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mercoledì 21 febbraio 2018

DISsonoria: RAGAZZO dei Litfiba



- di Saso Bellantone

“Io vorrei sapere
chi governa il mondo
e cosa gli direbbe
uno che è senza lavoro.
Vorrei sapere
come si fa a cadere
e come puoi risalire
senza farti male.
Sono un ragazzo
ricordatevi che esisto
sono il re del Nulla
mentre il Nulla ruba i migliori.

Vorrei sapere
perché non è reato
fare la puttana di stato
ed abusare ogni potere.
E sono senza un letto
ma mi basterebbe un tetto
almeno fino a domani
prima che la marea cresca.
Sono un ragazzo
ricordatevi che esisto
sono il re del Nulla
mentre il Nulla ruba i migliori.

Lavorare per contare
Non si può dire che sia godere
Meglio impazzire
Che stare qui a vegetare
E sono senza un letto
Ma mi basterebbe un tetto
Almeno fino a domani
Prima che la marea cresca”.

Il mondo è retto da forze oscure transnazionali, pubbliche e private, societarie e individuali, che decidono tutto. Giocano al potere, con lo spread, la guerra, i colpi di Stato, le leggi, per puro piacere. Per godere della invasante e gradevole sensazione di essere tra i pochi, se non gli unici, a poter stabilire qualsiasi cosa, a proprio profitto, a scapito di tutti gli altri: la vita e la morte, le mode e i consumi, la salute e la malattia, il lavoro e la disoccupazione, la fortuna e la disfatta di aziende, persone, servizi, idee, sogni e incubi. A causa di questa oscura volontà, la società è ridotta a un mero programma che si ripete all'infinito sempre nel medesimo modo, pur cambiando le sfumature, in cui miliardi di burattini sono illusi di essere liberi, anche nelle inutili proteste. Il risultato, è una realtà fittizia in cui ognuno conta per nessuno. E quando si è nessuno, vuol dire che non si conta affatto. Neanche nel caso in cui si ha la fortuna di lavorare.
Sì, perché il lavoro è una questione di fortuna, di amicizie, di raccomandazioni. O si è dei geni, di cui non si può fare a meno per quella specifica mansione o disciplina; o va avanti l'amico dell'amico. E in entrambi i casi, a condizione di accrescere il potere e la ricchezza di quella o quell'altra azienda, Spa, multinazionale.
Ci si ritrova, di conseguenza, in un mondo orientato al ribasso, alla mediocrità, all'ignoranza, dominato da un'etica violenta e parassitaria, ispirata da una morale inversa e perversa, che costringe all'uniformità, all'omologazione, all'uguaglianza e alla somiglianza. O si è una fotocopia di tutti gli altri o non si ha diritto alcuno.
Il capitalismo non è altro che la carta d'identità di quelle forze che si impiantano nel presente a scapito del futuro e delle generazioni a venire. Interessa solo moltiplicare la ricchezza, qui ed ora, con l'uso della forza, della cattiveria, del male. O si è parte di questo meccanismo che arricchisce i pochi, secondo le loro regole naturalmente, o si è sacrificabili, senza speranza alcuna.
In questo brano dei Litfiba, emerge la ripetuta critica nei confronti delle multinazionali e dei governi, che alimentano questo circuito nero del potere a svantaggio dei giovani. I sogni, le competenze, i buoni propositi non valgono in una società marchiata dalle monete. Bisogna adeguarsi, obbedire, se si è fortunati lavorare così come viene imposto, senza emozioni né rimpianti. Al contrario, si resta senza lavoro senza un tetto, si rimane privi dello stesso diritto di esistere.
Ma è davvero così che si deve andare avanti? È davvero questa società il risultato dei sacrifici dei nostri antenati?
“Prima che la marea cresca”, bisognerebbe invertire la corrente.

mercoledì 14 febbraio 2018

From de sabbatical year (ben ritrovati)



