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sabato 30 marzo 2024

PROPRIO COME NELLE STORIE


- di Saso Bellantone

Ormai è tutto abituale, monotono, insignificante. La Terra gira intorno al proprio asse e attorno al Sole, quest'ultimo sorge e tramonta ogni giorno, l'onda si riversa sulla battigia e defluisce. Sempre, di continuo, senza sosta. Tutto prosegue, nostro malgrado, muovendosi ciclicamente nelle medesime traiettorie, ancora ancora e poi ancora senza mai sbagliare il tiro, senza incertezze né ripensamenti. La strada è soltanto una, non importa se la si chiama “questa” o “quella”, è già segnata, chiara, trasparente. Non conosce punti di vista, gradazioni o sfumature. Procede sicura in avanti, verso il passo successivo, e ricomincia nuovamente là dove innumerevoli volte è già cominciata ed è già passata. La periodicità è uno dei tratti caratteristici della vita, una costante, un fato al quale neanche gli antichi dèi possono sfuggire. Figuriamoci gli esseri umani...

Si vive ogni giorno esattamente come quello prima e quello dopo. È tutto piatto, monocorde, monocolore. Si ripete qualunque pratica sempre nel medesimo modo: gesti, espressioni, intenzioni, parole, silenzi, percezioni, sensazioni, comportamenti, movimenti e stasi. Da un'alba all'altra e così via verso tutte le altre, si praticano incalcolabili azioni rituali che danno il ritmo, l'accento, la misura con la quale dare una logica al tutto, un senso, un significato ultimo alla vita in generale, alla propria e, dunque, a se stessi.

La ripetizione, tuttavia, svuota, espropria, spoglia di qualsiasi sapore, fragranza o chiave di violino si riesca a focalizzare nel giro precedente della ruota temporale che si ha disposizione. È una forza annichilente che cancella, rimuove, consuma senza lasciare traccia alcuna di quanto vi era prima. Proprio come fa il Nulla nel celebre film “La storia infinita”, tratto dal romanzo di Michael Ende (1979): conduce al niente, al punto zero, alla tabula rasa e lo fa di nuovo e poi ancora una volta e poi ancora ancora ancora...

È in questo modo che si diviene meccanici, automatici, involontari. Proprio come piccoli ingranaggi di un inestimabile orologio appeso a una parete che neanche esiste, del quale né uomini né dèi sanno leggere le lancette, ci si muove, uno scatto alla volta, convinti di non essere altro che quel “tic”, quel “tac” e quell'istante che intercorre tra di essi. Non si ha un volto né pensieri né emozioni. Ci si sente spersonalizzati, disumanizzati, eternamente stretti in uno stato di interdizione sprovvisto di vie d'uscita e porte d'emergenza. Proprio come nel trovarsi dentro una stanza senza porte né finestre, ci si chiede in quale modo ci si è finiti dentro, ci si domanda il perché e per quanto tempo ancora si è condannati a restare rinchiusi là dentro. Fino al momento in cui si viene privati anche dello stesso domandare ed il proprio segnale non è altro che piatto.

Ma proprio come nel film citato sopra e in tantissime altre belle storie, non è fatalmente così.

Ci sono incontri e accadimenti il cui fragore è come quello di un tuono in pieno giorno. Fanno un tale frastuono la cui energia finisce col penetrare dentro la carne e le ossa e oltre di esse e si stabilisce dentro, come seme dentro la terra. Quel granello germoglia pian piano, anche se non se ne è consapevoli. Cresce, cresce e diventa una pianta imponente, coi suoi colori, le sue foglie, i suoi fiori, i suoi frutti, i suoi rami, il suo tronco, le sue radici, le sue venature, l'insieme delle sue variegate forme, tutta la sua struttura. Un albero che dà naturalmente, in maniera incondizionata, involontaria, gratuita; che riempie tutto lo spazio che deve, nella terra e verso il cielo; che prende l'anidride carbonica che si espira, il veleno, e dona ossigeno.

Non ci si rende subito conto dell'azione risanatrice e ricostituente di esso. Lo si capisce quando i suoi frutti cadono dai rami e rotolano via alla ricerca casuale di altra terra, esattamente come quando dal ventre materno nasce un'altra vita. È la vita stessa che vuole vivere, che cerca altra vita e che, in tale ricerca, insegue se stessa. E quando lo si comprende, si è felici...

È proprio come nelle storie.

