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venerdì 26 agosto 2011

GNOSIS: intervista a Tito Puntillo

- di Saso Bellantone
Ricercatore e storico Bagnarese, Tito Puntillo (Bagnara 1944), trascorre l’infanzia e i suoi primi studi a Bagnara Calabra, per poi prestare servizio militare come sottotenente fra Bolzano e Sequals in Friuli. Dopo aver lavorato con l’ingegnere Musella e col ragioniere Marchese, grazie alle conoscenze in seno all’Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia, torna a Bolzano ove trova un lavoro come operaio carrellista alla Lancia Veicoli Industriali. Trasferitosi l’anno dopo a Torino, sempre in Lancia, percorre la trafila amministrativa per poi approdare alla Direzione Commerciale della Fiat/Mercato Italia. Negli stessi anni, frequenta come studente-lavoratore dei corsi serali presso l’Università di Torino, studiando con docenti quali Bobbio, Firpo, Ricuperati, Ettore Passerin, Galante Garrone, Zagrebelsky, Massimo L. Salvadori e altri, laureandosi prima in Scienze Politiche con indirizzo Storico-Economico e poi in Lettere, sempre a indirizzo Storico. Specializzatosi nel tempo in Analisi del Bilancio ed Economia d’Impresa, tiene corsi serali in un Istituto Superiore di Organizzazione, dove nel sabato, tra l’altro, svolge seminari specifici per gli studenti del Politecnico. Nei momenti liberi, spostandosi in lungo e in largo per l’Italia, tra biblioteche, emeroteche, librerie e bancarelle di mercatini antiquari, raccoglie una vasta documentazione sulla Calabria e su Bagnara, intorno alle quali concentra il suo lavoro di ricerca storica. Tutte le sue pubblicazioni, come per esempio Cronache Bagnaresi, 5 Saggi su Bagnara, Il caso Bagnara, sono rinvenibili gratuitamente nel Web presso l’Archivio Storico Fotografico Bagnarese, altre nel blog Ragioni e Opinioni. Assieme alla ricerca storica, Puntillo ha pubblicato alcuni articoli su Economia d’Impresa e Analisi del Bilancio, per alcune riviste tecniche della Franco Angeli edizioni e altri per il periodico bagnarese l’Obiettivo. Attualmente, vive a Torino.

Come nasce la tua passione per la storia?
È un sentimento che per me è stato naturale. Da ragazzino leggevo i libri di storia come se fossero romanzi, e accompagnavo la lettura con una fantasia galoppante, immaginando le scene nel loro svolgersi, i personaggi implicati e i risultati di azioni e metodi di comportamento. In questo senso, la prima lettura che mi aprì questi scenari, fu il Compendio Storico (3 voll.) di Giorgio Spini. Il mio entusiasmo si scatenò poi definitivamente ascoltando le lezioni sull’Odissea e l’Iliade che il Maestro Leonardis teneva agli studenti più grandi, durante le ore di doposcuola. Ulisse fu la mia prima passione, Ettore il mio eroe insieme ad Aiace Telamonio. Col tempo, mi sono sempre più concentrato sulla Storia Moderna e la bellezza del Settecento. Ho studiato intensamente quanto più possibile sull’Imperatore Bonaparte, i suoi Marescialli (soprattutto Andrea Massena duca di Rivoli), le grandi battaglie, le innovazioni politiche e sociali che in pratica furono la risultante ultima della Rivoluzione Francese e dei suoi grandi dibattiti: dagli esponenti della Montagna ai Giacobini e gli Arrabbiati (in Italia abbiamo avuto Vincenzo Russo).

Che cos'è la storia?
Personalmente resto fermo a due principi: la Metodologia della Ricerca Storica e la Storia come Pensiero e come Azione. La prima definizione si dà per il comportamento che lo storico deve assumere durante la ricerca, per cui i fatti devono essere asseverati e si enunciano “fino a prova contraria”, che è (semplifico) principio fondamentale di tutta la Scienza oltreché di vera e palpitante democrazia. La seconda si dà perché la Storia non è terreno sterile, ha un fine sociale, soprattutto nella formazione delle coscienze. Io sono un salveminiano convinto e dunque per me la storia, anche alla luce di quanto appena detto, è lo svolgersi della condizione dell’uomo nel tempo, identificata dai fatti che egli stesso produce, veri e quindi giustificati, interconnessi gli uni con gli altri fino a formare una sequenza logica (perché spiegabile nella sua relazione continua causa-effetto). Poi vi sono «scuole» filosofiche e scientifiche diverse che qui sarebbe impossibile enunciare, ma nella sostanza ritengo che i due principi siano calzanti per comprendere la sostanza della storia e il suo significato. Proprio per quanto cennato, la Storia differisce di molto dalla Cronaca. La Cronaca è la mera elencazione di fatti, talvolta esposti in senso cronologico, per lo più concentrati su una realtà assolutamente topica e quindi priva di contenuto sociale. Io ritengo, per esempio, che la Storia di Bagnara di Cardone e quella del Gioffré, siano in realtà delle Cronache peraltro concentrate su un aspetto della variegata società bagnarese e cioè quello religioso. Certamente non il determinante. Insomma vale per la differenza fra Storia e Cronaca quella fra Giornalismo e Cronaca. Dove Giornalismo è l’analisi del fatto una volta ricercate le cause e spiegate le conseguenze. Mentre la Cronaca resta la narrazione del fatto, asetticamente esposto. A Bagnara abbiamo avuto esempi significativi in tal senso.

