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domenica 3 novembre 2019

TRASPARENZA



- di Saso Bellantone

La trasparenza è limpida, come acqua sorgiva. Chiara, come la luce. Nitida, come paesaggio senza nebbia. Non ha sfumature né imprecisioni. Brilla, senza macchie e imperfezioni.
La trasparenza è pulita, come isola sperduta nell'oceano. Cristallina, come oasi nel deserto. Innocente, come stella remota. Non conosce polvere né inquinamento. È pura, mai infetta e senza contaminazioni.
La trasparenza è sana, come albero da frutto. Dolce, come il sorriso di un fanciullo. Delicata, come i sogni degli adolescenti. Resiste, desiderosa di vita. Vuole se stessa, oltre le cadute e le ferite.
La trasparenza ha cura di sé. Si rialza, si ristabilisce. Cerca l'armonia, con tutto ciò che la circonda. È attenta, a chi le sta attorno. È buona, affettuosa. È soffice, come il cotone e le nuvole.
La trasparenza conforta, calma, rassicura. Guarisce e incoraggia. Dà la pace, stimola. Dà fiato, come l'aria. Lava, come l'acqua. Rinvigorisce, come il fuoco. Fortifica, come la terra.
La trasparenza è il contesto, l'ambiente, l'habitat proprio dell'essere umano. È in essa che quest'ultimo entra e resta in contatto con la propria essenza. Con ciò che è veramente. Con la propria identità.
Essere e realtà sono due facce della stessa medaglia. Sono trasparenti, manifesti, palesi, e l'essere umano per essere tale non può evitare di trapelare, mostrare, rivelare se stesso.
Il “chi” dell'essere umano si diluisce, si amalgama nel “che cosa” emerge, si presenta, si esibisce di lui stesso. L'essere umano è tutto ciò che ostenta, espone, mette in mostra. È ciò che fa vedere, che sbandiera, che sfoggia e che vanta e, tuttavia, è convinto di essere anche tutto ciò che nasconde, eclissa, insabbia e, per questo motivo, è frainteso, travisato, non è capito.
Dagli altri.
Questo è il nodo cruciale della questione, il problema di Aladino, il labirinto in cui ci si perde. L'oblio di essere inevitabilmente immersi in un luogo, spazio-tempo, ecosistema regolato dalla trasparenza, in cui ci sono anche “gli” altri. In cui “si è con” gli altri.
“Io giudico gli altri in base a quel che vedo e a quel che gli altri mettono in mostra”, è così che l'essere umano giudica senza esitazione. Dimentica a priori, però, che lo stesso, all'inverso, vale per lui, e cioè che oltre ad essere colui che giudica è, nel contempo, anche colui che è giudicato dagli altri “in base a quel che loro vedono e a quel che lui mostra di sé”. Dunque, in un caso e nell'altro, si permane nelle lande della trasparenza, di ciò che è visibile, osservabile, toccabile con mano: a partire da questa sfera ed entro tale dimensione si giudica e si è giudicati.
Il fraintendimento, il malinteso, l'equivoco, in questo quadro, non è altro che un'illusione, una giustificazione, una farsa. Convivendo nello stesso habitat con gli altri, tutti al di sotto della fatale legge della trasparenza, non si può pretendere di giudicare in base a quel che si vede e di essere mal interpretati perché non si è manifestato quel che si cela, si camuffa, si occulta. Si è, e quindi si giudica e si è giudicati, per mezzo di quel si vede/si mostra nel contesto comune. Si è mediante i fatti osservati/compiuti e se si dimentica, o si sceglie consapevolmente, di svelare ciò che si custodisce nel segreto non si può poi sostenere di non essere capiti in toto e di essere stati travisati. Si è sempre la trasparenza manifesta, sia nel caso in cui si vesta i panni dell'io, sia nel caso in cui si vesta i panni degli altri.
L'ironia della sorte, o meglio della legge della trasparenza, è che in quest'ultima non esistono equivoci né abbagli, neanche se si decide di nascondere agli altri “parte di sé”, ossia tutto quello che può essere definito come “segreto”. Quest'ultimo infatti, e cioè la scelta di celare ad altri la pienezza di sé, traspare, trapela, emerge lo stesso come “ciò che non è reso manifesto”, che non è stato palesato, mostrato; affiora come “ciò che è stato occultato”, che è stato mascherato, velato. Malgrado sé, il segreto spunta fuori come sudore, aria espirata, energia emanata. Come ciò che c'è nonostante si scelga volontariamente di non mostrarlo. Il segreto filtra, gocciola da sé come l'invisibile che è visibile. È trasparente, ed evidente. Indubbio.
Non ha senso dunque alcuna pagliacciata, maschera e autocommiserazione. Splende anche quel che si lascia nell'invisibile, nell'immateriale, perché tutto è traslucido, opalescente, incontaminato.
Si è sempre trasparenti e la trasparenza che si è resta sempre esposta all'alterità nella sua fattualità. Si è i fatti compiuti e non compiuti, narrati entrambi dalla propria presenza, e il linguaggio può fare poco se si è scevri di tale consapevolezza o si tenta di aggirarla. Il linguaggio ha potere soltanto se si abbraccia la consapevolezza di essere trasparenti, esposti, fattuali, soltanto se si comprende che l'habitat nel quale si vive può essere abitato esclusivamente secondo questa regola inevitabile: tutto traspare, tutto è evidente, tutto è fattuale, concreto, tangibile.
Bisogna avvinghiare questa fatalità, vivere pienamente coscienti di essa.
Se la si evita, o si fa finta di nulla, traspare.
E traspaiono anche le ragioni.
E quando queste ultime non ci sono, o sono superflue, emerge la verità.
Nient'altro.

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