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sabato 15 febbraio 2014

L'ARTE PERIFERICA: intervista a Domenico Canale


Domenico Canale nasce a Reggio Calabria nel 1970. Inizia a studiare il violino classico nel 1980 per poi dedicarsi allo studio dell'amonica blues, strumento che ormai predilige. Nel suo modo di suonare si può riscontrare un'attenzione particolare la blues feeling, senza però rinunciare alle contaminazioni rock, funky e jazz, vera linfa vitale delle 12 battute. Durante I primi anni della sua carriera ha avuto modo di conoscere e di suonare con diversi musicisti di fama internazionale come Andy J. Forest, Freddy & The Screamers, David James, Sam Lay (uno dei grandi batteristi di Muddy Waters e di Paul Butterfield) e con gli italiani Gigi Cifarelli, Vince Vallicelli, Angelo Morabito, Pippo Guarnera, Blue Staff, Dino Triassi (amico e collega armonicista palermitano) e la partenopea Hell's Cobra Blue Band. Nel 2003 partecipa alla registrazione del secondo lavoro discografico del bluesman Angelo Morabito Shadows of Blues. Si è esibito in diverse rassegne e festival, tra le quali Vicenza Blues 2002, Barocco Blues Revue 2003, Peloro Blues Festival 2003, Etna Blues Festival 2007 e 2009 (dove con la sua band Bad Chili ha aperto rispettivamente agli artisti Joe Bonamassa e Ana Popovich), Crossroad Blues Festival 2010. Ha dato vita nel corso degli anni a diverse formazioni musicali per poi concentrarsi su quelle più impregnate dell'ormai famigerato “Effetto Chili”: Bad Chili – Blues, Rock e un pizzico di Funky - Classica formazione rock blues (voce, armonica, chitarra, basso e batteria) la cui grinta e il feeling restano impressi indelebilmente nella memoria di chi ascolta; Light Chili – Electro Acoustic Power Duo – padre e figlio, armonica, dobro, valigia di cartone, washboard e tanta passione per l'avventura, un duo da locali con il quale hanno partecipato al Ferrara Busker Festival 2010 e 2011, Capo D'Orlando Blues Festival 2010 e al Nasker Festival di Naso 2012. Sempre in quest'ultimo anno partecipa alla registrazione del singolo dei FilmNoir Voglio a
mmazzare un impiegato, dal quale viene poi tratto un video. Nel 2013 partecipa in qualità di ospite alla registrazione del disco Twin Rivers del chitarrista e cantante siciliano Marco Corrao, con il quale ha recentemente formato un duo impegnato a portare in giro per l'Italia la propria personalissima visione musicale.


Come ti sei avvicinato alla musica?
Come spesso accade, in maniera casuale: da bambino vidi un film in televisione su Niccolò Paganini, restai tremendamente affascinato dalla figura di un uomo che, nonostante fosse riuscito a raggiungere notorietà e successo, continuava a considerare se stesso solo in relazione alla musica.
Iniziai allora lo studio del violino per capire cosa c’era di così speciale in questo modo di vivere, di usare le note al posto delle parole per comunicare le emozioni in maniera fluida e senza filtri.
L’avventura della musica classica continuò per alcuni anni fino alla scoperta di un linguaggio e di uno strumento più immediati e più consoni al mio modo di ‘sentire’: il blues e l’armonica.

Che cos'è la musica?
Non credo esista una risposta univoca ed esauriente a questa domanda, e forse questa è la cosa più affascinante della musica: ognuno ha la sua risposta.
Per quanto mi riguarda è semplicemente una componente essenziale della vita, una necessità, un bisogno che va alimentato ed assecondato.

Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della musica, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
La musica, più di altre forme d’arte, ha il dono di educare alla bellezza.
Sono sempre stato dell’idea che molti dei problemi presenti nella nostra società non esisterebbero se si educassero i piccoli abitanti del pianeta allo studio ed alla pratica della musica.
Equilibrio, armonia, senso del tempo, coesistenza di più voci (argomenti) nello stesso discorso, rispetto dell’altro, ascolto, importanza del silenzio.
Questi sono solo alcuni dei valori che la musica trasferisce in chi la pratica e la studia. E lo fa con estrema naturalezza.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio , la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire i tuoi brani “poesie”, opere d'arte, creazioni nel senso pieno del termine?
I brani che suono in pubblico sono spesso “poesie maledette”, ma non sono miei.
Basta ascoltare Mr. Son House in “Death Letter” per capire quanto una canzone possa riuscire ad essere profonda, evocativa, triste e sarcastica al tempo stesso.
Da quando ho iniziato a conoscere e vivere il blues raramente ho sentito l’esigenza di scrivere canzoni. Affascinato dalle parole di improbabili antieroi, ragazzi e uomini di 60-80 anni fa, ho deciso di reinterpretare i loro brani mettendo in pratica spesso un’operazione di ri-scrittura musicale. E anche questo è “creazione”, secondo me.

Perché suoni? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante la musica?
Suonare è una necessità. Lo è per me, come lo è per tanti colleghi musicisti di mia conoscenza.
E’ una cosa che non ti aspetti, all’inizio suoni perché ti fa stare bene e per avere la possibilità di esprimerti in maniera diversa, poi passa il tempo e ti rendi conto che hai sempre più cose da dire, capisci che quello che prima era un gran bel divertimento adesso è un modo di essere, di sentire e di rapportarsi agli altri.
Soprattutto capisci che, grazie alla musica, riesci a trasmettere sensazioni intense e personali a persone che non hai mai visto in vita tua.