Chi è lo storico?
Lo storico è il ricercatore che scrive di storia applicando un metodo di ricerca, rubricazione e spiegazione dei fatti così come si verificarono ed evitando di interpretarli in chiave attualizzata. Anche qui non è possibile esporre il comportamento degli storici delle varie epoche, da quella Classica a tutto il Rinascimento e soprattutto l’Età Moderna. Posso solo affermare che per me il punto di riferimento fu senz’altro il saggio di Pietro Giannone Della Istoria Civile del Regno di Napoli, che vide la luce nel 1723 e aprì in Italia la discussione sulle Istituzioni Politiche, il loro ruolo nella Società, la giustificazione del loro essere ed operare per gli interessi collettivi e l’efficacia delle azioni stesse. Fu anche l’inizio della Scuola Giuridica e dell’idea delle “Nazioni” sviluppata da Giambattista Vico (Principi di una Scienza Nuova, metodo poi ripreso da Vincenzo Cuoco: Saggio Storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799, col quale contrappose la coscienza di essere singoli nella comunità, al razionalismo di principio e per questo astratto, inconcludente). Così anche Machiavelli sulla “fortuna” delle Nazioni, verso la quale molto scrisse efficacemente Montesquieu. Si potrebbe scrivere molto altro, passando dal Materialismo Storico marxiano (coi dirompenti lavori su Il Capitale e Il colpo di stato del 18 Brumaio) al “primato” della Società sulla Politica, così come dimostrato dall’osservazione storica, e cavallo di battaglia di Auguste Comte.

Quali fonti è possibile definire “storiche”?
Si dice che un fatto fu vero perché storicamente determinato. “È un fatto storico”, cioè certo. Io adopero metodologicamente diverse fonti: gli atti notarili che si trovano in genere negli Archivi di Stato (per la mia attività: Napoli, Torino e Reggio), i documenti diplomatici, le serie di leggi e regolamenti applicativi, le relazioni ufficiali sui fatti di guerra (sono importanti i documenti pubblicati dallo Stato Maggiore dopo aver studiato le grandi battaglie), le memorie e i diari, le storie coeve, il pensiero politico, sociologico ed economico anch’esso coevo. In questo ultimo caso mi attengo scrupolosamente a un dettato scientifico che ritengo fondamentale: prima leggere la produzione del pensatore che mi interessa, in modo da formarmi un’idea di prima mano sulle sue posizioni, e solo dopo esaminare la storiografia sul personaggio. È errore grave comportarsi al contrario. Mettere assieme le varie tessere, è poi compito specifico dello storico, come cennato. Ma sono importanti (e qualche volta determinanti) anche le osservazioni sugli usi e le consuetudini, la spiritualità e i riti connessi, il folklore e i proverbi. Lombardi Satriani in questo senso è stato un maestro e in questi ultimi tempi si sono moltiplicate in Calabria le pubblicazioni su questi temi.

Con quale metodo, o metodi, è possibile fare storia?
La ricerca delle cause che producono un effetto, in una catenaria continua, cercando di assiemare condizioni sociali, economiche, politiche del tempo che si studia, applicandole allo spazio osservato. L’esempio calzante resta ancora oggi il lavoro di Tocqueville, che dimostrò come la causa della Rivoluzione Francese fu la precedente riorganizzazione amministrativa dello Stato, con la centralizzazione della Burocrazia. Si determinò così la nuova idea di “Stato” unitario entro il quale si sviluppò l’uguaglianza giuridica e procedurale-burocratica (poi rafforzata con la celeberrima La democrazia in America). Fu il primo innesco per il formarsi dell’idea rivoluzionaria. Proprio per questo ad esempio, se è inutile associare Bagnara con, diciamo, Lodi nel ‘700, perché diverse furono le condizioni geografiche entro le quali si svilupparono i due contesti sociali, è un errore grave esporre la Storia di Bagnara senza farla interagire con le comunità circostanti, omettendo così di evidenziare pregi e difetti di una area economica o potenzialmente tale. Questo perché Bagnara non visse da sola, ma insieme alle comunità vicine ed è proprio lo sviluppo di questo rapporto che determinò la fortuna e la decadenza di Bagnara, così come di Seminara, Scilla, Palmi, Oppido ecc. Perché? Come mai? Cingari, Borzomatri, Valente, Placanica, il nostro indimenticato Marzotti, Guarna Logoteta, eccetera, sono stati dei veri maestri in tal senso.

