. Questa tecnica è eseguita dagli “Mc”(freestyler) mentre i Dj accompagnano gli Mc.
Questa è la vera definizione di Rap che sembrerà banale, ma molta gente non conosce o lascia passare in secondo piano.
Per quanto mi riguarda il rap è il mio linguaggio, il mio mezzo per esprimermi, il modo che ho per comunicare con gli altri.

Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della musica rap, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Oggi molta gente ha perso il senso, ha smarrito l’origine. Vedo molti pseudo artisti che si spacciano per rap, ma non conoscono il rap, lo usano, lo sfruttano perché magari adesso va di moda o per i propri interessi.
Ma il Rap è parte di una cultura che viene dalla strada e rimane nella strada, è un'arte e come ogni arte va studiata e conosciuta prima di interpretarla e soprattutto non va snaturata solo per vendere qualche copia in più.
A molti ormai interessa solo vendere, solo il successo, le classifiche, i like, le view, e devo dire che ormai le tv con questi talent stanno rovinando un po’ tutto; si è perso il vero obbiettivo che dovrebbe essere quello di rappresentare questa musica per quello che è e non trasformarla per farsi passare in radio.
Io credo che bisognerebbe pensare di più al contributo che ognuno di noi riesce a dare a questa musica per farla crescere e non utilizzarla per far crescere solo la nostra popolarità.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio, la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire i tuoi brani “poesie”, opere d'arte, creazioni nel senso pieno del termine?
Sì, credo di sì, perché penso che ogni rapper, mc, liricista sia anche egli un poeta che usa le parole come arte, in questo caso l’arte delle rime, per trasmettere un messaggio. Io credo che i rapper oggi siano poeti urbani, i poeti del mondo odierno, i poeti di questo tempo.

Perché scrivi musica rap? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante l'arte della musica rap?
Dico sempre che è stato il rap che mi ha salvato, mi ha dato uno scopo, un obbiettivo, un qualcosa in cui credere.
Ecco perché scrivo, perché sento l’esigenza di trasmettere agli altri quello che ho dentro: i miei pensieri, le mie paranoie, le mie frustrazioni. È l’unica cosa che mi rende felice, soddisfatto, realizzato. Scrivo perché è l’unico modo per aprirmi completamente, carta e penna non giudicano, non votano, accettano semplicemente la verità e mi consentono di voltare pagina. Ogni rima, ogni strofa, ogni pezzo è una parte di me, un pezzo della mia storia che rimane nel tempo, e non contano i soldi oppure il successo, se il mio messaggio riesce ad arrivare anche ad una sola singola persona: è lì che avrò raggiunto l’obbiettivo, ed è per questo che lo faccio.

Che cosa racconti con i tuoi brani?
Io credo di essere un rapper abbastanza introspettivo, quindi i miei testi rispecchiano molto questa mia introspettività ma in realtà nei miei brani non ci sono temi o logiche particolari appositamente ricercate, è tutto frutto dell’ispirazione.
Voglio dire è l’ispirazione, è lei che mi guida quando scrivo, e può essere dovuta a qualsiasi cosa, un sentimento, qualcosa che ho vissuto oppure un libro che ho letto, un film che ho visto.
Prima di scrivere un pezzo non so mai di cosa voglio parlare, ma alla fine è tutto più chiaro.
Questo mi serve ad essere reale quando scrivo, perché essere reali è la cosa più importante.

Un rapper può sentirsi tale senza il pubblico?
Beh, sì e no, cioè penso che il pubblico sia importantissimo, lo facciamo apposta, per far arrivare il nostro messaggio a più persone possibili. Ma non credo sia la cosa più importante, più importante è essere soddisfatti di quello che si è fatto, del contributo che si è dato all’Hip Hop. Io ad esempio mi sento soddisfatto dopo aver scritto un pezzo se mi piace, anche se non lo ha ascoltato nessuno,sono ugualmente fiero del lavoro che ho fatto. Penso che tutti dovremmo ragionare in questo senso, in tutti i campi e in tutti i livelli, perché il riscatto collettivo è più importante di quello personale.

Che cosa significa oggi vivere come un musicista e vivere esclusivamente della propria musica? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Per quello che mi riguarda vivere di musica, vivere come un musicista è assolutamente normale, è quello che faccio tutti i giorni, è come vivo quotidianamente. Intendiamoci, vivere di musica non vuol dire campare con la musica, mantenersi, per quanto mi riguarda, anzi io ci ho sempre rimesso, nel senso che se dovessi fare un bilancio, sono più i soldi che ho speso di quelli che ho potuto guadagnare, ma come ti dicevo prima non vedo la musica dal punto di vista economico e per me vivere di musica è svegliarsi ogni mattina con un pezzo nella testa, le emozioni e l’ispirazione che può darti un suono che ti piace, la soddisfazione che ti dà riascoltare un pezzo che hai finito quando capisci di esser riuscito a far passare il messaggio che volevi.

Cosa ti spinge a restare nella tua terra natia?
Semplice, i legami che ho qui, in primis la mia famiglia, le persone che amo. Credo che la vita sia una e a volte anche breve, quindi tutti noi dovremmo passarla vicino alle persone che amiamo.
Poi anche l’amore per questa terra, nel bene e nel male, con tutti i suoi pregi e difetti, perché credo che bisogna rimanere e lottare per la propria terra piuttosto che scappare con la speranza di qualcosa di meglio.
Poi dove ci porterà il vento non lo possiamo sapere.