Che cosa raccontano i tuoi brani?
Le canzoni spesso non sono altro che storie, storie comuni che, grazie alla musica, assumono forma poetica.
Personalmente preferisco raccontare me stesso e il mio modo di vedere ciò che mi circonda.
Ammetto di riuscire a farlo con molta più facilità grazie all’armonica che non con le parole.

Un artista può sentirsi tale senza i pubblici?
Per come la vedo io non è possibile. Ho sempre considerato il pubblico come la componente più importante della band. Quando riesci a comunicare veramente si forma un legame tra te e chi ti ascolta che ti permette di esprimerti al meglio, contemporaneamente nasce un dialogo con il pubblico e, secondo le risposte che quest’ultimo fornisce, il concerto prende forma sempre in maniera diversa.

Che cosa significa oggi vivere come un artista e vivere esclusivamente della propria arte? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Non è il mio caso, quando ero molto giovane mi ritrovai genitore di un bellissimo bambino, decisi allora di mettere in stand-by (che sofferenza) la mia vita musicale per trovare un lavoro… che non mi sarebbe piaciuto!
La pausa è durata poco, un anno o giù di lì, visto che avevo già realizzato di non poter esistere a prescindere dalla musica, e adesso mi ritrovo a suonare, lavorare, non dormire e soprattutto, ad avere un figlio (sì proprio quello, il frutto del peccato) che ha deciso da un paio di anni di vivere da solo e solo grazie alla musica.
I sacrifici ci sono, non sempre si ha la sicurezza “del pasto caldo” ed è difficile fare programmi a lunga scadenza. Ma, quando lo guardo, vedo una persona felice della propria vita… e che vuoi di più?

Cosa ti spinge a restare nel sud?
Mi piace questa terra, le sue contraddizioni, il suo sole.
Mi piace pensare che ci sono realtà musicali di tutto rispetto che non aspettano altro che essere ascoltate.
Mi piace sapere che il feeling con il quale qui si suonano certi generi non sia così facile da trovare in posti in cui è più facile farsi notare.
Mi piace pensare che, grazie all’arte e alla musica, si possa contribuire a dare una ragione in più per restare.

Puoi definirti un sognatore? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Siamo tutti sognatori, anche se non tutti riescono a prenderne atto.
Il sogno è il motore che ci spinge a fare cose folli e per questo bellissime!
Il mio sogno? Te ne dico uno dei tanti: organizzare nella mia città un festival internazionale di musica da strada che duri almeno un paio di settimane!
Ho partecipato ad alcuni di questi festival e l’atmosfera che si respira è meravigliosa, i cittadini sono meravigliosi. Mi piacerebbe importare nella mia città la gioia di vivere che ho sperimentato altrove.

Chi vuole saperne di più su di te e sulla tua musica, dove può rivolgersi?
Basta fare una ricerca su facebook, reverbnation e youtube per ascoltare e vedere all’opera i fortunati possessori del famigerato Chili Effect!
Le parole chiave sono: Bad Chili – Light Chili – Travelling Blues Duo


oppure può trovarmi su:
o scrivermi a:
domenico.canale@gmail.com

Alcune parole per i giovani.
Prendete uno strumento in mano, strimpellateci qualcosa, convincete altri amici a fare lo stesso.
I ricordi migliori che ho della mia giovinezza sono per la maggior parte legati alla musica.
Grazie alla musica ho conosciuto gente meravigliosa, ho vissuto esperienze al limite dell’incredibile, mi sono divertito in maniera diversa eppure più intensa, ho assaporato l’avventura del musicista di strada, ho visto luoghi che non avrei mai pensato di raggiungere… grazie alla musica ho vissuto in maniera diversa!
Qualunque cosa vogliate fare nella vita, la musica ne può fare parte e vi farà stare bene!



giovedì 13 febbraio 2014

Versieri: DOVE CONDUCE LA NOTTE di Carlo Menga


- di Saso Bellantone

Una candela rossa
e un fischio di pipistrello;
un muro grigio e fioco
che può sembrare un castello.
Ragionando per gioco
col proprio mucchio d'ossa,
è bello che un poco si possa
indovinare
dove conduce la notte.