Quando si è felici, è, anche, il momento di dirsi addio.

Il viaggio è finito, la strada ha condotto alla sua meta, la battaglia si è conclusa e se ne è usciti, per fortuna, vincitori: non più arrugginiti ingranaggi senza volto né origine né destinazione ma pezzi unici con una inconfondibile aura appartenente ad un mondo invisibile, che vuole diffondersi, propagarsi, irradiarsi là dove non è ancora arrivata e vuole approdare; là dove c'è un ciclico buio che attende di essere rischiarato; là dove c'è altra terra che attende il seme.

Andate allora, cari amici, e siate il granello delle piante a cui siete destinati, proprio come quello che ci ha fatalmente accomunato. Lasciate che la vostra aura risplenda nei sentieri segreti del fato e, come ne “La storia infinita”, insegnate a chi vi tocca incontrare che non era Atreju a dover sconfiggere il Nulla ma era Bastian a dover decidere se credere, oppure no, nei sogni.

Addio...

venerdì 4 novembre 2022

Feo, Erasmo, Nietzsche e Bataille


- di Saso Bellantone

Un cane, un Folle, un nichilista e un antiutiliritarista.

Sembra già un accostamento folle ma in realtà tale avvicinamento è più dell'apparenza. È, Follia. Follia con la F maiuscola, di quella buona, Erasmo docet.

Crediamo ormai sia sempre un male, una colpa, un peccato a causa del quale vediamo sbarrata la porta per il paradiso, il valhalla o qualsiasi altra speranza le civiltà umane o singoli individui abbiano prodotto nel corso del tempo, con ragionamenti austeri o stupefatti. Eppure, al di là della latitudine e della longitudine, delle mode e delle abitudini, del dna e della cultura, della provenienza e delle chance, del potere e della sua povertà, del destino e del caso, la Follia può “anche” essere un bene, un pregio, una virtù. Dipende da quale lato e con quali occhi si guarda.

La società nella quale viviamo, a nostro piacere o meno, ci abitua, e ci impone, fin da piccoli, a impiegare soltanto una sguardo, un paio di occhiali, una sola prospettiva e per questo motivo non siamo mai necessariamente pronti, preparati – o predisposti, per quei pochi s/fortunati – a cambiare veduta, lenti o angolazione. Leggiamo gli eventi della vita, la nostra e, naturalmente, quella di chiunque altro passi al nostro fianco – sia quest'ultimo fisico, virtuale, ideale, patologico o mediatico – così come ci è stato insegnato a casa, nelle chiese, a lavoro o in qualsiasi altro luogo della società, sia un pub, la parrucchiera o un supermercato. Interpretiamo gli accadimenti nella maniera in cui siamo stati educati, allevati, cresciuti, ispirati e civilizzati, e lo facciamo per essere inconsapevolmente numerati, cifrati, micro-chippati e dunque essere pre-visti, calcolati, pronosticati, preventivati e catalogati, per essere tradotti, infine, in parti di equazioni inimmaginabili che ingrossano i conti di pochissimi; quei visibili/invisibili, in abito ying e yang, talmente divini da pagare altri per tirare i fili delle nostre scelte e del nostro eterno dannato presente, mentre bevono assieme a noi un drink o si riscaldano con noi al fuoco di una brace provvisoria e periferica.

In questo panorama, non siamo capaci di mettere assieme un cane, un Folle, un nichilista e un antiutiliritarista. Tantomeno di dichiararci, o ritrovarci, Folli. A meno che, non sperimentiamo, realmente, la loro intrinseca connessione.

1) Feo è stato il mio cane. Non c'è altro da dire – la sua storia, la nostra storia, i suoi bisogni, i miei bisogni. Era mio ed io ero suo. Probabilmente, io ero il suo cane.

2) Nel tempo della morte di Dio nietzscheana, la perdita è una delle parole chiave che caratterizzano la nostra esistenza e l'esistenza in generale.

3) La nozione di dépence batailliana è quel punto di vista che consente di mettere a fuoco l'impensabile e tale nozione è sempre un giudizio sintetico a posteriori.

Partiamo dal punto 2.

La morte di Dio nietzscheana, enunciata nel celebre aforisma 125 de La gaia Scienza, tra le tante cose, sottolinea, ricalca, mette a nudo il concetto di “perdita”: azzeramento dei vecchi valori, da un lato; possibilità/impossibilità di qualsiasi piramide valoriale, dall'altro lato. In ogni caso, quel che vien meno, è la certezza di qualcosa, di un punto fisso, di una stella polare che possa indirizzare il nostro vagare o le nostre scelte. Brancoliamo nel buio.