- di Saso Bellantone

Ne è passato di tempo. A parte qualche sporadico post, è trascorso un anno, senza scrivere e con tanto pensare ma, soprattutto, con tanto da fare. La vita, non quella virtuale che abbindola dietro gli schermi delle nuove tecnologie, bensì quella vera, in carne e ossa, chiama e non puoi voltarle le spalle. Pena: la perdita totale della propria identità, ammesso di averne una o di essere convinti di averla.
L'identità è la Sfinge, il lago di Narciso, l'Urlo di Munch dell'essere umano. Sulla base dell'epoca, della civiltà, del continente, della regione, della città in cui vive e sulla base della comunità, della famiglia, dello status sociale a cui appartiene, della formazione ricevuta, degli incontri avvenuti, dei sogni infranti e delle sconfitte incassate, ma soprattutto sulla base della sensibilità posseduta, dell'apertura (o della chiusura) mentale che ha, degli amori e dei dolori patiti, dei maestri e dei ciarlatani con cui si è confrontato e di un'incalcolabile ventaglio di incognite che sconquassano la vita come bandiera strappata alla sua asta e in balia del vento, l'essere umano traccia e cancella sulla tela invisibile del suo animo uno schizzo confuso di quella che ritiene la propria identità. Un'immagine effimera, precaria, che dura il tempo di essere depennata dalle persone che ha conosciuto e conosce (in realtà, non le conosce affatto), che costituiscono, rappresentandola, la società e dunque anche la regola, il giusto, il buono, il bello di essa. E così è per tutti.
Arriva il momento in cui ci si sente depennati, archiviati, esclusi, eterei e quello che si è sempre stati e che si è sempre fatto non ha più valore del tempo misurato da un orologio qualsiasi. Bisogna fermarsi, staccare, isolarsi negli abissi più bui e nelle vette più fredde alla ricerca di una qualche certezza di esserci davvero, concretamente, materialmente, di essere vivi in un mondo di zombie. Sì, perché è così che appare il mondo quando si sceglie (o non si può fare a meno) di vivere al contrario della società e di manifestarsi, agli occhi degli altri, come l'irregolarità, l'ingiusto, il cattivo, il brutto. Agli occhi degli altri.
“L'inferno sono gli altri” dice Sartre. Parafrasandolo: “Gli altri sono l'inferno”. E ha ragione. Specie quando si scrive (la penna o i tasti sono il prolungamento del propria essere pensante e senziente) per qualcun altro. La scrittura dovrebbe migliorare, se non il mondo, almeno qualcun altro e, invece, ognuno non resta che tale e quale a prima, anzi peggiora, degenera nella sua regressione, mostrando quello che è sempre stato dietro le belle facce e le belle parole. Il bello degli altri, appunto.
Questo, naturalmente, toglie tutte le forze, fa crollare ogni speranza, smantella ogni sacrificio svolto. È inutile, ci si dice, continuare a scrivere. Tanto non cambierà nulla e nessuno. Così ci si autosospende da questo regno del sottosopra, si posa la penna, si chiude la tastiera dentro il cassetto e si attende un segnale, un indizio o anche un presagio che qualcosa, adesso, stia cambiando veramente e che qualcuno, ora, mostri chiaramente di essere sempre stato quello che ha manifestato. E così è stato.
In questo anno sabbatico pochissimi hanno avuto il coraggio (perché in un mondo di zombie e pecore è l'ardimento che è scomparso) di bussare alla porta, di suonare il campanello e di attendere una risposta o, per chi era fisicamente lontano, di prendere il tracciatore istantaneo (il cellulare), di selezionare il numero e di telefonare (o soltanto di mandare un messaggio). Nessuna sorpresa, lo si sapeva già che per la maggior parte non si è mai esistiti se non per interessi personali, di qualsiasi natura siano. Questo è stato determinante per distinguere i vivi e i leoni dagli zombie e dalle pecore. E lo è ancora, adesso che, forse, l'anno sabbatico è sul finire e sta per iniziare un anno nuovo. Un nuovo inizio che, per essere tale, deve necessariamente portare con sé le orme del vecchio percorso: sia quelle profonde, cariche di dolore e gravità, sia quelle più superficiali, piene di amore e leggerezza.
Chi è stato tra quei coraggiosi, sa benissimo le gioie e i dolori provati in questo anno sabbatico e anche prima di esso, e non ha bisogno di vederseli elencati; chi, invece, non lo è stato, non troverà catalogo alcuno in questo post, se non il biasimo di saperlo parte della società, della sua regola, del suo giusto, del suo buono, del suo bello, e che l'ha rovinata e continua a rovinarla, egoisticamente, fregandosene non soltanto dei maledetti altri ma anche dei propri cari e di coloro che verranno.
Alla luce di queste considerazioni e sull'impotenza della scrittura per cambiare, almeno, qualcun altro, mi è stato detto: scrivi per te stesso. Ci ho pensato ma la scrittura è per natura comunicazione, evento, apertura, ricerca, dialogo; è fatta di parole e, in quanto tale, è sempre rivolta a qualcun altro. Questa convinzione è tra i pochi detriti rimasti del vecchio viaggio, con i quali intraprendere il nuovo, e con essa ho ritrovato tanti altri detriti, ancora solidi e, anzi, più resistenti di prima, con i quali tracciare un'altra bozza nel mio animo.
È a voi, pochissimi coraggiosi, che dedico questo post e, anche, a chi ancora, naturalmente, non può sapere di questa dedica.
Ben ritrovati!