Puoi definirti una sognatore? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Definirmi un sognatore no, non lo so, e comunque se ho qualche sogno nel cassetto non lo dico altrimenti non si avvera, giusto?
Più che sognatore sono un realista e credo che ormai il tempo per sognare sia passato, mi resta solo il tempo per vivere.

Parlaci del tuo ultimo album, “One and Only”.
One and Only è nato intorno al 2015 dopo un periodo di riflessione io cui non sapevo dove stavo andando e se fosse veramente questa la mia strada, un periodo di inattività dovuto ad alcuni problemi e momenti difficili che ho passato ma che nella vita accadono, e sono questi che ti fanno capire cos’è veramente importante, e ti fortificano per poter raggiungere gli obbiettivi che hai.Per questo dicevo che il rap mi ha salvato, il rap mi ha aiutato a superare questi momenti difficili, momenti in cui mi sentivo solo, sprofondare in un limbo, ed è lì che è nato One and Only.In questo album ho cercato di mettere me stesso e tutto quello che ho passato in quel periodo, infatti ci sono pezzi introspettivi come “Scrivo” o “Libero”, ma anche pezzi di rivendicazione e riscatto sociale come “ Guerra santa” o “Pelican Bay”, ma pure pezzi più freschi e autoironici come “Terronismo” o “Musica scegli per me”. Nel complesso penso ci sia un po' di tutto.
Le produzioni sono state fatte per lo più da Melo Zamo, amico e producer calabrese di vecchia data come me legato a suoni della Golden Age di questa roba, e da Peppe Cirino anche lui un membro della vecchia scuola calabrese, produttore e mix engineer, che ha anche partecipato liricamente in due pezzi.
Per chi lo volesse acquistare può trovarlo in tutti i migliori negozi digitali, Itunes e vari, oppure contattandomi personalmente.

Prossimi lavori, uscite, e poi chi desidera seguirti e saperne un po' di più sulla tua musica rap, dove può rivolgersi?
Per quanto riguarda le prossime uscite, c’è un mixtape di 18 tracce pronto ad uscire a breve in free download, che raccoglie il frutto del mio lavoro in quest’ultimo anno, in più il videoclip di un nuovo singolo “Atomi e membrane” che anticiperà il mio nuovo album ufficiale sotto l’etichetta GrandMaster Records.
Per chi desidera seguirmi e sapere di più sulla mia musica può seguirmi sul mio canale Youtube calafrika18, su Facebook Calabro84, oppure sui futuri canali che la GrandMaster sta per aprire.

Alcune parole per i giovani.

Ai giovani voglio dire: esprimetevi, tirate fuori quello che avete dentro. Credo che ognuno di noi abbia un'arte, abbia qualcosa da dare, nella musica come in ogni altra cosa. Bisogna tirarla fuori, manifestarla.
Ma soprattutto, rimanete sempre veri, reali, non smarrite mai l’origine.
Il vero riconosce il vero.

giovedì 22 dicembre 2016

Ciao Natalino...


