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sabato 7 gennaio 2012

La Befana replica a Babbo Natale

- di Saso Bellantone
Cari bambini,
vecchi, adulti e piccini, avete ricevuto tutti la vostra calza? Bene, sono contenta. Le dichiarazioni di quel vecchio bacucco di un Babbo Natale mi hanno lasciata sconcertata e mi hanno imposto di replicare. È vero nel secolo precedente la tecnologia è cambiata più volte per effetto della rivoluzione elettrica, e questo ha spinto le aziende a rinnovarsi per migliorare la qualità dei propri prodotti e servizi. Tuttavia, accusare la sottoscritta del fallimento della propria azienda, come ha fatto quel vecchiaccio, quando le ragioni della bancarotta sono altre mi pare riduttivo e vittimistico.
Certo che la tua azienda è fallita, caro il mio Santa Claus! In tutti questi anni, come tu stesso hai descritto nella tua lettera, non ti sei mai privato di nulla, hai voluto tutto e hai sempre rinnovato le tue apparecchiature, malgrado quelle in uso, ogni volta, funzionassero alla perfezione. E tutto questo perché? Per seguire la moda e vantarti con gnomi e spiritelli di possedere sempre la tecnologia di ultima generazione?! Babbo Babbo! Fosse soltanto questo il motivo del tracollo della tua azienda! Ha sempre voluto mettere in regola i tuoi operai, per una questione di giustizia, con contratti e assicurazioni convenienti soltanto a loro e pagando loro ferie, malattia e qualsiasi altra scusa per non lavorare! Hai sempre avuto il vizio di trattare con trasparenza ogni fattura, dichiarando con esattezza ogni entrata e uscita, e ogni anno hai lamentato di trovarti in passivo, peggio di prima! In questa maniera, come fai a guadagnare?! Se non ingrossi le fatture e abbassi le buste paga, come fai a vivere e a mantenere tutte le spese e gli stipendi? Certo che finisci per indebitarti maggiormente e sei costretto a chiedere altri mutui e prestiti! Certo che sei obbligato a chiudere tutto! Sarebbe colpa mia, dunque, sei vuoi fare tutto secondo le regole e non vuoi adeguarti a quello che fanno tutti?!
È meglio pagare gli operai in nero, chiudere gli stabilimenti dove costano troppo e aprirli dove costano meno, operai compresi! È meglio dichiarare 200, pur avendo speso 100, così il guadagno è sempre tutelato! È meglio ricattare i lavoratori a dimezzarsi loro lo stipendio, piuttosto che toglierli di tasca propria! Se vogliono lavorare, siamo noi a dettare le condizioni, non loro! È meglio fare affari con chi comanda, siano politici, banchieri o confratelli e garantire loro una fetta di torta per assicurarsi delle entrate annuali!
Per farla breve, caro vecchio bacucco di un Babbo Natale, in un mondo dove tutti, persino gli spiriti natalizi degli altri Paesi e Confederazioni di Stati, vivono di macchinazioni e sotterfugi, come credi di poter mandare avanti un’azienda restando ancorato alla giustizia, alla legalità e alla trasparenza? Io almeno, quant’è vero che sono la Befana, preferisco tenermi le scarpe rotte per non fare insospettire nessuno, evitare i controlli e intanto fare quattrini su quattrini garantendo a ognuno la propria calza stracolma di prodotti “made in astuzia”! Meglio l’illegalità, l’ingiustizia e gli imbrogli che fare la fine che hai fatto tu!
La mia azienda funziona alla perfezione! Non è mai andata in passivo e i guadagni centuplicano ogni anno! Anche quest’anno la gente ha preferito le sottogriff e le copie ai tuoi prodotti ipercostosi! Ha speso qualcosa in meno, per rendere felici e contenti i bambini, però ha sempre svuotato le tasche e nemmeno se n’è accorta! Ci vuole bravura in tutto questo, non trovi?!
Perciò vecchio bacucco, fatti una ragione se la tua azienda è fallita e smettila di accusare la concorrenza! La verità è che non ci sai fare! Occorre essere lupi, non pecore come te! sei solo un povero pazzo con la tua mania della legalità! E la pazzia, come ben sai, conduce alla rovina, professionale e personale! Che brutta figura che hai fatto con tutti quei bambini! Per fortuna che ci sono sempre io ad allietare i loro cuori… e il mio, con il tintinnio della loro moneta! Grazie bambini che anche quest’anno mi avete preferito e non siete andati dietro le sciocchezze di quel Barbabianca!
Ora ti lascio, antiquato di un Babbo Natale, perché tra pochi minuti parte una scopa per le Cayman! Ricorda che in questo mondo solo i più forti e i più furbi vanno avanti, non i deboli e i sinceri come te! Tua per sempre, e per sempre ricca,

Befana.

Ps: come Babbo Natale e la sua azienda, nemmeno la Befana e la sua azienda sono reali. Se tuttavia nella precedente lettera Babbo Natale rappresenta un’Italia, un’Europa, un mondo globalizzato fatto di onesti, in questa lettera la Befana rappresenta un’altra Italia, un’altra Europa, un altro mondo globalizzato: quelli dei disonesti. In questa prospettiva, il dialogo epistolare tra i due assume un altro significato.