mercoledì 25 ottobre 2017

La bontà è cieca


- di Saso Bellantone
"La bontà ha sempre gli occhi chiusi; se li apre, diventa il suo perfetto opposto ed è tutt'altro che buona".

lunedì 16 ottobre 2017

Tangemi e Melograni


- di Saso Bellantone
Quando arriva l'autunno, si chiude un ciclo e uno nuovo comincia.
Si pensa al lavoro, ai sacrifici da sopportare per il sostentamento proprio e dei propri cari, alle nuove sfide da affrontare. La vita vissuta si riassume nelle foglie appassite che cadono qua e là per le strade, metafora appunto del tempo passato ma anche monito del tempo rimasto.
La vita infatti non è soltanto ciò che è stato ma anche ciò che sarà. È la sintesi di due occhi che guardano in direzioni opposte e che s'incontrano soltanto nel qui ed ora, simile quest'ultimo alla moneta avente due facce, al Giano avente due volti, al Taijitu contenente lo yin e lo yang.
È in questo periodo che il qui ed ora, leggero come l'indefinito nella stagione estiva, inizia a manifestare la propria pesantezza, la propria gravità. Il cammino diventa più arduo, i movimenti più faticosi, le orme sul sentiero del tempo e dei ricordi più profonde. Non sappiamo più chi eravamo né chi diventeremo. Siamo consapevoli che occorre proseguire lungo la strada verso la foresta, oltre la quale ve n'è un'altra che conduce a un'altra foresta ancora e così via, finché resteremo in questo sogno lucido che è il mistero dell'esistenza.
Fa piacere tuttavia percorrere alcuni tratti di strada con dei compagni inattesi.
Sulla via, infatti, non sai mai chi incontri e, quando meno te lo aspetti, ecco spuntare qualcuno che con gesti semplici ti offre l'occasione di rammentare la tua identità, la tua provenienza, la tua direzione. È quello che accade ogni volta con l'amico Mimmo De Pietro.
Mio personale maestro di vernacolo nicoterese, è una persona sui generis, dalla spiccata intelligenza e dalla grande umanità, una di quelle persone difficili da incontrare in questo tempo buio e selvaggio qual è quello attuale. Ha sempre qualcosa da raccontare, la battuta pronta, è gentile, attento agli impegni familiari e a quelli collettivi. Ma soprattutto, è una persona sincera, spontanea, senza secondi fini: naturale.
Ricordo ancora quando alcuni anni fa portò dei Tangemi o Tangeli, che dir si voglia. Un agrume che non conoscevo, la cui bellezza, il cui sapore e il cui profumo ispirarono la scrittura di un racconto dall'omonimo titolo. Restò incuriosito della mia ignoranza in materia e fu felice quando scoprì che quell'agrume era stato il protagonista di un racconto, dedicato a lui.
Da allora è nata una bella amicizia. Ci vediamo poco, per via degli impegni, ma ogni volta è come se ci fossimo incontrati il giorno prima. Mimmo fa ricerca dialettale per insegnarmi quello che non conosco, io gli sottopongo delle domande a cui lui, se non lo fa subito, risponderà la prossima volta che ci vedremo. Un'amicizia intellettuale, così mi piace definire questo tipo di affinità vissuta con pochi altri, e credo sia la migliore. Nella società, infatti, nulla si fa per nient'altro, ci dev'essere qualcosa in cambio. Eppure questo tipo di amicizia sfugge a quella fattispecie. Si dà la conoscenza per il piacere della conoscenza stessa, si è amici per il piacere di essere tali.
Ogni anno, tuttavia, quando arriva l'autunno, Mimmo non dimentica mai di portare alcuni Tangemi, simbolo ormai della nostra amicizia. Questa volta, però, li ha accompagnati a dei melograni, dei frutti adatti all'autunno, la stagione della riflessione. È in questo periodo, infatti, che i melograni sono pronti per essere gustati, mentre la pianta comincia a denudarsi delle sue foglie, restando un tronco spoglio, apparentemente morto, eppure in piena primavera e a inizio estate torna a mostrare nuovi germogli.
Non a caso gli antichi pensavano che il melograno simboleggiasse la rinascita della vita. Non è un caso se quest'anno Mimmo li ha portati assieme ai Tangemi. Rappresentano una conferma: un rinnovamento della nostra amicizia e, con essa, anche la rammemorazione della strada percorsa finora e di quella ancora da attraversare.

giovedì 12 ottobre 2017

Stelle umanizzate


- di Saso Bellantone
"Il fascino di una stella non è nel suo splendore ma nella sua distanza; se la riducessimo, perderemmo non soltanto il fascino ma anche la stella".

