mercoledì 16 maggio 2018

Niente eco dei tamburi stanotte



- di Saso Bellantone

Africa

I hear the drums echoing tonight
But she hears only whispers
of some quiet conversation
She’s coming in twelve-thirty flight
Her moonlit wings reflect the stars
that guide me towards salvation
I stopped an old man along the way
Hoping to find some old forgotten words
or ancient melodies
He turned to me as if to say:
Hurry boy, it’s waiting there for you
It’s gonna take a lot to drag me away from you
There’s nothing that a hundred men
or more could ever do
I bless the rains down in Africa
Gonna take some time
to do the things we never had
The wild dogs cry out in the night
As they grow restless,
longing for some solitary company
I know that I must do what’s right
As sure as Kilimanjaro rises
like Olympus above the Serengeti
I seek to cure what’s deep inside,
frightened of this thing that I’ve become
It’s gonna take a lot to drag me away from you
There’s nothing that a hundred men
or more could ever do
I bless the rains down in Africa
Gonna take some time
to do the things we never had
Hurry boy, she’s waiting there for you
It’s gonna take a lot to drag me away from you
There’s nothing that a hundred men
or more could ever do
I bless the rains down in Africa
I bless the rains down in Africa
I bless the rains down in Africa
I bless the rains down in Africa
Gonna take some time
to do the things we never had

traduzione

Africa

Sento l’eco dei tamburi stanotte
Lei sente solo dei sussurri
di una conversazione silenziosa
Lei sta arrivando con il volo delle 12:30
Le ali al chiaror di luna riflettono le stelle
Che mi guidano verso la salvezza
Ho fermato un anziano lungo la strada
Sperando di trovare alcune parole
o melodie dimenticate da tempo
Lui si è voltato verso di me come per dire
“Muoviti ragazzo, ti sta aspettando laggiù”
Sarà difficile trascinarmi lontano da te
Non c’è niente che cento uomini
o più potranno mai fare
Ho benedetto le piogge laggiù in Africa
Prenderò un pò di tempo
per fare le cose che non abbiamo mai fatto
Cani selvatici ululano nella notte
Mentre crescono irrequieti
desiderando qualche solitaria compagnia
So che devo fare la cosa giusta
Tanto sicuro quanto il Kilimanjaro si eleva
Come l’Olimpo sopra il Serangetti
Cerco di guarire ciò che è nel profondo
Impaurito da questa cosa che sono diventato
Sarà difficile trascinarmi lontano da te
Non c’è niente che cento uomini
o più potranno mai fare
Ho benedetto le piogge laggiù in Africa
Prenderò un pò di tempo
per fare le cose che non abbiamo mai fatto
Muoviti ragazzo, lei ti sta aspettando laggiù
Sarà difficile trascinarmi lontano da te
Non c’è niente che cento uomini
o più potranno mai fare
Ho benedetto le piogge laggiù in Africa
Ho benedetto le piogge laggiù in Africa
Ho benedetto le piogge laggiù in Africa
Ho benedetto le piogge laggiù in Africa
Prenderò un pò di tempo
per fare le cose che non abbiamo mai fatto.

Niente eco di tamburi stanotte, malgrado Africa, brano dei Toto, reciti il contrario. Niente eco perché la musica all'interno dell'abitacolo della Uno Turbo Blu è perfetta. Il volume dello stereo Pioneer è a palla. L'equalizzatore, anch'esso rigorosamente della medesima marca, è ben regolato. Le casse, sia quelle sugli sportelli anteriori sia quelle poste sulla mensola posteriore, pompano decibel come concerto di piazza. È una sensazione stupenda. Sergio non ha mai ascoltato una musica talmente limpida. Mai in macchina. Mai oltre le 23:00. È in netto ritardo. Ha soli 15 anni, non gli è consentito stare fuori così tardi, specialmente nei giorni infrasettimanali, dal momento che l'indomani deve andare a scuola ma quella, è un'esperienza bellissima: ascoltare la musica con Mauro, a bordo della sua Uno Turbo, di notte, con lo stereo a palla, lo fa sentire un adulto.
I capelli “a spina”, rasati ai lati e ben ingellati sopra, pelle nera e fisico scolpito tanto da guadagnarsi il nomignolo “Divu niru”, un sorriso coinvolgente, genuino, Mauro, 21 anni, è una persona talmente pacifica che un santone indiano sembrerebbe un diavolo al suo confronto. Fa parte di una bella comitiva, che tra moto e macchine, conquistano tutte le ragazze del paese. Anche le coetanee di Sergio. Così, stare con Mauro fino a tarda ora fa sperare Sergio: prima o poi, qualche ragazza avrebbe notato anche lui.
Di ragazze infatti si parla stanotte, oltre che di musica. Ma anche di sé e di quei segreti della vita che nessuno conosce fino in fondo. Perché a 15, a 21 o a 1521 anni, tutti sono esperti della vita ma ognuno a modo suo, senza sapere, davvero, come stanno le cose. In questa consapevolezza, tuttavia, è bello chiacchierare. Hai l'occasione di confrontarti, di sapere com'è che vede le cose qualcun altro, di imparare da altri, specialmente se l'altro è uno dei tuoi simboli, dei tuoi punti di riferimento e, stanotte, sei proprio al suo fianco. Non c'è nessun altro in giro per il paese. Soltanto Mauro, Sergio, la Uno Turbo e i Toto a palla.
Sergio si sente pago di tutto, sazio. Non vuole altro. Ha un amico più grande di lui, è in pace con se stesso e crede, in quelle ore passate con “Divu niru”, di essere il re della notte. Ci si scambia sorrisi, consigli e battutacce. Non volgari ma freddure, quelle battute con l'ironia di una volta, senza malizia né doppi sensi, che ti fanno ridere spontaneamente, delle quali Mauro è un maestro.
Ogni momento della vita, però, è destinato ad approdare al suo contrario. Dal sorriso, infatti, i due amici passano alla serietà più profonda e alla paura in un attimo. Il rombo di una Alfa 33 Blue, proprio nel momento in cui Africa è finita, riecheggia nella notte, sul corso. È la madre di Sergio, sicuramente in cerca di lui, incazzata nera, più del colore della pelle dell'amico.
«Cazzo, mia madre!»
«Beh, che c'è? Non stiamo mica facendo nulla di male. Stiamo solo ascoltando un po' di musica.»
«Non è questo, Mauro! Se ci pesca assieme, le prendi anche tu! Non conosci mia madre!»
«Bene, allora ti porto a casa.»
«Sbrigati, fammi scendere e corri via!»
Mauro accelera, accompagna Sergio e se ne va sfrecciando, sperando di non incontrare la madre dell'amico. Sergio tira fuori le chiavi, apre il portone, corre in camera sua e si infila sotto nel coperte con abiti e scarpe.
«Ce l'ho fatta.» pensa.
Un minuto dopo, sente il portone aprirsi e chiudersi di nuovo, e il suono di passi che si avvicinano.
«Si può sapere dov'eri? È da due ore che ti cerco...» la madre entra in camera, accende la luce e inizia a sgridarlo.
Sergio, invano, fa finta di svegliarsi in quel momento ma la ramanzina va avanti, con un tono paragonabile soltanto al volume dei Toto, a bordo della Uno Turbo Blu, di poco prima. Si prende tutti i rimproveri Sergio, se li merita, ma dentro di sé è felice di aver passato del tempo con Mauro, di aver ascoltato la musica a tutto volume e di aver chiacchierato con lui. È sicuro che non dimenticherà mai quel momento. Non soltanto per via dei rimproveri, ma perché, ripensando ai suoi 15 anni, non si è mai sentito bene così come è accaduto con Mauro stanotte.
L'indomani racconta tutto ai suoi coetanei ma nessuno gli crede, finché usciti da scuola, da lontano, si sente una musica assordante avvicinarsi. È ancora Africa dei Toto, è una Uno Turbo Blu, è Mauro, e si ferma davanti al liceo, proprio vicino a Sergio.
«Allora com'è andata con tua madre?» abbassato il volume, con i suoi soliti occhiali da sole neri, Mauro gli sorride.
«Non hai idea di quante me ne ha dette!»
«Sali e racconta. Facciamo un giro.»
Sergio saluta i suoi compagni e sale a bordo dell'auto. I compagni lo guardano increduli, le ragazze con interesse. Mauro riparte e Sergio sorride. Sì, adesso tutti lo tratteranno come un adulto, perché Sergio esce coi ragazzi più grandi della sua età.