sabato 24 dicembre 2011

La lettera di Babbo Natale

- di Saso Bellantone
Cari Bambini,
vecchi, grandi e piccini, vi scrivo questa lettera con grande rammarico. Non so da dove cominciare e il solo pensiero di quanto sto per dirvi mi rattrista maggiormente, ma l’amore che provo per voi non mi lascia alternative. Ogni anno attendete la mezzanotte per vedermi comparire all’improvviso dal camino o dalla finestra e lasciarvi i miei regali sotto l’albero. Che gioia che provo nel vedervi sorridere e scartare ognuno il proprio dono! Il vostro sorriso, ogni volta, mi riempie il cuore. È per questa ragione che amo il mio lavoro e lo considero il più bello del mondo. Lavoro tutto l’anno senza sosta per appagarmi, in un solo istante, di quei sorrisi e non chiedo altro alla vita. La mia felicità è la vostra felicità. Tuttavia mi duole annunciarvi che quest’anno non mi vedrete saltar fuori dal camino né dalla finestra né da qualsiasi altro luogo. Quest’anno, vi chiedo scusa anticipatamente per questo, non ci incontreremo e sotto l’albero, ahimè, non troverete regalo alcuno.
Mi spiace dirvelo per mezzo di una lettera e non di persona ma, mi vergogno a dirlo, non saprei nemmeno come raggiungervi. Gli ultimi anni sono stati estremamente duri. Gestisco da millenni la più grande azienda esistente, ho operai in tutto il mondo e che si occupano delle mansioni più disparate, e non ho mai incontrato difficoltà. Siamo sempre stati puntuali, precisi, non abbiamo mai sbagliato una consegna e ogni anno abbiamo chiuso in pari in bilancio e abbiamo ricominciato da capo l’anno seguente. Ma gli ultimi anni sono stati estremamente duri. Da parecchio tempo non riusciamo più a raggiungere il pari in bilancio. Siamo in deficit. Abbiamo chiesto un prestito dietro l’altro, sperando di aggiustare le cose e tornare in attivo, ma ci siamo illusi. Le cose sono peggiorate maggiormente e ormai nessuno più è disponibile a farci un ulteriore prestito o a investire sull’azienda. Tutto ciò ha causato quel che volevo non si verificasse mai e, tuttavia, ormai è accaduto. L’azienda è fallita.
Il fallimento è cominciato con l’avvento dell’elettricità, delle nuove tecnologie e dei servizi, i quali hanno anche generato un radicale e continuo cambiamento dei costumi e consumi. Io e i miei operai eravamo felici della continua trasformazione ed evoluzione di queste apparecchiature e abbiamo iniziato a rinnovare l’azienda acquistando di tutto, senza badare a spese. Ma ci siamo ritrovati, di anno in anno, con troppe cose da pagare. Radio, frigoriferi, televisori, lavatrici, lavastoviglie, phone, forni elettrici, mangianastri, lettori cd, stereo, sbattitori, condizionatori, ventilatori, rasoi e spazzolini elettrici, tagliacapelli, piastre, forni a microonde, telefoni cordless e cellulari, computer, notebook, stampanti, fax, fotocopiatrici, televisori al plasma, palmare, I-phone, mp3, lettori cd portatili, lettori dvd, stufe e termosifoni, home theatre, proiettori e schermi giganti, tv digitale e satellitare. E ancora automobili, impianti stereo con schermo e le mensole con le casse più potenti, navigatori satellitari, cerchi in lega, assetto da corsa, scooter, mobilia, asciugamani, servizi da tavola, tasse, luce, acqua, gas, metano, affitto dei capannoni in alcuni casi, mutuo in altri, ici, ormai imu, spazzatura, canone rai, posti auto, carburante, linea telefonica e internet, alimenti, prodotti igienici, indumenti, insomma tutto l’occorrente per un capannone. E ancora farmaci, interventi/cure mediche improvvisi, ricariche telefoniche, lenti a contatto o occhiali, prodotti di bellezza maschili e femminili, biglietti del cinema, dei teatri, dello stadio, dei concerti, dei parcheggi, dei treni, degli aerei, dell’assicurazione; bollo, immatricolazione, libri, cd, materiale scolastico e universitario, prodotti necessari per i figli – dagli indumenti agli alimenti, dai passeggini alle culle, dall’occorrente sportivo a quello per le gite scolastiche o per i viaggi di studio – il costo dei ristoranti, delle pizzerie, dei veglioni, delle feste di compleanno, di diploma, di laurea, di matrimonio, battesimo, cresima, venticinquesimo, cinquantesimo; il costo delle sigarette, degli alcolici, dei quotidiani, delle raccomandate, di caramelle, gomme da masticare, bracciali, collane, anelli, orecchini, piercing, tatuaggi, dei funerali, del cimitero, del viaggio di nozze, delle vacanze al mare, in montagna, nelle capitali italiane ed europee, degli avvocati, dei commercialisti, dei notai, del parrucchiere, della babysitter, di Fido, Miao, Nemo, Tarta e Ruga.
Insomma, se a tutte queste spese e a molte altre ancora, sulle quali non sto qui a puntualizzare, si aggiunge il costo di ognuno dei miei gnomi operai, si capisce allora il perché di questo fallimento. Sono un Babbo Natale serio e ho sempre voluto che ognuno dei miei dipendenti fosse contrattualmente e fiscalmente in regola. Questo, naturalmente, ha comportato una spesa per ogni singolo operaio maggiore dello stipendio percepito da ognuno a fine mese, perché dovevo pagare loro i contributi, l’assicurazione e tutto il resto. E tutto ciò, alla luce delle progressive spese elencate e della rivoluzione accaduta da quando è apparsa quella vecchia, come la chiamano, ah sì, Befana, ha comportato il crollo della mia azienda. Da quando c’è questa Befana, la mia azienda ha perso mercato in modo vertiginoso. Secondo quanto mi hanno spiegato, questa Befana riesce ad abbattere i costi di produzione di ogni regalo, perché ha esportato le sue aziende all’estero, dove la qualità della vita è molto inferiore rispetto a quella della Lapponia, quindi dove non soltanto la merce costa molto di meno ma perfino gli stipendi degli stessi operai sono molto più bassi. Per non parlare poi delle aziende che Lei ha lasciato proprio qui in Lapponia, le quali per abbattere i costi fanno produrre i loro regali da altre aziende costituite da dipendenti che lavorano in nero. Per farla breve, dal momento in cui è apparsa la Befana, la mia azienda non è riuscita più a sopportare i costi e le spese. Di anno in anno ho dovuto licenziare sempre più operai, chiudere stabilimenti ma non è servito a nulla. La mia azienda ha contratto tanti di quei debiti con i fornitori, gli assicuratori e i banchieri da vedersi costretta a chiudere i battenti.
Mi spiace Bambini che la nostra storia di incontri, regali e sorrisi debba finire in questo modo. Da quest’anno il Natale non sarà più lo stesso, voi non sarete più gli stessi io non sarò più lo stesso. Con il fallimento della mia azienda ho perso tutto quel che avevo, persino le renne, ho perso anche il diritto di avere un mio nome, il mio nome. Vi chiedo nuovamente scusa se le cose sono andate in questo modo, ma non c’è stato nient’altro da fare. So di non essere nelle giuste condizioni per farlo, ma vorrei chiedervi un favore, anzi due. Il primo: quando non troverete nulla sotto l’albero, non comprate i prodotti di quella strega, quella Befana; non fosse stato per lei, forse oggi la mia azienda sarebbe ancora all’in piedi. Il secondo: donate, scambiatevi lo stesso dei doni, quelli cioè che non possono essere comperati e sapete a cosa mi riferisco: l’amore, l’amicizia, il rispetto, la tolleranza, la cura, insomma il tempo per gli altri. Forse in questa maniera il Natale non scomparirà mai, anzi sarà veramente, per la prima volta, Natale ed io non potrò tenermi il mio nome.
Vi voglio tanto bene, il vostro

Babbo Natale.

24/12/2011
Korvatunturi, Lapponia.

PS: Peccato non esistano davvero Babbo Natale e la sua azienda. Se così fosse stato, il fallimento della sua azienda forse avrebbe pensare e capire che la crisi economica, oltre che essere una macchinazione bancaria internazionale, dipende anche dall’estrema condotta consumistica che ci qualifica, anzi s-qualifica, dalla culla alla bara. Malgrado Babbo Natale e la sua azienda non esistano, l’azienda Italia, Europa, mondo globalizzato vivono veramente la situazione drammatica raccontata in questa lettera la quale, in questa prospettiva, merita di essere letta da capo.

sabato 22 ottobre 2011

Buona fusione Italia!

- di Saso Bellantone
Si dice che una volta toccato il fondo, ci sia la risalita... si dice. Accadrà lo stesso per l'Italia? La risalita è quel che ci si augura ma lo scenario spettrale nel quale viviamo non sembra preannunciarla. Ormai si vive come zombie in cerca di sangue per sopravvivere, ma ormai si è tutti dissanguati. Tutti, tranne i potenti, i sangue blu che siedono sulle poltrone del potere e giocando a Italiopoli continuano a far finta di niente, a non vedere l'immenso cimitero abitato da cadaveri ambulanti nel quale si è trasformato lo Stato. Questa cecità però non ha una lunga autonomia e i signori dell'Italia, prima o poi, dovranno rendersene conto. Pena: o diverranno degli zombie pure loro o saranno divorati dagli altri. Non si crede più alle eterne chiacchiere diffuse dalla borsa a proposito dei titoli italiani, ora su ora giù ora su giù. Inutile iniettare queste false speranze e illusioni. Non ci sarà mai una risalita. L'Italia sprofonda, come una trivella impazzita diretta verso il centro della Terra, dove fondersi con il nucleo del pianeta e sparire come mai esistita. Non c'è modo di fermarla. L'energia nera, che aumenta vertiginosamente i tempi di rotazione, di trapanazione e di sprofondamento del cimitero Italia, ha una provenienza molteplice: gli impareggiabili migliaia di milioni di euro di debito pubblico; la febbrile disoccupazione di giovani e adulti, causa di espatrio o di suicidio dei primi e di indebitamento dei secondi; i concorsi truccati, sospesi, rinviati o eliminati del tutto; la sanità inefficiente; la scuola pubblica in malora e quella privata per la gloria di pochi benestanti; pensionamenti irraggiungibili nemmeno con l'aiuto di un telescopio elettronico, a meno che non ci si trasformi in re Mida e si riesca a tramutare in oro persino le proprie feci; aumento a oltranza delle tasse, delle assicurazioni, degli affitti, degli alimenti, di qualsiasi bene di prima, di seconda o di infinitesimale necessità; incapacità di comprare casa, di chiedere un mutuo, di metter su famiglia o di crescere figli; investimenti nella ricerca, zero; aumento scellerato del prezzo della benzina; impossibilità di morire se non pesando sui propri familiari, chi ce li ha, per le spese di funerali, seppellimento e pagamento dell'affitto dello spazio tombale; le università pubbliche vengono penalizzate per favorire quelle private, ormai covo di rampolli di milionari; i servizi “disserviziano, non funzionano; l'inquinamento è alle stelle; aumento della criminalità, delle truffe, degli omicidi e dei suicidi; costrizione a sentirsi male nell'orario sbagliato, per evitare di essere indagati o incarcerati perché non lo si è fatto nell'orario giusto; i ricchi capitalisti, imprenditori e azionisti si arricchiscono; i poveri operai, dipendenti pubblici, privati e in nero si impoveriscono; i partiti operano per interessi personali e imprenditoriali; i sindacati lavorano per i partiti e non per chi rappresentano; gli imprenditori ricattano gli operai; le aziende chiudono, riaprono all'estero per spendere di meno e riportano i propri prodotti in Italia, pretendendo che chi è senza lavoro, perché è stato licenziato dalle aziende stesse, compri; i parlamentari badano a godere dell'onorabilità della carica per i ingrossare i propri stipendi e assicurarsi una felice pensione con due anni e mezzo di governo; i magistrati indagano tutti, anche la suocera perché parla troppo o il proprio cane perché ha fatto la pipì in casa; le forze dell'ordine subiscono tagli di continuo e nel contempo lo Stato pretende che facciano il loro lavoro, rimettendoci di tasca propria; si finanziano grandi opere per arricchire le tasche di politici e criminali; insomma, è il delirio.
In questo panorama, seppur riduttivo rispetto all’energia nera in atto, come può l'Italia sperare in una risalita? Il sistema è in collasso e a nulla servono le trasfusioni economiche dell'UE, dal momento che sono un palliativo per i molti e un favore per i pochi multi-milionari. Inutile fare manfrine: quando si diventa zombie, non si tornare vivi. Il centro della Terra è ormai alle porte. Perciò, buona fusione Italia! Se sopravvivere vuol dire lasciarsi dissanguare dai potenti, allora è meglio morire… non conviene più stare in questo Stato.

giovedì 23 dicembre 2010

ADDIO ALLA LIBERA E AUTONOMA UNIVERSITA'

