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giovedì 26 giugno 2025

DISsonoria: NOI SIAMO GLI ALTRI – Negrita

 


- di Saso Bellantone

Noi siamo gli altri
Quelli con basse aspettative
Quelli che hanno conati di pile
Ma che non si accontentano mai
Noi siamo gli altri
Ci puoi trovare nudi sopra i palazzi
Noi che rischiamo di sembrare pazzi
E poi finiamo quasi sempre nei guai
Noi siamo gli altri
L'altra faccia della medaglia
Che rifiutiamo di andare in battaglia
E siamo oltre le tifoserie
Noi siamo quelli, quelli abbandonati
Quelli indifesi, quelli bombardati
Quelli che sperano fino alla fine in quello che non c'è
Che non c'è
Per vivere sotto a questo cielo
Che sembra ormai impossibile
La nebbia ci confonde e non sai più a chi credere
E sembra inutile esistere così
Per vivere senza più veleni
Senza più vipere
Senza più la nausea nelle notti acide
E mani libere e riuscire a ridere dei guai
Noi siamo gli altri
E crediamo ancora nelle canzoni
Ed aspettiamo le rivoluzioni
Ma chi le ha viste mai
Noi siamo quelli, quelli sempre in minoranza
L'alternativa alla vostra arroganza
Siamo gli antieroi
E siamo liberi, i liberi pensatori
Siamo i figli, siamo i genitori
Che non si arrendono mai, mai
Ma siamo anche quelli calpestati
Quelli derisi, quelli manganellati
Quelli che inseguono fino alla fine
Quello che non c'è, quello che non c'è
Per vivere sotto a questo cielo
Che è sempre più impossibile
La nebbia ci nasconde e non sai più a chi chiedere
E sembra inutile resistere così
Seh, seh, seh, ma vivere
Niente più veleni, ma cieli di lucciole
Nemmeno più la nausea e le notti acide
E mani libere e riuscire a ridere dei guai
A ridere dei guai, oh

La società cambia nel tempo e, tuttavia, presenta sempre i medesimi attori: i forti e i deboli, i potenti e gli impotenti, e così via. Anche oggi. Basta recarsi in un qualsiasi luogo, reale o virtuale, per trovare queste due tipologie umane. La differenza, però, rispetto ad altre epoche, è che se prima erano pochi i forti, i potenti, oggi invece accade l'inverso: pochi sono i deboli, gli impotenti.
La società attuale è regolata, messa in forma, funziona per mezzo di una maggioranza di individui che appartengono, si ispirano, agiscono alla maniera dei forti, dei potenti.
Chi sono?
Sono i pieni di sé, che patologicamente rincorrono grandi obiettivi e seguono le tendenze della moda e del galateo per sentirsi in regola, in sintonia con la società, normali. Sono la maggioranza, gli arroganti, i supereroi pronti a deridere l'altro, a schierarsi per l'uno o per l'altro nei conflitti, negli stadi, abituati a vivere nella foschia della società attuale gettando veleno su chiunque, che fanno del male quotidianamente con parole e azioni e, tuttavia, si sentono nauseati da questa stessa schiavitù autoinflitta.
Accanto ad essi, c'è poi la minoranza, quelli che rispetto ai primi sono deboli, impotenti.
Sono gli insicuri, che non hanno grandi obiettivi, se ne infischiano delle tendenze del momento e del savoir-faire e si mettono sempre nei guai ma riescono a ridere di essi. Sono gli umili, gli anormali, quelli che subiscono le violenze, che rispettano l'altro, che non si schierano con nessuno. Sono i liberi, quelli che pensano, che sentono la responsabilità del loro essere figli e/o genitori, che vogliono vivere davvero malgrado la nebbia della società attuale, che riposano serenamente la notte, che sperano e continuare a sognare.
Con questo brano, i Negrita raccontano il mondo nel quale viviamo, scuotono le coscienze e prendono posizione. “Noi siamo gli altri” è una dichiarazione di protesta e di resistenza a un tempo, una radiografia della società attuale ma anche un invito a pensare, a vedere come stanno davvero le cose, ad accorgersi delle minoranze e a scegliere da quale parte stare: dalla parte di chi è ormai gelidamente inglobato nel sistema oppure da quella di chi lotta per un cambiamento.
È la scelta radicale tra la normalità o la differenza, il buio e la luce, la rassegnazione o il rifiuto; una decisione che chiama in causa per nome e spinge a decidere costantemente tra la forza e la debolezza, tra due modi di esistere completamente distanti: la differenza è che il primo, ha già portato alla decadenza della società attuale e, di conseguenza, dell'umanità; il secondo, può invece portare alla riscoperta di quei punti di vista e di quei significati che possono dare un senso nuovo alla società e all'umanità.