La notte... Amica tanto attesa, nemica detestata, presenza, o assenza, ricorrente nel corso della nostra permanenza in questo “posto” soggetto da sempre alle più disparate interpretazioni e congetture. C'è chi la brama già alle prime luci dell'alba, chi invece la disprezza in ogni bianco istante; c'è, anche, chi vive soltanto nel suo grembo, poiché all'interno di esso si cela, e si mostra, il mistero del “posto” in cui ci si trova. Egli si interroga, vaneggia, sogna e si lascia andare in teorie e fantasticherie simili a tesori, per i pazzi, e a miseria, per i savi. Eppure costui vive, sì, vive... Vive il tempo sconnesso di un “posto”, apposto e alla rovescia assieme. La luce di una candela tiene compagnia. Rossa, sì, come il colore del volgare “capo d'anno”, in quanto è nella notte che si nasconde, e si manifesta, la fine e l'inizio. Già... la fine, e l'inizio, di questo “posto” matto e logico nel contempo, nel quale si è relegati malgrado sé, finché la fine finisce e l'inizio... inizia. Fa paura soltanto a pensarci... la fine e l'inizio, istantanei, fugaci, effimeri, come il fischio di un pipistrello... nella notte, sì. Nella notte. Dove riposa il segreto di questo “posto”, il suo cominciare e il suo terminare... Dove tutto può apparire, contemporaneamente, per quello che è e che non è. Come un muro, antico e debole può avere l'aspetto di un castello rievocante altri tempi o... viceversa. Come un uomo, vecchio e stanco, può sembrare un dio o... soltanto un uomo.
Qui, nella notte, niente è definito fuorché la notte, il buio, l'incapacità di vedere e, anche, l'abilità di sapere la propria mortalità, finitudine, caducità, in questo “posto” che, come donna timida e imbarazzata e confusa, non vuole spogliarsi degli abiti che occultano la sua bellezza, la sua verità. E allora si gioca, si immagina, ci si illude, si tenta a indovinare l'enigma che tanti altri pensatori e poeti e amanti e semplici mortali hanno fatto prima di noi, invano. E ciò, coscienti della propria mortalità, ha un che di bello, di incantevole, di meraviglioso. Perché, se non nella sua essenza, sempre “altrove” conduce la notte.
In questa poesia, che intitola l'omonima raccolta (Città del Sole, 2012), Carlo Menga esprime in pochi versi le emozioni provate dall'uomo innanzi alla notte. Ente dotato di un potere capace di stregare ogni vivente, la notte è il luogo primo della veglia, dell'esser desti, dell'interrogarsi intorno al senso e alla definizione di questo “posto” chiamato mondo. Nella notte, in compagnia della fioca luce di una candela, attraversato dal brivido che la domanda stessa suscita, l'essere umano pensa e gioca e ragiona e ironizza sul mistero dei misteri, l'enigma dell'enigma, l'esserci cioè, come un surplus, in un luogo che non ha volto né concretezza nonostante la propria materialità, presenza, evidenza. Sconfitto da una domanda che non troverà mai risposta alcuna, è bello indovinare, tentare, pronosticare finché se ne ha il tempo; finché il tempo stesso, non ha svelato ormai la malattia di cui siamo infetti, soltanto per essere innanzi alla notte nel porci, oppure no, il suo interrogativo: la nostra mortalità.

giovedì 6 febbraio 2014

Supersantos


- di Saso Bellantone
Lentamente, la nave oltrepassava le calme acque dello Stretto, proprio come un millepiedi attraversa una distanza pari ai gradini dell'uscio di una casa. Lentamente, la rondine solcava il cielo blu in direzione del proprio nido, proprio come pescespada salta oltre la schiuma marina per rintanarsi nella sua tana. Lentamente, le automobili scorrevano per la via principale del paese, proprio come i barattoli di legumi sopra il nastro trasportatore all'interno di una catena di montaggio. Lentamente. Pacatamente, passava la vita nel piccolo paese del Meridione. Come se tutto fosse avvolto nelle maglie di un sogno appena cominciato. La fila alla posta o al bar centrale, le ore di scuola o quelle sul posto di lavoro, la mano a tressette dello zio o la cottura della parmigiana della nonna, tutto avveniva a rilento, passo passo, senza fretta, come se il destino di quella bella giornata primaverile fosse già segnato, deciso, stabilito da qualcosa, o qualcuno, che si prendeva tutto il tempo necessario per l'importanza del momento.
Lentamente il supersantos rimbalzava sulle brune piastrelle che ricoprivano la terrazza e lentamente Lazzaro gli andava dietro, per afferrarlo con le sue manine, lanciarlo nella direzione opposta, riprenderlo e scagliarlo nuovamente dall'altra parte. Era felice, Lazzaro. O meglio, non sapeva nemmeno lui che cosa provava. Era, semplicemente, su quel terrazzo, assieme al pallone e ai movimenti automatici e privi di ragione che la palla stessa gli imponeva di compiere. Correre, saltare, andare, tornare, afferrare, lanciare, stare. Stare, sì, seduto per un tempo incalcolabile e indescrivibile sopra la sfera arancione e a linee nere, finché gli adulti non sarebbero apparsi dal nulla e l'avrebbero riportato a casa sua. Ma gli adulti, quegli strani esseri alti e grossi non comparivano, e lui se ne stava seduto sul pallone, dondolandosi avanti e indietro, tenendosi sorridente alle sbarre della balconata.
Fu allora che accadde.
All'improvviso.
Come temporale sotto il cielo azzurro, come boato in un silenzio sepolcrale, Lazzaro sentì. Sentì qualcosa colpirlo immaterialmente, calarsi dentro di lui, riempirlo dalla testa alla schiena, facendo vibrare le sue orecchie di un suono tonante, profondo e acuto nel contempo. Come riemergendo dalle acque o svegliandosi di colpo da un lungo sonno, Lazzaro capì che stava respirando, sentiva l'aria entrare dentro di lui, riempirlo e svuotarlo armonicamente, costantemente, senza possibilità di opposizione alcuna. Abbassò la testa e scorse il suo corpo, il suo petto, la sua pancia, le sue gambine. Si ritrovò seduto sul supersantos, con le mani aggrappate all'inferriata che dava sulla via principale del paese. Vide la nave e lo Stretto, il millepiedi e i gradini della casa di fronte, la rondine e il pescespada. Udì il cinguettio della prima e il fracasso del corpo del secondo che sbatteva sul mare. Udì il rumore delle automobili e quello della catena di montaggio sotto il palazzo, le voci della gente in fila alla posta e al bar, quelle dei bambini a scuola e degli operai sul proprio posto di lavoro, quella della zio che chiamava l'asso e dell'olio che friggeva le melanzane. Percepì il profumo dell'aria, la sua freschezza sfiorare timidamente la sua carne. Avvertì il cattivo odore dello scarico della macchine, la fragranza della frittura proveniente dalla cucina della nonna, il sapore della saliva nella bocca, la morbidezza del supersantos su cui era seduto, la freddezza dei ferri a cui era aggrappato. Captò quell'indecifrabile senso di movimento, di dinamismo, di vitalità che coinvolgeva tutto, tutte le cose facenti parte di quell'ambiente che gli stava attorno e di cui soltanto in quell'istante si era accorto.
Si alzò di scatto e guardò il pallone su cui era seduto poco prima. Era sconvolto e provava pace nel contempo. Non capiva cosa gli stesse accadendo. Gli sembrava di essere stato catapultato su quella terrazza da chissà dove, da un luogo nascosto di quell'ambiente in cui si trovava. Si sentiva pesante, si girò rapidamente pensando qualcosa, o qualcuno, si fosse appoggiato a lui, sulla sua schiena, ma non c'era niente, non c'era nessuno...
Sentì qualcosa pulsare dentro di lui, un ritmo ignoto e familiare nel contempo, incomprensibile ma già udito, nuovo ma già sentito in qualche altro posto... Mise una manina sul petto e avvertì la sua pressione. La tolse e, alzata anche l'altra, cominciò a osservarle entrambe. Strani segni le attraversavano. Le lasciò cadere ai suoi fianchi e scorse nuovamente la palla colorata immobile sotto di lui.
Non capiva e non aveva paura, eppure gli sembrava di sapere già quello che stava accadendo. Poi corse.
Corse dentro, nella cucina, in direzione della mamma, seduta innanzi alla nonna che preparava la parmigiana, e la strinse a sé. Riconosceva il suo volto, forse, era l'unica certezza che aveva in quel momento di confusione e di innata consapevolezza che avvertiva.
Stringendosi più forte che poteva alle braccia di lei, l'immagine del pallone abbandonato sul terrazzo fissa nella sua testa, si chiedeva, per la prima volta, pur sapendo già la risposta, come fosse stato possibile di essersi svegliato soltanto adesso.