- di Saso Bellantone
Gli articoli 9 e 33 della Costituzione recitano rispettivamente che la Repubblica Italiana «promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica» e che «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento […]. Le istituzioni di alta cultura, università e accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato». In breve le arti, le scienze, i saperi non soltanto sono liberi ma il loro sviluppo è sostenuto dalla Repubblica. Almeno, prima dell’approvazione del DDL Gelmini era così. L’approvazione del disegno di legge, ormai della legge Gelmini sull’Università (161 i sì, 68 i no, 6 gli astenuti) dimostra che al Parlamento (per essere più precisi, alla maggioranza) non interessa rispettare quanto si afferma nella Costituzione né la volontà dei giovani studiosi.
I padri fondatori e firmatari della Costituzione della Repubblica, nonché i partigiani, i morti e i dimenticati, si rivoltano nella tomba come indemoniati. La legge Gelmini infatti stabilisce l’inaugurazione di un lento processo di manipolazione delle Università, allo scopo di togliere ai saperi, alle arti, alle scienze la linfa che occorre loro per essere se stesse: la libertà.
È svanito il tempo in cui un piccolo gruppo di studiosi, maestri e librai decisero di creare un luogo dove insegnare a tutti e studiare liberamente, per opporsi ai poteri temporale e papale mediante il libero sapere, la libera espressione e circolazione delle idee, della ricerca, dell’arte, della scienza, della cultura, in una parola del pensiero. Oggi, quel momento decisivo per la libera e civile formazione di milioni e milioni di coscienze future, svanisce in un baleno, con un semplice “sì”, cancellando oltre ottocento anni di storia. Da oggi, le arti, le scienze, i saperi, la ricerca, la cultura, il pensiero – questa è l’Università – non sono più liberi. Sono terre di confine delimitate dal filo spinato della politica da un lato e da quello dei capitalisti dall’altro lato (perché la legge Gelmini ne getta le basi)
L’ingresso di privati nel CdA (e anche altrove) dei singoli Atenei (termine che riecheggia il luogo d’origine di tutte le forme di pensiero, di scienza, di arte, di sapere occidentali), trasforma il mondo universitario in una grande azienda in cui vige la logica della fabbrica, della produzione cioè di beni “prezzabili e vendibili”; del pari in bilancio, qualora non si riesca ad essere in attivo; del lavoro. Tali privati potranno svolgere un ruolo determinante per direzionare tutta la produzione della grande macchina accademica verso obiettivi, soluzioni e progetti utili per le aziende che rappresentano.
Con la giustificazione di sedare l’orrenda epidemia del baronaggio e degli sprechi (e questo punto, così come alcune proposte di riorganizzazione amministrativa degli Atenei sono condivisibili), la legge Gelmini taglia i fondi agli studenti (ma anche ai ricercatori e ai dipartimenti), introducendo artificiosi “premi di produzione” gestiti su scala nazionale dal Ministero e finanziati “anche” da privati. Secondo criteri ancora oggi oscuri, (che saranno introdotti successivamente, come specifica il testo della legge in esame), gli studenti eccellenti e meritevoli avranno la possibilità di partecipare ad alcune prove nazionali standard per ottenere alcuni “bottini da cantiere” tratti da un “fondo speciale”, tra i quali, oltre ai premi di studio totalmente a fondo perduto (chissà chi li vincerà), buoni di studio e prestiti d’onore (chissà chi vincerà pure questi) di cui una parte è da restituire nel tempo durante la carriera lavorativa post-universitaria (chi avrà la fortuna di lavorare).
La legge Gelmini introduce un altro antipasto: la possibilità per le “fabbriche universitarie” più in difficoltà di “fondersi o federarsi” allo scopo di risolvere problemi di natura economica, amministrativa e dell’insegnamento;inoltre, istituisce un fondo triennale a rotazione per il riequilibrio economico degli Atenei (che esclude logicamente a priori quegli atenei che si fondono o si federano). In tale contesto, si propone ai dipendenti (qualsiasi sia la loro mansione) di segnalare al Ministero se si è disponibili oppure no a un possibile trasferimento futuro di sede e, qualora le liste di disponibilità relative non corrispondono alle aspettative del Ministero, quest’ultimo avoca a sé il potere di trasferire forzatamente chi preferisce.
Gli studenti perdono le borse per il diritto allo studio e, in questo modo, perdono la propria umanità, trasformandosi in macchine da lavoro che riecheggiano vecchi campi da lavoro. Il loro operato, secondo le direttive stabilite “anche” dai privati (LEP), consente loro di ottenere l’ambito premio, la sopravvivenza, oggi trasformata in un fatto di quattrini.
I professori perdono da un lato la possibilità di accedere alle cattedre secondo i criteri e le modalità di valutazione un tempo riconosciuti ai singoli dipartimenti delle specifiche Università, dunque di mettere al più presto al servizio dei giovani e della comunità scientifica le proprie ricerche individuali; dall’altro lato, sono costretti a pagare per altri quattro anni per vedersi riconosciuto il diritto di partecipare ai concorsi abilitanti nazionali, i quali attribuiscono le cattedre ai più meritevoli (chissà chi vincerà anche tali concorsi).
I ricercatori perdono la possibilità di continuare nel tempo le proprie ricerche scorgendo a una distanza annuale che va, a seconda dei casi e degli assegni, dai 6 ai 10 anni dall’inaugurazione delle ricerche stesse, la porta d’uscita con su scritto “grazie e arrivederci”.
Si offre la possibilità, a quegli esperti di una specifica disciplina, di “guadagnarsi” una cattedra sulla base delle proprie doti oratorie, vale a dire di una “lezione orale” tenuta in presenza dei fantasmi, dei sedie vuote e di alcuni funzionari chiamati a decidere chi promuovere e chi bocciare tra tali esperti nell’arte oratoria (ma anche in questo caso, i criteri saranno stabiliti poi).
Si obbliga i professori, per esempio, a svolgere ogni tre anni un rendiconto scritto della propria attività, da inviare direttamente al Ministero mediante “letterina”, considerando il docente la persona adatta per svolgere tale bilancio, anziché istituire funzionari, organi o commissioni che si occupino di questo compito.
Si istituisce la leggendaria commissione paritetica composta da docenti-ricercatori-studenti, allo scopo di monitorare, verificare, revisionare e perfezionare lo studio delle singole discipline, sulla base del giudizio degli studenti che, in quanto tali, “sono già ultra-esperti della disciplina che hanno appena incominciato a studiare”.
Insomma (come si legge testo della legge, continueremo in altra occasione), è l’inizio della fine non soltanto delle Università ma del buon senso e del raziocinio. Perché con questa manomissione, con questo intrufolamento del Ministero (sia chiaro, previsto dall’art. 33 della Costituzione malgrado sia abusato con tale legge) muoiono il sapere, le arti, le scienze, in una parola la speranza che le nuove generazioni, i nascituri e i posteri ripongono già nella cultura tutta, rappresentata dalle Università.
Adesso, si studierà entro i confini che politici, capitalisti ed ecclesiastici stabiliranno, allo scopo di controllare meglio le masse, impedire loro di pensare liberamente, qualunque sia la disciplina di cui si occupano, e incarcerarli nella triste logica del produrre capitali, quattrini, spiccioli – tale è ormai considerata la cultura, un prodotto per fare quattrini.
Se questo è lo scenario che si profila, al quale il Parlamento si è detto favorevole, allora non basta più che gli studenti e gli studiosi protestino. Si è di fronte a un trivio: lasciare che la libera cultura (tutta) esali l’ultimo respiro; fare sopravvivere la cultura al di fuori delle terre di confine “aziendaccademiche”; oppure scegliere di “ribellarsi democraticamente e legalmente” a tale legge. Ossia: fare della libera cultura (tutta), simbolizzata dalla libera Università, una forza politica. Dal momento che i partiti e i loro leader non rispecchiano la volontà giovanile, e l’approvazione del DDL Gelmini ne è l’ennesima prova, forse bisogna cominciare a impiegare le stesse armi dei partiti, parlare il linguaggio della politica, giungere al Parlamento (ma anche altrove) con libere e democratiche elezioni per difendere, così come recita la Costituzione, non soltanto il diritto allo studio ma le risorse principali a partire dalle quali immaginare un futuro: i saperi, le arti, le scienze, il pensiero, sinonimi di libertà. La difesa della cultura (tutta), forse, ricomincia da questo compito.