lunedì 17 giugno 2024

DISsonoria: QUELLO CHE NON C'È - Afterhours


- di Saso Bellantone

Ho questa foto di pura gioia
È di un bambino con la sua pistola
Che spara dritto davanti a sé
A quello che non c'è
Ho perso il gusto, non ha sapore
Quest'alito di angelo che mi lecca il cuore
Ma credo di camminare dritto sull'acqua e
Su quello che non c'è
Arriva l'alba o forse no
A volte ciò che sembra alba non è
Ma so che so camminare dritto sull'acqua e
Su quello che non c'è
Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo
Rivoglio le mie ali nere, il mio mantello
La chiave della felicità è la disobbedienza in sé
A quello che non c'è
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto
Il mio modo di morire sano e salvo dove m'attacco
Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia
Quello che non c'è
Curo le foglie, saranno forti
Se riesco ad ignorare che gli alberi son morti
Ma questo è camminare alto sull'acqua e
Su quello che non c'è
Ed ecco arriva l'alba, so che è qui per me
Meraviglioso come a volte ciò che sembra non è
Fottendosi da sé, fottendomi da me
Per quello che non c'è
Per quello che non c'è
Per quello che non c'è
Per quello che non c'è

Quello che non c'è... o c'è?
Chi e/o che cosa c'è? Che cosa esiste? Che cos'è l'esistenza? Chi e/o che cosa c'è al di là di essa? Sopra, sotto, a destra, a sinistra, avanti, indietro, dentro e/o al di fuori di essa? Esiste davvero l'aldilà? E l'aldiqua c'è davvero? Io stesso ci sono, esisto realmente? Si può rispondere definitivamente a queste domande oppure qualunque risposta è solo frutto dell'immaginazione, in quanto si è di fronte a dei vicoli ciechi? A delle strade senza via d'uscita? Ha senso continuare a porsi tali interrogativi oppure è preferibile rinunciare a queste impasse?
Non esiste una soluzione ultima per questi enigmi. Alcuni continuano a porsi tali questioni, altri abbandonano l'impresa, mentre altri ancora hanno già la tavola imbandita. Nessuno, tuttavia, fa la cosa giusta, perché non si ha la certezza di quel che è giusto innanzi a tali rompicapi. Si prende una posizione e sulla base di essa si prova a sbrogliare la matassa della propria vita. C'è chi ci riesce, chi invece no. Ma in entrambi i casi non si fa altro che parlare la medesima lingua: quella dell'illusione.
Fin da piccoli, fino al sopraggiungere – per dirla con Piaget – dello stadio preoperatorio formale dei processi mentali e astratti – una fase cioè in cui si sviluppa il pensiero ipotetico-dedutivo –, si tende a considerare come veri e reali dei fatti che concretamente non lo sono. Per esempio, si crede che pupazzi, personaggi degli anime o forze naturali abbiano una vita vera e indipendente, possano comunicare con noi o tra di loro, abbiamo emozioni proprie. Tale animismo condiziona lo sviluppo di ogni essere umano e soltanto l'educazione e la scolarizzazione possono aiutare a liberarsi di esso. La questione è che si vive già all'interno di una società che lo ha fatto proprio e lo ha assorbito al suo interno per i motivi e gli scopi più disparati, tra i quali la prevedibilità, la sicurezza, l'ordine, il dominio, la garanzia di vita eterna della medesima società e così via.
Si riceve così una formazione (mistico-)religiosa, con la quale l'animismo viene spostato di campo: non più in direzione di pupazzi (feticci), anime e forze naturali ma verso racconti, miti, leggende, tradizioni e testimonianze in base alle quali si fondano la fede e i vari credo. Si trovano, in tal modo, delle risposte pre-confezionate sulle grandi domande intorno all'esistenza e si è chiamati, prima o poi, a scegliere se si è d'accordo oppure no con quelle prescrizioni, con quei dogmi, con quelle spiegazioni.
Proprio qui si presenta il bivio che ognuno ha attraversato almeno una volta nella vita: o si accettano quelle verità rivelate – e dunque si è ben accetti dalla società – oppure no – e si è intesi dalla società come dei fuorilegge, dei pirati, dei banditi.
