IN QUESTO BLOG NON SI PUBBLICANO COMMENTI ANONIMI.

venerdì 16 settembre 2011

L'ARTE PERIFERICA: intervista a Filippo Teramo, regista della Filodrammatica Scillese

- di Saso Bellantone
Nato a Scilla, Filippo Teramo è il presidente della compagnia in cui svolge anche i ruoli di attore e regista. È anche Presidente del Comitato Provinciale di Reggio Calabria della FITA (Federazione Italiana Teatro Amatori) ed è tra i fondatori della nuova compagnia scillese. Formatosi alla fine degli anni ottanta con la Nuova Filodrammatica Scillese, il suo repertorio conta di varie istrioniche interpretazioni sia comiche sia drammatiche. Ha partecipato nei primi anni novanta alla tournèe, con la compagnia scillese del tempo, ospitata dalle comunità italo-americane in USA e Canada. È l’ideatore e il coordinatore artistico della rassegna teatrale SCILLA TEATRO FESTIVAL, curata dalla Filodrammatica Scillese e giunta alla terza edizione. Tra le più recenti rappresentazioni della compagnia, che hanno riscosso un ottimo gradimento tra il pubblico, si ricordano: Un terno al lotto (Antonella Zucchini), A Furtuna và e veni (Ruggero Ciancio e Massimo Bruno), U Maluspiritu (Placido Cardona), Largu tri canali (Placido Cardona), Lo Spione (Samy Fayad), Troppa Grazia San Giuseppe (Maria Pia Battaglia), Testimoni Oculari. Sacra rappresentazione della Via della Croce (Angelo Franchini), A repubblica ri patati (Alfio Bonanno), Eccomi! Via Crucis della Passione e Morte di Gesù e Vita e Martirio di Padre Giuseppe Puglisi (Giovanni Bellantoni), Asu i coppi e tri i bastuni (Pino Giambrone ), Parasceve. La notte degli azzimi (Giovanni Bellantoni), Cincu fimmini e un tarì (Pino Giambrone).

Come nasce la Filodrammatica scillese?
La nostra associazione nasce ufficialmente il 29 gennaio 2006 e ha come finalità la pratica, la diffusione e la promozione dell’attività e della cultura teatrale. Nasce nell’ambito parrocchiale mantenendo stile, contenuti e metodi propri di un’associazione culturale, in cui in ogni attività, ciascun componente persegue soprattutto la crescita umana e spirituale. L’associazione, sempre alla continua ricerca del confronto culturale, rinascendo, ha voluto rivolgere uno sguardo alle esperienze passate, mutuando i sogni, le gesta, le passioni e le interpretazioni istrioniche di tutti i protagonisti della storia della “filodrammatica scillese”, quale patrimonio da non disperdere e base per un solido cammino, oltre che unico filo conduttore della chiara vocazione degli scillesi verso il teatro come mezzo espressivo e comunicativo ma anche come fattore culturale e artistico.

Che cos’è il teatro?
Mi piace ricordare un pensiero del grande Eduardo De Filippo “Fare teatro significa vivere sul serio quello che gli uomini nella vita terrena recitano male…”. Credo che questo sintetizzi il vero significato della nostra passione teatrale.

Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi del teatro, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Se alla base di ogni nostra azione vi è la consapevolezza che attraverso questo strumento si può valorizzare la socializzazione, credo che tutto diventa più facile. Il teatro lo permette, è un ottimo strumento di crescita culturale, sociale e affettiva e attraverso l’uso del suo linguaggio specifico, costituito dalla voce, dalla mimica, dalla gestualità, dalle emozioni trasmesse, dal reciproco coinvolgimento, esalta lo sviluppo culturale, facilita gli scambi sociali, crea nuovi orizzonti di affettività.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio, la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire le commedie della Filodrammatica scillese delle opere d'arte, delle creazioni nel senso pieno del termine?
Se lo intendiamo nel senso che ogni rappresentazione ci permette di confrontarci, allora, credo che questo ci permette di esprimere sentimenti profondi, di aiutare l’esercizio del giudizio, del ragionamento, ci permette di affinare lo spirito critico, stimola la sensibilità estetica e, pur nella giusta misura, in ogni rappresentazione si può trovare una risposta di senso alle domande esistenziali. E quindi alla fine ti ritrovi una sorta di “creazione” che si rinnova in ogni replica.

Perché recitate? Perché sentite l’esigenza di comunicare mediante l’arte della teatro?
L’arte del recitare permette: a ognuno di noi, volontari del palcoscenico, di avere un osservatorio privilegiato; ai nostri collaboratori, di confrontarsi in un laboratorio in cui, al momento teorico, si unisce quello della preparazione, un momento pratico, quello dell’interpretazione sulla scena; al pubblico, di interagire con le emozioni e con la sola gratificazione che da esso ci si aspetta, l’applauso.