martedì 14 dicembre 2010

IL GOVERNO RESTA E LA CRISI DEI PARTITI PURE

- di Saso Bellantone
Mai l’Italia è stata col fiato sospeso così com’è avvenuto in questi giorni per via del voto di fiducia/sfiducia al governo Berlusconi. I quotidiani, le televisioni, le radio, il web, tutti si sono districati all’interno di un tortuoso labirinto fatto di pronostici, profezie, scaramanzie, bilanci, sondaggi, calcoli, favole e paparazzate, ma alla fine tutto sarebbe stato deciso dal voto. E così è stato.
Dopo una fiducia pressoché discreta al Senato (162 sì/ 135 no), il governo Berlusconi ottiene anche un’esigua fiducia alla Camera (314 sì/311 no). Nulla è cambiato, dunque (scissioni a parte): si và avanti. Ma le cose sarebbero cambiate se l’esito delle votazioni fosse stato all’inverso? Se si fosse creato un governo tecnico, con o senza la vecchia maggioranza? Se si fosse tornati al voto? Con amarezza, bisogna ammettere che non sarebbe cambiato nulla lo stesso. Perché il problema non è soltanto Berlusconi ma la politica in generale.
L’Italia attraversa infatti da parecchio tempo ormai (solo che nessuno la vede o fa finta di non vederla) una crisi peggiore di quella economica e dei valori: quella dei partiti. Nel tempo della morte dei vecchi ideali (fascisti, comunisti, cattolici, repubblicani ecc.), questi spauracchi arrugginiti si sdoppiano, si triplicano, si moltiplicano all’infinito e, tinteggiandosi innumerevolmente di nuovi simboli e nuove sigle, continuano a stuprare instancabilmente, annichilendole, le parole del popolo, tra le quali democrazia, libertà, valori, giustizia, unità, lavoro e via dicendo. Tutto questo avviene non soltanto allo scopo di garantire il potere nelle mani di pochi (la casta) ma anche per amplificare la cesura tra potenti e impotenti, tra ricchi e poveri (le masse, o gli italiani) e, alla fine, per consentire un domani a pochissimi, sul piano internazionale, di giocarsi a dadi il destino della Terra.
I partiti, questi vecchi spaventapasseri con abiti nuovi, non corrispondono più ai bisogni della popolazione. Non c’è contatto con la gente e le nuove leve sono soltanto degli sfortunati che, nella loro ingenuità, sono più soggetti al lavaggio del cervello o che, nella loro fragilità, si lasciano stregare più facilmente dal tintinnio delle tasche piene. Non ci sono idee, solo miraggi. Non ci sono programmi, solo fotocopie di fandonie utili per realizzare i propri interessi personali a scapito di tutti gli altri. C’è troppo individualismo, un generale culto-ricerca del leader che somiglia più a una silenziosa imposizione di un nuovo totalitarismo anziché a una democrazia parlamentare e rappresentativa. Non importa di quale partito si parli: all’interno di ognuno, non c’è carriera né merito, soltanto un accettato asservimento a un meccanismo gerarchico, clientelare, nonnista e trasformista che premia chi ha più quattrini, più amici, chi è più bravo a rendere partecipe tutti gli altri del potere, escludendo il popolo.
È evidente, in questa prospettiva, che le cose non cambieranno mai per gli italiani: né con questa votazione, né con le altre. Tutto resterà uguale, finché ci saranno questi partiti, capeggiati dai soliti matusalemme (e duplicati) e difesi a spada tratta dai barbagianni vagabondi che, pur avendo fatto il loro tempo, continuano a fare proseliti, a fare altri schiavi come loro (ma non se ne rendono conto, forse). L’esito della votazione di oggi, deve far riflettere tutti: se non ci sarà una rivoluzione istituzionale, che segni la morte definitiva dei vecchi partiti e politici e la nascita di nuovi movimenti e nuovi politici, totalmente estranei a quelli passati, non si potrà parlare di Terza Repubblica né di politica. Dunque, nemmeno di innovazione e di futuro.

sabato 11 dicembre 2010

LA CRISI... ARRIVEDERCI A DOPO LE FESTE

- di Saso Bellantone
Ah! La crisi la crisi! Le tasse aumentano, il costo della vita pure, gli stipendi e il lavoro invece, non solo diminuiscono ma cominciano anche a volatilizzarsi. Per questo motivo gli italiani s’incazzano, scioperano, protestano, si lamentano… Non si arriva a fine mese, a volte manco all’inizio del mese, i giovani sono a spasso perché come afferma giustamente qualcuno “Il sapere non paga”, la sanità và a rotoli, la ricerca và all’estero, le aziende chiudono in Italia e aprono altrove per abbattere i costi (cioè per pagare di meno gli operai, altri operai), il Mezzogiorno è soffocato dal problema dell’immondizia, dall’assenza di strutture e infrastrutture, di fabbriche, di imprese e di consorzi. L’acqua è sporca, gli alimenti provengono spesso da zone contaminate, l’aria è irrespirabile, i bambini sono sempre ammalati, gli anziani sempre da soli e i poveri sempre più pazzi. Le strade sono distrutte, le frane continue, i trasporti sempre più rovinosi e costosi, i resti storici, archeologici e artistici abbandonati, come si suol dire, all’acqua e al vento, e intanto si continua a finire l’eterna Salerno-Reggio Calabria, si progetta il ponte sullo Stretto e si osa imporre alla popolazione la creazione di una centrale a carbone a Saline Ioniche. Ci si lagna degli sprechi, dei brogli, dei contratti multi-milionari di calciatori, veline e dirigenti delle più grandi società; si brontola per via della criminalità, delle rapine, degli abusi sessuali sui minori, degli omicidi, dei rapimenti, del razzismo, del fondamentalismo e fanatismo religiosi, del sì o no alla croce a scuola, del sì o no ai simboli padani nelle scuole; si mugugna che i politici non fanno bene il loro mestiere, che i partiti sono soltanto un vuoto miraggio, che la giustizia non è uguale per tutti e, alle volte, neanche quella divina. Insomma, si manifesta il proprio scontento per tutto a causa della crisi economica e si è furiosi come bestie: le lamentele sembrano arrivare alle stelle, per bussare alle porte del Creatore e chiedere un miracolo… ma ecco che arriva il Natale…
Quanta neve! Quante illuminazioni! Quanti alberi e presepi! Quanti Babbi Natale che s’arrampicano sui camini o sulle inferriate dei balconi! Quante vetrine colorate! Quanti spot! Quante canzoni natalizie! Quanta tredicesima (chi ce l’ha)! Per fortuna dei politici e dei burocrati, il Natale giunge prodigiosamente per salvare governi, poltrone e teste, operando un generale lavaggio del cervello degli italiani. Per effetto di questa grande illusione, la gente si ritrova narcotizzata, diventa deficiente, smemorata. Non conosce più il termine “crisi”, non la vede, non la percepisce più. Invasata dell’aria del Natale, dei cenoni, dei panettoni, delle tombolate, dei regali, dell’apparenza, diventa più buona, più sorridente, più speranzosa. E intanto chi manda a rotoli l’Italia tira un respiro di sollievo e asciuga il sudore della fronte, generato dalla costrizione di stare per giorni, mesi, anni incollato a una sedia (non quella del parlamento, bensì quella di casa propria o di hotel in riva al mare o in montagna) per fare i propri interessi e non quelli degli italiani. Poi, quando l’anestesia natalizia avrà terminato il suo effetto e, come per incanto, ci si ritroverà davanti alla vecchia Italia che s’inabissa sempre più nel mare della decadenza, tutti torneranno a incazzarsi, a scioperare, a protestare, a contestare a causa della crisi… tanto dopo arriverà la Pasqua e ci sarà un’altra tregua tra i belligeranti: i potenti (i politici e i burocrati) e i nullatenenti (il resto degli italiani).
Ah! La crisi la crisi! Se interessa davvero superarla, cari italiani, occorre boicottare l’illusione del Natale e costringere i vecchi e soliti politici e burocrati, troppo legati al potere, a fare l’unico gesto intelligente della rispettiva carriera politica e dirigenziale: andarsene tutti a casa e passare il testimone ad altri, possibilmente ai giovani.