- di Saso Bellantone

Alcune persone fanno pensare ad Edward Bloom, protagonista del film diretto da Tim Burton, tratto dall'omonimo romanzo di Daniel Wallace, Big fish. Le storie di una vita incredibile (2003). Quando racconta le storie assurde e fantastiche che ha vissuto – ha conosciuto un uomo alto 5 metri, un uomo lupo, una strega dall'occhio di vetro e ha catturato un grande pesce che nessuno è mai riuscito a pescare –, Edward non viene creduto da nessuno e viene considerato un pazzo ma quando si ammala e, alla fine, se ne va, ecco che tutti si ricredono, scoprendo che dietro quei racconti fantasiosi si celavano davvero delle verità.
Così come per Edward, allo stesso modo è per molte persone quando se ne vanno via, come nel caso di Natalino Tripodi. Un uomo d'altri tempi, contrassegnato dalla garbatezza dell'essere, da sani principi, onestà, bontà, spirito di sacrificio e amante della semplicità, decisamente fuori posto, anzi fuori tempo, in quest'era marchiata della mera e vuota apparenza, dalla sfrenata follia social e virtuale specchio di quella concreta, dall'avido arrivismo voltafaccia, dalla “professorite acuta” che ha infettato, ormai, tutti quanti.
Tutti chattano, commentano, sia al bar sia sul social, muniti della propria laurea in (in)competenza generale, lavandosi così la mani e la coscienza e lasciando che il mondo cada, mentre Natalino si assumeva umilmente le sue responsabilità, senza vantarsi dei suoi studi, firmando sui giornali, sul blog personale, nelle trasmissioni radiofoniche o nei libri il proprio pensiero, le proprie analisi e i propri suggerimenti per cambiare le cose, per contribuire al cambiamento, per le future generazioni.
Tra musica e parole, trasmissioni radiofoniche, articoli, interviste, libri e, per chi ne ha avuto la fortuna, conversazioni reali, Natalino ha fatto la differenza. Ha inteso il suo essere nel mondo come una compagnia da donare agli altri, una disposizione d'animo senza pretesa alcuna se non quella di servire l'altro nel rispetto totale della sua persona, informando o fornendo prospettive alternative su fatti, eventi e questioni locali e internazionali, oltre che esistenziali, capaci di far crescere sul piano intellettuale il proprio interlocutore.
Natalino ha raccontato di mercanti, di principi, di appuntamenti galanti, di ricordi, di amore, speranza, coraggio, amicizia – storie inventate e per questo motivo irreali, che nulla servono al mondo di oggi, basato su calcioscommesse, paparazzi, delitti irrisolti, previsioni meteo e quattro salti in padella. Così ha sempre pensato la gente. Quella stessa gente vanitosa, affarista e piena di sé assente durante le presentazioni dei suoi libri “perché non c'era pesce fritto o arrostito”, che ha “chiesto” i suoi libri non per leggerli ma per tenerli parcheggiati in qualche mensola o cassetto di casa propria “per favore” o in quanto moda del momento, che ha rifiutato la sua compagnia e di fargli compagnia, specie nel momento di estremo bisogno, segnato dalla scomparsa dell'amata moglie.
Un evento tragico e improvviso che ha fatto scattare un conto alla rovescia, conclusosi giorni fa con la scomparsa dello scrittore per male d'amore. Per cinque anni Natalino ha combattuto la solitudine aumentando la mole dei suoi scritti, alcuni ancora inediti, altri pubblicandoli nel blog “Ut unum sint”, una pagina di diario internet che riflette la visione della vita della scrittore. “Che siano una cosa sola”, questo il significato del latino, Natalino ha vissuto nella speranza di contribuire all'unità di tutti i popoli nell'amore e nel rispetto dei valori umani, filtrati dalla conoscenza e dal dialogo.
Ricordo ancora quando assieme ad un amico lo agevolammo ad aprire e a curare il blog: era felicissimo, perché adesso poteva riprendere ad aiutare il mondo stesso a migliorarsi, per mezzo della riflessione, del ragionamento, dello scambio di prospettive. E da allora ha scritto davvero tanto, su qualsiasi argomento, illuminando ogni questione con la luce del buon senso. Ricordo ancora il primo libro: era felicissimo, perché ora poteva trasmettere ai più giovani i valori essenziali su cui fortificarsi e con cui guidare i propri passi. Ricordo ancora quella volta in cui a casa sua mi suonò e mi cantò la canzone dedicata a Nuccia: era emozionatissimo, sembrava fosse ancora lì assieme a noi e stesse dicendoci di non cantarla perché si vergognava.
Oggi che non c'è più, tutti – specie chi non ha letto nemmeno un post del suo blog – parleranno di lui, della sua intervista a Mimì, della sua grande vena artistico-letteraria e di quante cose hanno fatto insieme, prendendosi dei meriti “davvero immaginari” rispetto a quanto Natalino scriveva e pensava. I suoi scritti non sono altro che la sua anima, rinnegata da quella stessa gente che in vita Natalino ha voluto servire gratuitamente, per trasmettere quelle “verità” solide oltre il tempo e dietro le parole, di cui qualsiasi civiltà o comunità ha bisogno. L'amore vero, provando il quale tutto è pura poesia, l'amicizia e il rispetto veri, anche nei confronti di chi, come Zanna, manca soltanto della parola, il coraggio di combattere quotidianamente contro il male senza comunicati stampa e striscioni, la speranza in un mondo migliore possibile nella fermezza nelle proprie convinzioni e nella perseveranza nelle proprie azioni con coerenza, umiltà e rispetto delle leggi, la memoria della condizione umana nel fluire del tempo e nel cambiamento dei costumi.
Così come nei suoi scritti, stare con Natalino ti faceva sentire bene. Qualsiasi pensiero fuggiva via innanzi alla pacatezza e all'allegria che lui aveva, nonostante la difficoltà degli ultimi cinque anni. Era come trovarsi nel mondo vero, dove non vi era traccia della degenerazione totale della società e dove vi era posto soltanto per la bellezza della relazione, per l'amicizia vera e sincera, con e senza parole, nella totale comprensione e nel reciproco rispetto, nel piacere della consapevolezza. Non volevi nient'altro.
Con lui se ne va un titano, un uomo vero, una mente brillante e un cuore puro; una quercia secolare le cui radici, assieme a quelle di pochi altri uomini come lui, hanno finora tenuto salda la terra su cui camminiamo, malgrado nessuno se ne fosse accorto.
Ora invece tutto si sgretola, frane e smottamenti cancelleranno definitivamente la società passata e, forse, tutti se ne accorgeranno.
Speriamo non sia troppo tardi.
Ciao Natalino,
grazie per la “stoffa preziosa” che mi hai donato: la tua amicizia.
Continuerò a custodirla gelosamente.