martedì 4 febbraio 2014

Disconnect


- di Francesco Denaro
Cosa hanno in comune un ragazzo introverso, amante dei Sigur Ros, preso di mira da due bulli e fatto oggetto dei loro sadici divertimenti, fingendosi una ragazza innamorata di lui; una coppia che ha appena perso un figlio piccolissimo, che fa di tutto per ritrovare la sintonia perduta e che rimane vittima di una frode che ne prosciuga il conto in banca; una giornalista che per realizzare “il pezzo” della propria vita, decide di contattare un ragazzo che si spoglia per soldi davanti ad una telecamera, per raccontarne la storia? Il Web.
Disconnect (2012, regia di Henry Alex Rubin) racconta tre storie parallele di vita quotidiana che ruotano intorno al lato oscuro di Internet, intrecciandosi tra di loro, evidenziando come il cattivo uso dei social network e il fornire, involontariamente, proprie informazioni private possa condurre a pericolose strade senza uscita. È una delle più belle pellicole viste di recente, realizzato da attori poco noti ma assolutamente all'altezza e chi ha apprezzato il film premio Oscar “Crash” non potrà non amarlo.
Disconnect fa riflettere su quanto sia invasivo il web, su quanto possa condizionare le nostre vite e se effettivamente siamo noi ad usare questo strumento o, viceversa, lo Strumento ad usare noi. In principio ci si connetteva un paio di ore al giorno per via della tecnologia dell'epoca ma con l'avvento di tablet e smartphone si è conessi 24 ore su 24. Si ha il mondo a portata di mano, possiamo avere notizie in tempo reale e rimanere costantemente connessi con gli amici attraverso i social network. Questi programmi, hanno ormai sostituito le piazze, gli oratori e tutti i luoghi dove in passato si socializzava, ci si conosceva, ci si innamorava guardandosi negli occhi. Sono agorà di spettri, gente senza volto dietro ad una tastiera che crede che ciò che avviene in rete resti in rete, che nascondendosi dietro ad una foto o ad un nick si possa essere chiunque o dire qualsiasi cosa, tanto poi spento il dispositivo tutto termina. Purtroppo, come racconta il film, non è proprio così: ciò che fai nel web si ripercuote spesso violentemente nella realtà.
Naturalmente internet non è il male assoluto, è semplicemente uno strumento donatoci dal progresso. Spetta a noi avere la coscienza e la responsabilità di saperlo usare.