giovedì 9 dicembre 2010

L'ALBERO DELLA CUCCAGNA

- di Saso Bellantone
In questi giorni se ne sentono di tutti i colori: il governo non ha la maggioranza; il governo ha fallito la sua missione; bisogna andare al voto; occorre creare un governo tecnico per attuare le riforme; “l’Italia ha bisogno di me”; “Non mollerò mai”; “Siamo pronti per governare”; terzo polo, polo nord, polaretto, Pollicino, polenta… per farla breve, chiacchiere di svariata natura tornano alla moda allo scopo di confondere le idee degli italiani e tenerli occupati con altro, mentre tutti i boscaioli e i cavalieri dell’UDC, FLI, PDL, PD, PIPI, P8, COLPITO E AFFONDATO, insomma tutti i parlamentari si preparano per tornare al giardino dell’Eden, chi con asce e motoseghe, chi con scudo e lancia, e decidere le sorti del governo. La preparazione psicologica di questi taglialegna e paladini per stabilire il destino dell’albero della conoscenza del bene e del male è così seria che è paragonabile a quella di un fachiro che è allergico agli spilli del letto sul quale dovrà sdraiarsi o a quella di un asceta che, allontanatosi da ogni fonte di peccato della società industrializzata per raggiungere la purezza spirituale, contempla i misteri della natura e del Creatore studiando a fondo un giornale erotico.
Ricorrendo all’arte divinatoria del sospetto generato da decenni di governi fatti sempre con le solite teste, gli italiani cominciano a scorgere visioni premonitrici di quello che accadrà il 14 dicembre (fortunatamente non è il 25 dicembre, altrimenti queste vedute avrebbero anche assunto un significato mistico-religioso). Tra le quali, la seguente.
Al centro del paradiso terrestre-Italia, s’intravede solitaria la pianta con i frutti proibiti che più di una volta i parlamentari hanno addentato: il potere. A un certo punto, molti guerrieri valorosi, difensori del monopolio finora gestito, cominciano a disporsi innanzi all’albero della conoscenza del bene e del male con fare deciso. Da lontano, invece, si scorgono arrivare gli spaccalegna con denti aguzzi e la bava alla bocca, lisciando l’ascia e oleando la motosega, i quali non vedono l’ora di gustare nuovamente il frutto vietato e tenerselo tutto per sé. È il silenzio. I due schieramenti si osservano immobili con gli stessi avidi sguardi. Tutto è fermo. Poi le lance cominciano a percuotere gli scudi, una dopo l’altra, finché riproducono all’unisono il ritmo del loro cuore impavido che batte all’impazzata. Di pronta risposta le lame delle motoseghe iniziano a girare e il rumore del motore di ognuna riverbera nell’atmosfera la stessa sete vampira che corrode il loro spirito. È un frastuono quasi apocalittico. Tutto incomincia a vibrare. Fino al momento in cui una mela cade dall’albero e, rotolando, finisce proprio in mezzo alle due divisioni. Quando questa si ferma, le prime linee delle rispettive armate partono all’attacco, lanciando grida battagliere. Ma a un passo dal nemico, avviene quel che era prevedibile: tutte le lance e tutte le motoseghe si fermano. Nessuno riesce a colpire. Tutti iniziano a tremare e lasciano cadere in terra le armi. Tutti i cori da battaglia si deprimono per lasciare posto al suono di un pianto che si diffonde in ogni dove. Taglialegna e Paladini si abbracciano, si stringono forte l’un l’altro, in lacrime, decidendo di smettere di guerreggiarsi. Poco dopo, si siedono tutti quanti, amici come prima, intorno all’albero della conoscenza del bene e del male e mangiano insieme il frutto proibito, promettendosi la pace, per un’altra legislatura.
“In fondo – dice uno – che cos’è l’albero della conoscenza se non un albero della cuccagna?! Un’Eldorato tutta per noi, da spartirci noi e soltanto noi?!”.
“Hai ragione! – replica un altro – Anzi, per commemorare questo momento, perché non sacrifichiamo qualche migliaio di schiavi, cioè di lavoratori, disoccupati e inoccupati?”.
“Sìììììììì!” – urlano tutti, invasati dal sapore del potere.
E nel bunga bunga generale, di destra di sinistra e di centro, i parlamentari si riconobbero come un’unica tribù, costituita da un’unica casta sacerdotale devota al dio Potere, in guerra contro il resto degli italiani.

Morale della favola: l’avidità di potere della classe politica dirigente, trova sempre il modo per fare miracoli a proprio esclusivo vantaggio. Il 14 dicembre, non cambierà nulla per gli italiani.

sabato 1 maggio 2010

GALILEO GALILEI DIVIN UOMO

- di Saso Bellantone
Alcuni giorni fa, in commemorazione dei 400 anni dalla pubblicazione del Sidereus Nuncius, un gruppo di scienziati cinesi appartenenti al Ccast-Wfs (China Center of Advanced Science and Tecnology e World Federation of Scientist), ha donato alla basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri di Roma una scultura in bronzo – alta sei metri e progettata dal premio Nobel per la Fisica 1957 Tsung Dao Lee – che ritrae Galilei, padre della scienza moderna. Durante l’inaugurazione, che si è svolta il 28 aprile alle 11:00, hanno partecipato varie personalità di spicco del mondo politico e scientifico italo-cinese. Per dirne alcuni: Antonino Zichichi, i ministri Bondi e Matteoli, l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, l’ambasciatore della Repubblica popolare cinese Ding Wei, il vicesindaco Mauro Cutrufo, i membri del Ccast e del Wfs.
Il parroco, monsignor Renzo Giuliano, afferma che la statua rappresenta il coronamento di trent’anni di attività scientifica e tecnologica svolta sotto la guida di Antonino Zichichi: Galileo – continua il parroco – «era un uomo profondamente credente […] la fede lo ha portato alla sua scienza». Zichichi dichiara: «Con questa statua abbiamo le prove di cosa vuol dire grande alleanza tra ragione fede e arte». Ding Wei afferma che la statua, dal nome “Galileo Galilei Divin Uomo”, «è utile per commemorare un uomo il cui lavoro è stato fondamentale per l’umanità ma anche per ereditare il suo spirito grandioso. Galileo fu l’avanguardia della rivoluzione scientifica, tutta la sua vita fu guidata contro le visioni conservatrici che ha significato emancipazione del pensiero».
Premettendo che la ragione ha portato Galilei alla propria scienza, se si vuole rafforzare l’alleanza tra ragione fede e arte e, in questo modo, ereditare lo spirito grandioso di Galileo, la collocazione di una statua del padre della scienza in una chiesa, a 18 anni dalla sua riabilitazione svolta da papa Giovanni Paolo II, non basta. Per essere più precisi: la statua rappresenta certamente un segno di avvicinamento tra ragione e fede – arte esclusa – ma l’inizio della totale riduzione della distanza tra queste due dimensioni sarebbe più evidente se la Chiesa non si pronunciasse più contro l’eutanasia, l’aborto, le staminali e simili ed evitasse di sostenere che la verità assoluta dell’uni(pluri)verso è nel cristianesimo (o meglio nel cattolicesimo). Se questo non accade, pur ponendo statue di Galilei in tutte le chiese del mondo o immagini del padre della scienza vicino ai crocifissi appesi alle pareti di tutti i luoghi pubblici d’Italia e del mondo, alla fine, ragione e scienza resterebbero ugualmente due domini separati.

lunedì 19 aprile 2010

DERBY DI VIOLENZA A ROMA: IL CALCIO HA PERSO LA PROPRIA ESSENZA

- di Saso Bellantone
Dopo il derby disputatosi ieri sera allo stadio Olimpico di Roma, le rispettive tifoserie delle squadre di calcio Roma e Lazio testimoniano, per l’ennesima volta, che il calcio non è più uno sport né un gioco ma un’occasione utile per dare sfogo gratuitamente alla violenza.
Malgrado all’inizio della competizione sportiva vi erano stati degli scontri tra le tifoserie, prontamente ammansiti dalle forze dell’ordine con tre arresti, subito dopo la fine della partita romanisti e laziali si sono scontrati fuori dallo stadio, generando il caos. Dieci i feriti, tre gli accoltellati trasportati in ospedale, tra i quali un giovane colpito alla carotide. Il ragazzo è stato operato immediatamente al Policlinico Gemelli e adesso, fortunatamente, è fuori pericolo.
I lanci di petardi e di bombe molotov hanno coinvolto una Clio con a bordo una donna tunisina assieme ai figli di 9 e 11 anni. I tre sono riusciti a scappare prima che il veicolo prendesse fuoco e uno dei bambini è rimasto lievemente ferito a un ginocchio. Gli scontri hanno interessato altre vie della capitale, provocando il blocco dei mezzi pubblici tra i quali alcuni autobus pieni di passeggeri, finché l’intervento delle forze dell’ordine è riuscito a disperdere gli ultras. Da alcune automobili e furgoncini nascosti dietro le siepi, la Polizia ha sequestrato diverse accette, coltelli, sassi e pezzi di marmo, divelti da una scalinata nei pressi dello stadio. Numerosi i danni alle abitazioni e ai locali commerciali delle zone che hanno fatto da teatro agli scontri tra le tifoserie.
Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha sollecitato tutti ad assumersi le proprie responsabilità, sottolineando che “queste violenze non hanno nulla a che fare con il tifo calcistico e con una vera passione per lo sport”. Il presidente della Lega Calcio, Maurizio Beretta, ha dichiarato ai microfoni di Radio Anch’io: “Ieri non è andata molto bene, ci sono stati episodi anche gravi ma non è giusto dire che il campionato sia ostaggio di violenti […]. Bisogna distinguere tra il tifo sportivo, che va incoraggiato, e i violenti, per i quali è giusto chiedere alle autorità maggiore severità e certezza delle pene”. Invitando tutti a non generalizzare, Beretta ha continuato sostenendo che gli scontri tra tifoserie calcistiche “è un problema di ordine pubblico e delinquenza comune, senza contare che la maggior parte degli episodi accadono ormai fuori dallo stadio”.
Favorevoli alle dichiarazioni di Alemanno e di Beretta, si ritiene che il miglior modo per assumersi tutti le proprie responsabilità è cominciare a considerare “un problema di ordine pubblico” non soltanto la violenza dentro e fuori dagli stadi ma il calcio in generale. Il calcio non è più uno sport né un gioco né una festa né una dimensione parallela a quella della vita quotidiana. Non è più un momento di pacifica coesione, di gioia e di svago dai problemi reali: nato allo scopo di portare la speranza e il sorriso a tutti i popoli, il calcio oggi è divenuto un problema reale. Questo è testimoniato non soltanto dagli scontri vandalici tra tifoserie dentro e fuori gli stadi ma anche dalla cattiva e violenta condotta degli attori protagonisti nel campo, dagli scandali economici (vedi Calciopoli), dai contratti multi-milionari di calciatori, allenatori e simili, dall’aspirazione di buona parte dei nostri giovani a diventare calciatori piuttosto buoni medici, scienziati, politici e letterati, dal business che ruota attorno al calcio.
Se il calcio è davvero divenuto un problema di ordine pubblico, bisogna chiedersi preliminarmente se il calcio è una necessità oppure no. A ben vedere, oggi è tale soltanto per chi, mediante il calcio, ingrossa il proprio conto in banca e non per chi, di questi tempi, fatica ad arrivare a fine mese. Un’altra domanda da porsi è se l’attuale “mondo-calcio” rispecchia interamente la nostra società o ne amplifica esclusivamente i suoi volti oscuri. Infine, bisogna chiedersi: “qual è l’essenza del calcio?”. Chi si pone questo quesito, si renderà conto che “la violenza e i quattrini” non hanno nulla a che vedere con l’essenza del calcio.
Per concludere, dal momento che a molti cittadini piace ancora concepire il calcio secondo la propria essenza – vale a dire come una speranza e un sorriso da regalare gratuitamente a tutti – e per questo motivo si recano negli stadi, si propone allo Stato italiano, per salvaguardare gli amanti del calcio, la riapertura del Colosseo. Che cosa c’entra il Colosseo con il calcio? Semplice: per mandarvi gli ultras, indifferenti alla propria e all’altrui vita, dicendo loro: “Andate e massacratevi tra di voi!”.