sabato 3 dicembre 2016

Un giorno NO


- di Saso Bellantone

Avete presente quei giorni in cui non avete voglia di fare nulla? In cui vorreste restare a letto per tutto il tempo e, invece, siete costretti ad alzarvi? In cui, una volta alzati, tutto va storto?
Bene. Questo è uno di quelli. Un giorno no.
È domenica mattina. Oggi non si lavora. Si può oziare serenamente tra le coperte o continuare a dormire, lasciando tutto alle proprie spalle.
E invece no!
Non solo lei ti ha costretto a dormire in posizioni circensi per tutta la notte, dicendoti “Ho freddo, abbracciami!”, non solo lei ti ha rubato le coperte per tutta la notte, trasformandoti in un pinguino, non solo lei ti ha sfrattato dalla tua parte del letto perché la sua non le bastava, costringendoti a dormire in bilico tra lo spigolo del materasso e il vuoto, lo stesso vuoto percepibile dalla terrazza di un palazzo di 50 piani, ma adesso ti prende a gomitate, calci, testate, continuando a dormire placidamente. Guardi lei e poi il soffitto, oltre il quale un dio burlone sembra darti l'ok dall'alto dei cieli e, sospirando, lasci che i tuoi timpani siano perforati dal dolce suono simile a quello di un boing 787, proveniente dal piano inferiore, dove, alle 7:00 di mattina, una brava donna ha pensato di cominciare in anticipo le pulizie extra della casa, partendo dall'aspirapolvere.
“No! l'aspirapolvere no!”
È fatta. Non puoi riposare. Sei costretto ad alzarti e a cominciare la tua giornata prima del previsto, perché sei figlio di uno zio minore, dal momento che dio ti guarda dall'alto con occhiali 3D e popcorn, incitandoti a proseguire.
Bene. Sposti le coperte e lasci che il freddo della Siberia accarezzi il tuo corpo per rassodarlo un altro po', visto che il trattamento congelante notturno non è bastato.
“No! Il freddo no!”
Ti alzi velocemente dal letto e appoggi i piedi per terra, nella speranza di raggiungere al più presto la stufa e poterti riscaldare, ma anche il pavimento è freddo e, inoltre, stranamente umido. Forse è stata un'inondazione notturna ma dal momento che abiti al terzo piano pensi di aver dimenticato qualche finestra aperta e che abbia piovuto; poi, ti chiedi come mai Bobby, quel vecchio labrador guastafeste, non sia ancora venuto a darti il buongiorno e annusando il delicato profumo simile a quello dei cessi pubblici, ti rendi conto che qualcuno ha fatto la pipì proprio di fianco al posto tuo del letto.
“No! La pipì no!”
Ti asciughi i piedi alla meno peggio con le calze di spugna e ti dirigi verso il bagno ma stamane il pavimento sembra essere stato soggetto a un'alluvione biblica – dio alza le mani, in segno che lui non c'entra nulla. Accendi la luce e noti che il tuo caro amico a quattro zampe, Bobby, ha marcato tutta la casa con i suoi schizzi. Forse perché Bobby è un discendente del cane di Picasso, forse perché non è mai stato un cane dispettoso ma ha improvvisamente deciso di diventarlo, in ogni caso per muoverti in casa hai bisogno di una gondola o di un motoscafo.
“Bobby!” – maledetto bastardo, dici nella tua mente – “Bobby vieni che ti do i biscotti!” lo chiami invano ma il labrador sembra essere scomparso, svanito come parola sulla punta della lingua.
Entri in bagno, ti lavi piedi e riempi un secchio con acqua, candeggina e straccio e ripulisci tutto il pavimento della casa, chiedendoti ancora dove sia finito il tuo amico a quattro zampe, probabilmente invisibile come l'uomo del romanzo. Poi lo vedi, dietro il portaombrelli all'ingresso dell'appartamento, in una strana posizione aerobica: fa il ponte, come quello di Brooklyn o di Sant Louis Re.
“No! La cacca no!”
“Bobby fermo che andiamo sotto!”.
Prendi il guinzaglio, apri la porta, corri giù per le scale come maratoneta, apri il portone, esci nel giardino comune, lasci che Bobby dia il meglio di sé sul prato e ti accorgi che non hai né guanti né buste.
“No! I guanti no!”
Metti le mani in tasca e ti rendi conto non solo che non hai le tasche, perché sei ancora in pigiama, ma che non hai proprio le chiavi di casa e che sei rimasto fuori!
“No! Le chiavi no!”
Suoni il campanello. Al citofono risponde lei: “Che fai fuori a quest'ora? Dove sei stato?”.
“Poi te lo spiego. Apri per favore”.
Torni a casa. La signora del piano di sotto, sempre con l'aspirapolvere in moto, ti dà il buongiorno. Ricambi di corsa e vai su. Liberi il dannato amico, prendi l'occorrente e lei ti chiede se hai fatto il caffè: “Lo faccio subito, il tempo di scendere e di risalire” rispondi.
Vai giù, ripulisci tutto e citofoni di nuovo, perché hai di nuovo dimenticato le chiavi: “Chi è?” dice lei.
“Buongiorno sono il lattaio... Mi apri di nuovo per favore?”
“Ma che ci fai di nuovo giù?”
“Poi te lo spiego.”
Torni di nuovo a casa e lei ti fa i complimenti per aver fatto pulizie di primo mattino e ti chiede che ne è del caffè: “Normale o macchiato?” la prendi in giro, trattenendo i nervi.
“Normale normale... Vuoi dirmi dove sei stato?”.
“Poi te lo spiego.” sbuffi.
Prendi la moka, che ovviamente ti cade dalle mani, la raccogli, la sciacqui, prendi il contenitore e scopri che il caffè è finito.
“No! Il caffè no!”
Spieghi la questione a lei, la quale disapprova perché dovevi prenderlo tu ieri, e vai in bagno per lavarti i denti, cambiarti e andare al bar.
“No! Il dentifricio no!” il dentifricio è finito così, consapevole che residui di esso rimangono nello spazzolino, provi a lavarti i denti lo stesso: apri il rubinetto dell'acqua fredda ma stranamente non scende goccia alcuna. Sei perplesso. Richiudi e apri quello dell'acqua calda. Nessuna goccia.
“No! L'acqua no!”. Non c'è acqua, lo scaldabagno è spento e non c'è luce, dunque il motorino non funziona.
Sciacqui i denti con l'acqua imbottigliata, apri l'armadio per prendere i vestiti puliti e ti accorgi che non ce ne sono: sono tutti nel contenitore degli abiti sporchi e devono essere lavati oggi.
“No! I vestiti no!”
Apri lo scatolo coi panni estivi. Metti un paio di pantaloncini, una maglietta hawaiana e, infilato il giubbotto, corri al bar sotto casa per prendere i caffè ma il bar è pieno di gente.
“No! La fila no!”
Aspetti il tuo turno prima alla cassa poi al bancone, mentre la gente ti guarda sbalordita. Sorridi, mandando tutti a quel paese, e finalmente chiedi i caffè: “Uno qui, uno da portare via”.
Il barista ti serve prontamente e prontamente il caffè ti cade addosso.
“No! Il caffè no!”
Ti asciughi come puoi, mentre barista e titolare ti fanno mille scuse, ritiri il caffè da portare via e incontri Carlo, vecchio amico d'infanzia, il quale ti ricorda che oggi si vota per il referendum. Che è un tuo diritto. Che non puoi mancare. Che devi andare a votare.
“No! Il referendum no!”
Torni a casa. Sali le scale. Saluti di nuovo la vicina con l'aspirapolvere, augurandole, dentro di te, di essere aspirata anche lei, porti il caffè alla tua donna, la quale ti chiede di portare fuori Bobby, anche se toccava a lei. “Già fatto!”, rispondi, torni allo scatolo dei panni estivi, metti un altro paio di pantaloncini, un'altra maglietta, un altro giubbotto e corri alla porta ma il tuo amico a quattro zampe è piazzato davanti ad essa come una statua. Sembra un posto di blocco: “O paghi il dazio o non ti faccio uscire” sembra dire Bobby.
Vai in cucina, prendi i biscotti, glieli dai, gli fai due carezze promettendogli che dopo farete i conti, esci e arrivi a scuola in perfetto orario per l'apertura delle urne.
“No! La fila no!”
Anche qui c'è fila e tutti ti squadrano dalla testa ai piedi, incuriositi. Aspetti il tuo turno e si mette a piovere.
“No! La pioggia no!”
Ti ripari come puoi ma passa troppo tempo, cominci a starnutire e ti rendi conto che una febbre non te la toglie nessuno.
“No! La febbre no!”
Sei dentro. La fila scorre veloce ma un'anziana davanti a te impiega 2 minuti per fare 1 metro e sono almeno 30 i metri per arrivare al seggio, più 5 andata e ritorno per firmare, votare e inserire la scheda nell'urna.
“No! L'anziana no!”
Il tempo passa lentamente, l'anziana ancora di più ma finalmente tocca a te. Ti avvicini al presidente, metti le mani nel giubbotto e ti rendi conto che non hai la scheda elettorale né il documento d'identità.
“No! I documenti no!”
Torni a casa. La vicina è ancora con l'aspirapolvere – ti chiedi che cazzo aspiri da una mattinata –, lei ti chiede l'ora e tu rispondi “No! L'ora non la so!”, prendi i documenti, Bobby ti porta la pallina “No! La pallina no!”, apri la porta e senti la voce piagnucolante di Michela, tua figlia, proveniente dalla sua camera.
“No! Michela no!”
Vai nella camera, la calmi e lei ti chiede una storia. Rispondi “No! La storia no!” e lei si mette a piangere di nuovo, così le racconti la storia e lei si addormenta di nuovo ma squilla il cellulare e lei si sveglia nuovamente, tornando a piangere.
“No! Il cellulare no!”
È un call center. Rispondi chiaramente che “No! No cambi tariffa!”, racconti un'altra storia a Michela, si addormenta ma arriva lei e la sveglia: “Amore! Svegliati amore che facciamo colazione”.
“No! Lei no!” la guardi seccato, nauseato, vorresti darla in pasto ai leoni ma ti chiedi soprattutto perché con te Michela piange e con lei no. Non lo sai, ma sai che devi tornare al seggio per votare. Mentre sciacqua la moka, lei ti chiede se fai colazione con loro e rispondi seccamente “NO!”, chiedendoti perché con lei l'acqua scende e con te no.
Esci. Dio fa il tifo per te. Arrivi a scuola. Di nuovo fila, maggiore di quella di prima. Di nuovo una vecchia prima di te, più lenta di quella precedente. Poco più avanti, la vicina con l'aspirapolvere: che cazzo ci fa con l'aspirapolvere alle votazioni? Di nuovo tutti ti guardano esterrefatti: ci sono 7 gradi al sole e tu sei in pantaloncini. Ci vorrà almeno un'ora prima che possa toccare a te e ormai sono le 11:00.
“No! Le undici no!”
Dovevi andare allo stadio, assieme a Franco e Giulio, per la partita d'eccellenza.