Questi ultimi sono per la società soltanto un altro problema da inglobare in chiave economico-lavorativa – se proprio non è possibile convertirli. Quelli che contano davvero per essa sono i fedeli, gli osservanti, i praticanti, una certezza cioè, all'interno del mondo dell'economia e del lavoro, che fa funzionare l'intero sistema e lo proietta costantemente al suo domani.
La società si orienta così. Non si cura di chi non accetta quegli articoli di fede, non vuole capirne profondamente le ragioni. Lo etichetta e si assicura soltanto che abbia un profitto e paghi le tasse; che sia stato, in tal modo, incorporato, fatto proprio, sistemato.
A ben vedere, sia il fedele sia il brigante, come già detto, si comportano nel medesimo modo pur prendendo estremi opposti: in entrambi permane una forma di animismo che però conduce il primo, a illudersi che tutto sia così come la fede stabilisce (questa è la sua scelta) e il secondo, a illudersi che non sia così come l'altro crede (questa invece è la scelta dell'altro) e, attraverso il pensiero ipotetico-deduttivo, torna alle domande iniziali, torna alle impasse.
Qual è la differenza tra i due?
Il fedele accetta un'illusione che viene dall'esterno, da altri, mentre il brigante ne produce una interna, personale. Mentre per il primo è tutto chiarito, risolto (ma non per questo vero), per il secondo non vi è nulla di certo se non la consapevolezza di trovarsi all'interno di un labirinto dal quale poter uscire soltanto mediante un evento unico e irripetibile che coincide finalmente con la soluzione ultima a quei grandi interrogativi sull'esistenza.
Questo accadimento, tuttavia, tarda sempre ad arrivare e ciò ferisce, perché ci si rende conto che si è ancora dentro al labirinto, in balia di una vita illusoria. Si finisce così nell'abituarsi a quel ritardo senza sosta e si matura la consapevolezza che pur beffandosi da sé è preferibile una vita da illusi, nella quale ogni avvenimento è vissuto nella sua pienezza, nella quale vivere resta ciò che è più prezioso e la vita stessa mostra il suo volto meraviglioso, malgrado sia impossibile trovare la risposta definitiva al mistero dell'esistenza.

In questo brano degli Afterhours, c'è molto di pedagogia, di psicologia, di sociologia e di filosofia. I protagonisti sono coloro che si pongono le grandi domande sull'enigma dell'esistenza e che non si accontentano delle risposte pre-confezionate dalle fedi, ritenendole illusorie, né sono tentati dalle ricette di altro genere. Sono coloro che sono consapevoli dell'umana tendenza a credere nell'imperscrutabile e che, coscienti che nessuna risposta sia quella definitiva, cercano di non affondare nel mare della vita. Non hanno punti di riferimento, vivono nella confusione continua ma anche nella certezza di essere forti, di riuscire a non sprofondare nonostante il dolore. Sono coloro che amano decidere il proprio destino, che si accettano così come sono, che vogliono essere felici malgrado questa condizione di spaesamento esistenziale. Non accettano questa privazione esistenziale, questo nichilismo, e tuttavia scelgono la vita, non escludendo che forse le cose possano stare diversamente, cioè proprio come gli altri credono. Sono coloro che sperano, malgrado la morte che il genere umano stesso dissemina nell'ambiente in cui vive, consapevoli che la stessa speranza è un'illusione. Coloro che si emozionano innanzi alla bellezza delle cose, che vivono ogni attimo della vita intensamente e per i quali, consapevoli di illudersi da soli, la vita resta comunque un'esperienza meravigliosa.

mercoledì 21 febbraio 2018

DISsonoria: RAGAZZO dei Litfiba



- di Saso Bellantone

“Io vorrei sapere
chi governa il mondo
e cosa gli direbbe
uno che è senza lavoro.
Vorrei sapere
come si fa a cadere
e come puoi risalire
senza farti male.
Sono un ragazzo
ricordatevi che esisto
sono il re del Nulla
mentre il Nulla ruba i migliori.

