Noi siamo gli
altri Quelli con basse aspettative Quelli che hanno conati di
pile Ma che non si accontentano mai Noi siamo gli altri Ci
puoi trovare nudi sopra i palazzi Noi che rischiamo di sembrare
pazzi E poi finiamo quasi sempre nei guai Noi siamo gli
altri L'altra faccia della medaglia Che rifiutiamo di andare in
battaglia E siamo oltre le tifoserie Noi siamo quelli, quelli
abbandonati Quelli indifesi, quelli bombardati Quelli che
sperano fino alla fine in quello che non c'è Che non c'è Per vivere sotto a
questo cielo Che sembra ormai impossibile La nebbia ci confonde
e non sai più a chi credere E sembra inutile esistere così Per vivere senza più
veleni Senza più vipere Senza più la nausea nelle notti
acide E mani libere e riuscire a ridere dei guai Noi siamo gli altri E
crediamo ancora nelle canzoni Ed aspettiamo le rivoluzioni Ma
chi le ha viste mai Noi siamo quelli, quelli sempre in
minoranza L'alternativa alla vostra arroganza Siamo gli
antieroi E siamo liberi, i liberi pensatori Siamo i figli,
siamo i genitori Che non si arrendono mai, mai Ma siamo anche
quelli calpestati Quelli derisi, quelli manganellati Quelli che
inseguono fino alla fine Quello che non c'è, quello che non c'è Per vivere sotto a
questo cielo Che è sempre più impossibile La nebbia ci
nasconde e non sai più a chi chiedere E sembra inutile resistere
così Seh, seh, seh, ma
vivere Niente più veleni, ma cieli di lucciole Nemmeno più la
nausea e le notti acide E mani libere e riuscire a ridere dei
guai A ridere dei guai, oh
La società cambia nel
tempo e, tuttavia, presenta sempre i medesimi attori: i forti e i
deboli, i potenti e gli impotenti, e così via. Anche oggi. Basta
recarsi in un qualsiasi luogo, reale o virtuale, per trovare queste
due tipologie umane. La differenza, però, rispetto ad altre epoche,
è che se prima erano pochi i forti, i potenti, oggi invece accade
l'inverso: pochi sono i deboli, gli impotenti. La società attuale è
regolata, messa in forma, funziona per mezzo di una maggioranza di
individui che appartengono, si ispirano, agiscono alla maniera dei
forti, dei potenti. Chi sono? Sono i pieni di sé, che
patologicamente rincorrono grandi obiettivi e seguono le tendenze
della moda e del galateo per sentirsi in regola, in sintonia con la
società, normali. Sono la maggioranza, gli arroganti, i supereroi
pronti a deridere l'altro, a schierarsi per l'uno o per l'altro nei
conflitti, negli stadi, abituati a vivere nella foschia della società
attuale gettando veleno su chiunque, che fanno del male
quotidianamente con parole e azioni e, tuttavia, si sentono nauseati
da questa stessa schiavitù autoinflitta. Accanto ad essi, c'è poi
la minoranza, quelli che rispetto ai primi sono deboli, impotenti. Sono gli insicuri, che
non hanno grandi obiettivi, se ne infischiano delle tendenze del
momento e del savoir-faire e si mettono sempre nei guai ma riescono a
ridere di essi. Sono gli umili, gli anormali, quelli che subiscono le
violenze, che rispettano l'altro, che non si schierano con nessuno.
