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lunedì 16 ottobre 2017

Tangemi e Melograni


- di Saso Bellantone
Quando arriva l'autunno, si chiude un ciclo e uno nuovo comincia.
Si pensa al lavoro, ai sacrifici da sopportare per il sostentamento proprio e dei propri cari, alle nuove sfide da affrontare. La vita vissuta si riassume nelle foglie appassite che cadono qua e là per le strade, metafora appunto del tempo passato ma anche monito del tempo rimasto.
La vita infatti non è soltanto ciò che è stato ma anche ciò che sarà. È la sintesi di due occhi che guardano in direzioni opposte e che s'incontrano soltanto nel qui ed ora, simile quest'ultimo alla moneta avente due facce, al Giano avente due volti, al Taijitu contenente lo yin e lo yang.
È in questo periodo che il qui ed ora, leggero come l'indefinito nella stagione estiva, inizia a manifestare la propria pesantezza, la propria gravità. Il cammino diventa più arduo, i movimenti più faticosi, le orme sul sentiero del tempo e dei ricordi più profonde. Non sappiamo più chi eravamo né chi diventeremo. Siamo consapevoli che occorre proseguire lungo la strada verso la foresta, oltre la quale ve n'è un'altra che conduce a un'altra foresta ancora e così via, finché resteremo in questo sogno lucido che è il mistero dell'esistenza.
Fa piacere tuttavia percorrere alcuni tratti di strada con dei compagni inattesi.
Sulla via, infatti, non sai mai chi incontri e, quando meno te lo aspetti, ecco spuntare qualcuno che con gesti semplici ti offre l'occasione di rammentare la tua identità, la tua provenienza, la tua direzione. È quello che accade ogni volta con l'amico Mimmo De Pietro.
Mio personale maestro di vernacolo nicoterese, è una persona sui generis, dalla spiccata intelligenza e dalla grande umanità, una di quelle persone difficili da incontrare in questo tempo buio e selvaggio qual è quello attuale. Ha sempre qualcosa da raccontare, la battuta pronta, è gentile, attento agli impegni familiari e a quelli collettivi. Ma soprattutto, è una persona sincera, spontanea, senza secondi fini: naturale.
Ricordo ancora quando alcuni anni fa portò dei Tangemi o Tangeli, che dir si voglia. Un agrume che non conoscevo, la cui bellezza, il cui sapore e il cui profumo ispirarono la scrittura di un racconto dall'omonimo titolo. Restò incuriosito della mia ignoranza in materia e fu felice quando scoprì che quell'agrume era stato il protagonista di un racconto, dedicato a lui.
Da allora è nata una bella amicizia. Ci vediamo poco, per via degli impegni, ma ogni volta è come se ci fossimo incontrati il giorno prima. Mimmo fa ricerca dialettale per insegnarmi quello che non conosco, io gli sottopongo delle domande a cui lui, se non lo fa subito, risponderà la prossima volta che ci vedremo. Un'amicizia intellettuale, così mi piace definire questo tipo di affinità vissuta con pochi altri, e credo sia la migliore. Nella società, infatti, nulla si fa per nient'altro, ci dev'essere qualcosa in cambio. Eppure questo tipo di amicizia sfugge a quella fattispecie. Si dà la conoscenza per il piacere della conoscenza stessa, si è amici per il piacere di essere tali.
Ogni anno, tuttavia, quando arriva l'autunno, Mimmo non dimentica mai di portare alcuni Tangemi, simbolo ormai della nostra amicizia. Questa volta, però, li ha accompagnati a dei melograni, dei frutti adatti all'autunno, la stagione della riflessione. È in questo periodo, infatti, che i melograni sono pronti per essere gustati, mentre la pianta comincia a denudarsi delle sue foglie, restando un tronco spoglio, apparentemente morto, eppure in piena primavera e a inizio estate torna a mostrare nuovi germogli.
Non a caso gli antichi pensavano che il melograno simboleggiasse la rinascita della vita. Non è un caso se quest'anno Mimmo li ha portati assieme ai Tangemi. Rappresentano una conferma: un rinnovamento della nostra amicizia e, con essa, anche la rammemorazione della strada percorsa finora e di quella ancora da attraversare.

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