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giovedì 6 settembre 2012

Gran brutto periodo per il pensiero critico



- di Gianmarco Iaria

Velocità, velocità, velocità. È questa la regola del mondo post-moderno. Velocità di pensiero, di azione, di reazione. Velocità nei rapporti umani, nelle interazioni sociali. Velocità di memoria e di oblio. La società dell’I-live, in cui i fili che collegano una persona con il suo prossimo sono ormai quasi totalmente virtuali, si basa sulla velocità. La lentezza è, per l’appunto, parafrasando una celebre espressione di Celentano, “lenta”; il dinamismo è “rock”, è forza, esprime vitalità, fa apparire meglio di quanto non si è. Sembra non ci sia più posto per la riflessione accurata, che per i canoni attuali richiede troppo tempo; c’è troppo altro da fare per potersi concentrare su una cosa sola, svilupparla, conoscerla in ogni particolare, analizzarla e imbastire un minimo di pensiero critico. Gran brutto periodo per il pensiero critico. E non serve nemmeno andare troppo oltre per capirlo: basti pensare ad un’espressione che ha caratterizzato l’ultimo secolo, attraversando trasversalmente diversi periodi storicamente determinanti per la condizione socio-economica del mondo occidentale; l’industrializzazione, il “boom economico”, la lotta di classe e il materialismo dialettico di marxiana memoria hanno avuto, per diversi motivi, come punto focale l’ “elevazione delle masse”. Che bella espressione, vero? Un popolo schiavizzato dalla logica finanziaria, sottopagato, subordinato al potere economico di pochi pezzi grossi che riescono a gestire a loro piacimento anche il potere politico, d’un tratto si risveglia, si accultura, prende coscienza della propria condizione e lotta per la sopraffazione degli oligarchi che stabiliscono le sorti del mondo, convincendosi della propria forza derivante proprio dal numero, della serie: “Siamo di più, armiamoci e partiamo”. Nulla di tutto ciò, purtroppo. De André, nella sua canzone “Un Blasfemo”, raccontava la storia di un pover’uomo, dedito all’alcool ed alla vita dissoluta e libertina, che viene ucciso da due guardie bigotte; i versi che spiegano l’ideologia del blasfemo raccontano di come egli si allontana da Dio perché crede che sia stato Dio stesso, donando all’uomo l’Eden, a nascondergli l’esistenza del male, ingannandolo. Quando l’uomo si mostrò troppo curioso, decidendo di mangiare la fantomatica mela, l’Onnipotente lo punì inventando il tempo, e quindi, la morte. Una canzone dal senso metafisico, si direbbe; tuttavia è con l’ultima strofa che essa raggiunge un fortissimo significato attuale, moderno: “Ma se furon due guardie a fermarmi la vita / è proprio qui sulla Terra la mela proibita / e non Dio ma qualcuno che per lui l’ha inventato / ci costringe a sognare in un giardino incantato.” Quattro versi dalla ferocia inaudita, che condannano l’ammorbamento dei sensi di cui è vittima da tempo immemore la classe dei “non potenti”, di cui è fautrice la classe di chi può, di chi ha. Nulla è lasciato al caso: gli avvenimenti, le leggi, gli sport, la tv, il cibo, i vestiti, le persone, le parole, ogni cosa, ogni aspetto dell’esperienza umana che può avere un qualsiasi tipo di influenza sulla mente diviene strumento di controllo, di pressione ed oppressione. Ogni cosa si sussegue, e viene sfruttata secondo il grado di importanza che può rivestire in un dato periodo di tempo: lo scandalo del politico, la vittoria della squadra del cuore, l’omicidio, la bomba che scoppia ed uccide. Tutto viene utilizzato. Tutto serve per riempire. Il vuoto è pericoloso. Il vuoto, se c’è, è spazio libero: e lo spazio libero è genera il pensiero libero. Ed il pensiero libero genera la critica; e la critica  genera la presa di coscienza; e la presa di coscienza genera la rivoluzione.