venerdì 30 marzo 2018

QUALE DIO? di Antonio Signori


- di Saso Bellantone

Si è soliti esclamare “Quanto è piccolo il mondo!” quando ci si reca dall'altra parte del pianeta e si incontra, per caso o per destino, chi lo sa, un amico o un conoscente, ma è quello che ho pensato quando ho incontrato Antonio Signori. Dialogando con lui, è emerso che abbiamo in comune due caratteristiche:
  • entrambi abbiamo scritto dei libri;
  • uno di questi ha il medesimo oggetto, lo stesso interrogativo.
Pur partendo da esperienze e posizioni differenti, l'uno per via filosofica e l'altro per via scientifica, entrambi ci siamo posti la medesima domanda, rintracciabile a partire dal titolo del libro di Antonio Signori: Quale Dio? Di quale Dio stiamo parlando, dunque?
Il testo, pubblicato nell'ottobre 2012, è confortante innanzitutto, perché emerge che c'è ancora qualcuno che si pone l'interrogativo sopra citato, su posizioni e prospettive che vanno al di là degli schemi, popolari, metafisici e teologici tradizionali; è divertente, perché è accompagnato da alcune vignette di Stefano Arzuffi, ognuna delle quali riassume in maniera visiva, ribaltandolo su un piano ironico, il nucleo del capitolo appena trattato; è brillante, perché senza panegirici e “giri del mondo in 80 giorni”, come sono soliti fare gli accademici, ogni capitolo entra nel cuore della questione proposta nel titolo del capitolo stesso e fornisce rapidamente, a partire da una costellazione bibliografica di riferimento, il punto di vista sostenuto dall'autore, come già detto, al di là degli schemi e delle confezioni precostituite che si impara, generalmente, sui banchi di scuola, dell'accademia e nella società.
La “carta bibliografica” presente nelle note a piè di pagina del testo, là dove l'argomento lo richiede, evidenzia già come l'autore, così come è spiegato nell'introduzione Il senso di questo libro, non affronti in maniera banale la questione bensì sulla base delle proprie esperienze e delle proprie domande inquadrate all'interno della “cartina” appena citata. Ciò vuol dire che Antonio Signori, diversamente da quanto fa la maggior parte, prima di scrivere questo libro su questo argomento innanzitutto “legge” a proposito di tale questione, per conoscere i pareri di altri e confrontarsi con essi, dal momento che di questi temi non se ne parla facilmente o, meglio, non se ne parla affatto nella quotidianità. Per questo motivo, ci si ritrova di fronte ad alcuni pareri, opinioni, prospettive affiorate da questi “dialoghi letterari” svolti, non senza, naturalmente, i quesiti proposti dalla vita e dall'esperienza.
Sì, chi scrive ha usato consapevolmente i termini “pareri, opinioni, prospettive” perché il testo, stilisticamente, si presenta in un certo modo: non è aforismatico, se lo fosse stato avrebbe fatto parte del genere delle massime e delle sentenze, ma somiglia più a un diario, senza date e indicazioni di luoghi, certamente, però gli somiglia perché nel tempo di poche pagine testuali si condensano gli svariati quesiti provenienti da quello iniziale e perché tali questioni, specialmente oggigiorno, non hanno bisogno di quelle coordinate per essere maggiormente comprese, soprattutto alla luce della scrittura dell'autore, chiara, precisa, “pesata” in ogni singolo termine, affinché il nodo di ogni problema sia accessibile a tutti, ai più.
Lo scopo di questo libro, come scrive Antonio Signori nella già citata Introduzione, non è quello di «dare le mie risposte, ma per stimolare ognuno a trovare le proprie e, soprattutto, ancor prima di trovare le risposte, a porsi delle domande» (p. 5); in altri termini, è di fare pensare gli altri sulla/e stessa/e questione/i.
Oggigiorno, infatti, la domanda su Dio non è posta più. Si preferisce indossare la maglia della squadra del cuore, sia quest'ultima una delle tante religioni e sette esistenti o uno dei tanti ateismi, e ci si è tolti il pensiero. Dio è per la maggior parte nient'altro che diverse scatole preconfezionate e preferibili, così come la sua negazione, issando a divinità la medesima, è una scelta tra le tante irreligiosità.
Per Antonio Signori, invece, Dio è una domanda ancora aperta, non solo al di là delle “opzioni del volgo” ma anche oltre le strade finora seguite sul piano filosofico, scientifico e teologico-religioso; un interrogativo che merita di essere posto, malgrado sia impossibile indagarlo (come vedremo), perché è a partire da questo dilemma che l'essere umano può definire, storicamente e anche oggigiorno, seppur in maniera precaria, in che cosa consiste la sua umanità e in quale maniera può regolare la propria condotta.
E allora, chiediamoci: in quale maniera l'autore scioglie “il nodo di Gordio” presentato nel titolo?
Antonio Signori si confronta di pagina in pagina con le scelte e le intuizioni operate dalla tradizione filosofica, scientifica e teologica, dalle quali naturalmente scaturiscono quelle popolari e in voga; ogni volta, mettendo a fuoco alcuni punti cruciali, già dibattuti storicamente o attualmente dati per scontato, propone una via alternativa, una risposta altra, utile, come chiarito all'inizio di questa recensione, per fare pensare. A tal fine, le sue risposte si palesano, appunto, come dei “suggerimenti di riflessione”.
Che cosa emerge da tali suggerimenti? Di quale Dio parla Antonio Signori?
Operando una attenta spettrografia del libro, ci si accorge che l'autore presenta due tipologie, due idee di Dio:
  • quello delle religioni e della tradizione biblica;
  • un Dio “altro”.
Il Dio delle religioni e della tradizione biblica sarebbe, agli occhi di Antonio Signori, un “idolo”, un Dio reificato, scambiato per qualcos'altro, ridotto a mera cosa dall'essere umano in vari modi: con statue, simboli, teorie, immagini, con la sua stessa professione di fede, la quale, nel convincersi di aver compreso, afferrato Dio, lo perde istantaneamente. Ciò dipende dallo stesso sguardo umano che, con la sua prospettiva e il suo relativismo, frutto della cultura, dell'informazione e del tipo di società/comunità in cui vive, tende, in maniera antropologica, antropomorfica e antropocentrica, a umanizzare tutto, persino Dio. In questo senso, quando si parla di questo Dio non si fa altro che parlare delle “proiezioni” che l'essere umano, o meglio le civiltà, a effettuato nel corso della propria storia.
Dal momento che Dio è una proiezione “umana, troppo umana”, anche la morale e i valori, solitamente associati a questa o quell'idea di Dio, promossi da tale o tal altra religione, non sono altro che delle “invenzioni” umane, dei fenomeni storico-sociali derivanti dalla creatività umana. Da questo punto di vista, l'idea di Dio che incarna una precisa morale e dei precisi valori – così come un'altra ma tutte provenienti dall'uomo – è “sufficiente” per svolgere, soltanto, una chiara funzione: regolare e limitare le condotte umane. Così infatti si mostra la storia delle civiltà, secondo una prospettiva secolarizzata, ossia come la narrazione degli eventi che hanno riguardato i popoli, aventi, ognuno, delle ben definite idee di Dio mediante le quali hanno dato una misura e dei limiti al proprio agire.