venerdì 24 gennaio 2014

OLTREWEB: Armi chimiche all'orizzonte. Il "no" inascoltato


- di Saso Bellantone
Buon meriggio web,
spesso ti chiedi quanto valore abbia il tuo parere, la tua voce, e il più delle volte, quando a decidere sono i vertici della terra della Lupa, ti accorgi che la risposta è “nessuno”. Si decide, là, nel cuore dello Stivale, indipendentemente dalla tua volontà, anzi, spesso contro di essa, e questo ti spinge a chiederti che senso abbia continuare a sentirsi parte di un popolo, di una società nella quale l'unico ruolo richiesto è soltanto quello di esprimere ufficialmente un voto, per poi subire passivamente le scelte di chi hai mandato tu stesso a governare. Scelte contrastanti la democrazia, la comunità di cui si fa parte, il buon senso. Specie in materia economica, etica e di sopravvivenza. Come nel caso delle armi siriane in arrivo al porto di Gioia Tauro.
Gas Sarin. Si tratta di un'arma di distruzione di massa creata nel 1938 da scienziati tedeschi, che colpisce il sistema nervoso, per inalazione o per contatto, che provoca crisi respiratoria, contrazione delle pupille, progressiva perdita delle funzione nervose, vomito, perdita di urina e di feci, stato comatoso con conseguente soffocamento per spasmi convulsivi.
Inutile chiedersi come sia possibile l'esistenza di una tale arma biocida, creata da esseri umani per impiegarla contro altri esseri umani. È già aberrante un tale pensiero. Quel che conta attualmente è tale arma, contenuta in decine di container per un peso pari a quasi 560 tonnellate, è diretta, a bordo della nave danese Ark Futura, al porto di Gioia Tauro, per essere trasferita su un'altra nave, l'americana Cape Ray, la quale si occuperà della distruzione delle armi chimiche mediante idrolisi, in acque internazionali. Poi, altri Paesi si occuperanno delle scorie provocate dal processo di smaltimento delle armi in esame.
Gioia Tauro. Il suo porto è stato scelto per tali operazioni perché è considerato all'altezza dello smaltimento di siffatte armi. Strano, tuttavia, che si preveda l'arrivo di 600 militari, per assicurarsi il proseguire delle operazioni.
E tu, mio caro web, saputa tale notizia, hai iniziato a protestare, a ribellarti, affinché tale smaltimento, rifiutato già da altri porti, avvenga altrove e non qui. Hai coinvolto sindaci, sindacalisti, politici provinciali e regionali, sacerdoti, movimenti, associazioni. Hai prodotto documenti che chiariscono il tuo “no” a tali operazioni, hai incontrato ministri e primi ministri e, tuttavia, con la rassicurazione di ricevere un opuscolo informativo che possa tranquillizzarti al riguardo, hai dovuto accettare lo svolgimento di tale smaltimento, con o senza il tuo consenso.
Sei deluso, mio caro web? Arrabbiato? Sei soltanto una pedina nelle mani di grandi scacchieri che giocano al governo globale. Qualsiasi forma di protesta tu farai, il protocollo scelto per lo smaltimento delle armi siriane andrà avanti, perché così è deciso. I rappresentanti della terra della Lupa hanno già sentenziato. Da un lato, per restare all'interno delle grandi istituzioni internazionali, nate per la mutua collaborazione tra i Paesi su diverse frontiere, dall'altro lato per portare avanti incomprensibili disegni di riconfigurazione dell'economia e dell'urbe terrestre, a scapito dei Paesi più piccoli e ininfluenti, come lo Stivale, e a favore dei più grandi e potenti.
Ti chiedi, lo so, mio caro web, se le armi siriane saranno smaltite nel giro di 24-48 ore, come è stato assicurato, oppure se ci vorrà maggior tempo, data la pericolosità dei composti in esame. E nel frattempo, ti chiedi perché si parla di evacuare la popolazione locale nel raggio di un chilometro dal porto di Gioia Tauro, perché l'arrivo di questi 600 militari, perché la distruzione di tali armi debba essere effettuata nel Mediterraneo, per idrolisi, sciogliendo cioè in mare quei composti biocidi.
Temi forse che tutto questo sia una farsa e che la zona del porto di Gioia Tauro, comprensiva dei comuni di Gioia, San Ferdinando, Rosarno possa diventare, da porto commerciale, un porto militare, determinando un aggravamento delle difficoltà economiche attraversate da tali comuni, da quelli limitrofi e dal resto della punta dello Stivale? Temi forse che la distruzione di tali armi nel Mediterraneo per idrolisi, finisca per inquinare e distruggere l'intera flora e fauna marina, provocando la fine di un intero ecosistema e il conseguente crollo delle speranze dei pescatori stivalici di poter tornare a sopravvivere del mestiere praticato dai propri antenati, cosa che invece già fanno i pescatori delle altre marinerie del globo e di altri Paesi, al servizio delle multinazionali della pesca? Temi forse che il trasbordo di qualche container possa avere qualche incidente e che il gas sarin si propaghi nell'area del Mediterraneo, decimando la popolazione limitrofa, considerata più e più volte una popolazione stivalica di serie B?
Non temere, mio caro web. Le operazioni di smaltimento andranno a buon fine. Come promesso dai rappresentanti della terra della Lupa. I container saranno trasferiti, le armi saranno distrutte, i militari torneranno alla propria base d'origine. E se invece accadesse che...

domenica 19 gennaio 2014

Autonomia esistenziale


- di Angelus Silesius
"Nulla è ciò che ti muove: tu stesso sei la ruota che corre da sé e non ha posa".