Quale metodo preferisci impiegare per le tue ricerche?
Il mio modello di riferimento resta quello che si può riscontrare in Le siècle de Louis XIV di Voltaire, che uscì nel 1751 e che si pose come innovazione nella storia delle istituzioni di uno Stato, inteso finalmente nella sua complessa interezza. Secondo me è da queste posizioni fondanti, che si svilupperà la dialettica della storia di Hegel, con l’evoluzione conflittuale delle idee. Non più la Provvidenza a reggere le sorti dell’Umanità, ma la stessa Umanità nel suo essere “immanente”.

Quale utilità ricava il singolo essere umano dalla storia?
La consapevolezza nell’uomo dell’essere nel presente per come si è, sapendo così discernere il bene dal male ed operare per il proprio miglioramento spirituale oltreché materiale, cercando di comprendere appieno la Società che lo circonda.

Quale invece una civiltà?
Io distinguo “Civiltà” da “Progresso”. La Civiltà è il modo di essere e pensare in collettivo di una vasta comunità. Ove essere e pensare si basano su un patrimonio che conservando le radici nel passato, si rinnova e adegua alle condizioni del presente, ma sempre e comunque sulla scia di un patrimonio morale, spirituale, artistico, intellettuale, sociale, costruiti nei secoli. Il progresso è invece lo sviluppo tecnologico della società e non sempre le due categorie viaggiano in parallelo purtroppo!

Nell'era della globalizzazione, le civiltà terrestri possono fare a meno della storia?
Per me è una classica nemesi storica. Oggi la globalizzazione pare voler divorare tutti i particolari a vantaggio dell’universale. In primis abbiamo la comunicazione nazionale che oscura quella locale e quindi i dialetti che prima si trasformano e poi scompaiono del tutto, e successivamente la lingua italiana sempre più corrotta da inglesismi, francesismi e tecnicismi vari, e quindi il soggiacere degli interessi nazionali agli interessi neo-imperialistici determinati dalla globalizzazione. Sarà il desiderio di recupero di spazi territoriali, l’elemento correttivo di questo processo, nel senso che avremo alla fine una sintonia fra micro realtà e macro processi economici. Con questa logica, il «senso della Storia» carissimo all’Omodeo, avrà una funzione determinante.

Dalla scuola all'università, come faresti studiare la storia?
I bambini hanno bisogno di acquisire sensibilità, di emozionarsi e quindi entusiasmarsi. L’ideale è dunque raccontare loro i fatti della microstoria, in modo che loro possano toccare con mano i reperti del passato e farlo rivivere nella loro fantasia attraverso la narrazione storica. Una vecchia chiesa, vecchie alabarde e spade, un diploma antico, una strada lastricata con ancora vecchie botteghe, i nomi degli eroi incisi sulle lapidi dei monumenti, una statua, un ostensorio ecc. Col passare del tempo e l’affinamento dell’intuizione e del senso critico, la narrazione storica si allargherà ai fatti determinanti della realtà sempre locale: cosa fu la Calabria – che ruolo ebbe in quei fatti specifici nazionali – perché adesso non è più così nel senso di spiegare cosa è accaduto, ecc. Nel ragazzo che invece si avvicina alla vita sociale attiva, lo sviluppo della Storia si dipana in orizzonti più larghi, sempre più larghi ma che saranno recepiti magnificamente se il bambino avrà avuta la possibilità di emozionarsi ed entusiasmarsi a reperti a lui vicini, rivissuti nella sua fantasia scatenata.

Che vuol dire vivere come uno storico? Di quali responsabilità occorre farsi carico?
La storia è per me scienza, è da considerarsi come una branca della scienza e quindi lo storico si sottomette alla rigida disciplina della metodologia della ricerca scientifica. Non credo vi sia molto altro da aggiungere se non rimandare, per tutti, alla Logica della scoperta scientifica di Popper.

Alcune parole per i giovani.
Non abbiate paura di formarvi una coscienza su come siamo e invece potremmo essere. La nostra è una realtà sociale difficilissima perché dominata dai poteri forti che sono variegati, taluni prevaricanti, altri violenti a causa di una Ndrangheta attiva, vigile, indisponibile a lasciare un minimo spazio al dialogo fra le persone. Tutto questo ha prodotto alla fine una società civile chiusa, incapace di riflettere e discutere dialetticamente. E come la nostra Bagnara, è così la Calabria. Ma quello che in questa fase è importante, è formarsi una coscienza individuale, autoconvincendosi che essa è condivisa e quindi può divenire coscienza collettiva. Sarà allora che il popolo calabrese comprenderà appieno quali siano le enormi possibilità della Calabria, la sua gente, la sua Civiltà. Avrà pienamente coscienza di cosa significhi essere una Società Aperta e quali sono realmente i suoi nemici.

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