A partire da questa visione disincantata della questione di Dio, appare chiaro, secondo l'autore, che occorre prendere con le pinze anche i testi sacri perché, pur essendo stati compilati sulla base di una “ispirazione divina”, i compilatori/redattori erano comunque degli esseri umani, soggetti all'errore; i testi dunque vanno letti e indagati, per non dire in maniera scientifica, con criterio e secondo uno sguardo multidisciplinare, allo scopo di individuare i possibili errori umani presenti in essi e, inoltre, le possibili ed esclusive matrici umane.
Tutto questo non vuol dire per Antonio Signori bocciare in toto le religioni. Se nelle idee di Dio è possibile riconoscere le morali e i valori stabiliti nel tempo dall'uomo, nelle religioni è possibile individuare quei movimenti storico-concreti grazie ai quali quelle morali e quei valori – e quelle fonti sacre – sono giunti a noi. Le religioni hanno il pregio – e in ciò consiste la fortuna di esse – di parlare alle masse, all'interiorità dei cosiddetti “fedeli” e di stabilire norme, riti e simboli resistenti al tempo, con le quali, comunque, avviene una forma di comunicazione interiore, con le quali, in ogni caso, si tenta di mantenere vivo il rapporto di Dio – pur idolatrandolo e reificandolo. Il problema delle religioni è quando a regolare il loro operare sono “i se e i ma”, i secondi fini, spesso e volentieri lontani dalle stesse norme e professioni di fede che le costituiscono, distanti dal messaggio rivoluzionario annunciato da Gesù “Ama il prossimo tuo come te stesso”.
Se si esclude la Shoa, tragico evento in cui il Dio delle religioni, non interviene e non si manifesta – così come miracolosamente aveva fatto in passato (non dimentichiamo di trovarci all'interno di una visione secolarizzata della questione, secondo la quale l'interventismo divino è un'altra proiezione/invenzione umana) – secondo l'autore le religioni, oltre che mantenere “aperto” lo spazio dell'interiorità, seppur in maniera monopolistica e per secondi fini, hanno un altro merito: propongono in chiave secolarizzata un concetto di Bene molto somigliante a quella che oggi chiameremmo una “cultura della non violenza, della solidarietà e del rispetto altrui”, concetto e cultura mediante i quali è possibile essere uomini, “umani” in maniera autentica.
Se il Dio delle religioni e della tradizione è soltanto un idolo, una proiezione umana, un'invenzione, allora come pensare Dio?
Secondo Antonio Signori, «Dio è in quello che rappresenta lo sguardo incredulo di Isacco» (p. 25), va ricercato da un'altra parte, da un altro punto di vista. Per essere più precisi, Dio non va più reificato, ridotto a mero oggetto o idolo, non va più sottoposto e condizionato alla prospettiva umana, relativa. In questo senso, va inteso come ciò che è indicibile, indimostrabile e su questo sentiero occorre abbandonare le vecchie idee, quella creazionista classica o quella quinziana secondo cui Dio avrebbe creato il tutto, sottraendosi, perché in tal modo non faremmo altro che tornare a pensare e a immaginare Dio alla vecchia maniera. Stesso dicasi per la Cristologia. Persino la presunzione di entrare in relazione con Dio è una visione antropologica, scorretta, illusoria, reificante, di Dio. Dio va inteso come un “mistero impenetrabile”.
Se proprio si vuol salvare qualcosa delle vecchie religioni, per intendere Dio in maniera nuova, ciò consiste, secondo l'autore, nell'idea di Spirito Santo, il quale, nella sua invisibilità, è l'unico Dio accettabile (della tradizione).
Intendere Dio come un mistero impenetrabile non significa per Antonio Signori interpretarlo come un qualcosa di totalmente inaccessibile. Ai suoi occhi, infatti, Gesù, oltre che passare alla storia come un modello da imitare per vivere nel “Bene”, «è l'esempio di come di possa essere in contatto con Dio», colui che ha insegnato la possibilità «di essere portatori di messaggio divino pur essendo uomini».
Finora, Dio è stato immaginato con occhi umani ma, secondo l'autore, per cominciare a immaginarlo in maniera nuova si dovrebbe intenderlo come «natura relazionale di tutte le cose» (p. 29), come lo spinoziano deus sive natura, un Dio cioè che è la natura stessa nell'insieme delle sue relazioni, entro la quale vi è anche l'essere umano.
Quest'ultimo, in quanto parte della natura e partecipe delle molteplici relazioni che costituiscono la natura stessa, dunque Dio, è «la dimostrazione vivente dell'intelligenza cosmica» (p. 46), esprime la presenza di Dio malgrado questi sia altrove, in uno spazio autonomo e impenetrabile. In questo senso, nella preghiera di ringraziamento – altro elemento delle religioni che l'autore salva – l'essere umano può sentire, ascoltare, accettare una voce che non è la sua, egoistica ed egocentrica, e poco conta se tale voce è di Dio o del cosmo o soltanto la sua.
Immaginando Dio come insieme di relazioni naturali, come «tutto in tutto» (pp. 74-75), potremmo spingerci oltre, riconoscendone le tracce nel bello matematico, nella bellezza dei teoremi e dei calcoli legati ai numeri. Da questo punto di vista, tra l'altro, anche la religione e la scienza potrebbero procedere nel rispetto reciproco, perché – scartata la teoria evolutiva, incapace di rispondere definitivamente alla domanda se il tutto sia un caso o un disegno – la questione escatologica, alla luce della fisica quantistica, potrebbe essere posta su altri piani e la stessa morte potrebbe essere pensata come una “mutazione della vita” (p. 74), una fusione di logos e kosmos.
Alla luce della differenza tra il Dio dicibile (delle religioni e della tradizione) e il Dio indicibile (quello nuovo, ossia quello che, sulla base delle considerazioni precedenti, non è stato mai considerato), ecco che cambia, anche, l'idea di fede o, meglio, “la” fede e la ricerca di questo nuovo Dio.
Al di là di ogni idolatria e presunzione, fede e ricerca coesistono, convivono, l'una con l'altra e nessuna delle due è possibile senza l'altra. Entrambe sono, oltre ogni certezza e ansia, «una continua vigilanza a mantenere viva la nostra tensione verso la ricerca di senso» (p. 8); entrambe sono attesa, non egocentrica non egoistica, la cui vitalità è esperibile nel dubbio: il dubbio di aver trovato la fede, il dubbio di aver concluso la ricerca.
Si tratta, in definitiva, di un'opera piacevole da leggere, mai banale mai pesante, ma che nella brevità e densità delle sue trattazioni stimola davvero a pensare criticamente la domanda su Dio e a ripensarsi, oltre che come uomo, come umanità.
Forse il messaggio celato da Antonio Signori tra le pagine di questo scritto è che la speranza in una società migliore rispetto a quella attuale, non prescinde dal porsi, ancora, questo interrogativo e dal pensare diversamente, razionalmente e in maniera spiritualmente altra – che cos'è la spiritualità se non una razionalità altra, quasi invisibile, alla quale però abbiamo accesso – i nodi cruciali della fede e dell'interiorità.

mercoledì 21 febbraio 2018

DISsonoria: RAGAZZO dei Litfiba



- di Saso Bellantone

“Io vorrei sapere
chi governa il mondo
e cosa gli direbbe
uno che è senza lavoro.
Vorrei sapere
come si fa a cadere
e come puoi risalire
senza farti male.
Sono un ragazzo
ricordatevi che esisto
sono il re del Nulla
mentre il Nulla ruba i migliori.