Eppure in questa cieca erranza, continuiamo a sperimentare nella carne e nelle ossa la perdita. Perdiamo il ventre materno, perdiamo l'infanzia, l'adolescenza e tutto quanto vi è connesso: amori, amicizie, speranze, sogni, prospettive, qualsiasi rapporto e relazione. Perdiamo l'importanza che diamo a un genitore, a un parente, un amico o una persona amata. Perdiamo le passioni, i piaceri, i modi di vivere e di pensare. Perdiamo le abitudini, gli usi, il modo di vestirci e la gente da frequentare. Perdiamo l'autobus, il pronostico, il treno che passa una volta sola, il senso dell'orientamento. Perdiamo continuamente la nostra identità e quella che diamo a qualsiasi altra cosa, avvenimento, persona ci sfiora. Viviamo, quindi, la perdita come un principio regolatore dell'esistenza pur essendone inconsapevoli, e proseguiamo il nostro incerto girovagare in direzione di un orizzonte che abbiamo perso già prima di averlo pensato, oltre che visto di sfuggita. Non facciamo altro, in estrema sintesi, che vivere perdendo tutto, nulla escluso, assuefatti dalla sensazione del perdersi per perdersi nuovamente e ancora, ancora... Per questo motivo, niente e nessuno può essere o rappresentare quella feritoia, quel battito d'ali o di ciglia utile per ritrovare se stessi. Perché ciò che perdi non è più tuo e perché ciò che perdi non sei più tu.

E così veniamo al punto 3.

Eppure c'è qualcuno, e non un qualcosa, che vive la perdita in maniera batailliana, come pura perdita, Pura con la P maiuscola, proprio come la Follia di Erasmo. Qualcuno per cui “perdita” non è che un altro modo per dire “dono”. Perché è un dono questo qualcuno e qualunque fatto si possa sperimentare, assistere, vivere assieme a questo qualcuno.

Per questo qualcuno, è un dono perdere il potere di decidere di sé, dei propri tempi, dei propri spazi, della propria vita in toto. È un dono perdere il potere del capobranco, di quel che c'è da fare, dei luoghi dove andare, così come delle persone da incontrare, delle regole da seguire e di quelle alle quali ribellarsi. È un dono perdere la propria natura, i propri istinti, la propria animalità. È un dono qualunque cosa faccia, bella o brutta che sia: starti vicino, quando non vuoi nessuno al tuo fianco, e riempirti di tante di quelle attenzioni innanzi alle quali un altro essere umano è cieco; romperti le scatole, in quei momenti in cui non desideri altro che non avere nulla a cui pensare, e darti tante di quelle responsabilità innanzi alle quali, se solo fossero di natura umana, passeresti dritto. È un dono, a ben vedere – avendo gli occhi per vedere, naturalmente –, anche soltanto avere questa possibilità, quella cioè di stare al fianco di questo qualcuno per il quale qualunque cosa accada è un momento di gioia di stare con te, è un attimo di difesa, di te, è un istante bello, semplicemente perché è con te.

Ma se questo qualcuno fosse umano, non sarebbe niente di quanto detto finora.

E così veniamo al punto 1.

Feo era un dono e anche la sua perdita lo è. Te ne rendi conto solo a posteriori, perché il suo “non esserci più” mostra la sua essenza, e la tua. Ti fa capire di essere, di continuare a essere, “anche” ciò non hai più e di non essere più quel che eri prima. Ti fa rendere conto che tornerai a muoverti alla cieca, perché non era lui ad essere tuo ma tu ad essere suo. E adesso, non sei più la sua proprietà, non hai più una zavorra che ti tiene coi piedi per terra, non hai più stelle fisse.

Feo era un dono non umano, inumano, sovrumano. Se avesse avuto anche la minima parvenza umana non sarebbe stato un dono e non lo sarebbe neanche ora che non c'è più. Perché il dono che ti lascia è il pensiero: a lui, e a te. Così rivedi un'intera vita, da una parte, e l'ignoto, dall'altra.