lunedì 3 settembre 2012

OLTREWEB Dall’afa alla pioggia in crisi


- di Saso Bellantone
Buon meriggio web,
temporali si avvistano all’orizzonte. Acquazzoni, segnalati da tuoni e fulmini affamati d’afa come avvoltoio bramoso della prossima carcassa. Il vento fa la sua parte. Avvicina alla costa, con la sua furia, grandi masse di nuvole nere, cariche di pioggia pronta a lavare via, molecola per molecola, i vapori di una stagione estiva abbrustolita dalla follia della verità: la crisi.
I paesi sono stati semivuoti per la maggior parte della stagione. Il turismo scarso. Le attività commerciali sono state abitate da ombre, tele di ragno e spettri. Le strade sono rimaste immobili, come le stesse case abitate da morituri, in attesa del colpo di grazia che tarda sempre ad arrivare. Si è speso con cognizione di causa. Quanto si è potuto. Si è pesato il centesimo, per assicurarsi di pagare le tasse, tutte le tasse, e garantirsi un boccone a testa.
Ma questo è quanto è avvenuto nelle ore diurne. Durante la notte, tutto è cambiato. I paesi si sono popolati dei soli propri abitanti. È apparso qualche turista. I commercianti hanno asciugato la loro fronte. Le vie dei paesi hanno preso vita, assieme alle abitazioni improvvisamente pregne di parole, rumori e cin cin. Ci si è lasciati andare. Non si è badato a spese, tasse e quant’altro ma soltanto a dimenticare la folle disperazione della crisi dentro un bicchiere, pieno di sogni di vite e di luppolo.
Si è andati avanti così per tutta la stagione, spezzati nel corpo e nella mente da una crisi, valoriale ed economico-finanziaria che si è toccata con mano. Tutti l’hanno tastata. Tranne i piccoli, protetti dalla loro stessa innocenza, i giovani in attesa che Eros li colpisse con una delle sue frecce, i vecchi abbandonati alla solitudine di una casa vuota, e i pazzi preservati dal labirinto che il destino ha riservato loro o che loro stessi hanno creato da sé e per sé.
Adesso, però, che le corvine nuvole aprono le proprie cateratte e rilasciano la pioggia per lavare via l’estate, tutto cambia di nuovo. L’aria diviene più fresca e tale frescura sembra chiamare ognuno per nome. Sembra invitare ognuno a uscire fuori dalla propria abitazione e da se stesso, verso quell’ambiente in cui non è giorno né notte ma è soltanto piovoso. È un richiamo irresistibile. La pioggia sembra quasi un evento miracoloso, quasi una panacea, malgrado il malore sia uno soltanto. E allora ecco che ci si abbandona alla pioggia, ci si lascia inzuppare da Lei per alimentare quel niente di speranza rimasto nella parte più remota di se stessi e appena apparso innanzi ai propri occhi. Il sogno, cioè, che la frescura dell’acqua si porti via la malattia penetrata nella carne oltre che nella mente: la follia della verità, la crisi.
Ma la pioggia, mio caro web, non è soltanto pioggia. Il farmaco per curare la crisi, puoi scoprirlo soltanto tu e, forse, tu e la pioggia siete la medesima entità.
Medita web, medita… 

giovedì 30 agosto 2012

DISsud: Le foto 2

- di Saso Bellantone
Fontana (Villa Angelo Frammartino, Caulonia).

sabato 25 agosto 2012

Ideale, questo sconosciuto...