lunedì 30 novembre 2009

CROCE NEL TRICOLORE? NO GRAZIE!


- di Saso Bellantone
Il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Roberto Castelli (Lega Nord), propone di mettere la croce nel tricolore e fortunatamente buona parte della politica italiana si dichiara contraria. Che cosa significherebbe mettere questo simbolo religioso nella bandiera dello Stato italiano? Brevemente, che l’Italia è uno Stato cattolico. Questo si scontra con il principio della laicità dello Stato, stabilito dall’art. 7 della nostra costituzione (vedi Concordato 1984), discusso dal sottoscritto in un altro articolo intitolato “Scuole e crocifisso: è divorzio”. Dal momento che l’Italia è uno Stato laico, è fuor di dubbio che la bandiera italiana deve restare il tricolore “verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni” (Costituzione art. 12), senza l’aggiunta di croci, asterischi, cancelletti e simili. Ma qual è il senso di trasformare la nostra bandiera nazionale? Perché proporre d’inserirvi la croce, simbolo del cattolicesimo? Dato che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che il crocifisso dev’essere tolto dalle aule scolastiche, proporre d’introdurre il simbolo della croce nella bandiera italiana risolverebbe il problema alla radice, con o senza aule scolastiche. Se questa proposta passasse, però – e la disapprovazione del mondo della politica dimostra che non si è sciocchi a tal punto – non solo rappresenterebbe una dichiarazione universale della cattolicità dello Stato italiano, ma provocherebbe seri problemi con le comunità diversamente religiose da quella cattolica che abitano il nostro paese. In sintesi, scatenerebbe un clima di tensione, fanatismo e intolleranza religiosa, capace di provocare seri problemi per la nostra società e mettere in pericolo la vita dei cittadini del nostro paese. Di fronte all’intolleranza che la Lega Nord ha ostentato ripetutamente a scapito degli immigrati – persone di etnia, cultura e religione diversi dai nostri, ma sono sempre persone come noi – si spera che la proposta Castelli non sia il tentativo di strumentalizzare il simbolo dello Stato italiano e quello della chiesa cattolica – due realtà, nel proprio ordine, indipendenti e sovrane, come recita l’art. 7 della Costituzione – per pilotare, e risolvere una volta per tutte, la questione dell’immigrazione. Auspicando un veloce ritiro della proposta in esame per evitare brutti fraintendimenti e sciagure per motivi religiosi, è bene farsi una domanda: “Che cosa penserebbero dell’alterazione del tricolore tutti coloro che sono morti per l’unità d’Italia?”. C’è poco da dire. Immettere la croce nel tricolore significa non solo sputare in faccia ai nostri “caduti per la patria”, ma anche cancellare in un attimo il loro sacrificio per realizzare il sogno di un’Italia unita. Per anni il Papato – il cui simbolo è appunto la croce – si è opposto all’unità d’Italia, perché ne andava dei propri territori e dei propri beni di cui si era impossessato con astuzia. Ma il sogno di libertà, di unità, di patria del nostro popolo, alla fine, ha avuto la meglio, anche se pagato con il sangue e la morte. In questa prospettiva, fondere la croce con il tricolore significa non solo restituire al Papato quel che gli è stato tolto – e di cui in origine si era appropriato illecitamente – ma l’intera Italia, trasformandola in un immenso stato vaticano. Dal momento che l’Italia è uno Stato laico, cioè non ha preferenze religiose e garantisce a tutti i cittadini di praticare qualsiasi credo preferisca (nei limiti della legge), e tutto questo – e molto altro ancora – è simboleggiato dal tricolore, sento il dovere di affermare: “No! Il tricolore non si tocca!”.