Sono i liberi, quelli che pensano, che sentono la responsabilità del
loro essere figli e/o genitori, che vogliono vivere davvero malgrado
la nebbia della società attuale, che riposano serenamente la notte,
che sperano e continuare a sognare. Con questo brano, i
Negrita raccontano il mondo nel quale viviamo, scuotono le coscienze
e prendono posizione. “Noi siamo gli altri” è una dichiarazione
di protesta e di resistenza a un tempo, una radiografia della società
attuale ma anche un invito a pensare, a vedere come stanno davvero le
cose, ad accorgersi delle minoranze e a scegliere da quale parte
stare: dalla parte di chi è ormai gelidamente inglobato nel sistema
oppure da quella di chi lotta per un cambiamento. È la scelta radicale tra
la normalità o la differenza, il buio e la luce, la rassegnazione o
il rifiuto; una decisione che chiama in causa per nome e spinge a
decidere costantemente tra la forza e la debolezza, tra due modi di
esistere completamente distanti: la differenza è che il primo, ha
già portato alla decadenza della società attuale e, di conseguenza,
dell'umanità; il secondo, può invece portare alla riscoperta di
quei punti di vista e di quei significati che possono dare un senso
nuovo alla società e all'umanità.
Il mio modo vigliacco di restare sperando che
ci sia
Quello che non c'è
Curo
le foglie, saranno forti
Se riesco ad ignorare che gli alberi son
morti
Ma questo è camminare alto sull'acqua e
Su quello che
non c'è
Ed
ecco arriva l'alba, so che è qui per me
Meraviglioso come a volte
ciò che sembra non è
Fottendosi da sé, fottendomi da me
Per
quello che non c'è
Per
quello che non c'è
Per
quello che non c'è
Per
quello che non c'è
Quello
che non c'è... o c'è?
Chi
e/o che cosa c'è? Che cosa esiste? Che cos'è l'esistenza? Chi e/o
che cosa c'è al di là di essa? Sopra, sotto, a destra, a sinistra, avanti,
indietro, dentro e/o al di fuori di essa? Esiste davvero l'aldilà? E
l'aldiqua c'è davvero? Io stesso ci sono, esisto realmente? Si può
rispondere definitivamente a queste domande oppure qualunque risposta
è solo frutto dell'immaginazione, in quanto si è di fronte a dei
vicoli ciechi? A delle strade senza via d'uscita? Ha senso continuare
a porsi tali interrogativi oppure è preferibile rinunciare a queste
impasse?
Non
esiste una soluzione ultima per questi enigmi. Alcuni continuano a
porsi tali questioni, altri abbandonano l'impresa, mentre altri
ancora hanno già la tavola imbandita. Nessuno, tuttavia, fa la cosa
giusta, perché non si ha la certezza di quel che è giusto innanzi a
tali rompicapi. Si prende una posizione e sulla base di essa si prova
a sbrogliare la matassa della propria vita. C'è chi ci riesce, chi
invece no. Ma in entrambi i casi non si fa altro che parlare la
medesima lingua: quella dell'illusione.
Fin
da piccoli, fino al sopraggiungere – per dirla con Piaget – dello
stadio preoperatorio formale dei processi mentali e astratti – una
fase cioè in cui si sviluppa il pensiero ipotetico-dedutivo –, si
tende a considerare come veri e reali dei fatti che concretamente non
lo sono. Per esempio, si crede che pupazzi, personaggi degli anime o
forze naturali abbiano una vita vera e indipendente, possano
comunicare con noi o tra di loro, abbiamo emozioni proprie. Tale
animismo condiziona lo sviluppo di ogni essere umano e soltanto
l'educazione e la scolarizzazione possono aiutare a liberarsi di
esso. La questione è che si vive già all'interno di una società
che lo ha fatto proprio e lo ha assorbito al suo interno per i motivi
e gli scopi più disparati, tra i quali la prevedibilità, la
sicurezza, l'ordine, il dominio, la garanzia di vita eterna della
medesima società e così via.
Si
riceve così una formazione (mistico-)religiosa, con la quale
l'animismo viene spostato di campo: non più in direzione di pupazzi
(feticci), anime e forze naturali ma verso racconti, miti, leggende,
tradizioni e testimonianze in base alle quali si fondano la fede e i
vari credo. Si trovano, in tal modo, delle risposte pre-confezionate
sulle grandi domande intorno all'esistenza e si è chiamati, prima o
poi, a scegliere se si è d'accordo oppure no con quelle
prescrizioni, con quei dogmi, con quelle spiegazioni.