- di Gianmarco Iaria
Io alzo il pugno. Perché credo nella forza dell’uomo.
Io alzo il pugno. Perché so che la realtà è decisa da pochi uomini.
Io alzo il pugno. Perché credo nella lotta dell’uomo per un mondo migliore.
Io alzo il pugno. Perché credo nella differenza di distribuzione del reddito, sì, ma credo anche che quella attuale sia profondamente ingiusta.
Io alzo il pugno. Perché sebbene io appartenga alla classe piccolo-borghese benestante, io so che la mia posizione è stata voluta da chi violenta questo mondo, per comodità.
Io alzo il pugno. Perché l’utilitaria, l’appartamento di proprietà, il salotto arredato, la tv LCD-HD-3D, il computer  portatile, l’Ipod, il telefonino touch-screen, la pay-tv, il digitale terrestre sono le briciole di formaggio che i potenti lanciano ai topi della classe che produce.
Io alzo il pugno. Perché i salotti televisivi, i reality show, i talent show, i programmi di inchiesta sugli omicidi, le fiction, le soap opera, il calcio milionario sono i dormiferi che chi ha, usa per drogare e stordire l’animo di chi pensa di avere e non ha.
Io alzo il pugno. Perché credo che un giorno il sentire comune supererà la logica del “mio orticello”.
Io alzo il pugno. Perché credo che un giorno il bene della fratellanza vincerà sul male dell’interesse personale.

venerdì 24 agosto 2012

AAA: Supereroe cercasi!