Vorrei sapere
perché non è reato
fare la puttana di stato
ed abusare ogni potere.
E sono senza un letto
ma mi basterebbe un tetto
almeno fino a domani
prima che la marea cresca.
Sono un ragazzo
ricordatevi che esisto
sono il re del Nulla
mentre il Nulla ruba i migliori.

Lavorare per contare
Non si può dire che sia godere
Meglio impazzire
Che stare qui a vegetare
E sono senza un letto
Ma mi basterebbe un tetto
Almeno fino a domani
Prima che la marea cresca”.

Il mondo è retto da forze oscure transnazionali, pubbliche e private, societarie e individuali, che decidono tutto. Giocano al potere, con lo spread, la guerra, i colpi di Stato, le leggi, per puro piacere. Per godere della invasante e gradevole sensazione di essere tra i pochi, se non gli unici, a poter stabilire qualsiasi cosa, a proprio profitto, a scapito di tutti gli altri: la vita e la morte, le mode e i consumi, la salute e la malattia, il lavoro e la disoccupazione, la fortuna e la disfatta di aziende, persone, servizi, idee, sogni e incubi. A causa di questa oscura volontà, la società è ridotta a un mero programma che si ripete all'infinito sempre nel medesimo modo, pur cambiando le sfumature, in cui miliardi di burattini sono illusi di essere liberi, anche nelle inutili proteste. Il risultato, è una realtà fittizia in cui ognuno conta per nessuno. E quando si è nessuno, vuol dire che non si conta affatto. Neanche nel caso in cui si ha la fortuna di lavorare.
Sì, perché il lavoro è una questione di fortuna, di amicizie, di raccomandazioni. O si è dei geni, di cui non si può fare a meno per quella specifica mansione o disciplina; o va avanti l'amico dell'amico. E in entrambi i casi, a condizione di accrescere il potere e la ricchezza di quella o quell'altra azienda, Spa, multinazionale.
Ci si ritrova, di conseguenza, in un mondo orientato al ribasso, alla mediocrità, all'ignoranza, dominato da un'etica violenta e parassitaria, ispirata da una morale inversa e perversa, che costringe all'uniformità, all'omologazione, all'uguaglianza e alla somiglianza. O si è una fotocopia di tutti gli altri o non si ha diritto alcuno.
Il capitalismo non è altro che la carta d'identità di quelle forze che si impiantano nel presente a scapito del futuro e delle generazioni a venire. Interessa solo moltiplicare la ricchezza, qui ed ora, con l'uso della forza, della cattiveria, del male. O si è parte di questo meccanismo che arricchisce i pochi, secondo le loro regole naturalmente, o si è sacrificabili, senza speranza alcuna.
In questo brano dei Litfiba, emerge la ripetuta critica nei confronti delle multinazionali e dei governi, che alimentano questo circuito nero del potere a svantaggio dei giovani. I sogni, le competenze, i buoni propositi non valgono in una società marchiata dalle monete. Bisogna adeguarsi, obbedire, se si è fortunati lavorare così come viene imposto, senza emozioni né rimpianti. Al contrario, si resta senza lavoro senza un tetto, si rimane privi dello stesso diritto di esistere.
Ma è davvero così che si deve andare avanti? È davvero questa società il risultato dei sacrifici dei nostri antenati?
“Prima che la marea cresca”, bisognerebbe invertire la corrente.

mercoledì 14 febbraio 2018

From de sabbatical year (ben ritrovati)



- di Saso Bellantone

Ne è passato di tempo. A parte qualche sporadico post, è trascorso un anno, senza scrivere e con tanto pensare ma, soprattutto, con tanto da fare. La vita, non quella virtuale che abbindola dietro gli schermi delle nuove tecnologie, bensì quella vera, in carne e ossa, chiama e non puoi voltarle le spalle. Pena: la perdita totale della propria identità, ammesso di averne una o di essere convinti di averla.
L'identità è la Sfinge, il lago di Narciso, l'Urlo di Munch dell'essere umano. Sulla base dell'epoca, della civiltà, del continente, della regione, della città in cui vive e sulla base della comunità, della famiglia, dello status sociale a cui appartiene, della formazione ricevuta, degli incontri avvenuti, dei sogni infranti e delle sconfitte incassate, ma soprattutto sulla base della sensibilità posseduta, dell'apertura (o della chiusura) mentale che ha, degli amori e dei dolori patiti, dei maestri e dei ciarlatani con cui si è confrontato e di un'incalcolabile ventaglio di incognite che sconquassano la vita come bandiera strappata alla sua asta e in balia del vento, l'essere umano traccia e cancella sulla tela invisibile del suo animo uno schizzo confuso di quella che ritiene la propria identità. Un'immagine effimera, precaria, che dura il tempo di essere depennata dalle persone che ha conosciuto e conosce (in realtà, non le conosce affatto), che costituiscono, rappresentandola, la società e dunque anche la regola, il giusto, il buono, il bello di essa. E così è per tutti.
Arriva il momento in cui ci si sente depennati, archiviati, esclusi, eterei e quello che si è sempre stati e che si è sempre fatto non ha più valore del tempo misurato da un orologio qualsiasi. Bisogna fermarsi, staccare, isolarsi negli abissi più bui e nelle vette più fredde alla ricerca di una qualche certezza di esserci davvero, concretamente, materialmente, di essere vivi in un mondo di zombie. Sì, perché è così che appare il mondo quando si sceglie (o non si può fare a meno) di vivere al contrario della società e di manifestarsi, agli occhi degli altri, come l'irregolarità, l'ingiusto, il cattivo, il brutto. Agli occhi degli altri.
“L'inferno sono gli altri” dice Sartre. Parafrasandolo: “Gli altri sono l'inferno”. E ha ragione. Specie quando si scrive (la penna o i tasti sono il prolungamento del propria essere pensante e senziente) per qualcun altro. La scrittura dovrebbe migliorare, se non il mondo, almeno qualcun altro e, invece, ognuno non resta che tale e quale a prima, anzi peggiora, degenera nella sua regressione, mostrando quello che è sempre stato dietro le belle facce e le belle parole. Il bello degli altri, appunto.
Questo, naturalmente, toglie tutte le forze, fa crollare ogni speranza, smantella ogni sacrificio svolto. È inutile, ci si dice, continuare a scrivere. Tanto non cambierà nulla e nessuno. Così ci si autosospende da questo regno del sottosopra, si posa la penna, si chiude la tastiera dentro il cassetto e si attende un segnale, un indizio o anche un presagio che qualcosa, adesso, stia cambiando veramente e che qualcuno, ora, mostri chiaramente di essere sempre stato quello che ha manifestato. E così è stato.
In questo anno sabbatico pochissimi hanno avuto il coraggio (perché in un mondo di zombie e pecore è l'ardimento che è scomparso) di bussare alla porta, di suonare il campanello e di attendere una risposta o, per chi era fisicamente lontano, di prendere il tracciatore istantaneo (il cellulare), di selezionare il numero e di telefonare (o soltanto di mandare un messaggio). Nessuna sorpresa, lo si sapeva già che per la maggior parte non si è mai esistiti se non per interessi personali, di qualsiasi natura siano. Questo è stato determinante per distinguere i vivi e i leoni dagli zombie e dalle pecore. E lo è ancora, adesso che, forse, l'anno sabbatico è sul finire e sta per iniziare un anno nuovo. Un nuovo inizio che, per essere tale, deve necessariamente portare con sé le orme del vecchio percorso: sia quelle profonde, cariche di dolore e gravità, sia quelle più superficiali, piene di amore e leggerezza.
Chi è stato tra quei coraggiosi, sa benissimo le gioie e i dolori provati in questo anno sabbatico e anche prima di esso, e non ha bisogno di vederseli elencati; chi, invece, non lo è stato, non troverà catalogo alcuno in questo post, se non il biasimo di saperlo parte della società, della sua regola, del suo giusto, del suo buono, del suo bello, e che l'ha rovinata e continua a rovinarla, egoisticamente, fregandosene non soltanto dei maledetti altri ma anche dei propri cari e di coloro che verranno.
Alla luce di queste considerazioni e sull'impotenza della scrittura per cambiare, almeno, qualcun altro, mi è stato detto: scrivi per te stesso. Ci ho pensato ma la scrittura è per natura comunicazione, evento, apertura, ricerca, dialogo; è fatta di parole e, in quanto tale, è sempre rivolta a qualcun altro. Questa convinzione è tra i pochi detriti rimasti del vecchio viaggio, con i quali intraprendere il nuovo, e con essa ho ritrovato tanti altri detriti, ancora solidi e, anzi, più resistenti di prima, con i quali tracciare un'altra bozza nel mio animo.
È a voi, pochissimi coraggiosi, che dedico questo post e, anche, a chi ancora, naturalmente, non può sapere di questa dedica.
Ben ritrovati!