Proprio
qui si presenta il bivio che ognuno ha attraversato almeno una volta
nella vita: o si accettano quelle verità rivelate – e dunque si è
ben accetti dalla società – oppure no – e si è intesi dalla
società come dei fuorilegge, dei pirati, dei banditi.
Questi
ultimi sono per la società soltanto un altro problema da inglobare
in chiave economico-lavorativa – se proprio non è possibile
convertirli. Quelli che contano davvero per essa sono i fedeli, gli
osservanti, i praticanti, una certezza cioè, all'interno del mondo
dell'economia e del lavoro, che fa funzionare l'intero sistema e lo
proietta costantemente al suo domani.
La
società si orienta così. Non si cura di chi non accetta quegli
articoli di fede, non vuole capirne profondamente le ragioni. Lo
etichetta e si assicura soltanto che abbia un profitto e paghi le
tasse; che sia stato, in tal modo, incorporato, fatto proprio,
sistemato.
A
ben vedere, sia il fedele sia il brigante, come già detto, si
comportano nel medesimo modo pur prendendo estremi opposti: in
entrambi permane una forma di animismo che però conduce il primo, a
illudersi che tutto sia così come la fede stabilisce (questa è la
sua scelta) e il secondo, a illudersi che non sia così come l'altro
crede (questa invece è la scelta dell'altro) e, attraverso il
pensiero ipotetico-deduttivo, torna alle domande iniziali, torna alle
impasse.
Qual
è la differenza tra i due?
Il
fedele accetta un'illusione che viene dall'esterno, da altri, mentre
il brigante ne produce una interna, personale. Mentre per il primo è
tutto chiarito, risolto (ma non per questo vero), per il secondo non
vi è nulla di certo se non la consapevolezza di trovarsi all'interno
di un labirinto dal quale poter uscire soltanto mediante un evento
unico e irripetibile che coincide finalmente con la soluzione ultima
a quei grandi interrogativi sull'esistenza.
Questo
accadimento, tuttavia, tarda sempre ad arrivare e ciò ferisce,
perché ci si rende conto che si è ancora dentro al labirinto, in
balia di una vita illusoria. Si finisce così nell'abituarsi a quel
ritardo senza sosta e si matura la consapevolezza che pur beffandosi
da sé è preferibile una vita da illusi, nella quale ogni
avvenimento è vissuto nella sua pienezza, nella quale vivere resta
ciò che è più prezioso e la vita stessa mostra il suo volto
meraviglioso, malgrado sia impossibile trovare la risposta definitiva
al mistero dell'esistenza.
In
questo brano degli Afterhours, c'è molto di pedagogia, di
psicologia, di sociologia e di filosofia. I protagonisti sono coloro
che si pongono le grandi domande sull'enigma dell'esistenza e che non
si accontentano delle risposte pre-confezionate dalle fedi,
ritenendole illusorie, né sono tentati dalle ricette di altro
genere. Sono coloro che sono consapevoli dell'umana tendenza a
credere nell'imperscrutabile e che, coscienti che nessuna risposta
sia quella definitiva, cercano di non affondare nel mare della vita.
Non hanno punti di riferimento, vivono nella confusione continua ma
anche nella certezza di essere forti, di riuscire a non sprofondare
nonostante il dolore. Sono coloro che amano decidere il proprio
destino, che si accettano così come sono, che vogliono essere felici
malgrado questa condizione di spaesamento esistenziale. Non accettano
questa privazione esistenziale, questo nichilismo, e tuttavia
scelgono la vita, non escludendo che forse le cose possano stare
diversamente, cioè proprio come gli altri credono. Sono coloro che
sperano, malgrado la morte che il genere umano stesso dissemina
nell'ambiente in cui vive, consapevoli che la stessa speranza è
un'illusione. Coloro che si emozionano innanzi alla bellezza delle
cose, che vivono ogni attimo della vita intensamente e per i quali,
consapevoli di illudersi da soli, la vita resta comunque
un'esperienza meravigliosa.