Vorrei sapere
perché non è reato
fare la puttana di stato
ed abusare ogni potere.
E sono senza un letto
ma mi basterebbe un tetto
almeno fino a domani
prima che la marea cresca.
Sono un ragazzo
ricordatevi che esisto
sono il re del Nulla
mentre il Nulla ruba i migliori.

Lavorare per contare
Non si può dire che sia godere
Meglio impazzire
Che stare qui a vegetare
E sono senza un letto
Ma mi basterebbe un tetto
Almeno fino a domani
Prima che la marea cresca”.

Il mondo è retto da forze oscure transnazionali, pubbliche e private, societarie e individuali, che decidono tutto. Giocano al potere, con lo spread, la guerra, i colpi di Stato, le leggi, per puro piacere. Per godere della invasante e gradevole sensazione di essere tra i pochi, se non gli unici, a poter stabilire qualsiasi cosa, a proprio profitto, a scapito di tutti gli altri: la vita e la morte, le mode e i consumi, la salute e la malattia, il lavoro e la disoccupazione, la fortuna e la disfatta di aziende, persone, servizi, idee, sogni e incubi. A causa di questa oscura volontà, la società è ridotta a un mero programma che si ripete all'infinito sempre nel medesimo modo, pur cambiando le sfumature, in cui miliardi di burattini sono illusi di essere liberi, anche nelle inutili proteste. Il risultato, è una realtà fittizia in cui ognuno conta per nessuno. E quando si è nessuno, vuol dire che non si conta affatto. Neanche nel caso in cui si ha la fortuna di lavorare.
Sì, perché il lavoro è una questione di fortuna, di amicizie, di raccomandazioni. O si è dei geni, di cui non si può fare a meno per quella specifica mansione o disciplina; o va avanti l'amico dell'amico. E in entrambi i casi, a condizione di accrescere il potere e la ricchezza di quella o quell'altra azienda, Spa, multinazionale.
Ci si ritrova, di conseguenza, in un mondo orientato al ribasso, alla mediocrità, all'ignoranza, dominato da un'etica violenta e parassitaria, ispirata da una morale inversa e perversa, che costringe all'uniformità, all'omologazione, all'uguaglianza e alla somiglianza. O si è una fotocopia di tutti gli altri o non si ha diritto alcuno.
Il capitalismo non è altro che la carta d'identità di quelle forze che si impiantano nel presente a scapito del futuro e delle generazioni a venire. Interessa solo moltiplicare la ricchezza, qui ed ora, con l'uso della forza, della cattiveria, del male. O si è parte di questo meccanismo che arricchisce i pochi, secondo le loro regole naturalmente, o si è sacrificabili, senza speranza alcuna.
In questo brano dei Litfiba, emerge la ripetuta critica nei confronti delle multinazionali e dei governi, che alimentano questo circuito nero del potere a svantaggio dei giovani. I sogni, le competenze, i buoni propositi non valgono in una società marchiata dalle monete. Bisogna adeguarsi, obbedire, se si è fortunati lavorare così come viene imposto, senza emozioni né rimpianti. Al contrario, si resta senza lavoro senza un tetto, si rimane privi dello stesso diritto di esistere.
Ma è davvero così che si deve andare avanti? È davvero questa società il risultato dei sacrifici dei nostri antenati?
“Prima che la marea cresca”, bisognerebbe invertire la corrente.

martedì 13 settembre 2016

DISsonoria: BULLET PROOF... I WISH I WAS dei Radiohead


- di Saso Bellantone

Limb by limb and tooth by tooth
tearing up inside of me
everyday everyhour wish that i
was bullet proof
Wax me
mould me
heat the pins
and stab them in
you have turned me into this
just wish that it
was ballet proof
So pay me money and take a shot
lead-fill
the hole in me
i could burst a milion bubbles
all surrogate
and bullet proof.