Che cosa racconta la Filodrammatica Scillese con le sue commedie?
Non sempre si racconta qualcosa. Gran parte di noi, nel mentre programmiamo una stagione teatrale, siamo consapevoli di aver ricevuto in eredità una realtà vivibile e culturalmente vivace, frutto del lavoro di uomini e donne piene di iniziative, di inventiva, capaci di leggere e cogliere le esigenze del tempo corrente. Con i nostri lavori talvolta facciamo emergere i limiti e i difetti dei nostri comportamenti quotidiani ma senza alcuna morale, lasciamo libero il pubblico di ridere e magari tornando a casa di “ridere amaro” con la speranza di aver dato l’occasione di riflettere.

La Filodrammatica scillese può sentirsi tale senza i pubblici?
Assolutamente no. La forma del teatro amatoriale presuppone un contatto privilegiato con gli spettatori. Quando siamo in scena sentiamo tutto, le emozioni, le risate, l’applauso ma anche la noia. È un momento magico con l’interscambio di emozioni forti.

Che cosa significa oggi vivere come attori e vivere esclusivamente della propria arte? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Molta passione equivale a grandi sacrifici. Non è impresa facile cercare di conciliare tempi, abitudini e distanze, il più delle volte si è tentati a gettare la spugna ma poi prevale il sentimento.

Che cosa spinge la Filodrammatica scillese a restare nel Sud?
E perché altrove se non al Sud? Confucio diceva “Se ascolto dimentico, se guardo capisco, se faccio imparo”. Compagnie come la nostra hanno il dovere di mettere in pratica questo pensiero. Anche attraverso la pratica della comunicazione sul palcoscenico e dell’interpretazione sulla scena, si ha la possibilità di sperimentare un diverso modo di apprendimento. La funzione di compagnie amatoriali come la nostra deve essere intesa come un’esperienza formativa e irripetibile dove anche il pubblico vive intellettualmente ed emotivamente.

Puoi definirti un sognatore? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Certo, sono soprattutto un sognatore e di solito i sogni nel cassetto rimangono tali. Ma ne voglio svelare soltanto uno: sogno un maggior protagonismo dei nostri giovani. Sembrano distratti da tante cose, si parlano a distanza e con mezzi tecnologici. Credo ci sia bisogna di creare aggregazione con il contatto, ritornando a praticare la strada, le piazze, i teatri, i luoghi all’aperto guardandosi negli occhi, per cogliere le emozioni di una risata ma anche di una lacrima.

Il titolo della vostra ultima commedia è “Cincu fimmini e un tarì”. Di che cosa parla?
Racconta l’arte dell’ “arrangiarsi”, peculiarità dei popoli meridionali. Il meridionale “uno ne pensa e cento ne fa” e anche così il personaggio principiale di questa commedia “u zu Tatanu Zarbu” che ha saputo raccogliere queste caratteristiche che lo contraddistinguono dagli altri suoi simili, esasperando conflitti tra apparenza e realtà, tra normalità e anormalità. È uno “sbriga faccende”, facendo la spola tra il suo paesino dell’entroterra, in cui vive, e il capoluogo della
sua regione. Riceve anche commissioni per le giocate del lotto. Il destino gli è fatale, dimentica di giocare un terno commissionato da tale Alfiu Santaita, che fortunatamente o sfortunatamente esce nella ruota di Palermo. Alfiu, persona rigorosamente aliena da compromessi, vuole a tutti i costi rimborsata la vincita a qualunque costo, altrimenti bisogna pagare con la vita lo sgarbo ricevuto. Il barone Paolo Trupia, titolo comprato a suon di
quattrini, con la moglie Vicia Naca e i due figli gemelli biovulari, o come dice lo stesso barone, “di du ova”, che ricorrono alla famiglia Zarbu per stipulare un contratto di fidanzamento con due delle quattro figlie, Agnesina, Catarina, Rusinedda e Assuntina, ancora da maritare. Quale delle quattro piazzare, è il dilemma del nostro protagonista. Si va avanti con questi personaggi tra una serie d’equivoci, che si rivelano davvero esilaranti, e alla fine “u zu Tatanu Zarbu” coadiuvato dalla moglie Adelina Barone, servendosi della sua fantasia, va alla
ricerca del paradosso, risolvendo i problemi, che gli si presentano, aiutato dal destino
“ ‘sta potenti machina ca movi la vita e ca nuddu è capaci di firmari, o di farici cangiari strata”.

Oltre a seguire i vostri spettacoli, chi desidera saperne un po’ di più sulla Filodrammatica scillese, dove può rivolgersi?
Stiamo lavorando al nostro sito web dove già si possono trovare le prime informazioni www.filodrammaticascillese.it ma ci si può contattare via e-mail all’indirizzo filodrammatica@parrocchiascilla.it

Alcune parole per i giovani.
Diffidate da chi vi dice che Voi siete il futuro, perché vi sta rubando il vostro presente.

Nessun commento:

Posta un commento