“Io vorrei
sapere chi governa il mondo e cosa gli direbbe uno che è
senza lavoro. Vorrei sapere come si fa a cadere e come puoi
risalire senza farti male. Sono un ragazzo ricordatevi che
esisto sono il re del Nulla mentre il Nulla ruba i
migliori.
Vorrei sapere perché non è reato fare la
puttana di stato ed abusare ogni potere. E sono senza un
letto ma mi basterebbe un tetto almeno fino a domani prima
che la marea cresca. Sono un ragazzo ricordatevi che
esisto sono il re del Nulla mentre il Nulla ruba i
migliori.
Lavorare per contare Non si può dire che sia
godere Meglio impazzire Che stare qui a vegetare E sono
senza un letto Ma mi basterebbe un tetto Almeno fino a
domani Prima che la marea cresca”.
Il
mondo è retto da forze oscure transnazionali, pubbliche e private,
societarie e individuali, che decidono tutto. Giocano al potere, con
lo spread, la guerra, i colpi di Stato, le leggi, per puro piacere.
Per godere della invasante e gradevole sensazione di essere tra i
pochi, se non gli unici, a poter stabilire qualsiasi cosa, a proprio
profitto, a scapito di tutti gli altri: la vita e la morte, le mode e
i consumi, la salute e la malattia, il lavoro e la disoccupazione, la
fortuna e la disfatta di aziende, persone, servizi, idee, sogni e
incubi. A causa di questa oscura volontà, la società è ridotta a
un mero programma che si ripete all'infinito sempre nel medesimo
modo, pur cambiando le sfumature, in cui miliardi di burattini sono
illusi di essere liberi, anche nelle inutili proteste. Il risultato,
è una realtà fittizia in cui ognuno conta per nessuno. E quando si
è nessuno, vuol dire che non si conta affatto. Neanche nel caso in
cui si ha la fortuna di lavorare.
Sì,
perché il lavoro è una questione di fortuna, di amicizie, di
raccomandazioni. O si è dei geni, di cui non si può fare a meno
per quella specifica mansione o disciplina; o va avanti l'amico
dell'amico. E in entrambi i casi, a condizione di accrescere il
potere e la ricchezza di quella o quell'altra azienda, Spa,
multinazionale.
Ci
si ritrova, di conseguenza, in un mondo orientato al ribasso, alla
mediocrità, all'ignoranza, dominato da un'etica violenta e
parassitaria, ispirata da una morale inversa e perversa, che
costringe all'uniformità, all'omologazione, all'uguaglianza e alla
somiglianza. O si è una fotocopia di tutti gli altri o non si ha
diritto alcuno.
Il
capitalismo non è altro che la carta d'identità di quelle forze che
si impiantano nel presente a scapito del futuro e delle generazioni a
venire. Interessa solo moltiplicare la ricchezza, qui ed ora, con
l'uso della forza, della cattiveria, del male. O si è parte di
questo meccanismo che arricchisce i pochi, secondo le loro regole
naturalmente, o si è sacrificabili, senza speranza alcuna.
In
questo brano dei Litfiba, emerge la ripetuta critica nei confronti
delle multinazionali e dei governi, che alimentano questo circuito
nero del potere a svantaggio dei giovani. I sogni, le competenze, i
buoni propositi non valgono in una società marchiata dalle monete.
Bisogna adeguarsi, obbedire, se si è fortunati lavorare così come
viene imposto, senza emozioni né rimpianti. Al contrario, si resta
senza lavoro senza un tetto, si rimane privi dello stesso diritto di
esistere.
Ma
è davvero così che si deve andare avanti? È davvero questa società
il risultato dei sacrifici dei nostri antenati?
“Prima
che la marea cresca”, bisognerebbe invertire la corrente.
Limb by limb and tooth by tooth tearing up inside of me everyday everyhour wish that i was bullet proof Wax me mould me heat the pins and stab them in you have turned me into this just wish that it was ballet proof So pay me money and take a shot lead-fill the hole in me i could burst a milion bubbles all surrogate and bullet proof.