sabato 7 ottobre 2017

La magia delle parole



- di Saso Bellantone
"La magia è la capacità di cambiare le cose, mutando i cuori attraverso le parole. Se le cose non cambiano, o le persone sono senza cuore o le parole sono inefficaci".

giovedì 5 ottobre 2017

Identità restante


- di Saso Bellantone

“L'identità è quel che resta delle gioie e dei dolori provati, dei premi e dei castighi ricevuti, delle vittorie e delle sconfitte incassate”.

sabato 30 settembre 2017

Uno strano passaggio


- di Saso Bellantone
La pioggia cadeva forte e veloce, come burrasca in mare aperto. La Toyota saltava tra le profonde pozze d'acqua come peschereccio su onde rabbiose. Inutili tergicristalli si muovevano su e giù su un parabrezza totalmente spento dal piovasco, mentre ciechi occhi cercavano di non sbattere contro muri, alberi e recinzioni. Pur essendo mezzogiorno, sembrava mezzanotte. Non c'era nessun altro, a parte i fulmini improvvisi che squarciavano il cielo nero e i tuoni che amplificavano l'agitazione di Gianni, penetrando il silenzio dell'abitacolo.
Non vedeva un temporale simile da anni. Ne aveva affrontati tanti ma mai si era spaventato come in questo caso, nonostante stesse attraversando una strada a lui ben nota, quella del Ponte Vecchio, che da casa sua portava all'uliveto di famiglia. Produttore di olio di pregiata qualità, esportato al nord Italia e all'estero, ogni giorno la percorreva almeno quattro volte, avanti e indietro: alla mattina, a mezzogiorno, nel primo pomeriggio e alla sera. Gianni Tanboga era un buon autista e, pur conoscendo a memoria tutte le strade della zona, questa volta, sotto quel maledetto temporale, aveva paura e non ne capiva il perché. Aveva sempre lavorato, fin da ragazzo, non aveva mai fatto del male a nessuno né combinato guai di alcun genere. Amava la musica, l'arte, la letteratura, la scienza, il cinema e lo sport. Era una persona sensibile, tant'è che faceva parte di diverse associazioni del territorio con finalità solidali e di volontariato. Si era laureato persino in Agraria e aveva dato una svolta all'azienda familiare, rendendola una dei fiori all'occhiello della regione, assieme ad altre ormai di fama mondiale. L'unica cosa che non gli interessava era la politica, che reputava ormai marcia e inutile dal momento che tutte le decisioni di ordine nazionale, su qualsiasi settore, le prendeva il parlamento europeo e non quello italiano. Passava la vita lavorando, dedicando il tempo libero alle sue passioni e alla solidarietà, e aveva pochissimi amici, che incontrava o sentiva raramente, perché preferiva restare da solo per occuparsi di tutti i suoi impegni lavorativi e ricreativi. Non aveva dunque alcun motivo per cui sentirsi talmente inquieto eppure, quel giorno, lo era e la consapevolezza di questo lo agitava di più.
Tenendo gli occhi fissi sulla strada che, comunque, non si vedeva, Gianni prese una sigaretta e l'accese, mentre il cielo veniva nuovamente lacerato da un fulmine. Abbassò poi leggermente il finestrino per far uscire il fumo, incurante dell'acqua che penetrava dentro l'abitacolo, e saltò sul sedile a causa del tuono assodante consecutivo alla folgore. Convinto che il boato avesse rotto qualcosa dentro di lui, tolse gli occhi dalla strada, in ogni caso introvabile, per recuperare la sigaretta finita in mezzo alle gambe. Quando guardò di nuovo innanzi a sé, si accorse che stavolta la strada si vedeva: aveva improvvisamente smesso di piovere e un raggio di sole, facendosi largo tra le nubi, illuminava una figura solitaria che camminava senza ombrello a una trentina di metri da lui.
Non ebbe il tempo di tirare un sospiro di sollievo né di chiedersi chi fosse quel tale che le nubi si chiusero nuovamente, la pioggia riprese a cadere più forte di prima e il parabrezza fu velato di nuovo dall'acqua. Preoccupato per il tizio, Gianni abbassò completamente il finestrino, gettò via la sigaretta e, mettendo la testa fuori dall'abitacolo, si avvicinò lentamente all'altro che proseguiva imperterrito nel temporale.
«Ehi!» urlò «Ehi! Che ci fate sotto la pioggia?!»
