IN QUESTO BLOG NON SI PUBBLICANO COMMENTI ANONIMI.

giovedì 28 novembre 2013

Versieri: NUBI (I) di Jorge Luis Borges


- di Saso Bellantone

Non vi sarà mai cosa che non sia
una nube. Lo son le cattedrali
di vasta pietra e bibliche vetrate
che il tempo spianerà. Lo è l'Odissea,
che cambia come il mare. Se la riapri
sempre cambia qualcosa. Anche il riflesso
del tuo viso è già un altro nello specchio
ed il giorno è un dubbioso labirinto.
Siamo chi se ne va. La numerosa
nuvola che si disfa all'occidente
è nostra effigie. Incessamente
la rosa si tramuta in altra rosa.
Sei nuvola, sei mare, sei l'oblio.
Sei anche tutto quello che hai smarrito.

“Chi sono?”. Quante volte ci si pone tale interrogativo... Quante volte se ne esce sconfitti, privi, di una risposta capace di dare senso e definizione al nostro essere e all'esistenza intera... Sempre. Come una campana di vetro precipitata improvvisamente dal cielo, questa domanda ci disorienta, ci isola, lasciandoci in balia di un rompicapo che sembra quasi una condanna. La domanda è crudele, spietata, soffocante, mortale. Vorremmo spezzare la parete trasparente che ci ingabbia con essa e fuggire via, sparire. Vorremmo correre lontano da essa, seminarla e tornare alla piatta quotidianità, coscienti di consumarci in maniera tragicamente dolce e dolcemente fatale. Ma anche se ci siamo riusciti, ecco la calotta di cristallo piombare nuovamente su di noi, infliggendoci la pena peggiore: la domanda sulla nostra identità.
Pur fuggendo in capo al mondo o, potendolo fare, in altre dimensioni, la domanda ci perseguita come predatore bracca la propria preda. Non c'è scampo: continuando la fuga, la si ritrova ancora al proprio fianco come un'ombra. La propria.
Quando però la follia è ormai di casa, quando ci si accorge che non c'è tempo e modo alcuno per scansare l'interrogativo che ci tormenta, ecco che si trova la forza di arrestarsi, il coraggio di isolarsi e la determinazione di affrontare faccia a faccia l'implacabile nemico che continua a pedinarci. E allora la semplicità della soluzione, della risposta, sfiora l'inimmaginabile: “Sono tempo”.
Nella poesia Nubi (I), Jorge Luis Borges sottolinea come l'essenza di ognuno, e dell'esistente intero, sia principalmente il tempo, la scadenza, il conto alla rovescia, la mortalità. Si è transitori, passeggeri, provvisori, instabili. Tutto è fragile, insicuro, effimero come una nube: le cattedrali, l'Odissea, il riflesso del viso della persona amata, il giorno, una rosa. Tutto cambia, muta e si tramuta. Siamo tempo, e siamo anche assenza, tempo cioè delle persone e degli enti spariti, trapassati, deceduti, o smarriti. Sia avendone memoria, sia obliandola. Siamo temporalità, divenire, fluire, diversificazione continua, andare e... non tornare più. Mai più. Come la nuvola che si disfa all'occidente, come l'onda del mare che s'infrange sulla battigia o sulla scogliera, come la dimenticanza stessa, siamo privi d'identità. Non somigliamo mai a quel che siamo stati un attimo prima né somiglieremo a quel che saremo nell'attimo a venire. Siamo la trasformazione stessa, la trasfigurazione continua fino alla morte.
Consapevoli dell'atroce indole che ci accomuna all'intero esistente, non rimane che decidere, finché ci è concesso, in che modo passare il tempo restante che si è, nella continua metamorfosi cui si è soggetti che conduce alla fine. Alcuni ripudiano tale destino, scagliandosi contro un ente supremo e creatore; altri lo accettano giustificandolo speranzosi all'interno di una cornice ultraterrena o di un circuito uguale o simile al samsara. Altri ancora, cominciano a pensare che se c'è bellezza in tutto ciò che muta e svanisce – in una cattedrale, nell'Odissea, nel viso della persona amata, nel giorno, in una rosa, in una nuvola, nel mare, nell'oblio, nell'assenza di una persona cara o in tutte le cose che abbiamo smarrito – dev'esserci una bellezza anche in loro. E allora tutto cambia.
Per quanto sia triste, c'è bellezza nella trasformazione continua, nella mortalità.

Nessun commento:

Posta un commento