A prova di proiettile...vorrei essere
Pezzo per pezzo e dente per dente mi faccio a pezzi dentro tutti i giorni tutti i momenti vorrei essere a prova di proiettile. Spalmami di cera mettimi in una forma riscalda i chiodi e infilameli mi hai trasformato in questo vorrei solo che fosse a prova di proiettile Per cui pagami e spara riempi di piombo il buco che c'è in me potrei fare esplodere un milione di bolle tutte dei surrogati e a prova di proiettile.
Il mondo non è uguali per tutti. O, almeno, non ancora. Ma manca poco. Verrà il tempo in cui tutti gli occhi vedranno allo stesso modo, in cui tutti gli orecchi ascolteranno le medesime parole e suoni, in cui toccheremo, annuseremo e assaporeremo le stesse cose, i medesimi odori e profumi, gli identici sapori. E allora sarà finita. Il male, e tutti quei sentimenti umani ad esso correlati – perfidia, invidia, crudeltà e così via –, avranno vinto, posando su teste e cuori a tinta unita quell'invisibile sigillo che trasformerà definitivamente la razza umana in macchine www-comandate, programmate e gestite nei suoi istinti più ancestrali. La stupidità, assieme all'ignoranza, alla ristrettezza di prospettive, alla mancanza di buon senso, di buon gusto, di buon tempo e di buoni limiti, è uno dei cavalieri dell'Apocalisse del nostro tempo. Anzi, è la furia che li dirige tutti, i biblici cavalieri del disastro, verso ogni individuo, per fare tabula rasa dei punti di vista e instaurarne uno solo, monocolore, che è quello dietro l'illusione del successo, della ricchezza e del prestigio, che è la legge del più forte. Un disastro, sì. La razza umana non è altro che questo. È malefica, nociva a se stessa e a tutto, davvero tutto, l'ambiente che le sta attorno, sia reale, virtuale, immaginario o intellettivo. Perché per l'essere umano è più facile far amplificare il deserto anziché ritagliare, e custodire, in esso oasi di libertà. L'unicità è l'adeguarsi al proprio cattivo simile, l'identità l'essere numerabili e codificabili; la differenza un virus, una malattia congenita, un morbo da stanare e cestinare. Non c'è certezza alcuna se non nel fare branco con e attraverso bit di informazioni, applicazioni ottuse e loghi all'ultima moda, per fare il male, causare dolore nell'altro e proseguire nella scalata di un artificioso appagamento personale, artificioso quest'ultimo perché il potere, quello vero, non passerà mai dalle nostre parti. Noi non siamo il centro del mondo, noi non siamo la sua mente, dio non ha le nostre sembianze. Eppure, crediamo che sia così perché altri ce lo fanno credere. Noi lo sappiamo – se lo sappiamo davvero – e ci sta bene. Vediamo il male, operiamo il male, siamo il male e tutto questo ci sta bene fino al momento in cui il male, appunto, lo subiamo proprio noi. Adesso non siamo d'accordo, adesso non giochiamo più, adesso ci rendiamo conto che oltre alle pene abbiamo bisogno di diritti ma... comprendiamo soltanto ora di averli persi in partenza e che nessuno ce li restituirà. Così diventiamo più spietati, più feroci, più malvagi di quanto eravamo prima, convinti di potersi riprendere, di nuovo con la forza, quanto ci è stato tolto. E il circolo si chiude: come un cane che si morde la coda, non riusciamo a venir fuori dalla logica diabolica che abbiamo ereditato o che abbiamo costruito con le stesse mani. Non riusciamo a scorgere “altro dal male”, “altro dalla forza” su cui si fonda questa maledetta società, questo maledetto pianeta nel quale viviamo. E facciamo il gioco, volenti o nolenti, di quanti stanno all'apice delle piramidi capitaliste, mediatiche e utopistiche che reggono il mondo, il nostro. Ma non siamo tutti uguali. O, almeno, non ancora. Ma manca poco. C'è ancora qualcuno che vede in maniera