Finalmente sei nell'urna. Hai firmato, consegnato i documenti, ritirata la scheda e adesso, matita alla mano, puoi votare, puoi scegliere, puoi dichiarare all'universo intero con una sola parola come la pensi a proposito del referendum costituzionale.
Ci sono due quadratini. Ognuno al suo interno ha una parola: Sì e No.
Ripensi alla tua mattinata. Al freddo, all'aspirapolvere, alla pipì, a Bobby, a lei, al dentifricio, all'acqua, ai vestiti estivi, al caffè, alla fila, alla vecchia, a Michela: una mattinata assurda. Ripensi al senso della consultazione referendaria: cambiare la costituzione, accentrando i poteri nelle mani della casta e a scapito del popolo.
Guardi la scheda e i quadratini. Sai benissimo come votare. C'è solo una parola capace di esprimere tutto quello che provi. Due lettere per dire come la pensi.
Avvicini la matita al quadratino e tracci una X con tutta la rabbia che hai accumulato nel corso della giornata ma sul quadratino non rimane alcun segno.
Riprovi.
Niente, la X non si traccia.
Giri la matita.
La guardi.
Ha la punta rotta.
“No! La matita no!”.

lunedì 28 novembre 2016

Il salotto dell'essere


- di Saso Bellantone
"Conversare non è un fatto social o digitale né vuol dire commentare; è un evento  reale ed esistenziale e significa pensare, assieme".