sabato 11 gennaio 2014

OLTREWEB: La festa dell'inoperosità


- di Saso Bellantone
Buon meriggio web,
hai passato buone feste? Cenoni, pranzi sontuosi, parenti, amici, regali, botti, scambi di auguri reali e virtuali. Sì, hai passato le solite feste. “Buone” è un termine sovrabbondante, eccessivo. “Anche per quest'anno è andata!” pensi, finita ormai l'Epifania. Adesso lavoro, scuola, tasse, bilanci, programmazione per l'anno appena cominciato e soprattutto dieta. Per smaltire i chili di troppo che danneggiano la tua immagine, prima ancora della tua salute, e poi... Poi, tra un festivo e l'altro e qualche giorno di ferie che non guasta mai, non vedi già l'ora che arrivi la Pasqua per rimpinzarti come negli ultimi dieci giorni, concentrati in due soltanto. Poi dieta, festivi, ferie, finché, col sopraggiungere dell'estate, non arriva il tempo di prenderti una vacanza davvero, per saziarti di alimenti, naturalmente, e di inoperosità. Poi dieta, festivi, ferie... ed ecco che ritorni punto e a capo con le nuove festività natalizie, di fine anno e dell'Epifania.
Epifania... È tornata di nuovo, assieme al Natale e al Capodanno con la Pasqua che li precede ciclicamente. “Mi rendo manifesto” significa letteralmente. Una festività pagana, poi reinterpretata dal cristianesimo, nella ruota delle religioni dove la più recente assorbe e rimodula gli elementi chiave di quelle che la precedono. Da ricorrenza legata al risveglio della natura, l'Epifania è diventata prima il momento in cui i Magi portano i doni a Gesù Bambino, poi la festa della Befana, nella quale la vecchia strega sulla scopa volante riempie di giochi, caramelle e cioccolatini le calze e le scarpe dei bambini buoni, e di carbone quelle cattivi.
Ma che ne sai, mio caro web, di tali festività? Davvero fai ancora l'albero, il presepe, spari i fuochi d'artificio, fai il digiuno quaresimale, benedici palme e ulivi? Sono sempre di meno coloro che praticano tali ritualità, vivendole con devozione, e sempre di più coloro che invece le attraversano adeguandosi al mutamento dei tempi e dei costumi. Dettato, sia chiaro, da pochi, e messo in pratica dalle masse ibride e informi che, rincorrendo la perfezione di un vuoto estetismo, si abbruttiscono nell'intelletto e paradossalmente nel corpo, diventando sempre più cieche delle catene ai polsi e alle caviglie messe loro dalla società capitalistica, consumistica e liquida, nella quale si muovono come zombie.
Il valicare le festività a misura di valuta, indica, nell'inarrestabile processo di secolarizzazione, un raffreddamento dei popoli, del pensiero e dello spirito dovuto alla crisi economico-finanziaria e lavorativa, progettata e in continua realizzazione finale per testimoniare l'avanzare imperante di un nuovo assetto globale, con il Grande Leviatano del Nord pronto a giocarsi la sua partita assieme agli altri Titani dell'economia, della politica internazionale e della democrazia.
Democrazia... Che bella parola per indicare il nuovo modo di fare guerra tra i blocchi continentali. Una parola, la cui risposta è sotto il naso di chiunque, usando la fantasia, e invece nessuno la scorge. “Demo”. “Governo del demo”. Esattamente come nell'ambito musicale il termine “demo” indica un brano esemplare, un campione di quello che si ascolterà e del modo in cui lo si ascolterà, nell'ambito delle umane genti la parola “demo” ha lo stesso significato. Guai a chi la interpreta nel senso di “di tutti”. Demo-crazia vuol dire “governo del demo”, non “governo di tutti”. Quest'ultimo significato è stato impiegato prima nell'antica Grecia, poi a distanza di svariati secoli, da quegli Stati che nel corso dell'età moderna si sono ispirati a principi di libertà, uguaglianza e fratellanza trascendenti, e non totalmente immanenti come accade attualmente con il nuovo re del tempo, il dio denaro.
Siamo in un'altra epoca, mio caro web. So che lo sai e che fai finta nel contempo di non saperlo, per lavarti le mani di ciò che accade, come Pilato di fronte a Gesù sotto accusa. Siamo in un'epoca dove non esistono persone ma solo numeri, pezzi intercambiabili di un ingranaggio, sostituibile anch'esso, facente parte di un'immensa macchina continuamente perfettibile qual è il pianeta terra nel suo volto capitalistico. Senza lavoro, senza contratti, costretti allo straordinario continuo e a tirare a campare con le occasioni sbriciolate in strada ora da tale multinazionale ora da tal altra azienda trasferitasi dove la pressione fiscale e i contratti lavorativi sono più convenienti.
Non hai futuro, mio caro web, ma non hai nemmeno il presente né l'attimo. Tutto è fermo alla medesima “demo”, ascoltata da troppi giorni, mesi, anni oramai. Fa paura chiedersi per quanto tempo ancora la si debba ascoltare nuovamente. E così ingozzi in ogni occasione utile, in ogni Natale, Capodanno, Epifania, Pasqua, ti metti a dieta e torni a satollarti ancora ancora ancora, facendo di ogni istante la festività della dimenticanza di quel che accade davvero.
E se ti riempissi di cultura, conoscenze, diritto, giustizia, coraggio? Se ingurgitassi a più non posso, così come fai con gli alimenti, anche la curiositas, la forza di volontà, lo spirito di sacrificio, il senso del dovere, la comprensione, la semplicità? Il tuo destino, pensi, sarebbe lo stesso?
Non lo saprai mai, se ti accontenterai di attraversare monotonamente e senza voce le cicliche festività, recitando continuamente la solita parte mai accettata e che ti è stata imposta nella demo del dominio tecno-totalitaristico di questo pianeta.
Mettiti a dieta, mio caro web, ma a dieta da quell'identità fotocopiata senza sosta e incollata sul tuo volto, e su quello di tutti gli altri, facendoti credere che coincida con te stesso. Te stesso, è tutt'altro e conosce una sola festa, che possa essere detta buona: il giorno in cui Democrazia significa, non più un disco incantato, ma per la prima volta un “governo di tutti” gli abitanti la medesima casa, la Terra.

Medita web, medita...