L'uomo parve non sentire, così Gianni, avvicinatosi ancora un po', lo chiamò di nuovo:
«Ehi! Ma dove andate sotto quest'acqua?!»
Stavolta l'altro si fermò e si voltò in direzione di Gianni, che ormai si era fermato al suo fianco e poté vederlo chiaramente. Era un uomo sulla settantina, avvolto in una cerata nera. Portava un vecchio bastone su una mano e sull'altra una busta della spesa, mentre in testa aveva un cappello da cowboy, saldamente legato sotto il mento. Il suo volto era segnato dalle rughe e i suoi occhi trasparivano una bontà innata:
«Non dovevi fermarti, posso proseguire da solo.» rispose l'uomo, senza mostrare alcuna emozione.
«Ma che state dicendo, non vedete come piove?! Salite che vi do un passaggio.»
«D'accordo giovanotto, come preferisci.»
L'uomo girò dall'altra parte e si imbarcò sull'automobile, mentre Gianni, rimessa la testa dentro l'abitacolo, alzò il finestrino e ripartì.
«Guardate come siete conciato!» disse, guardando incuriosito il cappello da cowboy «Siete tutto inzuppato! Ma si può sapere che ci facevate da solo in questo diluvio?!»
«Doveri, giovanotto. Doveri.»
«Doveri? E non avete nessuno, un parente o un amico che possa accompagnarvi?»
«Purtroppo i miei impegni non prevedono la presenza di altri . Ecco perché ti avevo detto che avrei proseguito da solo.»
«Vabbè, potevate farvi accompagnare, dire di attendervi in macchina per sbrigare i vostri obblighi e una volta finito potevate farvi riportare a casa. Tenete...» Gianni prese dei pacchi di fazzoletti dal cruscotto e li porse all'anziano «Intanto, asciugatevi come potete. Dove dovete andare che vi porto io?»
«Te l'ho detto, dove vado io non può venire nessuno... e comunque, non ho parenti né amici.» sorrise l'altro, accettando i fazzoletti e cominciando ad asciugarsi, senza togliersi il cappello né l'impermeabile.
«Questo mi dispiace però ormai siete a bordo e vi accompagno io. Ditemi dove andate, così vi lascio lì e me ne vado.»
«Grazie giovanotto. Tutte le persone che ho incontrato finora sono state scortesi e offensive, mentre tu sei molto gentile. Ma come ti ho già detto, questo non è possibile. Dove vado io non può venire nessuno, neanche tu.»
«Allora facciamo così: ditemi una zona nelle vicinanze. Così io non so dove andate e voi non dovete rivelarlo. Va bene?»
Il vecchio si mise a ridere, perché Gianni lo fissava con un'espressione buffa: «Neanche così va bene, giovanotto. Pensa a guardare la strada.»
«La guardo la strada, la guardo... anche se non si vede nulla. Comunque non capisco una cosa. Se nessuno può accompagnarvi dove dovete andare, perché allora siete salito a bordo?»
«Vuoi saperlo davvero?» lo fissò l'anziano.
Gianni lo guardò come inebetito e rispose: «Certo.»
«E va bene, te lo dirò.»
L'uomo restò in silenzio per alcuni istanti e Gianni, che ormai non stava nella pelle, esclamò: «Allora?!»
«Perché hai insistito.» il vecchio scoppiò a ridere.
«Ma che risposta è questa!» protestò Gianni «Siete salito a bordo soltanto perché ho insistito?»
«Ti sembrerà strano ma è proprio così. Di solito nessuno mi cerca, mi rivolge la parola o attira la mia attenzione per fare qualcosa per me, come hai fatto tu. In genere, tutti lo fanno perché vogliono avere qualcosa da me, e attualmente accade talmente spesso che mi sono stancato. Non mi va più di fare questo lavoro...»
«Beccato! Quindi è per lavoro che state andando a...»
«Tanto non ci casco, giovanotto.» rise l'altro «Ricordati che sono più adulto e ho più esperienza di te.»
«Va bene, ci ho provato... Comunque, almeno questo potete dirlo: è per lavoro che vi trovate qui?»
«Sì, diciamo di sì.»
«Bene. E si può sapere quale?»
«Mmm... Non fare troppe domande, però.» lo intimò l'anziano, cercando di farsi serio senza riuscirci.
«Avanti, l'ho capito da un pezzo che non riuscite ad essere duro...»
«È così evidente? Strano, pensavo...»
«Non cambiate argomento. Stavate dicendo qual è il vostro lavoro.»
«Ah già!» il vecchio gli strizzò l'occhio «Diciamo che il mio è uno dei... anzi, direi, sì, è il lavoro più antico che esista.»