mercoledì 4 novembre 2009

SCUOLA E CROCIFISSO: E' DIVORZIO

- di Saso Bellantone
Qualche anno fa, nel 2002, Soile Lauti, cittadina italiana di origine finlandese, chiese alla scuola frequentata dai propri due figli – l’istituto statale “Vittorino da Feltre” di Abano Terme – di rimuovere i crocifissi dalle aule scolastiche. Il caso finì al Consiglio di Stato, il quale si pronunciò contrario alla richiesta della italo-finlandese. La donna non si arrese e dopo aver fatto ricorso presso i tribunali italiani, si rivolse alla Corte europea. Ieri la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo si pronuncia a favore della donna e decide che il crocifisso, simbolo del cristianesimo, non potrà più apparire nelle aule d’insegnamento, perché rappresenta “una violazione della libertà dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione alla libertà di religione degli alunni”. È la prima sentenza in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche. Il governo italiano annuncia che farà ricorso; il Vaticano boccia la sentenza, definendola “miope e sbagliata”, e difende il crocifisso perché è uno dei simboli dell’identità storico-culturale e spirituale degli italiani; la Cei (Conferenza episcopale italiana) considera la decisione della Corte europea frutto di una visione parziale e ideologica; il ministro Mariastella Gelmini dichiara che “la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo ma è un simbolo della nostra tradizione”; il ministro per gli Affari europei, Andrea Ronchi, considera il crocifisso “uno dei simboli profondamente legati alla storia, alla cultura e all’identità degli italiani”; insomma, è il putiferio. Molti si pongono la questione: “la sentenza rappresenta un passo in avanti sulla strada della laicità dello Stato o la negazione totale della tradizione cristiana del nostro paese? Personalmente, ritengo ben posta la prima parte della domanda, ma non la seconda parte. Le ragioni sono le seguenti. LAICITA’ DELLO STATO: l’art.7 della Costituzione della Repubblica Italiana stabilisce che “lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modifiche dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”. I Patti Lateranensi sono quegli accordi sottoscritti l’11 febbraio 1929 nel palazzo di San Giovanni in Laterano tra Mussolini (per lo Stato italiano) e il Cardinal Gasparri (per la Santa Sede). Questi accordi si compongono di un Trattato, di un Concordato e di una Convenzione finanziaria. Il “Trattato” riconobbe alla Santa Sede la sovranità sulla Città del Vaticano, nella quale si esplica la potestà di imperio del Papa. Dal momento che con la conquista di Roma (1870) il Papato perse tutti i propri possedimenti che furono annessi al Regno d’Italia, al Trattato si aggiunse una “Convenzione finanziaria” che riconosceva un indennizzo alla Santa Sede (mai corrisposto). Il “Concordato” regolava i rapporti tra Stato e Chiesa, conferendo a quest’ultima “un’ampia libertà d’azione”. Il 18 febbraio 1984, a Villa Madama, il Concordato fu sostituito da un nuovo accordo tra la Repubblica italiana e la Santa Sede. Per quale motivo? Di fronte al cambiamento istituzionale e sociale del paese, divenne necessario “abrogare” il principio del ’29 che riconosceva la religione cattolica come unica religione di Stato, per affermare il principio della “laicità dello Stato”. Quest’ultimo riconobbe “uguale libertà a tutte le confessioni religiose” e modificò l’obbligo d’impartire nelle scuole pubbliche l’insegnamento della religione cattolica, prevedendo “il diritto degli studenti di scegliere se avvalersi o meno di questo insegnamento”. Che cosa afferma il Concordato dell’84? In breve, che il cattolicesimo NON E’ PIU’ religione di Stato; che lo Stato E’ LAICO; che tutte le confessione religiose SONO PARIMENTI LIBERE a quella cattolica (così afferma anche l’art.8 della Costituzione, pur recitando la formula “le confessioni religiose DIVERSE DALLA CATTOLICA hanno diritto di organizzarsi in statuti ecc.); che NON E’ OBBLIGATORIO studiare la religione cattolica e ci si può astenere dal suo insegnamento. In questo panorama, il problema dei crocifissi nelle scuole offre a tutti l’opportunità di rivedere la storia del nostro paese, anche a livello politico-giuridico, e di notare – se prima se ne era all’oscuro – che da circa 25 anni lo Stato è laico e che non è obbligatorio studiare il cattolicesimo nelle scuole. In questo senso, la prima parte della domanda qui interrogata, vale a dire “la sentenza (della Corte europea) rappresenta un passo in avanti sulla strada della laicità dello Stato?” è ben posta perché tuttora nelle nostre scuole si studia esclusivamente la religione cattolica ed è presente esclusivamente il simbolo del cattolicesimo. Che fine ha fatto la laicità dello Stato in questi 25 anni? Non solo NON E’ obbligatorio studiare la religione cattolica, ma è necessario attuare quanto prevede il Concordato dell’84. Vale a dire: garantire a tutti i cittadini italiani che frequentano le nostre scuole il DIRITTO DI ASTENERSI DALL’INSEGNAMENTO DEL CATTOLICESIMO. Questo chiama in causa la questione della materia alternativa all’ora di religione o di una revisione di quest’ultima in chiave multi-etnica, multi-culturale e, se si vuole, multi-religiosa. Le scuole pubbliche sono organi dello Stato italiano e non della Santa Sede. L’insegnamento del cattolicesimo e la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, perciò, vanno in contrasto con il Concordato dell’84. La scuola, infatti, è quel luogo nel quale avviene non solo la formazione storica, letterario-linguistica, artistica, tecnica e scientifica dei giovani, ma dove si svolge anche l’educazione di quest’ultimi a diventare buoni cittadini del nostro paese, l’Italia, che è laico. Insegnare la religione cattolica nelle scuole e porre il crocifisso nelle aule scolastiche significa, per gli adulti, negare la laicità dello Stato e indottrinare i giovani, subliminalmente, al cattolicesimo o persuaderli a diventare cattolici (o a pensare da cattolici). Esiste una legge che garantisce la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche oppure no? In ogni caso, il crocifisso rimane un simbolo cattolico che, coadiuvato dall’ora di religione, sviluppa una qualche influenza sui giovani. Dal momento che nelle nostre scuole non ci sono solo italiani ma anche italo-arabi, italo-cinesi, italo-africani, italo-indiani e così via, mantenere l’ora di cattolicesimo e il crocifisso nelle aule significa trasmettere a questi nuovi abitanti del nostro paese l’idea di una scuola, e di uno Stato italiano, tutt’altro che laici, bensì cattolici. Se è vero che il Concordato dell’84 stabilisce la laicità dello Stato e se è vero che le scuole appartengono allo Stato e non alla Santa Sede, allora lo Stato deve garantire la laicità delle proprie scuole, utili non all’educazione religiosa – che avviene piuttosto negli organi ecclesiastici e nelle abitazioni private – bensì alla laica formazione storica, letterario-linguistica, artistica, tecnica, scientifica e civile delle risorse giovanili della Repubblica italiana. D’altrocanto, come recita l’art.2 della nostra Costituzione, “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”, anche i nuovi valori che emergono dal contesto sociale; inoltre, come afferma l’art.19, “tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa ecc.”, purché rientri nel buon costume. In breve: o la Costituzione e i suoi articoli non significano nulla oppure vanno riconosciuti, rispettati e applicati. In sintesi: tutte le strutture statali devono mostrarsi, in coerenza con la Costituzione, laiche. CROCIFISSO COME SIMBOLO DELLA STORIA, CULTURA E IDENTITA’ DEGLI ITALIANI: da un punto di vista istituzionale, l’Italia riconosce come propri simboli due: la Costituzione e il tricolore. Da un punto di vista storico ed emotivo, l’altro simbolo nel quale un italiano si riconosce è l’Inno di Mameli. Chi afferma che il crocifisso rappresenta uno dei principali simboli della nostra identità storico-culturale, da un lato, dimentica la Costituzione e il tricolore e, così facendo, dimentica la storia d’Italia. L’identità di un italiano si dà, “storicamente”, a partire dall’unità d’Italia del 1861 o, al massimo, comincia a formarsi dagli anni del Risorgimento, di Mazzini, Cavour, Carlo Alberto (da cui lo Statuto Albertino), Vittorio Emanuele II, Garibaldi ecc. fino all’unità del 1861. In questo periodo il crocifisso non c’entra niente con la formazione dello Stato italiano; piuttosto, la Chiesa, abusando del simbolo della Croce, è stata l’acerrimo nemico di chi voleva riunificare il territorio italiano fino alla celebre presa di Porta Pia, avvenuta il 20 settembre 1870, con la quale si mise fine al potere temporale dei papi. Per quanto riguarda la prospettiva “culturale” dell’identità di un italiano, quest’ultima non è il frutto di pochissimi elementi, ma di innumerabili uomini, vicende, invenzioni, scoperte e scienziati, opere d’arte e artisti, poeti, navigatori, compositori, cavalieri, filosofi, medici, linguaggi, costumi, miti ecc. che vanno indietro nel tempo sino a migliaia di anni fa, ossia Etruschi, Greci, Italici, Latini e compagnia bella. Chissà quanti nomi, quanti fatti, quanti simboli vi sono venuti alla mente. In questo gigantesco quadro, all’interno del quale si colora la cultura italiana, com’è possibile ridurre tutto il nostro patrimonio di conoscenze a un simbolo soltanto quale il crocifisso? Se s’intende il crocifisso come un simbolo culturale, allora perché nelle scuole non gli si affianca l’Uomo vitruviano, la Gioconda, Cesare, Dante, Boccaccio, Verdi, Paganini, Caravaggio, La nascita di Venere, Marconi, Volta, Aristotele, Platone, Alessandro Magno, Carlo Magno, Ruggiero II, Federico II, Colombo, Vespucci, Giolitti, De Gasperi, la Ferrari, la pizza, gli spaghetti e chi più ne ha più ne metta? IL CROCIFISSO PUO’ ESSERE DECLASSATO A MERO SIMBOLO CULTURALE? Personalmente, credo che il crocifisso è, principalmente e primariamente, un SIMBOLO RELIGIOSO. Se da un lato, da un punto di vista culturale, il crocifisso può essere connesso ai vangeli e al Messia Gesù, rappresentando un modo di pensare basato sull’amore, la pace, il rispetto, la tolleranza, il sacrificio, il perdono ecc.; dall’altro lato, il crocifisso può essere messo in relazione alla Chiesa come istituzione fatta di uomini, dunque a Costantino, a Rotari, alla caccia alle streghe, alle Crociate, all’Inquisizione, al potere temporale dei Papi ecc. In altri termini, se da una parte acquisisce un significato positivo (Messia Gesù), dall’altra ottiene un senso negativo (Chiesa e Papato). Nella sua ambivalenza dovuta non all’iniziatore ma “agli uomini che possono sbagliare perché uomini”, intendere il crocifisso come simbolo dell’identità culturale italiana può significare l’una e l’altra cosa. Se invece lo si considera esclusivamente un simbolo religioso, vale a dire come rappresentazione della manifestazione del divino avvenuta col Messia Gesù, dunque come rivelazione della verità e di Dio – ed è così che deve intendersi – allora è chiaro che non lo si può imporre a chi possiede un credo diverso dal nostro e frequenta le nostre scuole. Se lo si interpreta come simbolo religioso, il crocifisso simboleggia che la verità assoluta delle cose è il Dio cristiano, manifestatosi per mezzo del Messia Gesù, suo figlio morto in croce e risuscitato. In questo senso, un ebreo, musulmano, are krishna, induista ecc., che crede in un’altra verità assoluta delle cose, non può accettare il simbolo della verità dei cattolici, posto nelle aule dove i propri figli vanno a educarsi e a formarsi. Difendere il crocifisso come patrimonio culturale del nostro paese e non credere in ciò che rappresenta, ai miei occhi, vuol dire essere confusi, significa volere “la botte piena e la moglie ubriaca”. Se gli italiani desiderano tutelare la presenza del crocifisso nelle scuole dicano “Non si tocca perché questo è un paese di religione cristiana”, non perché è un simbolo dell’identità storico-culturale degli italiani. Ma, a quanto pare, lo Stato è laico. Il problema è che non tutti gli italiani sono cristiani e che, oggigiorno, non tutti gli italiani hanno condiviso la nostra storia. Chi nasce oggi in Italia da genitori provenienti dal Giappone, dal Brasile, dalla Groenlandia o dalla Somalia, come può aver condiviso la nostra storia? Può conoscerla e studiarla nelle scuole. Ma a scuola non s’insegna che la storia della cultura italiana è sintetizzata principalmente dal cristianesimo. S’insegna “la” religione cristiana e si studia la cultura italiana, in modo onnilaterale (arte, scienza, musica, letteratura, storia ecc.), dalle origini ai nostri giorni. E in questo immenso arco di tempo, tutto partecipa alla formazione della nostra identità culturale, naturalmente, anche ma “non” soltanto la religione cattolica. PER CONCLUDERE: la questione posta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo è importante perché serve per vagliare la nostra preparazione, mentale soprattutto, per adeguare tutte le strutture che compongono il nostro paese al nuovo e diverso contesto sociale nel quale viviamo. Se la Repubblica italiana è laica, allora bisogna prendere provvedimenti; se non lo è, allora bisogna fare altre scuole per chi non è cattolico. Questo, però, dimostrerebbe che non amiamo l’altro così come insegnano i valori cristiani che tanto difendiamo. Inutile riempire le scuole di simboli religiosi per una questione di uguaglianza e pari opportunità. A scuola s’impara tutto quello che non è religione, la quale, a sua volta, và insegnata nei luoghi di culto d’appartenenza e nelle mura domestiche private. Infine, se si difende la presenza del crocifisso nelle scuole – e lo svolgimento dell’ora di religione – almeno si abbia un po’ di fede in più e si metta in pratica l’universo di valori che il simbolo della Croce rappresenta, cose che non a tutti interessa fare.

venerdì 16 ottobre 2009

PONTE SULLO STRETTO: L'ULTIMA COSA CHE OCCORE AL SUD


- di Saso Bellantone
Quando si è duri d’orecchio, c’è poco da dire o da fare. Da anni il mito del ponte sullo stretto, il Titano che collegherà l’isola al continente spalancando le proprie braccia, ci perseguita come la morte. Così come quest’ultima prima o poi arriva, allo stesso modo l’ora in cui il mito diviene realtà sembra avvicinarsi.