Pubblicato su Cmnews.it
http://www.cmnews.it/rubriche/oltreweb/la-festa-dellinoperosita/

mercoledì 8 gennaio 2014

Apilus*


- di Saso Bellantone
1944. Bagnara. C'è uno strano suono nell'aria. Non è quello dell'esplosione delle bombe, eppure le pareti della Vecchia Galleria Ferroviaria e i cuori sembrano scuotersi lo stesso. Vibrano, si lasciano attraversare da quel suono dolce, melodico, continuo... È da tempo che non si sente un tale silenzio e anziché lasciarsi condurre fra le tenere braccia di Morfeo, la gente, incredula, si sveglia.
È al limite delle forze. Stanca, sporca, affamata di cibo, di aria fresca e pulita, e di pace. Uomini, donne, bambini, anziani, tutti gli abitanti del paese, riversatisi all'interno del vecchio tunnel, nella speranza di scampare ai bombardamenti, si ridestano come incantati da quella risonanza e cominciano a uscire fuori. Fuori da quella gabbia dove per tanto tempo ci si è auto-rinchiusi per sopravvivere alla follia delle grandi Nazioni. Fuori da un incubo apparentemente senza fine.
Là, dove il silenzio sembra insolitamente troneggiare e avere origine, la gente comincia a raccogliersi. Si guarda incredulamente attorno e poi, iniziando ad abbracciarsi, a stringersi le mani, si scambia un'occhiata meravigliata l'una con l'altra, per avere la conferma che il silenzio è vero e non un'illusione della coscienza. Spunta qualche lacrima, qualche sorriso. Ma nessuno, nemmeno i più piccoli, osano proferire parola, per non spezzare le maglie di quel silenzio incomprensibile. I ricordi di giorni e giorni passati all'addiaccio, sono ancora troppo vivi. Morti, feriti, ammalati, quante persone sono scomparse sotto i loro occhi dentro quel benedetto e maledetto tunnel. Dove nel gelo invernale, per riscaldarsi, è bastato il respiro di un altro, mentre nell'afa estiva, lo stesso respiro poteva anche ucciderti, specie mischiandosi con il puzzo della latrina nelle profondità della galleria, dove i meno coraggiosi andavano a orinare e defecare.
Quei ricordi sono ancora intensi ma più intensi, adesso, sembrano i raggi del sole che spuntano da dietro il monte Cucuzzo, illuminando il paese distrutto e fumante. Non un colpo di cannone né di mitragliatrice sembra riecheggiare nelle vie. Non una nave all'orizzonte né volo di aereo tedesco sembra solcare il cielo. È troppo bello per essere vero, però nessuno ha il coraggio di pronunciare le parole proibite. Si attende, immobili e all'ascolto, nella speranza di non sentire mai rumore alcuno che spezzi il silenzio, confermando che l'incubo non è ancora finito e la guerra ancora dilaga.
Ma alcuni non stanno nella pelle. Anziché restare a guardare, scendono in paese, o, meglio, in quel che ne resta, per fare un sopralluogo e capire come stanno davvero le cose. Vanno in squadre, adulti e bambini come sempre, questi ultimi più adatti per i lavori che richiedono maggiore agilità e più difficili da convincere a rimanere al sicuro nella galleria.
La gente davanti alla galleria li osserva taciturna perdersi lentamente nel curvone all'orizzonte, come antichi spettri svaniti alle prime luci di un sole che sembra diverso, quest'oggi. Sembra un sole nuovo, più caldo, più pacato. Un sole auspicante nuova chiarezza, nuovi giorni, nuovo tempo libero da incubi e presagi nefasti.