A prova di proiettile...vorrei essere

Pezzo per pezzo e dente per dente
mi faccio a pezzi dentro
tutti i giorni tutti i momenti vorrei
essere a prova di proiettile.
Spalmami di cera
mettimi in una forma
riscalda i chiodi
e infilameli
mi hai trasformato in questo
vorrei solo
che fosse a prova di proiettile
Per cui pagami e spara
riempi di piombo
il buco che c'è in me
potrei fare esplodere un milione di bolle
tutte dei surrogati
e a prova di proiettile.


Il mondo non è uguali per tutti. O, almeno, non ancora. Ma manca poco. Verrà il tempo in cui tutti gli occhi vedranno allo stesso modo, in cui tutti gli orecchi ascolteranno le medesime parole e suoni, in cui toccheremo, annuseremo e assaporeremo le stesse cose, i medesimi odori e profumi, gli identici sapori. E allora sarà finita. Il male, e tutti quei sentimenti umani ad esso correlati – perfidia, invidia, crudeltà e così via –, avranno vinto, posando su teste e cuori a tinta unita quell'invisibile sigillo che trasformerà definitivamente la razza umana in macchine www-comandate, programmate e gestite nei suoi istinti più ancestrali. La stupidità, assieme all'ignoranza, alla ristrettezza di prospettive, alla mancanza di buon senso, di buon gusto, di buon tempo e di buoni limiti, è uno dei cavalieri dell'Apocalisse del nostro tempo. Anzi, è la furia che li dirige tutti, i biblici cavalieri del disastro, verso ogni individuo, per fare tabula rasa dei punti di vista e instaurarne uno solo, monocolore, che è quello dietro l'illusione del successo, della ricchezza e del prestigio, che è la legge del più forte.
Un disastro, sì. La razza umana non è altro che questo. È malefica, nociva a se stessa e a tutto, davvero tutto, l'ambiente che le sta attorno, sia reale, virtuale, immaginario o intellettivo. Perché per l'essere umano è più facile far amplificare il deserto anziché ritagliare, e custodire, in esso oasi di libertà. L'unicità è l'adeguarsi al proprio cattivo simile, l'identità l'essere numerabili e codificabili; la differenza un virus, una malattia congenita, un morbo da stanare e cestinare. Non c'è certezza alcuna se non nel fare branco con e attraverso bit di informazioni, applicazioni ottuse e loghi all'ultima moda, per fare il male, causare dolore nell'altro e proseguire nella scalata di un artificioso appagamento personale, artificioso quest'ultimo perché il potere, quello vero, non passerà mai dalle nostre parti.
Noi non siamo il centro del mondo, noi non siamo la sua mente, dio non ha le nostre sembianze. Eppure, crediamo che sia così perché altri ce lo fanno credere. Noi lo sappiamo – se lo sappiamo davvero – e ci sta bene. Vediamo il male, operiamo il male, siamo il male e tutto questo ci sta bene fino al momento in cui il male, appunto, lo subiamo proprio noi. Adesso non siamo d'accordo, adesso non giochiamo più, adesso ci rendiamo conto che oltre alle pene abbiamo bisogno di diritti ma... comprendiamo soltanto ora di averli persi in partenza e che nessuno ce li restituirà.