diversa pur guardando gli stessi soggetti e panorami, che comprende in modo differente le medesime parole e suoni, che prova diverse sensazioni nel toccare, annusare e assaporare gli identici oggetti, profumi, sapori. Per questo non è ancora finita e il male non ha ancora vinto. Solo che tali persone, pur seguendo il bene con grande intuizione, intelletto, spalancando gli orizzonti e salvaguardando il senso del limite, sono deboli e sono continuamente bersagliati dal male. Vittime del male che sta loro attorno, oltre a quello che li colpisce in pieno. Inutile elencare il male. Ognuno lo opera o vi assiste quotidianamente e non fa nulla per impedirlo. Nemmeno questi “diversi”, perché sono soli. Nessuno gli darebbe retta. Sarebbero derisi, fatti fuori socialmente e mediaticamente, sarebbero gettati in gattabuia o, per quei paesi in cui vige la pena di morte, sarebbero fatti fuori. Consapevoli di ciò, questi “differenti” vorrebbero tanto essere, come recita il brano dei Radiohead, Bullet proof... i wish i was, “a prova di proiettile”. Perché ogni volta che sanno del male altrui si sentono colpiti, feriti, si sentono ogni volta privi di un pezzo di loro, e di un altro e di un altro ancora. Ma non possono farci nulla, fuorché essere quello che la società decide per loro, malgrado loro e abusando di loro, subendo lo stesso male degli altri. Il mondo, il pianeta, la società dovrebbe pagare questi “solitari” per il male che sopportano. In fondo, se non lo facessero, se fossero meno deboli di quanto sono, potrebbero far sgretolare il sistema con tutte le copie e le fotocopie di cui è costituito. Ma “loro” sanno che è impossibile, perché ad essere a prova di proiettile sono proprio i duplicati, la massa, che reggono i dannati ingranaggi della grande macchina della vita. Una canzone d'amore, forse, quella dei Radiohead, o forse di amore perduto. Ma anche un modo metaforico per guardare da vicino il mondo in cui viviamo e la gente che ci sta attorno. C'è ancora chi desidera il bene. Per questo il mondo è ancora diverso. E la razza umana non è ancora finita.
Il
Destino ha origine nella quotidianità, nella vita. Eppure,
paradossalmente, la sua strada parte da molto lontano.
Noi
percorriamo già tale sentiero ma non sappiamo se il Destino ci
segua, cammini assieme a noi o ci aspetti avanti a noi. Così, ci
chiediamo dove Lui sia, ogni volta che vediamo, sentiamo, assistiamo
o viviamo qualcosa di strano, di particolare, di irrazionale; quando
sperimentiamo fenomeni apparentemente contro le leggi della natura,
della societas o semplicemente del buon senso; quando sperimentiamo
fatti al di là di ogni ragione.
Innanzi
a quegli eventi, in altri termini, ci chiediamo quale sia il nostro
Destino, quale sia la nostra posizione, che cosa occorra fare da
parte nostra, perché non lo sappiamo proprio. Non riusciamo a capire
quegli avvenimenti, a concepirli, a prendere coscienza del fatto che
siano accadimenti reali, pur strofinandoci gli occhi più e più
volte, pensando di stare sognando. Ma quei fatti sono là, innanzi a
noi, veri, concreti, toccabili con mano, e fanno male. Davvero male.
Non
è possibile vedere persone comuni, poveri e sfortunati, caricarsi di
tutto il peso del mondo, con la speranza di andare avanti un solo
giorno in più in questa dannata vita; non è nemmeno possibile
notare persone sofferenti, castigate da Dio, dalla natura e dalla
società, disabili nel corpo e nel pensiero, scontrarsi
meticolosamente con altri ammalati, puniti e inabili esattamente come
noi.
Ma
la cosa che fa ancora più male, è che nessuno si accorge di loro,
anzi, che tutti sanno, vedono tali disperati ma ognuno passa dritto,
fa finta di non vederli, di essere cieco, pensando soltanto a se
stesso.