Giunte all'altezza del macello, passando attraverso la montagna perché il ponte non esiste più, le brigate partite in ispezione dal tunnel dei rifugiati si dividono: una va a monte, direzione Porelli. Un'altra a valle. Per cautela, si procede di viuzza in viuzza e di casa in casa, nascondendosi dietro ogni rudere e rottame. Giunta al rione Milano, la squadra si divide e si comincia a esplorare le vecchie case. Tra le macerie, Peppino, un ragazzino di 16 anni, scorge casa sua e non trattiene la tentazione di addentrarvisi.
È tutto come l'aveva lasciato. Il tavolo con il cassetto dove la mamma stipava quel che restava, se si era fortunati, del pranzo o della cena, le sedie, il baule contenente pochi abiti e alcune lenzuola, la credenza, continuamente vuota, il lettone nel quale dormiva assieme alle sorelle maggiori, prima che si scatenasse la guerra. Stupendi ricordi gli tornano alla mente, vissuti felicemente assieme alla sua famiglia malgrado la povertà e la fame, scacciati subitaneamente via dal ricordo del sopraggiungere della guerra.
Stava tornando a casa quando erano esplose le prime bombe, facendo crollare su stessi interi palazzi, come fatti di burro. La gente urlava, piangeva, scappava in ogni direzione, mentre pezzi di calcinacci volavano in lungo e in largo. Aveva avuto paura e si era riparato in preda al panico dietro un'automobile. Poi però gli erano venute alla mente la mamma e le sue sorelle, sole, terrorizzate in casa propria, in balia delle esplosioni. “Ora sei tu l'uomo di casa” – gli aveva detto il padre, prima di partire per combattere – “Pensa tu a loro”. “Te lo prometto papà!” – aveva risposto fieramente il ragazzino. “Io tornerò presto.” – aveva proseguito il padre, carezzandogli il mento. Invece non era più tornato. Così Peppino si era fatto coraggio, aveva raggiunto casa e mantenuto la promessa, scortando la sua famiglia, da bravo ometto, là dove tutti si rifugiavano: nella galleria ferroviaria.
I ricordi sono interrotti da uno strano rumore lontano, continuo, metallico che si avvicina sempre più assordante, chiassoso, tonante, fino a far tremare le vecchie mura di casa. Istintivamente Peppino si getta sotto il tavolo tappandosi le orecchie, sperando che non si tratti degli invasori. Teme di essere scoperto e di essere deportato, come gli adulti raccontavano, nelle regioni dell'alta Europa. Poi, quando le mura cominciano a scricchiolare, lasciando cadere calcinacci sul pavimento, ecco che l'insopportabile frastuono finisce e torna il silenzio. Lo stesso silenzio dentro il quale si erano svegliati stamane.
Ma non è proprio il silenzio. Strane voci si diffondono nell'aria. Voci sorridenti, sì, ma incomprensibili, a parte quella di Ciccio il pescatore, il capo squadra. Sembra rivolgersi a quelle voci indecifrabili.
Incuriosito, Peppino esce fuori dall'abitazione e giunto in piena piazza Milano scorge l'impensabile. L'amico parla con due uomini in divisa ed elmetto che fuoriescono dalla parte superiore di uno strano mezzo corazzato, su cui è impressa una bandiera a stelle e strisce. I due continuano a lanciare con delicatezza degli oggetti a Ciccio, dicendo parole mai sentite e gesticolando, ma i tre non si capiscono. I soldati ridono, masticano, scherzano tra di loro, continuando a rivolgersi all'amico con parole e gesti, l'amico li guarda inebetito senza rispondere, provocando nuovamente il riso dei due.
Scorgendo il ragazzino avvicinarsi indeciso verso di loro, i due cominciano a chiamarlo, facendo segno di avvicinarsi senza paura: “Hi boy! Come on! Come here! Lest go...”. Mentre il ragazzino si avvicina, uno dei due sparisce all'interno del mezzo corazzato per poi tornare alla vista con una manciata di oggetti tra la braccia, che inizia a lanciare verso di lui.
Peppino comincia ad afferrarli istintivamente ma non riuscendo a prenderli tutti perde l'equilibrio e cade per terra, mentre i due soldati continuano a lanciargli gli oggetti addosso. Peppino li osserva. Scatolette, gomme da masticare, caramelle, dollari e quant'altro. È interamente sommerso da alimenti e leccornie. Sorride. Apre un pacchetto giallo e, scartatone il contenuto, lo annusa. Sembra cannella. Infila in bocca due o tre lingue del prodotto e comincia a sgranocchiare. Sono gomme. Gomme da masticare. Le più buone che abbia mai assaggiato.
“Do you like?! Ah ah ah ah ah!” – ridono i due, con quegli occhioni più luccicanti del sole appena nato.
Peppino fa cenno di sì con la testa, ricambiando il sorriso e mettendo in bocca altre gomme da masticare.
“Now, give us an apilus! Understand?! Apilus! Apilus! ” – dicono i due, guardando ora Peppino ora Ciccio, che continua a osservare incredulo gli uomini in uniforme. “Oh my god! Apilus boy, apilus! Understand?! Apilus! Apilus!”
“Ma chi lingua parranu chìsti, Cicciu! Chi dinnu?!” – Peppino chiede all'amico.
“Ma chi ssacciu, Peppinu! Sunnu 'Mericani! Avi na ura chi dinnu apilus apilus e fannu i sta manera ch'i mani ma jeu propriu non capisciu chi stannu ricendu!” – gli risponde Ciccio, unendo le mani allo stesso modo dei soldati, e mostrandole al ragazzino.
Apilus!” – ripete Peppino, osservando gli uomini in uniforme che, continuando a ripetere la stessa parola, fanno finta di portare una mano in bocca e di azzannare – “Vo' virìri ca chìsti vonnu i puma?!” – si rialza di scatto il ragazzino, imitando il gesto dei soldati, i quali, vedendolo iniziano a urlare festosi “Yes boy! Apilus!”.
Infilatisi nelle tasche altri pacchetti di gomme da masticare, Peppino fa segno ai soldati di restare dove sono e si precipita in fretta e furia dentro casa sua, dalla quale esce rapidamente con uno dei lenzuoli contenuti nel vecchio baule. Poi corre in direzione montagna e va nei terrazzamenti dell'amico Mimmo, perdendosi tra i vigneti e gli alberi da frutto, finché non giunge dinanzi ad alcuni meli. Arrampicatosi sull'albero, Peppino inizia a strappare le mele e a gettarle sul lenzuolo aperto proprio sotto di lui, riempiendolo in un batti baleno. Sceso poi dall'albero e richiuso alla bene in meglio il lenzuolo, Peppino torna nuovamente dai soldati, mostrando loro il contenuto del telo ed gridando loro gioiosamente: “Apilus! Apple! Mela!”.
“Yes boy! Apple! Apple! Great boy!” – rispondono gli uomini in uniforme, ricoprendolo nuovamente di scatolette, alimenti e qualsiasi altra cosa in loro possesso.


Riempito il telo di tutto quel ben di Dio, Peppino corre il più velocemente possibile assieme a Ciccio e agli altri compagni di spedizione in direzione della galleria ferroviaria, dove li attendono la mamma, le sue sorelle e gli altri rifugiati. Non vede l'ora di dare loro tutti quegli alimenti ma soprattutto di pronunciare quelle parole che, dalla mattina, nessuno osava recitare per paura che il messaggio annunciato dal silenzio svanisse. Adesso può farlo, può pronunciarle davanti agli altri e poi assieme agli altri. Sì, il silenzio mattutino era veritiero. Quel silenzio spezzato da una parola sconosciuta, indicante qualcosa di così semplice come può essere una mela, era portatore della notizia che tutti sentivano già nei loro cuori. “La guerra è finita”. Non è un sogno, ma la verità. L'incubo nelle cui nere maglie tutti erano rimasti ingabbiati, ha iniziato a diventare soltanto un brutto ricordo.

* Dedicato a Nonno Peppe.

mercoledì 1 gennaio 2014