Così diventiamo più spietati, più feroci, più malvagi di quanto eravamo prima, convinti di potersi riprendere, di nuovo con la forza, quanto ci è stato tolto. E il circolo si chiude: come un cane che si morde la coda, non riusciamo a venir fuori dalla logica diabolica che abbiamo ereditato o che abbiamo costruito con le stesse mani. Non riusciamo a scorgere “altro dal male”, “altro dalla forza” su cui si fonda questa maledetta società, questo maledetto pianeta nel quale viviamo. E facciamo il gioco, volenti o nolenti, di quanti stanno all'apice delle piramidi capitaliste, mediatiche e utopistiche che reggono il mondo, il nostro.
Ma non siamo tutti uguali. O, almeno, non ancora. Ma manca poco. C'è ancora qualcuno che vede in maniera diversa pur guardando gli stessi soggetti e panorami, che comprende in modo differente le medesime parole e suoni, che prova diverse sensazioni nel toccare, annusare e assaporare gli identici oggetti, profumi, sapori. Per questo non è ancora finita e il male non ha ancora vinto. Solo che tali persone, pur seguendo il bene con grande intuizione, intelletto, spalancando gli orizzonti e salvaguardando il senso del limite, sono deboli e sono continuamente bersagliati dal male. Vittime del male che sta loro attorno, oltre a quello che li colpisce in pieno.
Inutile elencare il male. Ognuno lo opera o vi assiste quotidianamente e non fa nulla per impedirlo. Nemmeno questi “diversi”, perché sono soli. Nessuno gli darebbe retta. Sarebbero derisi, fatti fuori socialmente e mediaticamente, sarebbero gettati in gattabuia o, per quei paesi in cui vige la pena di morte, sarebbero fatti fuori.
Consapevoli di ciò, questi “differenti” vorrebbero tanto essere, come recita il brano dei Radiohead, Bullet proof... i wish i was, “a prova di proiettile”. Perché ogni volta che sanno del male altrui si sentono colpiti, feriti, si sentono ogni volta privi di un pezzo di loro, e di un altro e di un altro ancora. Ma non possono farci nulla, fuorché essere quello che la società decide per loro, malgrado loro e abusando di loro, subendo lo stesso male degli altri.
Il mondo, il pianeta, la società dovrebbe pagare questi “solitari” per il male che sopportano. In fondo, se non lo facessero, se fossero meno deboli di quanto sono, potrebbero far sgretolare il sistema con tutte le copie e le fotocopie di cui è costituito. Ma “loro” sanno che è impossibile, perché ad essere a prova di proiettile sono proprio i duplicati, la massa, che reggono i dannati ingranaggi della grande macchina della vita.
Una canzone d'amore, forse, quella dei Radiohead, o forse di amore perduto.
Ma anche un modo metaforico per guardare da vicino il mondo in cui viviamo e la gente che ci sta attorno.
C'è ancora chi desidera il bene.
Per questo il mondo è ancora diverso.
E la razza umana non è ancora finita.