venerdì 4 novembre 2016

Oscillazione continua


- di Saso Bellantone

"La vita è una continua oscillazione: dall'altalena, al pendolo, alla sdraio, ai fiori sepolcrali".

lunedì 31 ottobre 2016

Al diavolo in padella


- di Saso Bellantone

«Sì pronto» rispose, sbadigliando e strofinandosi gli occhi.
«Allora, sei dei nostri oppure no? Ti ho inviato un whatsapp un'ora fa e non hai più risposto.»
«Dici?»
«Dico? Fabio vaffanculo! Non mi dire che stavi già dormendo?»
«Mirko t'incazzi se ti dico che ero nel meglio del sonno?»
«Se m'incazzo? E a me che me ne fotte? La vita è la tua. Ormai sei diventato vecchio. Nove di mattina, nove di sera. È questo il tuo tempo vitale. Poi sempre a dormire.»
«Non abbiamo più vent'anni. Abbiamo bisogno di dormire di più, il corpo lo richiede, così come richiede il tabacco, più tabacco.» disse Fabio, riaccendendo la sigaretta spenta sul posacenere.
«Veramente sarebbe il contrario, dovremmo dormire e fumare di meno. Sei sempre il solito sottosopra.»
«No, siete voi altri ad essere al contrario. Il mondo intero va al contrario.»
«Se se... finiamola con la filosofia e veniamo al dunque: ceni con noi in pizzeria per una rimpatriata o preferisci startene a letto coi tuoi fumetti?»
Fabio espirò il fumo e spense definitivamente la sigaretta, guardando l'orologio del pc appena riacceso, che segnava le 20:17.
«A che ora ci vediamo e dove?»
«Alle 21:00. Al diavolo in padella.»
Un brivido attraversò la schiena di Fabio.
«Ok ci sono. Il tempo di una doccia e arrivo.»
«Non ti ritardare al solito tuo! Chi tardi arriva male alloggia e, soprattutto, beve meno birra.»
«Sei tu il ritardatario e, soprattutto, il poppante.» Fabio sorrise, bevendo l'ultima goccia di Ceres che aveva di fianco al pc «Comincia a ordinare il primo giro.»
«Ah ah ah! Ora ti riconosco! Ok allora a dopo.»
«A dopo.»
Fabio richiuse il cellulare e, dirigendosi direttamente in bagno per fare la doccia, lo lasciò sulla scrivania, in mezzo alle cianfrusaglie di cui era sommersa. Accendini, filtri, cartine, tabacco, posacenere, muffin mangiati a metà, piatti sporchi, pezzi di pane, biscotti, tazzine, tovaglioli accartocciati, occhiali da sole, deodorante, gomme da masticare, chip, microchip, fili, saldatore, stagno, schede madri smontate, penne, pennarelli, fogli, libri, fumetti, fumetti e altri fumetti ancora. Horror, Splatter, Mostri, Satanic, Zagor e soprattutto Dylan Dog. Tanti Dylan Dog. Dall'Alba dei morti viventi a Il modulo A38 li aveva tutti, comprese le edizioni speciali, albi e almanacchi. Era talmente patito da aver aperto un blog sull'indagatore dell'incubo ed essere stato contattato dalla Sergio Bonelli per le recensioni ufficiali di ogni nuova uscita. Leggeva naturalmente di tutto, dai romanzi distopici alla poesia alle riviste specializzate di scienze e matematica, ma credeva che la letteratura horror avesse qualcosa in più. Considerava infatti la realtà troppo scientificamente provata, troppo scontata. La letteratura horror invece dava la possibilità di guardare il mondo da più di un'altra prospettiva e, in particolar modo, offriva l'occasione di osservarlo criticamente e da più vicino, pur essendo molto lontani da esso. Era questa la sua vita. Lavorava come riparatore in un negozio di computer di Sambiase, dal mattino alle 16:00, senza sosta, poi si dedicava interamente alla sua passione horror, tranne in alcuni casi in cui era costretto a portarsi il lavoro a casa. Il più delle volte, si addormentava sulla scrivania dove, tavolo da lavoro a parte, passava la maggior tempo a leggere e a recensire o a guardare qualche film o serie televisiva sempre di stampo horror. Una vita monotona, insomma, semplice ma per lui soddisfacente. L'unico contatto che aveva con il mondo esterno erano i social e alcune app con i quali si teneva in contatto con i vecchi amici. Li vedeva raramente, nelle ferie natalizie, pasquali o estive, a seconda dei casi, o come questa volta, per il ponte di Ognissanti. Lavoravano tutti fuori, chi al Nord chi all'estero, e un'occasione per incontrarsi e stare un po' assieme non se la sarebbe fatta sfuggire. Certo, se Mirko non l'avesse chiamato, a quest'ora starebbe ancora dormendo faccia alla scrivania.
Uscì dal bagno rapidamente e con la stessa rapidità prese i primi abiti che aveva sottomano, li indossò, raccolse i suoi inseparabili cimeli all'interno della borsa a tracolla verde militare – accendino, filtri, cartine, tabacco, auricolari, cellulare, moleskine e portafogli – e si fiondò fuori dalla porta ma non diede il tempo a quest'ultima di chiudersi che tornò indietro sui suoi passi, prese le chiavi di casa e uscì nuovamente ma tornò ancora una volta indietro per prendere gli occhiali da sole e, stavolta, uscì definitivamente. Malgrado l'ora fosse tarda, amava uscire con i Ray Ban rosa anche di notte. Aveva un rapporto morboso con essi: li considerava come un filo invisibile che lo teneva collegato al mondo dell'horror cui tanto era legato.
Arrivò al Diavolo in padella in ritardo di soli 5 minuti, come l'amico Mirko aveva previsto, sotto i raggi di una luna piena ora coperta ora no da una nuvola senza pioggia, che rendeva quella notte di Halloween davvero magica. Proprio come nei fumetti che amava tanto. L'ingresso del ristorante-pizzeria era al quanto scenico per quella sera: oltre la celebre insegna che recitava il nome del locale, alla sinistra della porta c'era un uomo travestito da diavolo con corna forcone e tutto il resto, dietro un barbecue completamente infuocato sulla cui griglia vi era un padellone fumante, che lanciava maledizioni e imprecazioni a chiunque entrasse.
«Stanotte avrò la tua anima!» gli disse l'uomo-diavolo, ridendo maleficamente.
«Vedremo chi l'avrà vinta.» rispose Fabio, contento della trovata.
Oltrepassata la soglia, una donna-diavolessa molto sexy, aveva un bichini nero attillato, le corna nere alla testa e le zanne da vampiro, gli disse: «Dimmi qual è il tuo tavolo o ti porterò via l'anima!»
«Puoi portarmela via, tesoro, non so qual è.» rispose Fabio, fissando, diciamo così, la parte migliore di lei.
«Ehi Fabio siamo qui! Lascia stare la diavolessa!» uno degli amici, Enzo, gli fece segno di raggiungerlo, ridendo e facendo ridere non solo gli altri amici che erano già seduti al tavolo e stavano aspettando lui, ma anche gli altri clienti seduti agli altri tavoli.
Fabio si sentì in imbarazzo e mandò a quel paese gli amici, dicendo alla diavolessa: «Sarà per un'altra volta, tesoro. A quanto pare, quello è il mio tavolo.»