- di Nadia Caruso
In un mondo in cui politici da strapazzo condividevano la via con poeti adepti a santità passeggere e culti volubili, vivevano settemiliardi e centotrentamila persone. Settemiliardi e centotrentamila diversi tipi di esseri umani, settemiliardi e centotrentamila diversi concentrati di puro egoismo, volti alla sopravvivenza della propria specie a danno delle altre e, inconsapevolmente, anche della propria e la storia sarebbe già sufficientemente esilarante così, senza rincarare la dose, ma purtroppo questo non è che il preludio.
Il sole splendeva ardente, ricordando agli abitanti del mondo che l’effetto serra non era solo una delle tante fantasie degli ambientalisti e la vita scorreva serena tra le campagne ornate qua e là da vistose sculture di “arte moderna”, dette comunemente discariche abusive.
 Si sentiva nel vento profumo di libertà, di cambiamento, o più probabilmente l’arte moderna si stava diffondendo per il mondo, inebriandolo di “cultura”.
In questo scenario tutt’altro che positivo viveva un giovane uomo, Tom Higann, onesto e, pertanto, quasi invisibile cittadino di Decline City.
Tom era un tipo semplice e alla mano, come non se ne vedevano più in giro da parecchio, e questo costituiva una motivazione sufficiente per chi lo conosceva a definirlo un sempliciotto, anche se in realtà nessuno aveva mai parlato con lui così a lungo da potergli affibbiare tale etichetta.
Già, perché Tom era fondamentalmente un tipo solitario dal sorriso timido ed impacciato, uno di quei ragazzi di cui difficilmente ci si accorge e la cui presenza raramente fa la differenza. Nessuno si aspettava che egli nascondesse un segreto o, almeno, non della portata di quello da lui celato.
Dietro l’identità del giovane sempliciotto Tom occultava i possenti muscoli di Nothing Man, eroe notturno saltato fuori dal nulla e, difatti, nel nulla rimasto, considerando che nessuno si era mai accorto di lui neanche per sbaglio.
Tom non se ne faceva una colpa, il caos mediatico costantemente in atto non permetteva a gente come lui di essere notata, cosa poteva un ridicolo costume da supereroe contro il fior fior della moda Decliniana? Eppure ogni notte Tom spalancava la finestra e scrutava il mondo dietro la sua maschera verde acido perché questo gli permetteva di sfuggire ai tentacoli appiccicosi di quel mondo che, indipendentemente dalla sua volontà, pretendeva di cambiarlo.
Anche quella notte, come molte altre, sfidando il crimine e la forza di gravità, si gettò giù da una grondaia ed arrivò per strada con le mani piene di nuovi tagli.
La luna brillava alta, bellissima, illuminando le strade di quella città che solo poche ore prima era stata violentata dal fragore dei clacson, ogni giorno più forti, ogni giorno più violenti solo per coprire definitivamente il brusio di pensieri che, solitario, tentava di non annegare nella viscosa melma della globalizzazione. Le vie bagnate della città riflettevano i raggi di luna e Tom, unica anima solitaria per le strade Decliniane, si sentì un po’ come una star su un palcoscenico, sotto degli enormi riflettori e pronto per le luci della ribalta.
Iniziò a correre, non perché ci fosse un reale motivo per farlo, ma seguendo solo il proprio istinto. Osservò le strade deserte di quella città alla quale non aveva mai sentito di appartenere davvero, il volto della notte era straordinariamente ipnotico per lui che ogni volta, come la prima, si stupiva di ogni minimo dettaglio come solo un bambino sa fare.
Tom amava i dettagli, li amava perché erano i reali fautori dell’identità di ogni cosa. Modificavano l’aspetto della gente, delle cose, ne personalizzavano le forme rendendole uniche, come poche note possono fare la differenza tra una nenia stonata e l’inizio di una melodia.
Tom si fermò. Capì perché sulla sua strada non aveva mai trovato nessuno da salvare. Nessuno voleva essere salvato. Nessuno aveva la forza di chiedere aiuto o, meglio, nessuno si rendeva conto di averne realmente bisogno. Opporsi alle mode, alla globalizzazione e al mondo equivaleva a rimanere tagliato fuori dalla comunità e, per tanto, era un’idea scartata a priori. Sacrificare se stessi per il “bene comune” non era poi così male.
Il cuore di Tom perse un battito, un lampo, un urlo squarciò la notte. Non era la città, no, e neppure i suoi abitanti, era Tom. Tom che finalmente aveva capito, Tom che improvvisamente si sentì solo.
Solo come i suoi amati dettagli, che ogni giorno divenivano sempre meno, uniformando sempre di più la gente che seguiva disperatamente dei modelli, quali essi fossero nessuno lo aveva ancora capito. Le differenze tra la gente diminuivano e, con esse, l’occasione di mettersi alla prova e crescere. L’occasione di costruire qualcosa che non fosse già stato premeditato da chi di dovere, l’occasione di staccarsi dal percorso segnato e di seguire il proprio, combattendo per la propria libertà e per l’eccitazione che si prova quando, correndo verso l’ignoto, si ha la certezza di sconfiggere le proprie paure sentendosi davvero un supereroe.
Una nuvola coprì la luna e la luce meccanica dei lampioni rivelò al giovane uomo il vero volto di quella città a cui capì di dover dare una mano. Alzò lo sguardo, i palazzi erano imponenti. Tutto era spropositatamente alto, esagerato, Tom non si lasciò intimorire. Chiuse gli occhi e ricominciò a correre.
I primi raggi di sole iniziarono a spuntare dando vita all’alba di un nuovo giorno. Tom si ritrovò, per l’ennesima volta, ad osservare il mondo dall’alto della sua finestra, al quarto piano del St. Luis Psychiatric Hospital. Si stiracchiò, le braccia indolenzite agognavano qualche altro minuto tra le coperte ma purtroppo per loro Tom aveva altri progetti. Voltò le spalle alla finestra e si diresse verso lo specchio al centro della stanza, la sua superficie liscia rifletteva il volto della città che iniziava a svegliarsi. Nell’angolo a destra qualcosa catturò l’attenzione di Tom, un edificio, il più alto della città, aveva qualcosa di strano.
Sulla facciata principale si distinguevano chiaramente due parole, scritte con uno sgargiante verde acido, BE YOURSELF.
Nothing Man sorrise…

giovedì 23 agosto 2012

DISsud - Le foto 1

- di Saso Bellantone
Fichi d'india (Marina di Nicotera).

