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venerdì 6 dicembre 2013

Pensieri visivi: LA FIUMANA di Giuseppe Pellizza Da Volpedo


- di Saso Bellantone

Contadini, pastori, pescatori, fabbri, maniscalchi, muratori, calzolai, panettieri, vetrai, ceramisti, mercanti, sarti, camerieri, badanti, maestri, suonatori... È interminabile la fila di lavoratori che si tenta di elencare. Lunghissima. È più facile esporre “chi” c'è dietro tutte quelle professioni. Uomini e donne. Bambini e anziani. Indossano abiti semplici, sporchi e logori. Gli unici che possano permettersi. Trattati con cura, malgrado le macchie e gli strappi, perché non possono comperarne degli altri. Sono poveri. Senza avere alcuno. Vivono alla giornata, dormono dove capita. Svolgono qualsiasi attività consenta loro e ai propri cari di sopravvivere un giorno ancora. Non hanno sogni né aspettative. Resistono, fieri nella sofferenza, aiutandosi gratuitamente tra di loro. Specie innanzi alle crudeltà dei ricchi.
Odiano i ricchi. I ricchi hanno tutto. Non lavorano mai. Hanno gli abiti più costosi, usati una volta sola e poi gettati. Hanno soldi, case, terre, tecnologie, tutto. Vivono alle spalle dei poveri, serviti e riveriti sempre, dall'alba al tramonto. Non lavorano mai e insegnano ai propri figli di fare lo stesso. Sono i proprietari dei sogni e sperano, anzi, fanno di tutto per poter ampliare la propria fortuna con il minimo sforzo. Impartiscono ordini, voltafaccia e ipocriti, e non aiutano nessun altro. Nemmeno del proprio rango. A meno che non debbano ingrossare domani il proprio tornaconto, la propria ricchezza e autorità, contate sulle teste dei poveri che hanno, e avranno.
La fiumana di Giuseppe Pellizza De Volpedo fa pensare al passato, e spinge a chiedersi se quest'ultimo sia passato davvero oppure stia ritornando. C'è stato un momento in cui si credeva di cancellare definitivamente la povertà dalla faccia del pianeta, invece la povertà è ricomparsa e, con essa, è tornata la separazione nelle classi degli abbienti e dei nullatenenti. Tale diversificazione però, rispetto a quelle passate, nella cornice della globalizzazione di tutti i comportamenti e le dimensioni umane, sembra essere fatale. Decisiva. Ultima. Sembra proporsi come la base di un nuovo ordine mondiale, nel quale i primi, ora e sempre, comandano, e i secondi, ora e sempre, obbediscono.
Le multinazionali e le banche tengono sotto scacco gli Stati, decidendone le sorti con semplici click e costringendoli a peripezie economico-finanziarie per restare a galla. Tali manovre prevedono un aumento continuo delle tasse, che si ripercuote sull'economia statale, decretando un aumento del costo della produzione e del consumo dei beni e dei servizi, e una diminuzione della moneta in circolo. La gente evita di spendere, riduce le spese il più possibile. Per assicurarsi il pagamento di tasse, mutui, prestiti e finanziarie, compra l'essenziale, quei prodotti cioè necessari per il sostentamento. Il superfluo è scansato accuratamente e, malgrado le speranze di venir fuori un domani da tale circuito d'indebitamento, la gente continua a indebitarsi, a fare nuovi mutui, prestiti e finanziarie per pagare le tasse, e sopravvivere.
Le aziende chiudono: per il medesimo problema; per i crediti che non riscuoteranno mai; per il costo del lavoro; per l'IVA, l'INPS, il CCNL e quant'altro. Gli operai vengono licenziati. Gli enti pubblici subiscono drastiche riduzioni del personale, comportando un peggioramento dei servizi. I giovani, neolaureati e professionisti, espatriano, dopo l'illusione di contratti a progetto o a tempo determinato, reali e fittizi, dal quale non ne hanno ricavato nulla, fuorché l'aver fatto un favore alle aziende ed essere mandati a casa con un semplice grazie. Gli anziani non arrivano al giorno 10 di ogni mese. Gli immigrati fuggono dalla morte per trovarne una nuova. Si perde il lavoro, la casa, la famiglia, se stessi. Si impazzisce. Si diventa criminali, consapevolmente, perché il dio-denaro-multinazionale-banca non propone alternativa alcuna per restare onesti.
Innanzi a tale implosione generale interna, gli Stati chiedono fondi a banche centrali e ad enti internazionali per il credito, aumentando a loro volta, da un lato, il debito pubblico che mai riusciranno a estinguere, dall'altro lato l'implosione stessa. I politici, in ultima istanza, fingono di operare, di assumere delle posizioni e delle scelte a favore della gente, assicurandosi, alla fine, che tutto resti uguale a prima, vale a dire nella forma con la quale sono giunti al potere e all'aspettativa di radicarsi nel ceto degli abbienti, dei potenti della terra.
La povertà è tornata, e all'orizzonte non si vede modo alcuno per contrastarla, per combatterla. La gente è ormai disperata e rassegnata. Ha paura di ribellarsi perché sa che sarà presa a manganellate, incarcerata o trucidata senza battito di ciglia alcuno di altrettanta gente in uniforme, costretta a fare il proprio dovere, per non essere manganellata, incarcerata o trucidata anche lei. È la fine. La falsa democrazia ha condotto alla catastrofe: un orrendo totalitarismo del mercato, nelle mani di pochi ricchi.
Il futuro è già segnato e molti ancora non lo sanno. Non sanno che li spetta tornare nuovamente alla condizione rappresentata da La fiumana. Poveri contro ricchi. Poveri, ma stavolta senza speranza di riscatto alcuno dalla propria misera esistenza.


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