Eppure,
quando altri hanno raggiunto obiettivi importanti, quando hanno fatto
qualcosa di buono della propria vita, quando hanno un ruolo che conta
o anche semplicemente soltanto perché sorridono, perché sono
felici, perché hanno persone attorno che li amano, perché svolgono
il lavoro più umile del mondo o perché si accontentano di quel poco
o niente che hanno, sia una vecchia giacca, una maglia tutta
sgualcita, una baracca pronta a cadere o le pulci che gironzolano per
tutto il loro corpo – ognuno vede nitidamente e non è più lo
stesso. Si trasforma.
Si
odia, si disprezza l'altro talmente tanto da rovinarsi la vita, da
soffrire amaramente e quotidianamente nella speranza che oggi o
domani possa verificarsi una concatenazione di eventi o semplicemente
un fatto che consenta di distruggere la persona che detestiamo, che
ci ha rovinato la vita, soltanto perché l'abbiamo reputata più
fortunata di noi ma è, esattamente, sventurata come noi.
Siamo
noi a vedere diversamente l'altro. Evidentemente perché non nutriamo
sentimenti sinceri o perché siamo limitati dal nostro passato, dalla
nostra storia, dalle persone che abbiamo incontrato, dalle esperienze
che abbiamo vissuto, dalla musica che abbiamo ascoltato, dai libri
che abbiamo letto, da i film che abbiamo visto, dalla casa e dalla
strada nei quali siamo cresciuti e da tutto quello che ha intessuto
la nostra formazione. Siamo invidiosi e, quindi, non siamo capaci di
guardarci allo specchio e di giudicare prima noi stessi, perché
sappiamo già di essere niente di niente, e questo ci strazia. Non ci
permette di vivere.
È
molto meglio demolire chiunque altro non sia noi: solo così, è
possibile andare avanti.
Ma è
anche vero che in alcuni casi la fortuna è cieca, premiando chi ha
già tutto con altrettanto tutto. E allora ci si chiede che senso ha
la vita e sopportare enormi sacrifici per vedere realizzato, un
domani, un misero sogno, quando altri senza dedizione né sforzo
alcuno, soltanto per puro caso, o Destino, compiono in un istante
soltanto, quello per cui noi abbiamo lottato per tutto il tempo?
E
questo, fa ancora più male di tutto il resto.
Ogni
scienza e conoscenza è inutile se i giochi della vita sono così. Se
occorre soltanto la fortuna, allora è insensato pensare, fare,
vivere così com'è stato finora. È tutto sbagliato. Sottosopra.
Fuori posto. Tranne una cosa, una domanda: il Destino, questa
maledetta forza che regge la strada della vita, ci segue, cammina
assieme a noi o è, ancora, avanti a noi, pronto a manifestarsi?
Questo
interrogativo ci perseguita, permane insoluto innanzi al disordine,
al soqquadro dell'esistenza e del mondo umano, e rade al suolo il
nostro essere, più di qualsiasi altro evento, sentimento o pensiero.
Non
è più far finta di non vedere le disgrazie che accadono agli altri
né focalizzare chiaramente la fortuna altrui. Quello che non si vede
in alcun modo, è la risposta a quel quesito che ci strazia. Non si
comprende il Destino, proprio e altrui, e si rimane sospesi,
interrotti, galleggianti tra contrasti eternamente privi di
definizione, di colore, di chiave di violino che consenta di
penetrarne i segreti e la verità.
Le
parole e le note di Occhiu non vidi dei Mattanza, brano
dell'album “Cu non ha non è”, vanno al di là del mero racconto
popolare e della musica tradizionale. Parlano del nostro tempo, della
nostra società e dell'esistenza tutta. Inquadrano i sentimenti e i
comportamenti chiave, buoni o cattivi, che regolano la nostra vita,
gli accadimenti base che si ripropongono senza sosta alcuna nella
quotidianità, i pensieri e i drammi personali che il singolo
individuo sperimenta nella propria carne, innanzi
all'incomprensibilità dell'essere e dell'esistenza in generale. È
un capolavoro artistico, il cui testo scava negli abissi di ognuno,
rivelandone i contenuti nascosti, e la cui musica accompagna
malinconicamente tale svelamento, quello cioè degli usi e delle
abitudini, pratici e del pensiero, di ciascuno di noi.