«Mi state prendendo in giro?» Gianni fermò l'automobile e lo guardò severamente.
«No, non quello!» rise l'altro, aggiustando il cappello «E comunque neanche tu sei credibile in termini di seriosità. Si vede che stai trattenendo le risate.»
Gianni scoppiò a ridere e ripartì: «E quale sarebbe questo lavoro più antico che praticate?»
«Diciamo che è un lavoro in base al quale ogni cosa, persona o fenomeno acquisisce un senso.»
«Acquisisce un senso eh...» Gianni cominciò a pensarci su.
«Anche se...» riprese l'altro.
«Anche se... che cosa?»
«Anche se tutto acquisisce un senso agli occhi altrui e non sempre ciò corrisponde con quanto avrebbe dovuto davvero significare.»
Un fulmine tagliò il cielo e un tuono fece vibrare l'abitacolo. Gianni saltò sul sedile, mentre l'altro restò impassibile.
«Accidenti a questi tuoni... Dunque, se non ho capito male, voi fate il lavoro più antico con cui tutto acquisisce un senso, per gli altri... ma non sempre è il senso giusto. Giusto?»
«Giusto.»
«Io non ci ho capito niente.»
I due scoppiarono a ridere.
«Avanti, mi dia qualche altro aiuto?» richiese Gianni.
«Allora, vediamo... Ah ecco! Il mio è il lavoro più antico ma anche l'ultimo, il lavoro ultimo.»
«Ultimo eh...» Gianni si mise a pensarci su.
«Sì, ultimo, nel senso di finale, conclusivo, definitivo...» disse serio l'uomo mentre un fulmine divideva il cielo e un tuono faceva traballare l'abitacolo.
Anche Gianni lo guardò in maniera austera: «No, non ci capisco niente.»
I due scoppiarono nuovamente a ridere, poi ripresero a discutere.
«Non fate prima a dirmi che lavoro è?»
«Non posso. Ti ho già aiutato.»
«Ma insomma, non potete dirmi dove andate, non potete dirmi che lavoro fate... almeno si può sapere come vi chiamate?»
L'uomo si mise una mano sul mento e cominciò a pensare, fissando il vuoto. Poi si voltò verso l'altro e rispose: «No.»
«Come no?!» Gianni non credeva alle proprie orecchie «Neanche il nome?!»
«Il mio nome è il lavoro che faccio, il più antico e l'ultimo.»
La macchina passò sopra una pozzanghera più profonda del solito, sballottando i passeggeri qua e là, mentre un fulmine e un tuono fecero tutto il resto.
«Va bene va bene, ho capito. Torniamo un po' indietro. Prima avete detto che non vi va più di fare questo lavoro incredibile ed eccezionale, antico e ultimo, che è anche il vostro nome.»
«Infatti.»
«Posso sapere perché?» Gianni fermò l'automobile e lo fissò.
L'uomo girò lo sguardo nella sua direzione e rispose: «Sì.»
«Aaahhh! Finalmente si può sapere qualcosa!»
«Comunque la risposta era presente nell'affermazione precedente. Tutti vogliono avere qualcosa da me, e stanno diventando in troppi. Certo, ci sono stati momenti in cui questo è già avvenuto, molte volte nella storia Nazioni, popoli o tribù hanno richiesto me e il mio lavoro ma adesso è diverso. Sono stanco. Vorrei che gli altri facessero qualcosa per me.»
«Aspettate. Che significa che “nella storia” hanno richiesto voi e il vostro lavoro?»
«Beh, quello che hai appena detto. Dovrebbe avere un altro significato?»
«Non parlo di significato della frase ma di “nella storia”. Scusate, quanti anni avete? O non si può sapere nemmeno questo?»
Il vecchio sogghignò, si sistemò il bastone e la busta e rispose: «Questo si può sapere.»
«Bene. Allora?»
«Tu quanti me ne dai?»
«È scortese rispondere a una domanda con un'altra domanda!»
«Avanti, provaci!»
«E va bene.» Gianni lo osservò con aria indagatrice e disse: «Ne date a vedere una settantina ma ho l'impressione che non sia così.»
«Cosa te lo fa credere, giovanotto? Troppe rughe?» l'anziano si guardò nello specchietto e cominciò a toccarsi il viso.
«No no, anzi, pare ne abbiate poche. Ma quel “nella storia” puzza un po'. E finitela di guardarvi allo specchio!» Gianni mise a posto lo specchietto, non senza notare che il volto riflesso su di esso era diverso rispetto a quello dell'uomo seduto al suo fianco. Un brivido gli percorse la schiena, mentre un fulmine fratturava il cielo e un tuono faceva oscillare l'abitacolo.
«Scusami.» il vecchio si ricompose, accorgendosi che Gianni era rimasto segnato da quello che aveva intravisto «Non dovevo specchiarmi. E tu non dovevi fermarti!»