venerdì 6 febbraio 2015

DISsonoria: OCCHIU NON VIDI dei Mattanza


- di Saso Bellantone

Oggi è luni dumani marti
la me' sorti 'i ddà si parti
e si parti 'i longa via
veni sorti parra cu mia
veni prestu non tardari
dimmi comu haju a campari.

Vitti 'na vota 'na musca vulari
'ncoju purtava tricentu bariji
vitti nu ciuncu di mani e di pedi
supr'a n' tignusu tirava capiji
occhju non vidi e cori non doli
'mbidia cu l'occhji orba è 'a furtuna
cuntra 'a furtuna non vali 'u sapiri
culu nci voli u sapiri non giuva.

Il Destino ha origine nella quotidianità, nella vita. Eppure, paradossalmente, la sua strada parte da molto lontano.
Noi percorriamo già tale sentiero ma non sappiamo se il Destino ci segua, cammini assieme a noi o ci aspetti avanti a noi. Così, ci chiediamo dove Lui sia, ogni volta che vediamo, sentiamo, assistiamo o viviamo qualcosa di strano, di particolare, di irrazionale; quando sperimentiamo fenomeni apparentemente contro le leggi della natura, della societas o semplicemente del buon senso; quando sperimentiamo fatti al di là di ogni ragione.
Innanzi a quegli eventi, in altri termini, ci chiediamo quale sia il nostro Destino, quale sia la nostra posizione, che cosa occorra fare da parte nostra, perché non lo sappiamo proprio. Non riusciamo a capire quegli avvenimenti, a concepirli, a prendere coscienza del fatto che siano accadimenti reali, pur strofinandoci gli occhi più e più volte, pensando di stare sognando. Ma quei fatti sono là, innanzi a noi, veri, concreti, toccabili con mano, e fanno male. Davvero male.
Non è possibile vedere persone comuni, poveri e sfortunati, caricarsi di tutto il peso del mondo, con la speranza di andare avanti un solo giorno in più in questa dannata vita; non è nemmeno possibile notare persone sofferenti, castigate da Dio, dalla natura e dalla società, disabili nel corpo e nel pensiero, scontrarsi meticolosamente con altri ammalati, puniti e inabili esattamente come noi.
Ma la cosa che fa ancora più male, è che nessuno si accorge di loro, anzi, che tutti sanno, vedono tali disperati ma ognuno passa dritto, fa finta di non vederli, di essere cieco, pensando soltanto a se stesso.
Eppure, quando altri hanno raggiunto obiettivi importanti, quando hanno fatto qualcosa di buono della propria vita, quando hanno un ruolo che conta o anche semplicemente soltanto perché sorridono, perché sono felici, perché hanno persone attorno che li amano, perché svolgono il lavoro più umile del mondo o perché si accontentano di quel poco o niente che hanno, sia una vecchia giacca, una maglia tutta sgualcita, una baracca pronta a cadere o le pulci che gironzolano per tutto il loro corpo – ognuno vede nitidamente e non è più lo stesso. Si trasforma.
Si odia, si disprezza l'altro talmente tanto da rovinarsi la vita, da soffrire amaramente e quotidianamente nella speranza che oggi o domani possa verificarsi una concatenazione di eventi o semplicemente un fatto che consenta di distruggere la persona che detestiamo, che ci ha rovinato la vita, soltanto perché l'abbiamo reputata più fortunata di noi ma è, esattamente, sventurata come noi.
Siamo noi a vedere diversamente l'altro. Evidentemente perché non nutriamo sentimenti sinceri o perché siamo limitati dal nostro passato, dalla nostra storia, dalle persone che abbiamo incontrato, dalle esperienze che abbiamo vissuto, dalla musica che abbiamo ascoltato, dai libri che abbiamo letto, da i film che abbiamo visto, dalla casa e dalla strada nei quali siamo cresciuti e da tutto quello che ha intessuto la nostra formazione. Siamo invidiosi e, quindi, non siamo capaci di guardarci allo specchio e di giudicare prima noi stessi, perché sappiamo già di essere niente di niente, e questo ci strazia. Non ci permette di vivere.
È molto meglio demolire chiunque altro non sia noi: solo così, è possibile andare avanti.
Ma è anche vero che in alcuni casi la fortuna è cieca, premiando chi ha già tutto con altrettanto tutto. E allora ci si chiede che senso ha la vita e sopportare enormi sacrifici per vedere realizzato, un domani, un misero sogno, quando altri senza dedizione né sforzo alcuno, soltanto per puro caso, o Destino, compiono in un istante soltanto, quello per cui noi abbiamo lottato per tutto il tempo?
E questo, fa ancora più male di tutto il resto.
Ogni scienza e conoscenza è inutile se i giochi della vita sono così. Se occorre soltanto la fortuna, allora è insensato pensare, fare, vivere così com'è stato finora. È tutto sbagliato. Sottosopra. Fuori posto. Tranne una cosa, una domanda: il Destino, questa maledetta forza che regge la strada della vita, ci segue, cammina assieme a noi o è, ancora, avanti a noi, pronto a manifestarsi?
Questo interrogativo ci perseguita, permane insoluto innanzi al disordine, al soqquadro dell'esistenza e del mondo umano, e rade al suolo il nostro essere, più di qualsiasi altro evento, sentimento o pensiero.
Non è più far finta di non vedere le disgrazie che accadono agli altri né focalizzare chiaramente la fortuna altrui. Quello che non si vede in alcun modo, è la risposta a quel quesito che ci strazia. Non si comprende il Destino, proprio e altrui, e si rimane sospesi, interrotti, galleggianti tra contrasti eternamente privi di definizione, di colore, di chiave di violino che consenta di penetrarne i segreti e la verità.