«Ti accompagno io.» la diavolessa, avendo capito la situazione, lo prese sottobraccio e, una volta raggiunto il tavolo degli amici, gli diede un lungo bacio sulla bocca, destando l'invidia e la rabbia degli altri.
«Ci vediamo dopo, tesoro» disse infine a Fabio, facendogli l'occhiolino e andandosene, con una camminata pari alla sua bellezza e alla sua sensualità.
«Allora brutti stronzi, ne avete abbastanza o devo anche stendervi?!» Fabio prese in giro gli amici «Dov'è la nostra birra?»
Non fece in tempo a finire la frase, che subito un'altra diavolessa portò uno spillo di quattro litri di birra rossa, al puro malto, mentre un'altra portò i boccali. Le due lasciarono il tutto sul tavolo e prima di andarsene, mentre gli amici urlavano festosi per l'arrivo della birra, le diavolesse si avvicinarono a Fabio, lo baciarono entrambe sulla bocca e se ne andarono, dicendo anche loro: «A dopo tesoro».
Fabio guardò gli amici con un silenzio maggiore rispetto a quello che era appena sceso sul tavolo: «Ragazzi, evidentemente il mondo si sta mettendo sulla piega giusta.»
«Ma vaffanculo!» Saro, che stava già versando il liquido nei boccali, gli lanciò addosso la birra ridendo per la disperazione e provocando i commenti a raffica degli amici.
«Che vita eccezionale!»
«E sì sì!»
«Dio dà il pane a chi non ha i denti!»
«Bell'amico!»
La risata fu generale, specie per i ceffoni che le ragazze davano ai rispettivi fidanzati, con il beneplacito di Fabio naturalmente, convinto che quella sera fosse davvero speciale per lui, proprio come l'indagatore dell'incubo.
C'erano tutti. Mirko, detto “Il professore”, poiché sfoggiava saggezza su qualsiasi argomento si parlasse. Enzo, detto “Paul Newman”, per via del suo fascino col quale faceva crollare ai suoi piedi tutte le donne. Saro, detto “Il messicano”, data la sua sputata somiglianza con Benicio del Toro, e Ilaria, la fidanzata gelosa, detta “Adesso ti picchio io”, e si capisce perché. Alfonso, detto “Fonso”, semplicemente diminuitivo del nome, assieme ad Erica, la fidanzata permissiva, o meglio “per missiva”, in quanto ti mandava email, messaggi e whatsapp minatori, nel caso in cui si portava fuori a cena Fonso senza di lei. C'era Davide, detto “Golia”, per via delle sue dimensioni e perché mangiava sempre omonime caramelle a menta. Ignazio, detto “Vessicchio”, per via della sua fantastica somiglianza con l'omonimo maestro compositore. Sebastiano, detto “Sto arrivando”, data la sua spregiudicata rapidità intuitiva, e Penelope, la fidanzata, detta “Ferrari”, in quanto capace di rispondere prima ancora di formulare la domanda. Antonio, detto “Fringula”, per la sua nota somiglianza con uno strumento da pesca a mano. Infine c'erano Peppe, detto “Nek”, e si capisce perché, Giulio, detto “Omar” o meglio “O' mar”, in quanto è sempre al mare. E Franco detto “Franky” o anche “Banzai” e in alcuni casi “Arakiri” o “Il suicida” perché si getta a capofitto in qualsiasi questione e discussione, anche di estranei, prendendole di brutto.
Fu una serata divertente, passata in braccio ai ricordi e alle immancabili battute su ognuno, alternate da diversi boccali di birra, accompagnati da pizza di ogni tipo. Ogni volta che portavano un nuovo spillo o altre teglie e pietanze, le cameriere-diavolesse continuavano il loro rito, avvicinandosi a Fabio e baciandolo, il quale ormai ci aveva preso gusto, sia a baci sia all'immancabile “A dopo, tesoro”, mentre gli amici, rassegnati, si accontentavano di baciare soltanto la rossa alla spina. Quando ormai erano tutti sbronzi e si fece l'ora di andare, gli amici incaricarono Fabio di chiedere il giro di amari e il conto, data la sua confidenza con le diavolesse.
«Signorina... ehm, volevo dire, diavolessa!» Fabio chiamò la cameriera più vicina, la quale accorse subito al suo tavolo «Amaro per tutti e il conto per favore!» aggiunse, sporgendo le labbra nella sua direzione, in attesa che lo baciasse.
«Certo tesoro.» la cameriera lo baciò di nuovo, stavolta col coro da stadio degli amici, ormai abituati al suo trattamento privilegiato, che gridarono “Olè” assieme a tutti gli altri clienti, ormai parte di quella tavolata tra amici anche se erano seduti altrove.
La cameriera andò alla cassa e tornò assieme alle altre diavolesse, che portarono in ordine: un altro spillo di birra, una bottiglia di amaro, tanti boccali e bicchierini, specificando che quelli li offriva la casa, e il conto, fermandosi tutte rigorosamente da Fabio, per pagare, se così si può dire, la solita tassa.
Fabio si sentiva in paradiso, sia per l'alcool sia per il clima festoso che c'era in quel locale assieme agli amici sia per i continui baci che riceveva da una serata intera, quando, sporgendosi nuovamente in direzione delle cameriere, sbiancò improvvisamente.
Il volto delle diavolesse si era improvvisamente trasformato in quello rugoso di diavoli veri e propri, con i canini macchiati di sangue, gli artigli alle mani e la coda biforcuta. Fabio guardò lo spillo, la bottiglia e i calici e si accorse che erano pieni di una sostanza rossa troppo densa per essere birra. Era sangue, che gli amici tracannavano assetati come indemoniati, trasformandosi anche loro sotto ai suoi occhi in scheletri, zombie e mostri di ogni tipo.
Fabio si sentì come paralizzato. Si guardò intorno, in cerca di un punto di riferimento che gli assicurasse che stesse soltanto sognando ma fu peggio. Anche gli altri tavoli erano pieni di creature mostruose. Vampiri, uomini lupo, uomini pesce, spettri, streghe, uomini senza testa, senza un arto o con la gola tagliata, Freddy Krueger, Jason, Jack lo Squartatore, Mr Hyde, Frankenstein, c'erano tutti. Tutti i personaggi della letteratura horror che tanto amava erano in quel locale e stranamente interessati a lui. Persino la Signora Nera con la falce che, assieme all'uomo-diavolo che aveva visto all'ingresso del locale, si dirigeva nella sua direzione.
Le diavolesse lo bloccarono sulla sedia e spiaccicarono la sua faccia sul tavolo, mentre la Morte alzava la sua falce pronta per colpire.
«Te l'avevo detto che avrei avuto la tua anima» disse l'uomo-diavolo, con una macabra risata che coinvolse tutti i raccapriccianti spettatori.
«Lasciatemi! Lasciatemi andare!» urlò il ragazzo, agitandosi e tentando di liberarsi, mentre la risata cresceva a dismisura in boato assordante.
«Sei mio!»
«Noooo!!!»

