mercoledì 14 giugno 2017

Amare il crepuscolo



- di Saso Bellantone
Quando un'era finisce non si capisce dal tramonto bensì dall'alba.
La luce si fa strada oltre le montagne e, riflettendosi sulle cose come lento ruscello appena nato, mostra il mondo in maniera nuova, impregnandolo della vita. L'acqua è più limpida, l'aria più fresca e delicata, il cielo più nitido, la terra più fertile e tutto il resto è avvolto in una nuova chiarezza, come se gli occhi si fossero aperti soltanto adesso e si vedesse per la prima volta la bellezza dell'esistente, nei suoi dettagli e nelle sue sfumature. La trasparenza della rugiada, i mulinelli delle maree, la rughe degli arbusti, le geometrie delle rocce, le profonde impronte tracciate sulla spiaggia e quelle sulla battigia del tempo.
Sono tante queste orme. Aride o feconde, vive o putrefatte, decise o sfigurate, sanguinolente o iridescenti, tutte, nella loro molteplicità e irripetibilità, nella loro semplicità o segretezza, condizionano, come uno scooby-doo fatto da infiniti fili, l'intrecciarsi delle invisibili correnti della vita con quelle insondabili della morte, generando ora il nuovo ora il caos ora la stasi ora un'altra volta il caos.
Il caos, o Chaos, non è altro che un diverso modo di stare nell'ordine, come l'occhio del ciclone, l'aereo sopra le nuvole burrascose, la nave oltre la tempesta, l'astronave lontana dal suo pianeta natio. Emerge l'origine nella fine, il bene nel male, il riso nel pianto, il senso nell'insensato. Si mostra, in esso, il diradarsi di un'altra prospettiva, altra rispetto a quella in cui sosta ancora un piede e altra rispetto a quella in cui l'altro piede non è ancora sostato. Affiora una epochè, sospesa sopra tutte le altre sospensioni, come piuma svincolata da ogni gravità e sedotta dalla mera leggerezza, preda della pura e incontaminata delicatezza.
È qui ed ora che si vorrebbe restare. Si allunga una mano ma l'epochè svanisce come sogno innanzi alla veglia, e non si afferra altro che il nulla d'essere e di avere, privo cioè di ogni identità e di ogni proprietà, sicurezza e ragione. Si resta soli, con un pugno che si schiude e una mano aperta da cui il momento è volato via. Si torna soggetti al divenire, oggetti tra gli altri in mezzo ai flutti del calcolo e dell'inevitabile.
Per poco, si trattiene il respiro, nostalgici della consapevolezza senza godimento appena fuggita, ma ci si accinge subitaneamente a riprendere il fiato e a soffiarlo via. Via, dai ricordi di una vita tramontata, e via, verso quella appena cominciata.
Sì, perché la via è duplice e al suo cospetto occorre soltanto regolare l'ora e puntare al polo nord, nonostante si sia privi di lancette e di aghi. Ed è questa la sfida umana più ardua, capire che si può diventare orologio e bussola soltanto innanzi al tempio, vale a dire: il volto dell'altro, quell'altro che spesso e volentieri non intende fare lo stesso innanzi a noi né innanzi ad altri volti ancora, per appagare i propri futili desideri.
Questa è la dannazione dell'uomo della conoscenza: vivere nei deserti in cerca di acqua e trovare soltanto il sole cocente, quel sole che dà alla testa a tutti quanti o, forse, soltanto alla sua. Forse è per questo che la testa di un pensatore nasce sempre postuma rispetto alla civiltà, alla società e al tempo in cui vive: perché non usa turbanti né cappelli, e a ragione! Che cercatore sarebbe? Di marchi, strumenti e brevetti?
No. Le scoperte non conoscono spread né valuta e richiedono ciò che macchine, robot e I. A. non hanno: le emozioni, le intuizioni, il sacrificio, l'amore disinteressato.
È questo amore che arde in colui che cerca: quello che nel “crepuscolo” vede il principio e non la conclusione, una nuova era e non quella appena passata, l'occasione e non la vuotezza dell'omogeneo.

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