Feo era la risposta alla morte di Dio nietzscheana, alla perdita cosmologica e antropologica dei valori, al nichilismo che palpita nella terra e nella carne. Era la dépence, la perdita, però in segno positivo: un dare continuo senza voler ricevere nulla in cambio. Un dare e basta che riempiva il niente, il vuoto di Dio. E adesso quel vuoto rischia di restare incolmabile, di nuovo, ancora, senza la Follia di Erasmo. La Follia che ha scandito il nostro percorso, fin che Feo c'è stato, la Follia che deve continuare a dare un senso al percorso, anche adesso che non c'è più. Quella Follia che manca alla società, e alle civiltà, per invertire la rotta e riscoprire, ricordare, rispolverare quanto di buono c'è, o è rimasto, nell'umanità e in ognuno di noi.



mercoledì 14 febbraio 2018

From de sabbatical year (ben ritrovati)



- di Saso Bellantone

Ne è passato di tempo. A parte qualche sporadico post, è trascorso un anno, senza scrivere e con tanto pensare ma, soprattutto, con tanto da fare. La vita, non quella virtuale che abbindola dietro gli schermi delle nuove tecnologie, bensì quella vera, in carne e ossa, chiama e non puoi voltarle le spalle. Pena: la perdita totale della propria identità, ammesso di averne una o di essere convinti di averla.
L'identità è la Sfinge, il lago di Narciso, l'Urlo di Munch dell'essere umano. Sulla base dell'epoca, della civiltà, del continente, della regione, della città in cui vive e sulla base della comunità, della famiglia, dello status sociale a cui appartiene, della formazione ricevuta, degli incontri avvenuti, dei sogni infranti e delle sconfitte incassate, ma soprattutto sulla base della sensibilità posseduta, dell'apertura (o della chiusura) mentale che ha, degli amori e dei dolori patiti, dei maestri e dei ciarlatani con cui si è confrontato e di un'incalcolabile ventaglio di incognite che sconquassano la vita come bandiera strappata alla sua asta e in balia del vento, l'essere umano traccia e cancella sulla tela invisibile del suo animo uno schizzo confuso di quella che ritiene la propria identità. Un'immagine effimera, precaria, che dura il tempo di essere depennata dalle persone che ha conosciuto e conosce (in realtà, non le conosce affatto), che costituiscono, rappresentandola, la società e dunque anche la regola, il giusto, il buono, il bello di essa. E così è per tutti.
Arriva il momento in cui ci si sente depennati, archiviati, esclusi, eterei e quello che si è sempre stati e che si è sempre fatto non ha più valore del tempo misurato da un orologio qualsiasi. Bisogna fermarsi, staccare, isolarsi negli abissi più bui e nelle vette più fredde alla ricerca di una qualche certezza di esserci davvero, concretamente, materialmente, di essere vivi in un mondo di zombie. Sì, perché è così che appare il mondo quando si sceglie (o non si può fare a meno) di vivere al contrario della società e di manifestarsi, agli occhi degli altri, come l'irregolarità, l'ingiusto, il cattivo, il brutto. Agli occhi degli altri.
“L'inferno sono gli altri” dice Sartre. Parafrasandolo: “Gli altri sono l'inferno”. E ha ragione. Specie quando si scrive (la penna o i tasti sono il prolungamento del propria essere pensante e senziente) per qualcun altro. La scrittura dovrebbe migliorare, se non il mondo, almeno qualcun altro e, invece, ognuno non resta che tale e quale a prima, anzi peggiora, degenera nella sua regressione, mostrando quello che è sempre stato dietro le belle facce e le belle parole. Il bello degli altri, appunto.
Questo, naturalmente, toglie tutte le forze, fa crollare ogni speranza, smantella ogni sacrificio svolto. È inutile, ci si dice, continuare a scrivere. Tanto non cambierà nulla e nessuno. Così ci si autosospende da questo regno del sottosopra, si posa la penna, si chiude la tastiera dentro il cassetto e si attende un segnale, un indizio o anche un presagio che qualcosa, adesso, stia cambiando veramente e che qualcuno, ora, mostri chiaramente di essere sempre stato quello che ha manifestato. E così è stato.
In questo anno sabbatico pochissimi hanno avuto il coraggio (perché in un mondo di zombie e pecore è l'ardimento che è scomparso) di bussare alla porta, di suonare il campanello e di attendere una risposta o, per chi era fisicamente lontano, di prendere il tracciatore istantaneo (il cellulare), di selezionare il numero e di telefonare (o soltanto di mandare un messaggio). Nessuna sorpresa, lo si sapeva già che per la maggior parte non si è mai esistiti se non per interessi personali, di qualsiasi natura siano. Questo è stato determinante per distinguere i vivi e i leoni dagli zombie e dalle pecore. E lo è ancora, adesso che, forse, l'anno sabbatico è sul finire e sta per iniziare un anno nuovo. Un nuovo inizio che, per essere tale, deve necessariamente portare con sé le orme del vecchio percorso: sia quelle profonde, cariche di dolore e gravità, sia quelle più superficiali, piene di amore e leggerezza.
Chi è stato tra quei coraggiosi, sa benissimo le gioie e i dolori provati in questo anno sabbatico e anche prima di esso, e non ha bisogno di vederseli elencati; chi, invece, non lo è stato, non troverà catalogo alcuno in questo post, se non il biasimo di saperlo parte della società, della sua regola, del suo giusto, del suo buono, del suo bello, e che l'ha rovinata e continua a rovinarla, egoisticamente, fregandosene non soltanto dei maledetti altri ma anche dei propri cari e di coloro che verranno.
Alla luce di queste considerazioni e sull'impotenza della scrittura per cambiare, almeno, qualcun altro, mi è stato detto: scrivi per te stesso. Ci ho pensato ma la scrittura è per natura comunicazione, evento, apertura, ricerca, dialogo; è fatta di parole e, in quanto tale, è sempre rivolta a qualcun altro. Questa convinzione è tra i pochi detriti rimasti del vecchio viaggio, con i quali intraprendere il nuovo, e con essa ho ritrovato tanti altri detriti, ancora solidi e, anzi, più resistenti di prima, con i quali tracciare un'altra bozza nel mio animo.
È a voi, pochissimi coraggiosi, che dedico questo post e, anche, a chi ancora, naturalmente, non può sapere di questa dedica.
Ben ritrovati!