mercoledì 22 agosto 2012

RADICI: I culti cittadini a Reggio fra paganesimo e cristianità



- di Natale Zappalà (natalezappala.blogspot.it)
Il calendario del reggino brulica ancora, all'inizio del III millennio dell'era volgare, di feste sacre ispirate al sovvertimento della quotidianità tramite l'evasione momentanea dalle briglie della routine.
Le ricorrenze religiose si contraddistinguono spesso, sulle rive dello Stretto di Scilla in particolare e nel Mezzogiorno in generale, nell'accostare ai già citati momenti di evasione dall'ordinaria follia un aspetto, per così dire, “rituale”, costituito di processioni più o meno lunghe, durante le quali la statua del patrono o della matrona di turno viene recata in trionfo (occhio ai termini: il trionfo era la sfilata del generale romano vittorioso, l'imperator, di ritorno dall'impresa militare) per le vie del borgo o della città.
Molti antropologi o storici delle religioni hanno opportunamente sottolineato l'innegabile somiglianza che lega le feste patronali/matronali odierne e le antiche ricorrenze pagane. Si tratta di similitudini evidenti soprattutto nel caso di Reggio, in merito a cui, le fonti – gli scritti degli antichi autori, con l'ausilio della documentazione epigrafica – hanno registrato l'esistenza di celebrazioni in onore ad Apollo, Artemide, Atena e Dioniso. Non sono tuttavia pervenute informazioni dettagliate relativamente all'una o all'altra festa, ma certamente in riferimento ai culti poliadi – in onore alle divinità tutelari della città – si possono desumere alcuni dati sostanziali.
A Reggio le divinità tutelari, connesse a livello mitico alla fondazione stessa della polis, erano Apollo ed Artemide. In occasione di una festa primaverile dedicata ad uno di questi numi era solito esibirsi un coro di trentacinque giovani proveniente da Messina, diretti da un maestro ed accompagnati da un flautista. Tale ricorrenza, risalente quantomeno al V sec. a.C., univa simbolicamente le due città dello Stretto, i cui destini politici, d'altronde, risultano spesso intrecciati nel corso della loro storia, basti pensare alla rifondazione della città peloritana (489/488 a.C.) ad opera del tiranno reggino Anassila.
Al medesimo contesto agonale – dedicato ad Apollo Archegetes (“fondatore”) sulla scorta della circostanziata tesi avanzata da Felice Costabile, docente di epigrafia e storia del diritto romano presso l'Università “Mediterranea” di Reggio Calabria – vengono ricondotti un rito di purificazione delle donne sposate, consistente nell'esecuzione di canti corali (“peana”), al termine del quale venivano raccolti dei ramoscelli d'alloro nella boscaglia intorno al tempio di Apollo Minore – con buona probabilità identificabile nell'edificio cultuale di età classica rinvenuto nel 1978 nell'area dell'odierna Rada Giunchi –, che venivano poi trasportati in Ellade, al santuario di Delfi, sede del celebre Oracolo; proprio il vaticinio della Pizia, tanto per chiudere il “cerchio rituale” della memoria antica, aveva indicato a Calcidesi e Messeni provenienti dalla penisola greca il sito in cui fondare Reggio, nell'ultimo quarto dell'VIII sec. a.C.
Se la lunga durata, sessanta giorni, di queste presunte Apollinee induce ad ipotizzare una frequenza pluriennale (magari quattro anni) della ricorrenza, altrettanto solenni dovevano essere le Artemisie registrate dalla tradizione popolare cristiana – nonché da molte iscrizioni di età ellenistica e romana – in riferimento alla venuta di Paolo di Tarso a Reggio, e quindi alla cristianizzazione della città. Dalle notizie pervenute in proposito si sa che l'intera cittadinanza in giubilo si recava presso il promontorio Pallantion – denominazione emblematica, quest'ultima, richiamante delle altre località sacre ad Artemide, in Grecia e persino a Roma –, la medievale Punta Calamizzi, vero e proprio simbolo ancestrale della regginità. Sul Pallantion, in età protostorica, era perito il primo fondatore di Reggio, l'Eolide Giocasto, morto in seguito al morso di un serpente velenoso ed oggetto di un culto eroico in epoca classica. Spetterà poi ai Cristiani il compito di convertire in positivo il ricordo del serpente omicida, edificando in loco la chiesa di San Giorgio Drakoniaratis, cioè “del serpente”. Ammesso che l'arrivo di Paolo, tradizionalmente immune, insieme ai suoi discendenti (i cosiddetti “sanpaolari” del folklore meridionale) al veleno animale, non sia stato localizzato sul Pallantion, una lingua di terra totalmente pervasa dal ricordo ossessivo dei rettili, in maniera del tutto casuale.
Ricompattamento del corpo civico, scansione del tempo e dei cicli stagionali, rottura degli schemi della quotidianità, temporanea sovversione dell'ordine sociale con ampi spazi di libertà garantiti alle componenti emarginate come donne, schiavi e meteci (liberi-non cittadini ivi residenti per ragioni commerciali): questi, in sintesi, i tratti salienti delle festività pagane di un tempo.
Che cosa è cambiato oggigiorno? Le processioni cristiane non seguono forse il tracciato viario della città antica, trasportando la statua del patrono/matrona dalla acropoli al santuario extra-urbano? Non sono forse i sindaci, massime autorità cittadine al pari di arconti e pritani del passato, a guidare, con l'ausilio dei sacerdoti, i cortei? E non sono soprattutto i lavoratori, componenti emarginati della società del Terzo Millennio dominata da banche, tasse e sprechi, a trarre giovamento dal giorno di riposo accordatogli?
Poco è cambiato, fra religione, ritualità e significati pragmatici di entrambe, nel trapasso plurimillenario che separa Artemide dalla Madonna della Consolazione, ma certamente, inquadrando i fattori di continuità e rottura che intercorrono fra ieri ed oggi attraverso una prospettiva storicistica coerente e scientificamente fondata, ciò che rimane – ed è già molto – sono le nostre radici.