Le parole e le note di Occhiu non vidi dei Mattanza, brano dell'album “Cu non ha non è”, vanno al di là del mero racconto popolare e della musica tradizionale. Parlano del nostro tempo, della nostra società e dell'esistenza tutta. Inquadrano i sentimenti e i comportamenti chiave, buoni o cattivi, che regolano la nostra vita, gli accadimenti base che si ripropongono senza sosta alcuna nella quotidianità, i pensieri e i drammi personali che il singolo individuo sperimenta nella propria carne, innanzi all'incomprensibilità dell'essere e dell'esistenza in generale. È un capolavoro artistico, il cui testo scava negli abissi di ognuno, rivelandone i contenuti nascosti, e la cui musica accompagna malinconicamente tale svelamento, quello cioè degli usi e delle abitudini, pratici e del pensiero, di ciascuno di noi.
Ma è anche, così piace vedere tale brano, uno dei testamenti del grande artista e autore, Mimmo Martino, recentemente e repentinamente scomparso, lasciato a parenti, amici, musicisti a ascoltatori. Occhiu non vidi fa pensare a come il cantore reggino ha condotto la sua vita, facendola combaciare con la sua musica e quella dei Mattanza. Una vita, e una musica, incentrata sulle grandi domande dell'esistenza, scaturenti dall'ermetismo di una società e di una quotidianità, nelle quali a mettersi in evidenza sono sempre i paradossi, e i drammi, che la gente sofferente, povera, disperata e disgraziata è costretta a vivere continuamente, generando in ognuno i sentimenti peggiori provati nei confronti di chi vive le medesime difficoltà; le assurdità e le tragedie che degenerano ogni essere umano, privandolo della capacità di critica, del buon senso, della coscienza e conducendolo a una visione della vita e degli altri storpiata, tetra, illusoria; i controsensi e le sciagure che fanno male e causano ulteriore dolore nei confronti dei propri simili.
Una volta messo a fuoco tale scempio e le balorde reazioni a catena che si sprigionano nell'animo umano, facendolo decadere, ognuno, e qui si nota il punto di vista di Mimmo Martino, dovrebbe arrestarsi un attimo e chiedersi qual è il proprio Destino: proseguire così come è stato finora e continuare a fare come tutti fanno, abbandonandosi alla degenerazione generale, oppure tentare di fare qualcosa di diverso, originare un contro-movimento capace, almeno, di mostrare a quante più persone possibili quanto si è miserabili? Quanta bestialità è insita nella nostra carne ed è pronta a scatenarsi non appena si perde il filo della ragione? Come vivere, avendo chiaro quel che accade tra la gente, e non sapendo cosa fare per contrastare tale incivilimento, barbarie, decadenza.
Mimmo Martino camminava già con il Destino al suo fianco. Sapeva già che cosa doveva fare. E lo faceva.
Raccontava. Cantava alla gente la miseria, umana, intellettuale e sociale, di cui ha riempito la propria quotidianità , nella speranza di vederla cambiare, rinascere, risorgere assieme alla sua amata terra, la Calabria. Narrava a tutti i propri mali e i propri grandi interrogativi, li rendeva coscienti delle psico-patologie che hanno infettato la società e, nel contempo, segretamente, diceva loro di essere il contrario, di voler bene, di amare l'altro, nella fortuna e nella sfortuna.
Non è l'avere a decretare l'essere. Ognuno è, già, indipendentemente da quello che ha (e che non ha), malgrado la società oggigiorno convinca del perfetto opposto.
Occorre essere, andare alla sostanza delle cose, ritrovare con la gente l'armonia e la simpatia perdute, ritrovare se stessi e fare luce agli altri per consentire loro di fare lo stesso, anche se tutto questo comporta notevoli, immensi, infiniti sacrifici.
Non c'è alternativa. Se non si cambia rotta, se non si cambia, è tutto finito, e invece oggi, proprio mentre ci lasciamo condizionare dalla società degenerata e ci abbandoniamo ai peggiori sentimenti che si possano provare verso l'altro, c'è ancora tutto. Non è finita. Siamo ancora in tempo per fare, ed essere, quindi, diversamente.
In Occhiu non vidi, così come in tutti gli altri brani che scritto, cantato e suonato, Mimmo Martino ci lascia in eredità qualcosa in più della sua musica, dei suoi testi, della sua voce. Ci dona il suo punto di vista, la sua prospettiva: la stessa che ha animato la sua vita e che ha comunicato agli altri con la sua musica, e che ora tocca a noi fare nostra.