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domenica 6 giugno 2010

IL LUPO DELLA STEPPA di Herman Hesse

- di Saso Bellantone
Soltanto i pazzi sono capaci di penetrare ne Il lupo della steppa di Herman Hesse. Soltanto la pazzia è in grado di percorrere, senza sprofondarvi, le lande dell’esistenza che si allargano inesorabilmente ed esclusivamente nella dimensione del paradosso, senza stelle fisse. La storia dell’intellettuale Harry Haller è un viaggio nel pensiero che si snoda attraverso varie dicotomie – ad esempio vita/morte, verità/illusione, sapere/piacere, mondo/aldilà – le quali si riassumono in un’unica domanda: in che modo è preferibile vivere? Da uomo o da lupo? L’uomo è l’essere della complessità, della ragione, della vita contemplativa, della paura, della temporalità, dell’impotenza, della negazione della vita; il lupo è l’essere della semplicità, degli istinti, della vita attiva, del coraggio, dell’immediatezza, della potenza, dell’affermazione della vita. L’incapacità di rispondere a questo interrogativo spinge Harry al suicidio ma tre avvenimenti assurdi, legati l’uno all’altro, ne sospendono la messa in opera: la locandina dell’ingresso di un teatro con su scritto “Teatro magico. Ingresso libero non per tutti. Soltanto per pazzi”; l’incontro di uno sconosciuto che gli dà un libricino dal titolo “Il lupo della steppa”; l’incontro di Erminia. Questi tre avvenimenti segnano le tappe essenziali del processo di liberazione di Harry da se stesso e dalle proprie domande intorno alla tipologia di vita da assumere per sopravvivere all’insensatezza dell’essere – uomo o lupo. Il teatro magico è la metafora dell’esistenza: il mondo – e l’inspiegabile che lo caratterizza (la magia) – trova giustificazione soltanto nell’ “essere-in-scena”, nel suo puro accadere e manifestarsi in modo apparentemente privo di senso. Innanzi a questa fredda irrazionalità del mondo, a questa mancanza assoluta di senso, l’unico gesto razionale e ragionevole che l’uomo può compiere è quello di sospendere le domande, la logica e la ragione tradizionali: in breve, è divenire folle allo stesso modo del mondo. In questa prospettiva, non serve a nulla chiedersi, come fa Harry, se è meglio vivere come un uomo (civilmente) o come un lupo (naturalmente). Bisogna vivere così come accade. L’incontro fortuito della locandina del teatro, il disorientamento che ne provoca la lettura e l’incapacità di Harry di entrare nel teatro, rappresentano le reazioni di chi è abituato a interpretare il mondo secondo la logica e le categorie tradizionali, quali senso, scopo, verità, giustizia, bene, valore e via dicendo. Non ci si può avvicinare alla prospettiva dell’irrazionalità del mondo ragionando tradizionalmente, bisogna cambiare modo di pensare e diventare altro da sé. In questo senso, l’incontro casuale dello sconosciuto che lascia a Harry il libricino “Il lupo della steppa”, rappresenta la necessità di focalizzare la propria identità passata prima di poter assumerne una nuova. Ma affinché avvenga la metamorfosi, è necessario anche sperimentare ciò che è sconosciuto. Che cosa è sconosciuto all’uomo votato abitudinariamente al sapere, alla logica e alla categorie tradizionali? Qualcosa che, col passare degli anni, finisce con l’essere misconosciuto, dimenticato: la fanciullezza. L’infanzia è quella fase della vita nella quale si è innocenti, si vive nel piacere dei sensi e nell’amore, desiderosi di scoprire e di sperimentare la vita in tutte le sue sfaccettature. L’incontro di Erminia è appunto quel lato di sé che l’Harry intellettuale aveva dimenticato e che adesso appare come qualcosa di nuovo: il fanciullo, l’innocenza e il piacere della vita. Riscoprendo questo modo di stare al mondo, Harry è ancora troppo legato al proprio lato intellettuale e non riesce a capire che proprio il fanciullo è l’alternativa alle tipologie di vita dell’uomo e del lupo, un modo di vivere capace di garantirgli la sopravvivenza in un’esistenza dominata dall’irrazionalità. Convincendosi che il fanciullo è per un cinquantenne soltanto un modo per ricordare il passato, Harry decide di liberarsene e di tornare all’intellettuale: solo in questo momento riesce a entrare nel teatro magico. Focalizzata la propria identità passata e la nuova – di fatto, quella fanciullesca – Harry compie nel teatro magico una serie di sogni lucidi coi quali esperisce l’insensatezza dell’esistenza. Ancorandosi però alle proprie convinzioni – difficilmente l’intellettuale opera una metamorfosi del pensiero – Harry non capisce che l’unico modo per affrontare l’illogicità dell’esistenza non è la serietà dell’uomo moderno bensì il riso e il piacere del fanciullo. Ridere in faccia a ogni domanda e gettarsi nel flusso della vita, che scorre inesorabilmente, gustandone tutti i piaceri, è la sospensione di ogni interrogativo, è la vita che si manifesta non più illogica bensì nella propria innocenza. Estranei alla struttura delle cose, il riso e il piacere sono un’avaria dell’esistenza, due elementi irrazionali nell’irrazionalità stessa della vita, dell’essere. Innanzi al nichilismo e alla tecnicizzazione del reale che caratterizzano la modernità e che fanno infettare l’uomo della malattia della volontà, il rifiuto della vita, Hesse pensa che il riso e il piacere sono gli unici mezzi per corrispondere all’innocenza dell’essere e per innamorarsi nuovamente della vita. Se si diviene consapevoli che il cosmo è privo di logica, valori, verità, allora a che serve il sapere? Perché dargli tutta questa importanza? D’altronde, il riso abbonda nella bocca degli stolti.

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