Fabio si svegliò di soprassalto e sentì il cellulare che squillava.
«Sì pronto» rispose, sbadigliando e strofinandosi gli occhi.
«Allora, sei dei nostri oppure no? Ti ho inviato un whatsapp un'ora fa e non hai più risposto.»
«Dici?»
«Dico? Fabio vaffanculo! Non mi dire che stavi già dormendo?»
«Mirko t'incazzi se ti dico che ero nel meglio del sonno?»
«Se m'incazzo? E a me che me ne fotte? La vita è la tua. Ormai sei diventato vecchio. Nove di mattina, nove di sera. È questo il tuo tempo vitale. Poi sempre a dormire.»
«Non abbiamo più vent'anni. Abbiamo bisogno di dormire di più, il corpo lo richiede, così come richiede il tabacco, più tabacco.» disse Fabio, riaccendendo la sigaretta spenta sul posacenere.
«Veramente sarebbe il contrario, dovremmo dormire e fumare di meno. Sei sempre il solito sottosopra.»
«No, siete voi altri ad essere al contrario. Il mondo intero va al contrario.»
«Se se... finiamola con la filosofia e veniamo al dunque: ceni con noi in pizzeria per una rimpatriata o preferisci startene a letto coi tuoi fumetti?»
Fabio espirò il fumo e spense definitivamente la sigaretta, guardando l'orologio del pc appena riacceso, che segnava le 20:17.
«A che ora ci vediamo e dove?»
«Alle 21:00. Al diavolo in padella.»
Un brivido attraversò la schiena di Fabio.
Ricordò tutto. Le diavolesse, il sangue, la trasformazione degli amici, i mostri, il diavolo, la falce. Sogno premonitore o meno, si sentì terrorizzato a tal punto che per alcuni istanti gli mancò la parola.
«Non ci sono. Decisamente no.»

sabato 29 ottobre 2016

Alterante scrittura alterata


- di Saso Bellantone
"La scrittura è come una figlia: la ami, la cresci e poi ti accorgi che non è più tua, che non sei neanche tu".

mercoledì 26 ottobre 2016

La virtù del poco


- di Saso Bellantone
"Non importa quante parole usi, ma come le usi".