lunedì 16 ottobre 2017

Tangemi e Melograni


- di Saso Bellantone
Quando arriva l'autunno, si chiude un ciclo e uno nuovo comincia.
Si pensa al lavoro, ai sacrifici da sopportare per il sostentamento proprio e dei propri cari, alle nuove sfide da affrontare. La vita vissuta si riassume nelle foglie appassite che cadono qua e là per le strade, metafora appunto del tempo passato ma anche monito del tempo rimasto.
La vita infatti non è soltanto ciò che è stato ma anche ciò che sarà. È la sintesi di due occhi che guardano in direzioni opposte e che s'incontrano soltanto nel qui ed ora, simile quest'ultimo alla moneta avente due facce, al Giano avente due volti, al Taijitu contenente lo yin e lo yang.
È in questo periodo che il qui ed ora, leggero come l'indefinito nella stagione estiva, inizia a manifestare la propria pesantezza, la propria gravità. Il cammino diventa più arduo, i movimenti più faticosi, le orme sul sentiero del tempo e dei ricordi più profonde. Non sappiamo più chi eravamo né chi diventeremo. Siamo consapevoli che occorre proseguire lungo la strada verso la foresta, oltre la quale ve n'è un'altra che conduce a un'altra foresta ancora e così via, finché resteremo in questo sogno lucido che è il mistero dell'esistenza.
Fa piacere tuttavia percorrere alcuni tratti di strada con dei compagni inattesi.
Sulla via, infatti, non sai mai chi incontri e, quando meno te lo aspetti, ecco spuntare qualcuno che con gesti semplici ti offre l'occasione di rammentare la tua identità, la tua provenienza, la tua direzione. È quello che accade ogni volta con l'amico Mimmo De Pietro.
Mio personale maestro di vernacolo nicoterese, è una persona sui generis, dalla spiccata intelligenza e dalla grande umanità, una di quelle persone difficili da incontrare in questo tempo buio e selvaggio qual è quello attuale. Ha sempre qualcosa da raccontare, la battuta pronta, è gentile, attento agli impegni familiari e a quelli collettivi. Ma soprattutto, è una persona sincera, spontanea, senza secondi fini: naturale.
Ricordo ancora quando alcuni anni fa portò dei Tangemi o Tangeli, che dir si voglia. Un agrume che non conoscevo, la cui bellezza, il cui sapore e il cui profumo ispirarono la scrittura di un racconto dall'omonimo titolo. Restò incuriosito della mia ignoranza in materia e fu felice quando scoprì che quell'agrume era stato il protagonista di un racconto, dedicato a lui.
Da allora è nata una bella amicizia. Ci vediamo poco, per via degli impegni, ma ogni volta è come se ci fossimo incontrati il giorno prima. Mimmo fa ricerca dialettale per insegnarmi quello che non conosco, io gli sottopongo delle domande a cui lui, se non lo fa subito, risponderà la prossima volta che ci vedremo. Un'amicizia intellettuale, così mi piace definire questo tipo di affinità vissuta con pochi altri, e credo sia la migliore. Nella società, infatti, nulla si fa per nient'altro, ci dev'essere qualcosa in cambio. Eppure questo tipo di amicizia sfugge a quella fattispecie. Si dà la conoscenza per il piacere della conoscenza stessa, si è amici per il piacere di essere tali.
Ogni anno, tuttavia, quando arriva l'autunno, Mimmo non dimentica mai di portare alcuni Tangemi, simbolo ormai della nostra amicizia. Questa volta, però, li ha accompagnati a dei melograni, dei frutti adatti all'autunno, la stagione della riflessione. È in questo periodo, infatti, che i melograni sono pronti per essere gustati, mentre la pianta comincia a denudarsi delle sue foglie, restando un tronco spoglio, apparentemente morto, eppure in piena primavera e a inizio estate torna a mostrare nuovi germogli.
Non a caso gli antichi pensavano che il melograno simboleggiasse la rinascita della vita. Non è un caso se quest'anno Mimmo li ha portati assieme ai Tangemi. Rappresentano una conferma: un rinnovamento della nostra amicizia e, con essa, anche la rammemorazione della strada percorsa finora e di quella ancora da attraversare.