Ma è
anche, così piace vedere tale brano, uno dei testamenti del grande
artista e autore, Mimmo Martino, recentemente e repentinamente
scomparso, lasciato a parenti, amici, musicisti a ascoltatori. Occhiu
non vidi fa pensare a come il cantore reggino ha condotto la sua
vita, facendola combaciare con la sua musica e quella dei Mattanza.
Una vita, e una musica, incentrata sulle grandi domande
dell'esistenza, scaturenti dall'ermetismo di una società e di una
quotidianità, nelle quali a mettersi in evidenza sono sempre i
paradossi, e i drammi, che la gente sofferente, povera, disperata e
disgraziata è costretta a vivere continuamente, generando in ognuno
i sentimenti peggiori provati nei confronti di chi vive le medesime
difficoltà; le assurdità e le tragedie che degenerano ogni essere
umano, privandolo della capacità di critica, del buon senso, della
coscienza e conducendolo a una visione della vita e degli altri
storpiata, tetra, illusoria; i controsensi e le sciagure che fanno
male e causano ulteriore dolore nei confronti dei propri simili.
Una
volta messo a fuoco tale scempio e le balorde reazioni a catena che
si sprigionano nell'animo umano, facendolo decadere, ognuno, e qui si
nota il punto di vista di Mimmo Martino, dovrebbe arrestarsi un
attimo e chiedersi qual è il proprio Destino: proseguire così come
è stato finora e continuare a fare come tutti fanno, abbandonandosi
alla degenerazione generale, oppure tentare di fare qualcosa di
diverso, originare un contro-movimento capace, almeno, di mostrare a
quante più persone possibili quanto si è miserabili? Quanta
bestialità è insita nella nostra carne ed è pronta a scatenarsi
non appena si perde il filo della ragione? Come vivere, avendo chiaro
quel che accade tra la gente, e non sapendo cosa fare per contrastare
tale incivilimento, barbarie, decadenza.
Mimmo
Martino camminava già con il Destino al suo fianco. Sapeva già che
cosa doveva fare. E lo faceva.
Raccontava.
Cantava alla gente la miseria, umana, intellettuale e sociale, di cui
ha riempito la propria quotidianità , nella speranza di vederla
cambiare, rinascere, risorgere assieme alla sua amata terra, la
Calabria. Narrava a tutti i propri mali e i propri grandi
interrogativi, li rendeva coscienti delle psico-patologie che hanno
infettato la società e, nel contempo, segretamente, diceva loro di
essere il contrario, di voler bene, di amare l'altro, nella fortuna e
nella sfortuna.
Non
è l'avere a decretare l'essere. Ognuno è, già, indipendentemente
da quello che ha (e che non ha), malgrado la società oggigiorno
convinca del perfetto opposto.
Occorre
essere, andare alla sostanza delle cose, ritrovare con la gente
l'armonia e la simpatia perdute, ritrovare se stessi e fare luce agli
altri per consentire loro di fare lo stesso, anche se tutto questo
comporta notevoli, immensi, infiniti sacrifici.
Non
c'è alternativa. Se non si cambia rotta, se non si cambia, è tutto
finito, e invece oggi, proprio mentre ci lasciamo condizionare dalla
società degenerata e ci abbandoniamo ai peggiori sentimenti che si
possano provare verso l'altro, c'è ancora tutto. Non è finita.
Siamo ancora in tempo per fare, ed essere, quindi, diversamente.
In
Occhiu non vidi, così come in tutti gli altri brani che
scritto, cantato e suonato, Mimmo Martino ci lascia in eredità
qualcosa in più della sua musica, dei suoi testi, della sua voce. Ci
dona il suo punto di vista, la sua prospettiva: la stessa che ha
animato la sua vita e che ha comunicato agli altri con la sua musica,
e che ora tocca a noi fare nostra.