mercoledì 25 ottobre 2017

La bontà è cieca


- di Saso Bellantone
"La bontà ha sempre gli occhi chiusi; se li apre, diventa il suo perfetto opposto ed è tutt'altro che buona".

lunedì 16 ottobre 2017

Tangemi e Melograni


- di Saso Bellantone
Quando arriva l'autunno, si chiude un ciclo e uno nuovo comincia.
Si pensa al lavoro, ai sacrifici da sopportare per il sostentamento proprio e dei propri cari, alle nuove sfide da affrontare. La vita vissuta si riassume nelle foglie appassite che cadono qua e là per le strade, metafora appunto del tempo passato ma anche monito del tempo rimasto.
La vita infatti non è soltanto ciò che è stato ma anche ciò che sarà. È la sintesi di due occhi che guardano in direzioni opposte e che s'incontrano soltanto nel qui ed ora, simile quest'ultimo alla moneta avente due facce, al Giano avente due volti, al Taijitu contenente lo yin e lo yang.
È in questo periodo che il qui ed ora, leggero come l'indefinito nella stagione estiva, inizia a manifestare la propria pesantezza, la propria gravità. Il cammino diventa più arduo, i movimenti più faticosi, le orme sul sentiero del tempo e dei ricordi più profonde. Non sappiamo più chi eravamo né chi diventeremo. Siamo consapevoli che occorre proseguire lungo la strada verso la foresta, oltre la quale ve n'è un'altra che conduce a un'altra foresta ancora e così via, finché resteremo in questo sogno lucido che è il mistero dell'esistenza.
Fa piacere tuttavia percorrere alcuni tratti di strada con dei compagni inattesi.
Sulla via, infatti, non sai mai chi incontri e, quando meno te lo aspetti, ecco spuntare qualcuno che con gesti semplici ti offre l'occasione di rammentare la tua identità, la tua provenienza, la tua direzione. È quello che accade ogni volta con l'amico Mimmo De Pietro.
Mio personale maestro di vernacolo nicoterese, è una persona sui generis, dalla spiccata intelligenza e dalla grande umanità, una di quelle persone difficili da incontrare in questo tempo buio e selvaggio qual è quello attuale. Ha sempre qualcosa da raccontare, la battuta pronta, è gentile, attento agli impegni familiari e a quelli collettivi. Ma soprattutto, è una persona sincera, spontanea, senza secondi fini: naturale.
Ricordo ancora quando alcuni anni fa portò dei Tangemi o Tangeli, che dir si voglia. Un agrume che non conoscevo, la cui bellezza, il cui sapore e il cui profumo ispirarono la scrittura di un racconto dall'omonimo titolo. Restò incuriosito della mia ignoranza in materia e fu felice quando scoprì che quell'agrume era stato il protagonista di un racconto, dedicato a lui.
Da allora è nata una bella amicizia. Ci vediamo poco, per via degli impegni, ma ogni volta è come se ci fossimo incontrati il giorno prima. Mimmo fa ricerca dialettale per insegnarmi quello che non conosco, io gli sottopongo delle domande a cui lui, se non lo fa subito, risponderà la prossima volta che ci vedremo. Un'amicizia intellettuale, così mi piace definire questo tipo di affinità vissuta con pochi altri, e credo sia la migliore. Nella società, infatti, nulla si fa per nient'altro, ci dev'essere qualcosa in cambio. Eppure questo tipo di amicizia sfugge a quella fattispecie. Si dà la conoscenza per il piacere della conoscenza stessa, si è amici per il piacere di essere tali.
Ogni anno, tuttavia, quando arriva l'autunno, Mimmo non dimentica mai di portare alcuni Tangemi, simbolo ormai della nostra amicizia. Questa volta, però, li ha accompagnati a dei melograni, dei frutti adatti all'autunno, la stagione della riflessione. È in questo periodo, infatti, che i melograni sono pronti per essere gustati, mentre la pianta comincia a denudarsi delle sue foglie, restando un tronco spoglio, apparentemente morto, eppure in piena primavera e a inizio estate torna a mostrare nuovi germogli.
Non a caso gli antichi pensavano che il melograno simboleggiasse la rinascita della vita. Non è un caso se quest'anno Mimmo li ha portati assieme ai Tangemi. Rappresentano una conferma: un rinnovamento della nostra amicizia e, con essa, anche la rammemorazione della strada percorsa finora e di quella ancora da attraversare.

giovedì 12 ottobre 2017

Stelle umanizzate


- di Saso Bellantone
"Il fascino di una stella non è nel suo splendore ma nella sua distanza; se la riducessimo, perderemmo non soltanto il fascino ma anche la stella".

sabato 7 ottobre 2017

La magia delle parole



- di Saso Bellantone
"La magia è la capacità di cambiare le cose, mutando i cuori attraverso le parole. Se le cose non cambiano, o le persone sono senza cuore o le parole sono inefficaci".

giovedì 5 ottobre 2017

Identità restante


- di Saso Bellantone

“L'identità è quel che resta delle gioie e dei dolori provati, dei premi e dei castighi ricevuti, delle vittorie e delle sconfitte incassate”.