sabato 20 aprile 2013

Come un ladro nella notte (non ti dimenticherò, amico mio)



«Il Messia viene come un ladro nella notte» (2 Tess. 5,2). Non guarda in faccia nessuno. O forse sì. Sa sempre chi derubare della sua vita terrena, stregata dall’oscurità della sofferenza, per premiarlo con un’altra vita, eternata nella luminosità della gioia. Certe volte, però, pare che il Messia sbagli preda ed eletto, e ciò pone degli interrogativi sulla Sua effettiva condizione Redentrice. Essendo infatti della stessa sostanza del Padre, vale a dire onnipresente, onnipotente, onnisciente e onnisenziente, Egli non dovrebbe commettere errori. Se invece li compie, allora molto probabilmente non ha gli stessi attributi del Padre. Sarebbe soltanto, come direbbe Quinzio, un Messia povero, privo cioè dell’onnipresenza, dell’onnipotenza e dell’onniscienza, condannato fino alla fine dei tempi a sentire impotente la sofferenza dell’intero creato. Soffrirebbe con la creazione intera, ma non potrebbe intervenire per porvi rimedio alcuno.
In questo senso, se cioè il Messia è realmente povero, ha delle qualità diverse da quelle del Padre e non può rimediare al dolore delle creature, allora non può neanche venire come un ladro nella notte. La sua venuta sarebbe infatti un’interposizione fra il creato e la sofferenza provata da quest’ultimo. Dal momento che non può attuare nessun tipo di frapposizione, allora Egli non è nemmeno in condizioni di procurare alcun beneficio alle creature (attuando il bene), né di sbagliare, operando quindi male (o il male). Ma allora, chi è il ladro nella notte? Chi arriva per derubare altri della propria vita terrena, ammaliata dalle tenebre del dolore? È capace questo chi a ricompensare i derubati con un’altra vita, immortalata nella luce della felicità?
Se non è il Messia, allora può darsi sia la Dama Nera a giungere come un ladro nella notte, questa entità rappresentata da uno scheletro con la falce e il mantello e il cappuccio neri, chiamata ad accompagnare le anime nel loro trapasso verso il regno dei morti. Se il ladro nella notte è il Tristo Mietitore, le cose cambiano, a seconda delle interpretazioni assegnategli. Per alcuni è buono, in quanto il suo compito è di condurre le anime verso una nuova vita, eterna o terrena; per altri è cattivo perché strappa le anime alle persone per condannarle alla permanenza negli regno degli inferi; per altri ancora il Cupo Mietitore non è né buono né cattivo in quanto scorta imparzialmente le anime nell’aldilà, quando è giunta la loro ora.
Se il Sinistro Mietitore è buono, allora anche Lui come il Messia non può commettere errori, altrimenti opererebbe in maniera contraria alla propria costituzione. Se è cattivo, allora o è al servizio di un’entità malefica che lo spinge a commettere il male o possiede una volontà propria sulla base della quale può sbagliare. Se invece è neutrale, non può commettere errori né operare il bene né il male, in quanto non possiede alcuna volontà ma è soltanto incline a svolgere il proprio compito ogni volta che viene l’ora.
