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lunedì 9 dicembre 2013

OLTREWEB: C'è un Mandela dentro di noi?


- di Saso Bellantone

Buon meriggio web,
la scomparsa di Nelson Mandela avvolge una fascia in segno di cordoglio nel tuo braccio. Una fascia nera. Nera come il colore della pelle per la cui libertà Rolihlahla – il nome datogli alla nascita, che significa “colui che provoca guai” – si è sempre battuto, fondando associazioni, movimenti, uffici legali e finendo persino dietro le sbarre. Mandela sarà sempre ricordato per i guai causati ai promotori e sostenitori dell'apartheid, quella forma di governo cioè basata su alcune prerogative. Separazione tra bianchi e neri in zone differenti, territoriali e pubbliche; proibizione della sessualità promiscua, dell'accesso in precise zone urbane, se non per mezzo di passaporti speciali, o dell'uso di determinate strutture pubbliche; messa al bando di ogni opposizione comunista; obbligo della registrazione per razza; discriminazione lavorativa; confinamento nei ghetti. Mandela è stato un esempio di libertà per molti connazionali, con i quali, persino dietro le sbarre e nei campi di battaglia, è riuscito a far crollare tale regime e ad instaurare nel Sudafrica non soltanto la democrazia, ma anche l'uguaglianza tra gli esseri umani, indipendentemente dal colore della pelle, e la libertà. Anzi, le libertà. Oggi tutte le proibizioni, i divieti, le prescrizioni e gli obblighi sopra citati non ci sono più... in Sudafrica. Ma nella democrazia planetaria, oggi, può dirsi lo stesso?
Guardandolo con occhi altri, il globo sembra essere un Apartheid economico, suddiviso cioè tra chi ha i soldi (celebrità, autorità, potere) e chi non ce li ha. I primi sono liberi, specialmente dal lavoro, i secondi sono schiavi, soprattutto del lavoro. I ricchi sono proprietari: di case, terreni, aerei, treni, navi, aziende, banche, partiti, canali televisivi, radio, giornali e persone. I poveri non possiedono nemmeno se stessi. Infatuati subliminalmente dallo stile di vita dei primi, inoculato nella loro psiche e nel loro inconscio per mezzo degli strumenti di comunicazione di massa, i poveri sognano di diventare dei ricchi e di imitare questi ultimi in ogni livello della società.
Di abitare nei luoghi “dei” ricchi, in ville sfarzose o case talmente accessoriate, ecologiche e tecnologiche a un tempo, da evocare quelle lette nelle pagine o viste nelle pellicole dei maestri della fantascienza. Di sposarsi “tra” ricchi, con cerimonie lussuosissime e privatissime svolte in castelli medievali, antichi templi e monasteri o in isole felici sperdute nell'oceano, nel deserto o nelle più alte vette del globo. Di frequentare i locali “dei” ricchi, come i bilionaire, gli attici, i privè, le sfilate di moda, le serate di gala, i casinò, i camping, le spiagge, i ristoranti, i villaggi e i negozi creati dai ricchi per i ricchi. Di accedere alle prime classi di aerei e treni, di entrare negli stadi e nelle strutture pubbliche per mezzo di accessi riservati. Di guidare costosissime automobili e motociclette. Di possedere le tecnologie più recenti. Di vestire capi firmati. Di diventare, insomma, dei vip a tutti gli effetti, aventi cioè tanti soldi, che è uguale ad avere tanto successo, che è uguale ad avere tanta influenza nelle stanze dei bottoni di ogni dimensione della nostra società, che è uguale ad avere potere.
Imbambolandosi con queste fantasticherie, i poveri non si rendono conto di aspirare ad emanciparsi da se stessi, cioè da quell'unico elemento che li tiene ancorati a quell'idea di umanità e di buon senso che li contraddistingue e li fa essere, ognuno, unici: la povertà.
Che significato ha l'attuale scaldarsi per essere tutti (di nuovo) benestanti? Un'uguaglianza economica, e cioè l'avere tutti quanti un conto in banca illimitato e imperituro, può forse risolvere definitivamente i reali problemi nei quali si è coinvolti? I malanni, le deformità, le imperfezioni genetiche non dovrebbero essere curabili o correggibili gratuitamente? Le attività e le pratiche inquinanti, con le quali uccidiamo il pianeta, non dovrebbero essere sostituite da condotte ecologiche, a tutela di esso? Le calamità naturali non dovrebbero essere previste e prevenute? Internet, il cellulare, l'energia elettrica, l'acqua potabile, il carburante, l'igiene cittadino, la salute, l'istruzione, la formazione continua, la pensione, un tetto sotto il quale abitare, ristorarsi, recuperare le forze e condividere il tempo che resta con le persone che si ama e da cui si è amati, non dovrebbero essere fruibili gratuitamente da tutti per diritto? Senza tassazione alcuna? L'essere umano non dovrebbe avere per diritto naturale un lavoro col quale sentirsi parte della comunità nella quale vive? I mezzi pubblici non dovrebbero essere gratuiti per tutti? E se così non è possibile, l'azienda non dovrebbe decurtare dalla busta paga le spese che l'impiegato o l'operaio sostiene per andare a lavorare? Lo Stato non dovrebbe conteggiare le spese a cui il disoccupato fa fronte per trovarsi un lavoro o affrontare un concorso? L'Iva, l'Irpef, l'Inps, le spese di registrazione, di gestione, di invio e ricezione documenti, di assicurazione, di bollo, non dovrebbero essere aboliti? L'essere umano non dovrebbe nascere senza problema economico alcuno?
No, mio caro web, non è essendo tutti quanti dei vip che è possibile affrontare questi problemi, perché avendo le tasche piene si baderebbe soltanto alla fama, al successo, al potere e alla differenziazione in classi, conseguente, tra chi ha soldi e chi non ne ha. Perché per essere dei vip, è necessario che qualcuno non lo sia. E ciò vuol dire che occorre che qualcuno sia squattrinato, sventurato, povero e pazzo, affinché qualcun altro sia benestante, fortunato, ricco e potente.
È preferibile che siano tutti quanti in rosso, in bancarotta, nullatenenti, per accorgersi di quei problemi e per accorgersi che tante di quelle tassazioni non hanno diritto ad esistere. Sono soltanto delle invenzioni per creare distinzioni sociali, gruppi, divisioni tra ricchi e poveri, vip e sconosciuti, potenti e impotenti.
Possibile, mio caro web, che, malgrado non si sia ancora diventati tutti poveri, non ci sia un Mandela dentro di noi? Possibile che nessuno si sia accorto dell'Apartheid economico nel quale viviamo e nel quale siamo costretti? Possibile che non ci sia nessuno che affermi “Non importa quanto stretto sia il passaggio/quanta piena di castighi la vita/, io sono il padrone del mio destino;/io sono il capitano della mia anima”(Invictus, di W. E. Henley), e che si batta per la giustizia? Per il diritto ad abitare questo mondo, sgravati dal peso delle diaboliche invenzioni umane in vista del potere?
Riposa in pace, Nelson, per un po' di tempo. Riposa in pace, e rinasci. Urge un Rolihlahla per il pianeta. Noi, “neri” dell'Apartheid economico, abbiamo bisogno di “qualcuno che provochi guai”. Per il nostro bene.
Medita web, medita...

pubblicato su Cmnews.it

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