sabato 30 settembre 2017

Uno strano passaggio


- di Saso Bellantone
La pioggia cadeva forte e veloce, come burrasca in mare aperto. La Toyota saltava tra le profonde pozze d'acqua come peschereccio su onde rabbiose. Inutili tergicristalli si muovevano su e giù su un parabrezza totalmente spento dal piovasco, mentre ciechi occhi cercavano di non sbattere contro muri, alberi e recinzioni. Pur essendo mezzogiorno, sembrava mezzanotte. Non c'era nessun altro, a parte i fulmini improvvisi che squarciavano il cielo nero e i tuoni che amplificavano l'agitazione di Gianni, penetrando il silenzio dell'abitacolo.
Non vedeva un temporale simile da anni. Ne aveva affrontati tanti ma mai si era spaventato come in questo caso, nonostante stesse attraversando una strada a lui ben nota, quella del Ponte Vecchio, che da casa sua portava all'uliveto di famiglia. Produttore di olio di pregiata qualità, esportato al nord Italia e all'estero, ogni giorno la percorreva almeno quattro volte, avanti e indietro: alla mattina, a mezzogiorno, nel primo pomeriggio e alla sera. Gianni Tanboga era un buon autista e, pur conoscendo a memoria tutte le strade della zona, questa volta, sotto quel maledetto temporale, aveva paura e non ne capiva il perché. Aveva sempre lavorato, fin da ragazzo, non aveva mai fatto del male a nessuno né combinato guai di alcun genere. Amava la musica, l'arte, la letteratura, la scienza, il cinema e lo sport. Era una persona sensibile, tant'è che faceva parte di diverse associazioni del territorio con finalità solidali e di volontariato. Si era laureato persino in Agraria e aveva dato una svolta all'azienda familiare, rendendola una dei fiori all'occhiello della regione, assieme ad altre ormai di fama mondiale. L'unica cosa che non gli interessava era la politica, che reputava ormai marcia e inutile dal momento che tutte le decisioni di ordine nazionale, su qualsiasi settore, le prendeva il parlamento europeo e non quello italiano. Passava la vita lavorando, dedicando il tempo libero alle sue passioni e alla solidarietà, e aveva pochissimi amici, che incontrava o sentiva raramente, perché preferiva restare da solo per occuparsi di tutti i suoi impegni lavorativi e ricreativi. Non aveva dunque alcun motivo per cui sentirsi talmente inquieto eppure, quel giorno, lo era e la consapevolezza di questo lo agitava di più.
Tenendo gli occhi fissi sulla strada che, comunque, non si vedeva, Gianni prese una sigaretta e l'accese, mentre il cielo veniva nuovamente lacerato da un fulmine. Abbassò poi leggermente il finestrino per far uscire il fumo, incurante dell'acqua che penetrava dentro l'abitacolo, e saltò sul sedile a causa del tuono assodante consecutivo alla folgore. Convinto che il boato avesse rotto qualcosa dentro di lui, tolse gli occhi dalla strada, in ogni caso introvabile, per recuperare la sigaretta finita in mezzo alle gambe. Quando guardò di nuovo innanzi a sé, si accorse che stavolta la strada si vedeva: aveva improvvisamente smesso di piovere e un raggio di sole, facendosi largo tra le nubi, illuminava una figura solitaria che camminava senza ombrello a una trentina di metri da lui.
Non ebbe il tempo di tirare un sospiro di sollievo né di chiedersi chi fosse quel tale che le nubi si chiusero nuovamente, la pioggia riprese a cadere più forte di prima e il parabrezza fu velato di nuovo dall'acqua. Preoccupato per il tizio, Gianni abbassò completamente il finestrino, gettò via la sigaretta e, mettendo la testa fuori dall'abitacolo, si avvicinò lentamente all'altro che proseguiva imperterrito nel temporale.
«Ehi!» urlò «Ehi! Che ci fate sotto la pioggia?!»
L'uomo parve non sentire, così Gianni, avvicinatosi ancora un po', lo chiamò di nuovo:
«Ehi! Ma dove andate sotto quest'acqua?!»
Stavolta l'altro si fermò e si voltò in direzione di Gianni, che ormai si era fermato al suo fianco e poté vederlo chiaramente. Era un uomo sulla settantina, avvolto in una cerata nera. Portava un vecchio bastone su una mano e sull'altra una busta della spesa, mentre in testa aveva un cappello da cowboy, saldamente legato sotto il mento. Il suo volto era segnato dalle rughe e i suoi occhi trasparivano una bontà innata:
«Non dovevi fermarti, posso proseguire da solo.» rispose l'uomo, senza mostrare alcuna emozione.
«Ma che state dicendo, non vedete come piove?! Salite che vi do un passaggio.»
«D'accordo giovanotto, come preferisci.»
L'uomo girò dall'altra parte e si imbarcò sull'automobile, mentre Gianni, rimessa la testa dentro l'abitacolo, alzò il finestrino e ripartì.
«Guardate come siete conciato!» disse, guardando incuriosito il cappello da cowboy «Siete tutto inzuppato! Ma si può sapere che ci facevate da solo in questo diluvio?!»
«Doveri, giovanotto. Doveri.»
«Doveri? E non avete nessuno, un parente o un amico che possa accompagnarvi?»
«Purtroppo i miei impegni non prevedono la presenza di altri . Ecco perché ti avevo detto che avrei proseguito da solo.»
«Vabbè, potevate farvi accompagnare, dire di attendervi in macchina per sbrigare i vostri obblighi e una volta finito potevate farvi riportare a casa. Tenete...» Gianni prese dei pacchi di fazzoletti dal cruscotto e li porse all'anziano «Intanto, asciugatevi come potete. Dove dovete andare che vi porto io?»
«Te l'ho detto, dove vado io non può venire nessuno... e comunque, non ho parenti né amici.» sorrise l'altro, accettando i fazzoletti e cominciando ad asciugarsi, senza togliersi il cappello né l'impermeabile.
«Questo mi dispiace però ormai siete a bordo e vi accompagno io. Ditemi dove andate, così vi lascio lì e me ne vado.»
«Grazie giovanotto. Tutte le persone che ho incontrato finora sono state scortesi e offensive, mentre tu sei molto gentile. Ma come ti ho già detto, questo non è possibile. Dove vado io non può venire nessuno, neanche tu.»
«Allora facciamo così: ditemi una zona nelle vicinanze. Così io non so dove andate e voi non dovete rivelarlo. Va bene?»
Il vecchio si mise a ridere, perché Gianni lo fissava con un'espressione buffa: «Neanche così va bene, giovanotto. Pensa a guardare la strada.»
«La guardo la strada, la guardo... anche se non si vede nulla. Comunque non capisco una cosa. Se nessuno può accompagnarvi dove dovete andare, perché allora siete salito a bordo?»
«Vuoi saperlo davvero?» lo fissò l'anziano.
Gianni lo guardò come inebetito e rispose: «Certo.»
«E va bene, te lo dirò.»
L'uomo restò in silenzio per alcuni istanti e Gianni, che ormai non stava nella pelle, esclamò: «Allora?!»
«Perché hai insistito.» il vecchio scoppiò a ridere.