Per essere il ladro nella notte, il Tristo Mietitore non può essere né buono né neutrale ma soltanto cattivo. La prima qualità, come nel caso del Messia, spinge infatti a sollevare dalla sofferenza terrena per la gioia futura, la seconda invece muove a rispettare la propria funzione all’interno di un piano prestabilito delle cose, nel quale tutto ha un inizio e una fine, senza eccezioni. Dal momento che le prime due non conducono all’errore, soltanto la cattiveria può farlo. Il ladro nella notte dev’essere necessariamente un Cattivo Cupo Mietitore, al servizio del male od operante volontariamente il male e, tuttavia, pur delineandosi in questa maniera, Egli non può commettere errori. Non può operare bene (o per il bene) né in modo neutrale altrimenti smetterebbe di essere cattivo e si annichilirebbe, perdendo la propria essenza maligna.
In mancanza di un ordine già fissato e dunque destinato delle cose, a venire come un ladro nella notte può essere soltanto il Cattivo Sinistro Mietitore: altrimenti, non si potrebbe spiegare in alcun modo la tua scomparsa, amico mio.
Hai sofferto per una vita intera la solitudine, la mancanza di amore, il tuo corpo, le ingiurie, l’incomprensione. Tutto questo ti ha spinto a chiuderti a riccio, in compagnia soltanto di te stesso, una bionda, una verde e la poesia. Vagavi per le vie della tua bella Bagnara in cerca dei luoghi meno frequentati, per godere della bellezza paesaggistica, sperando nel contempo dentro di te di fare amicizia con qualcuno ed essere accettato per accettarti. E così è accaduto. Il dolore di esistere ha iniziato a trasformarsi nella gioia di vivere e di tornare ogni volta nel tuo paese, con la conoscenza di nuovi primi amici, ai quali sono seguiti altri e poi altri finché non hai conosciuto proprio tutti. Hai iniziato ad aprirti, a sfogarti, a legarti a quegli amici senza i quali non avresti mai gustato la bellezza della vita: dai parchi acquatici ai falò, dalle scampagnate alle camminate fino a notte fonda, dai concerti alle discussioni infinite su argomenti seri e banali davanti a una birra fredda sotto il sole cocente o una luna liricamente ispirante, dai sorrisi ai pianti, dall’intonare assieme agli altri le canzoni più belle alle sfide poetiche improvvise, dal bagno in mare a mezzanotte alla partita a briscola e tressette o a scacchi sotto l’ombrellone, e tante e tante altre esperienze fino a quella più intensa e tanto desiderata: l’amore. Avevi conosciuto poco più di un anno fa la compagna della tua vita, con la quale mettere su famiglia. Ti eri fidanzato e da pochi mesi eri andato a convivere con lei, in prospettiva di un vicinissimo matrimonio, con il quale avresti raggiunto l’apice della felicità tanto bramata e patita. E invece, ora che stavi realizzando il tuo sogno, ora che eri nel pieno della felicità dopo tanta sofferenza passata, ecco che arriva il ladro nella notte, quello stronzo di un Mietitore, e ti porta via: 37 anni, infarto fulminante. Non può essere diversamente. È uno stronzo. Cattivo e stronzo. Perché se il Messia o chi è buono o chi è neutrale non può fare errori, soltanto chi è cattivo e stronzo può farlo, può stroncare la tua vita proprio adesso che eri felice. E questo, per quanto sia inevitabile, non può essere accettato. Per questo motivo, malgrado ti abbia preso con sé, il ladro nella notte non completerà il suo malefico incarico. Non ti porterà da nessuna parte, in nessun al di là. Resterai qui, sempre, nel pensiero e nel cuore mio e di tutti gli amici che ti vogliono bene, perché da te hanno imparato che la gioia, la bellezza, la magia dell’esistenza è nelle cose semplici e nell’amore per chi si ha a cuore.
Non ti dimenticherò Giando, non ti dimenticherà nessuno...