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sabato 29 settembre 2012

Versieri: O TERRA, ASPETTAMI di Pablo Neruda



- di Saso Bellantone

Riportami, o sole,
al mio destino agreste,
pioggia del vecchio bosco,
riportami il profumo e le spade
che cadevano dal cielo,
la solitaria pace d’erba e pietra,
l’umidità dei margini del fiume,
il profumo del larice,
il vento vivo come un cuore
che palpita tra la scontrosa massa
della grande araucaria.

Terra, rendimi i tuoi doni puri,
le torri del silenzio che salirono
dalla solennità delle radici:
voglio essere di nuovo ciò che non sono stato,
imparare a tornare così dal profondo
che fra tutte le cose naturali
io possa vivere o non vivere: non importa
essere un’altra pietra, la pietra oscura,
la pietra pura che il fiume porta via.

La città uccide. La società uccide. Il contratto sociale uccide. Nel tempo dello Spread e della crisi economico-finanziaria, si lavora giorno e notte e, tuttavia, si è esangui. Tutti i beni, i servizi o le esperienze necessari alla sopravvivenza, ma anche quelli superflui, hanno un prezzo, una tassa, un mutuo, un affitto, una rata, una bolletta, uno scontrino da pagare. Ma il corrispettivo economico che ogni volta si paga, segna in realtà il sangue versato o da versare per avere quel che occorre. Si nasce col sangue e si muore dissanguati, perché tutto costa del sangue. Crescere dei figli, vestirsi, sfamarsi, abitare una casa, curarsi o curare gli altri, connettersi, viaggiare, studiare, respirare, amare, donare, lavorare – tutto ha il suo prezzo vermiglio. Ma ormai la continua offerta di sangue allo Stato non è più sostenibile. Si muore. Si muore per dissanguamento, prima ancora del proprio tempo, prima ancora di aver vissuto. O di averci soltanto provato.
In questo tempo di inevitabile, costante e innumerabile morte prematura di popoli, ci si rende conto che non conviene più restare in città e far parte della società o di uno Stato. L'insostenibilità della vita – anzi della morte – statale, costringe ineluttabilmente a gettare uno sguardo al di là della gabbia di cemento, meccanismi e circuiti finora abitata, ed è in quel momento che si scorge la soluzione. Occorre svincolarsi radicalmente dal sistema dissanguante statale. Tornare alla vita agricola, alla terra, al sole, alla pioggia che cade dentro ai boschi e al suo profumo di terra, alla pace dell'erba e delle montagne, all'umidità dell'acqua dei fiumi, ai profumi della vegetazione, alla vitalità del vento che scuote le fronde degli alberi. Bisogna “voler essere di nuovo ciò che non si è stati”, ossia smettere di essere dei cittadini e tornare a essere ciò che sono stati soltanto i nostri antenati: dei contadini. È necessario imparare nuovamente che l'essere umano non è la creatura centrale tra tutte quelle generate dalla natura, ma ha lo stesso valore di qualunque altra, anche di una pietra, nascosta tra le profondità della terra o portata via da un fiume.
Rileggendo attualmente O terra, aspettami di Pablo Neruda, nel contesto sopra sintetizzato, si ha l'occasione: da un lato, retroattivamente, di gettare uno sguardo critico sulla società e sulla vita cittadina che si conduce; dall'altro, direttamente, di considerare il suggerimento di un ritorno alla natura e alla vita contadina. La città dissangua sì, ma il peso di tale dissanguamento consiste in una concezione della vita che considera l'essere umano il centro della natura e dell'universo. Tornando invece alla terra, l'essere umano rioccuperebbe il posto che gli spetta, in altre parole pari a quello di ogni altro essere vivente. Che cosa cambierebbe, dunque, con questo ritorno alla natura e alla terra? Che mentre in città, per un tempo indefinito, si passa una vita continuamente dissanguata, priva cioè di significato alcuno malgrado tutti i beni, i servizi e le esperienze di cui ci si attornia per mezzo del vile denaro, ritornando invece alla terra si comprenderebbe il significato dell'esistenza, pur vivendo un tempo breve, come poveri nella ricchezza della natura.

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