«Ma che risposta è questa!» protestò Gianni «Siete salito a bordo soltanto perché ho insistito?»
«Ti sembrerà strano ma è proprio così. Di solito nessuno mi cerca, mi rivolge la parola o attira la mia attenzione per fare qualcosa per me, come hai fatto tu. In genere, tutti lo fanno perché vogliono avere qualcosa da me, e attualmente accade talmente spesso che mi sono stancato. Non mi va più di fare questo lavoro...»
«Beccato! Quindi è per lavoro che state andando a...»
«Tanto non ci casco, giovanotto.» rise l'altro «Ricordati che sono più adulto e ho più esperienza di te.»
«Va bene, ci ho provato... Comunque, almeno questo potete dirlo: è per lavoro che vi trovate qui?»
«Sì, diciamo di sì.»
«Bene. E si può sapere quale?»
«Mmm... Non fare troppe domande, però.» lo intimò l'anziano, cercando di farsi serio senza riuscirci.
«Avanti, l'ho capito da un pezzo che non riuscite ad essere duro...»
«È così evidente? Strano, pensavo...»
«Non cambiate argomento. Stavate dicendo qual è il vostro lavoro.»
«Ah già!» il vecchio gli strizzò l'occhio «Diciamo che il mio è uno dei... anzi, direi, sì, è il lavoro più antico che esista.»
«Mi state prendendo in giro?» Gianni fermò l'automobile e lo guardò severamente.
«No, non quello!» rise l'altro, aggiustando il cappello «E comunque neanche tu sei credibile in termini di seriosità. Si vede che stai trattenendo le risate.»
Gianni scoppiò a ridere e ripartì: «E quale sarebbe questo lavoro più antico che praticate?»
«Diciamo che è un lavoro in base al quale ogni cosa, persona o fenomeno acquisisce un senso.»
«Acquisisce un senso eh...» Gianni cominciò a pensarci su.
«Anche se...» riprese l'altro.
«Anche se... che cosa?»
«Anche se tutto acquisisce un senso agli occhi altrui e non sempre ciò corrisponde con quanto avrebbe dovuto davvero significare.»
Un fulmine tagliò il cielo e un tuono fece vibrare l'abitacolo. Gianni saltò sul sedile, mentre l'altro restò impassibile.
«Accidenti a questi tuoni... Dunque, se non ho capito male, voi fate il lavoro più antico con cui tutto acquisisce un senso, per gli altri... ma non sempre è il senso giusto. Giusto?»
«Giusto.»
«Io non ci ho capito niente.»
I due scoppiarono a ridere.
«Avanti, mi dia qualche altro aiuto?» richiese Gianni.
«Allora, vediamo... Ah ecco! Il mio è il lavoro più antico ma anche l'ultimo, il lavoro ultimo.»
«Ultimo eh...» Gianni si mise a pensarci su.
«Sì, ultimo, nel senso di finale, conclusivo, definitivo...» disse serio l'uomo mentre un fulmine divideva il cielo e un tuono faceva traballare l'abitacolo.
Anche Gianni lo guardò in maniera austera: «No, non ci capisco niente.»
I due scoppiarono nuovamente a ridere, poi ripresero a discutere.
«Non fate prima a dirmi che lavoro è?»
«Non posso. Ti ho già aiutato.»
«Ma insomma, non potete dirmi dove andate, non potete dirmi che lavoro fate... almeno si può sapere come vi chiamate?»
L'uomo si mise una mano sul mento e cominciò a pensare, fissando il vuoto. Poi si voltò verso l'altro e rispose: «No.»
«Come no?!» Gianni non credeva alle proprie orecchie «Neanche il nome?!»
«Il mio nome è il lavoro che faccio, il più antico e l'ultimo.»
La macchina passò sopra una pozzanghera più profonda del solito, sballottando i passeggeri qua e là, mentre un fulmine e un tuono fecero tutto il resto.
«Va bene va bene, ho capito. Torniamo un po' indietro. Prima avete detto che non vi va più di fare questo lavoro incredibile ed eccezionale, antico e ultimo, che è anche il vostro nome.»
«Infatti.»
«Posso sapere perché?» Gianni fermò l'automobile e lo fissò.
L'uomo girò lo sguardo nella sua direzione e rispose: «Sì.»
«Aaahhh! Finalmente si può sapere qualcosa!»
«Comunque la risposta era presente nell'affermazione precedente. Tutti vogliono avere qualcosa da me, e stanno diventando in troppi. Certo, ci sono stati momenti in cui questo è già avvenuto, molte volte nella storia Nazioni, popoli o tribù hanno richiesto me e il mio lavoro ma adesso è diverso. Sono stanco. Vorrei che gli altri facessero qualcosa per me.»
«Aspettate. Che significa che “nella storia” hanno richiesto voi e il vostro lavoro?»
«Beh, quello che hai appena detto. Dovrebbe avere un altro significato?»
«Non parlo di significato della frase ma di “nella storia”. Scusate, quanti anni avete? O non si può sapere nemmeno questo?»
Il vecchio sogghignò, si sistemò il bastone e la busta e rispose: «Questo si può sapere.»
«Bene. Allora?»
«Tu quanti me ne dai?»
«È scortese rispondere a una domanda con un'altra domanda!»
«Avanti, provaci!»
«E va bene.» Gianni lo osservò con aria indagatrice e disse: «Ne date a vedere una settantina ma ho l'impressione che non sia così.»
«Cosa te lo fa credere, giovanotto? Troppe rughe?» l'anziano si guardò nello specchietto e cominciò a toccarsi il viso.
«No no, anzi, pare ne abbiate poche. Ma quel “nella storia” puzza un po'. E finitela di guardarvi allo specchio!» Gianni mise a posto lo specchietto, non senza notare che il volto riflesso su di esso era diverso rispetto a quello dell'uomo seduto al suo fianco. Un brivido gli percorse la schiena, mentre un fulmine fratturava il cielo e un tuono faceva oscillare l'abitacolo.
«Scusami.» il vecchio si ricompose, accorgendosi che Gianni era rimasto segnato da quello che aveva intravisto «Non dovevo specchiarmi. E tu non dovevi fermarti!»
Gianni vinse la paura suscitata dalla fuggevole visione e rispose:
«Non ricominciamo con questa storia! “Nella storia”... Oh, accidenti! Forse ho capito chi siete: un fantasma!»
L'anziano lo guardò seriamente, fece finta di ragionarci su, cominciò ad assentire e poi disse: «Bravo! Finalmente hai capito che... no.»
I due scoppiarono a ridere, Gianni diede una pacca sulla spalla del vecchio, quest'ultimo su quella di Gianni, e così proseguirono due-tre volte, mentre fuori i fulmini e i tuoni si ripetevano ad ogni movimento dei due, come collegati a loro.
«Comunque ti sei avvicinato.»
«Quindi se non siete un fantasma siete uno spirito...»
«Ma quale fantasma e spirito! Non esistono queste cose qua! Intendevo che la tua impressione era corretta. Non ho settant'anni, magari fosse così. Ne avrò almeno settanta volte non so quante volte settanta miliardi circa, mio caro Gianni.»
Fulmini e tuoni. Il vecchio lo osservò seriamente e scoppiò a ridere. Gianni fa lo stesso.
«Sapevo di avere indovinato!»
«Ma se non hai detto niente.»
«Ecco, sempre ad interrompere, fatemi parlare! Ero indeciso tra il becchino e Dio ma, viste le vostre ultime dichiarazioni, direi che siete Dio.»