LA LAMIA



- di Giuseppe Delfino
Tra i Greci di Calabria sopravvive (almeno fino a qualche anno fa) un mito risalente addirittura all'antichità e che, attraverso i secoli e nonostante la cristianizzazione (si sa che molte reminiscenze pagane si son conservate come “sostrato”: basta vedere le ben famose fusioni di cristianesimo e credenze indigene in America Centrale e Meridionale), si è tramandato fino ai giorni nostri. Il mito in questione è la Lamia: le “lamie” dell'antichità greca erano figure in parte umane e in parte animalesche e rapitrici di bambini, fantasmi seduttori che si trasformavano in bellissime donne per adescare giovani uomini e nutrirsi del loro sangue e della loro carne. Erano chiamate anche “empuse”, ma quest' ultime erano figlie o ancelle di Ecate (dea delle streghe greca, ma di origine pre-indoeuropea): solo in un secondo momento i nomi divennero intercambiabili, e passarono ad indicare generalmente le streghe e demoni (significato che si ritrova anche nel Medioevo).
Il mito racconta che Lamia era una bellissima regina della Libia, che ebbe da Zeus il dono di levarsi gli occhi dalle orbite e rimetterli a proprio piacere. Presto Zeus si innamorò di Lamia (è risaputo che Zeus amava avere rapporti sessuali in continuazione con molte donne), provocando la rabbia di Era , la moglie-sorella di Zeus, che si vendicò uccidendo quasi tutti i figli che quest'ultimo ebbe da Lamia. Era, secondo i Greci, era molto gelosa, e cercò spesso vendetta contro i figli adulterini del re degli dei (Eracle, figlio di quest'ultimo e di Alcmena, ne è l'esempio più lampante).
Lamia, lacerata dal dolore, iniziò a sfogarsi divorando i bambini delle altre madri, dei quali succhiava il sangue. Il suo comportamento innaturale fece in modo che la sua bellezza originaria si corrompesse, trasformandola in un essere di orribile aspetto capace, come detto, di mutare forma e apparire attraente per sedurre gli uomini, allo scopo di bere il loro sangue. Per questo motivo la lamia viene considerata una sorta di “vampiro” dell'antichità (assieme alle sopracitate “empuse” e alle “strigi” romane).
I vampiri (o miti simili ad essi) fanno parte del folklore di molti popoli della Terra, europei e non: possiamo citare, ad esempio, il “nukekubi” del Giappone o il “mandurugo” dei Tagalog (Filippine) . La Lamia è, come detto, un mito sopravvissuto presso i greci calabresi e anche presso quelli della Grecia, ma le leggende sui vampiri sono soprattutto di origine slava, il più famoso dei quale è la βρυκολακα, una sorta di non-morto che si aggira per le case chiamando per nome le vittime designate o bussando nelle case: può entrare nelle abitazioni solo se invitato espressamente da chi vi si trova all'interno e, quando accade, può ottenere le sue vittime. Nella lingua greca moderna, il termine βρυκολακα è tradotto semplicemente con “vampiro”, estenendo così il suo campo semantico a tutti i vampiri e affini compreso il più famoso di tutti, il Conte Dracula (derivato dalla tradizione del romanzo gotico inglese e ispirato al principe romeno Vlad III di Valacchia vissuto nel XV secolo).