Gianni vinse la paura suscitata dalla fuggevole visione e rispose:
«Non ricominciamo con questa storia! “Nella storia”... Oh, accidenti! Forse ho capito chi siete: un fantasma!»
L'anziano lo guardò seriamente, fece finta di ragionarci su, cominciò ad assentire e poi disse: «Bravo! Finalmente hai capito che... no.»
I due scoppiarono a ridere, Gianni diede una pacca sulla spalla del vecchio, quest'ultimo su quella di Gianni, e così proseguirono due-tre volte, mentre fuori i fulmini e i tuoni si ripetevano ad ogni movimento dei due, come collegati a loro.
«Comunque ti sei avvicinato.»
«Quindi se non siete un fantasma siete uno spirito...»
«Ma quale fantasma e spirito! Non esistono queste cose qua! Intendevo che la tua impressione era corretta. Non ho settant'anni, magari fosse così. Ne avrò almeno settanta volte non so quante volte settanta miliardi circa, mio caro Gianni.»
Fulmini e tuoni. Il vecchio lo osservò seriamente e scoppiò a ridere. Gianni fa lo stesso.
«Sapevo di avere indovinato!»
«Ma se non hai detto niente.»
«Ecco, sempre ad interrompere, fatemi parlare! Ero indeciso tra il becchino e Dio ma, viste le vostre ultime dichiarazioni, direi che siete Dio.»
L'anziano restò a bocca aperta e chiese: «Come lo hai capito?»
«Hai detto il mio nome poco fa. Solo Dio può saperlo.»
«Ah sì?»
«Sì.»
«Ah. Mi è sfuggito. Bravo! Finalmente hai capito che... no.»
Gianni lo fissò in maniera seriosa: «Lo sapevo.»
«E allora perché hai detto “Dio”?»
«Per vedere la vostra reazione.»
«Non è scortese prendere in giro la gente?»
«Beh anche voi siete stato scortese prima...»
«Allora siamo pari.»
«Giusto, siamo pari.»
«Uno a uno.»
«Ics.»
Fulmini e tuoni.
«Stavolta non c'entravano.»
«Come no?»
«In genere li producete quando fate finta di dire cose serie.»
«Ah è vero, scusa. Mi sono confuso.»
«Allora è vero che siete voi a produrli?»
«Certo, chi dovrebbe produrli? Aspetta un attimo Gianni. Hai imbrogliato.»
«Ho solo tirato ad indovinare... e ci siete cascato.»
«Non si fa così.» disse il vecchio, alzando l'indice in direzione del cielo e un fulmine subito ebbe origine. Poi il vecchio chiuse il pugno e lo mosse in direzione del finestrino al suo fianco, e subito un tuono fece traballare l'abitacolo.
I due si lasciarono andare in una risata e si diedero tante di quelle pacche che le spalle cominciarono a fare male a entrambi.
«Non sarebbe ora di far terminare questo temporale?» propose Gianni, ormai tranquillo e sereno.
«Tu dici? A me piace così tanto...» rispose l'altro, con aria malinconica, guardando oltre il finestrino, mentre la pioggia cominciava a rallentare il suo ritmo.
«Dovreste saperlo che ogni cosa ha un suo tempo e non può durare per sempre! Voi, meglio di chiunque altro, che fate il lavoro di...»
«Non dirlo! Non dirlo! Non dirlo!»
«Va bene non lo dico... Voi, meglio di chiunque altro, che vi chiamate...»
«Non dirlo! Non dirlo! Non dirlo!»
«Ah ah ah! Ve l'ho fatta di nuovo, non lo dico!»
«Aaahhh!»
«Avanti, è il momento di far tornare il sole.»
«È che mi ero affezionato a questo viaggio in macchina...» il vecchio mostrò nuovamente la sua amarezza.
«Anch'io, ad essere sincero.» sorrise Gianni, porgendo all'altro una sigaretta «Dai, una sigaretta insieme e poi andiamo. In fondo, il vostro è un lavoro importante, anche se siete sempre da solo. Ma se non lo svolgete, niente ha senso in questo mondo.»
«Hai ragione, Gianni. E comunque, ormai siamo amici e puoi darmi del tu.»
«D'accordo, ti do del tu.»
I due accesero la sigaretta e iniziarono a fumare. Il vecchio chiese: «Veramente hai capito chi sono e qual è il mio lavoro? Non dirlo però! Altrimenti devo portarti con me e, come ti ho detto all'inizio, non puoi venire dove vado io.»
«Non lo dico! Tranquillo! Altrimenti dovrò venire con te e, anche se sei un buon amico, non voglio ancora.»
«Però insieme ci divertiremmo! Potremmo viaggiare sempre in automobile, parlare continuamente, fumare...»
«Ne sono certo, ma ho ancora molte cose da fare. E poi, oggi ho capito due cose importanti.»