L'anziano restò a bocca aperta e chiese: «Come lo hai capito?»
«Hai detto il mio nome poco fa. Solo Dio può saperlo.»
«Ah sì?»
«Sì.»
«Ah. Mi è sfuggito. Bravo! Finalmente hai capito che... no.»
Gianni lo fissò in maniera seriosa: «Lo sapevo.»
«E allora perché hai detto “Dio”?»
«Per vedere la vostra reazione.»
«Non è scortese prendere in giro la gente?»
«Beh anche voi siete stato scortese prima...»
«Allora siamo pari.»
«Giusto, siamo pari.»
«Uno a uno.»
«Ics.»
Fulmini e tuoni.
«Stavolta non c'entravano.»
«Come no?»
«In genere li producete quando fate finta di dire cose serie.»
«Ah è vero, scusa. Mi sono confuso.»
«Allora è vero che siete voi a produrli?»
«Certo, chi dovrebbe produrli? Aspetta un attimo Gianni. Hai imbrogliato.»
«Ho solo tirato ad indovinare... e ci siete cascato.»
«Non si fa così.» disse il vecchio, alzando l'indice in direzione del cielo e un fulmine subito ebbe origine. Poi il vecchio chiuse il pugno e lo mosse in direzione del finestrino al suo fianco, e subito un tuono fece traballare l'abitacolo.
I due si lasciarono andare in una risata e si diedero tante di quelle pacche che le spalle cominciarono a fare male a entrambi.
«Non sarebbe ora di far terminare questo temporale?» propose Gianni, ormai tranquillo e sereno.
«Tu dici? A me piace così tanto...» rispose l'altro, con aria malinconica, guardando oltre il finestrino, mentre la pioggia cominciava a rallentare il suo ritmo.
«Dovreste saperlo che ogni cosa ha un suo tempo e non può durare per sempre! Voi, meglio di chiunque altro, che fate il lavoro di...»
«Non dirlo! Non dirlo! Non dirlo!»
«Va bene non lo dico... Voi, meglio di chiunque altro, che vi chiamate...»
«Non dirlo! Non dirlo! Non dirlo!»
«Ah ah ah! Ve l'ho fatta di nuovo, non lo dico!»
«Aaahhh!»
«Avanti, è il momento di far tornare il sole.»
«È che mi ero affezionato a questo viaggio in macchina...» il vecchio mostrò nuovamente la sua amarezza.
«Anch'io, ad essere sincero.» sorrise Gianni, porgendo all'altro una sigaretta «Dai, una sigaretta insieme e poi andiamo. In fondo, il vostro è un lavoro importante, anche se siete sempre da solo. Ma se non lo svolgete, niente ha senso in questo mondo.»
«Hai ragione, Gianni. E comunque, ormai siamo amici e puoi darmi del tu.»
«D'accordo, ti do del tu.»
I due accesero la sigaretta e iniziarono a fumare. Il vecchio chiese: «Veramente hai capito chi sono e qual è il mio lavoro? Non dirlo però! Altrimenti devo portarti con me e, come ti ho detto all'inizio, non puoi venire dove vado io.»
«Non lo dico! Tranquillo! Altrimenti dovrò venire con te e, anche se sei un buon amico, non voglio ancora.»
«Però insieme ci divertiremmo! Potremmo viaggiare sempre in automobile, parlare continuamente, fumare...»
«Ne sono certo, ma ho ancora molte cose da fare. E poi, oggi ho capito due cose importanti.»
«Primo: che sei stanco della solitudine e che in fondo, anche tu, vorresti un po' di compagnia. Ma il tuo lavoro è importante e devi farlo soltanto tu, altrimenti tutto perderebbe di significato. Secondo: che anch'io sono stanco della solitudine e che, tra le cose più importanti che ho da fare, la prima fra tutte è passare il resto della mia vita assieme a qualcun altro. È questo, finalmente l'ho capito, di cui avevo paura, quando mi sono imbattuto nel temporale. Ma adesso so che cosa devo fare.»
«Bravo!»
«Grazie.»
«Prego.»
«Quando questo acquazzone sarà finito, andrò a trovare una ragazza. Al liceo stavamo insieme e stavamo bene. Nella pausa dividevamo sempre del pane caldo con acciughe e olio d'oliva. Davvero buono. Poi il lavoro, l'Università, la scomparsa dei miei mi hanno allontanato da lei ma sono sicuro che tutto è rimasto così come un tempo. Lei è ancora a casa. Da sola, come me, e vive della sua attività. Mi sono reso conto che mi manca tanto e, anche se forse è troppo tardi, voglio dichiararle quello che provo per lei.»
«Era quello che volevo sentire, Gianni. Adesso, posso anche andare.» l'anziano mosse lentamente le mani, come per pulire il parabrezza, e subito smise di piovere e le nubi si diradarono. Il sole cominciò a splendere e a penetrare dal parabrezza oltre il quale, finalmente, si vedeva chiaramente la strada. Il vecchio posò una mano sulla spalla di Gianni, gli sorrise e prese la maniglia dello sportello ma Gianni gli afferrò l'altro braccio e lo fermò.
«Prima che te ne vada» disse «mi toglieresti una curiosità?»
«Certo giovanotto! Dimmi tutto.»
«Mi dici perché ti porti dietro quella roba? Di solito non giri con falce e mantello nero?»
«Di solito! Ma mi sono stancato anche di quel look e ho preferito cambiare, mettermi al passo coi tempi. Il bastone mi serve per appoggiarmi, tanta è la mia stanchezza, caro Gianni.»
«Non fare il melodramma ora, e vai avanti!»
«Vado avanti, sì! Nella busta invece ci metto la mietitura. La cerata naturalmente la uso per coprirmi, non mi va a genio che la gente mi guardi nudo! Sono tutto pelle e ossa, sai?! Anzi, più ossa che pelle!»
«E il cappello da cowboy? Quale sarebbe la sua utilità?»
«Nessuna. Mi piace e basta. Sto bene vero?» sorrise il vecchio, scendendo dalla Toyota.
«Lasciamo stare...» sbuffò Gianni, per nulla convinto della scelta dell'altro.
«Lasciamo stare sì! Non capisci nulla di look!»
«Iooo?»
«Tu!»
«Ma vaaa!»
«Infatti, sto andando! Te l'avevo detto!»
«Che cosa?»
«Non dovevi fermarti, non era la tua fermata. Vai anche tu...»
«Dove devo and...»
L'anziano scomparve improvvisamente, dal nulla comparso al nulla tornato. Gianni si chiese se quella conversazione fosse davvero avvenuta o se fosse stata soltanto frutto della sua immaginazione ma vedendo il bivio per il Paese, il sole alto nel cielo e sentendo l'odore della terra, quell'odore che lo portava a vecchi ricordi e nuove promesse, non ci pensò più. Sorrise, mise la prima e ripartì.
Arrivò a destinazione pochi minuti più tardi. Aveva i capelli fradici ed era bagnato per metà del corpo ma non gli interessava. Si mise innanzi alla porta, magro com'era sembrava un lampione con una pianta sulla testa. La porta era aperta, una tenda blu come il cielo lasciava passare dall'interno il profumo di pane caldo con le acciughe ed olio d'oliva.
Gianni suonò il campanello, il cuore trepidante, e sentì una voce femminile chiedere chi fosse. Dei passi si avvicinarono all'uscio e una mano con le unghie rosse come peperoncino spostò di lato la tenda. L'altra mano agguantava un pezzo di pane morsicato da una donna bellissima, esattamente come la ricordava, che appena lo vide si lasciò andare in un sorriso meravigliato.
«Ciao Federica.» disse Gianni.