lunedì 20 agosto 2012

LA CAPRA PER I GRECI DI CALABRIA



- di Giuseppe Delfino

Il greco di Calabria possiede un gran numero di termini inerenti il mondo agro-pastorale perché l'impoverimento della lingua (ma anche degli abitanti stessi) avvenuto nel corso dei secoli ha fatto sì che i termini preponderanti nella lingua siano stati quelli “pragmatici” della vita quotidiana che i Greci di Calabria degli ultimi secoli si son trovati a fronteggiare. Come sottolinea Gian Luigi Beccaria, ne “Tra le pieghe delle parole – Lingua, storia, cultura” (Einaudi, 2007), afferma che:
“Le lingue sono in realtà tutte ben “formate”, nel senso che sono tutte adeguate alla cultura che esprimono. Ogni distinzione importante per una determinata cultura tende ad essere lessicalizzata dalla lingua che appartiene a quella cultura. La ricchezza lessicale che ha un montanaro o un eschimese per denominare i vari tipi di neve non dipende da una maggiore capacità distintiva, ma da una diversa esperienza ambientale. Le lingue di popolazioni che vivono a stretto contatto con la natura e che si dedicano ad attività pratiche, magari non saranno adatte alla speculazione filosofica come il greco o il tedesco, ma abbondano per contro di parole per designare gli oggetti e le specie viventi che popolano l'ambiente circostante”. 
Un esempio importante è la “capra”. I pastori grecofoni designano con diversi vocaboli ciò che in italiano è reso con una parola sola; in greco di Calabria è presente il termine generale “èga” che deriva dal greco antico αίγα, (cfr. “Egospotami”, cioè il “Fiume della capra”, dove si svolse la battaglia decisiva tra Spartani ed Ateniesi nel 404 a.C., nel corso della Guerra del Peloponneso) ma anche altri più specifici : il prof. Filippo Violi nel suo Vocabolario Grecanico – Italiano – Grecanico (Apodiafazzi, Bova, 2007) registra molti significati, specialmente in riferimento al colore del manto, tra cui: 

“bàmpa” (capra con la testa bianca);
“lagopò” (capra dal manto color lepre); 
“livanì” (capra dal manto color incenso);
“sargopì” (capra dal manto nero e il muso bianco); 
“barbarisca” (capra con la testa bianca);
“ortocera” (capra con le corna dritte; parola composta da “ortò”, “dritto/ in piedi” (cfr. “ortodossia”), e “cèrato”, “corno”);
“asamo” (capra senza marchio);
“gastra/ egùddha” (capra di due anni).

Questo perché in una società agro-pastorale certe distinzioni sono fondamentali; la capra è un elemento essenziale della pastorizia in Aspromonte, e perciò in questo caso sono necessarie diverse sfumature semantiche. In altre aree del mondo dove essa o non è diffusa o non lo è molto, certe distinzioni non hanno bisogno d'essere. La sottofamiglia dei Caprini è diffusa in Europa, Asia ed Africa: in lingue come il quechua, la lingua degli Incas diffusa in Sud America, perciò, il termine “capra” non esiste.