«Primo: che sei stanco della solitudine e che in fondo, anche tu, vorresti un po' di compagnia. Ma il tuo lavoro è importante e devi farlo soltanto tu, altrimenti tutto perderebbe di significato. Secondo: che anch'io sono stanco della solitudine e che, tra le cose più importanti che ho da fare, la prima fra tutte è passare il resto della mia vita assieme a qualcun altro. È questo, finalmente l'ho capito, di cui avevo paura, quando mi sono imbattuto nel temporale. Ma adesso so che cosa devo fare.»
«Bravo!»
«Grazie.»
«Prego.»
«Quando questo acquazzone sarà finito, andrò a trovare una ragazza. Al liceo stavamo insieme e stavamo bene. Nella pausa dividevamo sempre del pane caldo con acciughe e olio d'oliva. Davvero buono. Poi il lavoro, l'Università, la scomparsa dei miei mi hanno allontanato da lei ma sono sicuro che tutto è rimasto così come un tempo. Lei è ancora a casa. Da sola, come me, e vive della sua attività. Mi sono reso conto che mi manca tanto e, anche se forse è troppo tardi, voglio dichiararle quello che provo per lei.»
«Era quello che volevo sentire, Gianni. Adesso, posso anche andare.» l'anziano mosse lentamente le mani, come per pulire il parabrezza, e subito smise di piovere e le nubi si diradarono. Il sole cominciò a splendere e a penetrare dal parabrezza oltre il quale, finalmente, si vedeva chiaramente la strada. Il vecchio posò una mano sulla spalla di Gianni, gli sorrise e prese la maniglia dello sportello ma Gianni gli afferrò l'altro braccio e lo fermò.
«Prima che te ne vada» disse «mi toglieresti una curiosità?»
«Certo giovanotto! Dimmi tutto.»
«Mi dici perché ti porti dietro quella roba? Di solito non giri con falce e mantello nero?»
«Di solito! Ma mi sono stancato anche di quel look e ho preferito cambiare, mettermi al passo coi tempi. Il bastone mi serve per appoggiarmi, tanta è la mia stanchezza, caro Gianni.»
«Non fare il melodramma ora, e vai avanti!»
«Vado avanti, sì! Nella busta invece ci metto la mietitura. La cerata naturalmente la uso per coprirmi, non mi va a genio che la gente mi guardi nudo! Sono tutto pelle e ossa, sai?! Anzi, più ossa che pelle!»
«E il cappello da cowboy? Quale sarebbe la sua utilità?»
«Nessuna. Mi piace e basta. Sto bene vero?» sorrise il vecchio, scendendo dalla Toyota.
«Lasciamo stare...» sbuffò Gianni, per nulla convinto della scelta dell'altro.
«Lasciamo stare sì! Non capisci nulla di look!»
«Iooo?»
«Tu!»
«Ma vaaa!»
«Infatti, sto andando! Te l'avevo detto!»
«Che cosa?»
«Non dovevi fermarti, non era la tua fermata. Vai anche tu...»
«Dove devo and...»
L'anziano scomparve improvvisamente, dal nulla comparso al nulla tornato. Gianni si chiese se quella conversazione fosse davvero avvenuta o se fosse stata soltanto frutto della sua immaginazione ma vedendo il bivio per il Paese, il sole alto nel cielo e sentendo l'odore della terra, quell'odore che lo portava a vecchi ricordi e nuove promesse, non ci pensò più. Sorrise, mise la prima e ripartì.
Arrivò a destinazione pochi minuti più tardi. Aveva i capelli fradici ed era bagnato per metà del corpo ma non gli interessava. Si mise innanzi alla porta, magro com'era sembrava un lampione con una pianta sulla testa. La porta era aperta, una tenda blu come il cielo lasciava passare dall'interno il profumo di pane caldo con le acciughe ed olio d'oliva.
Gianni suonò il campanello, il cuore trepidante, e sentì una voce femminile chiedere chi fosse. Dei passi si avvicinarono all'uscio e una mano con le unghie rosse come peperoncino spostò di lato la tenda. L'altra mano agguantava un pezzo di pane morsicato da una donna bellissima, esattamente come la ricordava, che appena lo vide si lasciò andare in un sorriso meravigliato.
«Ciao Federica.» disse Gianni.

giovedì 28 settembre 2017

Circolarità, ciclicità, continuità


- di Parmenide
"Indifferente è per me il punto da cui devo prendere le mosse; là, infatti, nuovamente dovrò fare ritorno".

sabato 23 settembre 2017

La trappola fotografica


- di Saso Bellantone

"Ho fotografato un istante pensando d'immortalarne le emozioni ma oggi, a distanza di tempo, di esso non mi resta che una fredda fotografia".