A dicembre/gennaio – dice il presidente del Consiglio – partiranno i lavori per la costruzione dell’opera faraonica che rilancerà l’economia e il turismo italiano nel mondo. Ma l’Italia, e in particolare in Sud, ha davvero bisogno del ponte?
Da tempo i figli di questa terra ricca di storia, cultura, risorse e volontà, ma priva di infrastrutture, fabbriche, aziende e lavoro, alzano in coro la voce nella speranza di essere ascoltati, ma i monologhi di chi abita la suite dello Stato italiano ridondano imponenti, sovrastando, paradossalmente, quell’insieme di voci che, di contro, appaiono come un bisbiglio.
Perché il ponte? Chi lo vuole? Qual è la sua utilità? Quale è il senso di questa fatica dell’uomo, paragonabile a quella del semidio Eracle, quando la legge del pianeta dimostra che nulla di quanto l’uomo costruisce è eterno.
Le testimonianze di questa regola, scritta nelle intramontabili pagine della nostra memoria con inchiostro rosso-sangue, sono tutte quelle catastrofi – escluso le tragedie provocate dall’uomo, come le guerre e le armi di distruzioni di massa – che stravolgono il volto urbano delle nostre città, provocando centinaia o migliaia di morti: alluvioni, terremoti, tzunami, glaciazioni, eruzioni vulcaniche, cicloni ecc.
Di fronte a questa fatalità cui tutto ciò che fiorisce sulla superficie terrestre è soggetto, sembra assurdo captare quei monologhi che risuonano il comando “Sia il ponte sullo stretto!”, quasi simile agli imperativi divini presenti nel Genesi biblico. Che può farsene di un’opera transitoria come il ponte una terra carica di ferite come il Sud e bisognosa di un altro genere di rimedi? Realizzare il ponte sullo stretto per rilanciare il Meridione e l’Italia intera è lo stesso che prescrivere un’ingessatura immediata del piede per chi, invece, ha anche un’emorragia interna. Bisogna prima curare l’emorragia e poi ingessare. Stesso dicasi per la Calabria e la Sicilia. Ma qual è la fuoriuscita di sangue di queste regioni? Di cosa hanno realmente bisogno?
In breve: di lavoro. In questo senso, il ponte sullo stretto non rappresenterebbe un’occasione utile per creare migliaia di posti di lavoro? Certamente, ma spesso la disperazione che aleggia nelle nostre terre rende ciechi ed egoisti riguardo all’utilità lavorativa del ponte. L’edificazione del Titano è un’occupazione temporanea che richiede sì centinaia o migliaia di operai ma soltanto per un numero preciso di anni, trascorsi i quali, vale a dire ultimati i lavori, si torna punto e a capo. In altri termini, la maggior parte degli impiegati si ritroverà di nuovo a spasso.
“Ma almeno li si è tolti dalla strada e dal malaffare, consentendogli l’opportunità di crearsi una famiglia e un futuro?” – obietteranno molti. Senza dubbio. Ma a costoro gli si chiede: e poi? Li pensioniamo? Li mandiamo a casa? E come si sfameranno? Che dire, invece, di tutti gli altri che non avranno l’opportunità di far parte della squadra chiamata a realizzare il ponte? Li lasciamo a zonzo, come facile preda della malavita? “Gli altri si arrangiano: quando poi i lavori saranno completati, beh, chi lo dice che ancora sarò vivo. Fatti loro!” – rispondono tanti. Questo è puro egoismo, non è lo spirito col quale si prende parte al bene comune. A costoro gli si domanda: siete sicuri che andrete proprio voi a lavorare al ponte? E se non fosse così?
Bisogna trovare la forza per vincere lo smarrimento e l’amor proprio e affrontare la questione del “lavoro” al ponte con estrema lucidità. Se il lavoro è la nostra chiave di lettura relativa alla costruzione del ponte, allora il lavoro sia la chiave di violino per armonizzare i nostri propositi e la nostra volontà con l’effettivo fabbisogno della Calabria e della Sicilia, dei nostri giovani e del nostro avvenire. Chi comanda la messa in opera del ponte, dovrebbe bloccare un attimo i propri imponenti soliloqui, almeno per ascoltare il sussurro che la gente del Sud, insieme, gli propone, al fine di rilanciare l’economia e il turismo nazionali. Di che cosa ha bisogno il Mezzogiorno?
Il Meridione ha bisogno di un potenziamento e perfezionamento delle strade, delle ferrovie, dei porti, degli aeroporti, degli acquedotti, delle dighe, delle centrali elettriche, dei depuratori idrici, delle terre agricole e degli allevamenti, delle aziende e delle imprese, della sicurezza e nettezza urbana e extraurbana, delle risorse turistiche, dei trasporti, dei musei, delle gallerie d’arte, dei cinema, delle scuole e delle università, delle istituzioni. Urge della creazione di nuove industrie agricole, alimentari, siderurgiche, chimiche, tessili e della moda, farmaceutiche e sanitarie, meccaniche, energetiche, edili, telematiche, tecnologiche, artistiche, turistiche. Necessita di nuovi centri commerciali, della produzione, promozione ed esportazione dei prodotti tipici, di nuovi centri di studio e di ricerca, nuovi ospedali, case di cura, centri sportivi e di benessere, piscine, alberghi, hotel, biblioteche, teatri, parchi acquatici, ludici o zoologici. Ha bisogno di maggiori finanziamenti e investimenti, di sicurezza nelle case, nelle strade, nelle scuole e negli ospedali, di una nuova grande rete di servizi, primo fra tutti quello dell’igiene e della sanità cittadina, di tante altre cose e interventi che vengono in mente a tutti coloro che leggono queste righe. In una parola, il Sud ha bisogno di speranza.
La pianificazione e la concretizzazione di tutto questo, rappresenterebbe il giusto intervento sul diroccato presente che abbiamo innanzi agli occhi e la saggia preparazione del futuro di queste terre e dei suoi giovani, perché produrrebbe tanto di quel lavoro da consentire alla maggior parte dei disoccupati e dei disperati di lavorare, di edificare da sé il proprio destino, quello della comunità italiana e dei propri figli. In poche parole, si darebbe a tutti l’opportunità di rendersi utili per il rilancio economico, sociale, culturale, turistico, industriale e chi più ne ha più ne metta, non solo del Meridione, ma dell’intero Paese.
Di fronte al triste scenario che vediamo ogni giorno, che c’induce a diventare egoisti e parassiti e a pensare che niente cambierà mai, la costruzione del ponte è l’ultimo problema. Se s’intervenisse là dove occorre, allora la realizzazione del ponte rappresenterebbe la ciliegina sulla torta della rinascita del Meridione e dell’Italia nel mondo.
Per questa ragione, è necessario riflettere sul serio sulla questione, evitando mode culturali e schieramenti politici. Per cambiare il nostro Sud bisogna prima abbandonare le proprie avare ambizioni, la chiusura in se stessi e l’ignoranza e cominciare a sentirsi parte dello stesso Sud che si vuole rilanciare. Solo in questo modo possiamo trasformare il nostro sussurro in un ruggito carico di forza, coraggio e speranza per le generazioni a venire. Solo così possiamo attirare l’attenzione del Premier, ma bisogna farlo subito.

lunedì 12 ottobre 2009

LAPIDI BIANCHE: LE VITTIME DELLA SOCIETà DI MASSA E DELLA MORALE IMMORALE

- di Saso Bellantone
BONO (Sassari, 1985): 15enne si suicida perché bocciato in terza media.
ROMA (1999): 16enne si uccide per aver preso “uno” in matematica.
LACCO AMENO (Ischia, 2007): 14enne si toglie la vita per via delle minacce e degli atti di bullismo subiti dai suoi stessi compagni.
AGRIGENTO (2007): minorenne si suicida perché è transessuale.
CARMELA (2008): 13 anni, si uccide dopo lo stupro subito da un branco di minorenni.
ABRAHAM (Florida, 2008): 19 anni, si toglie la vita con un cocktail tossico davanti a 1.500 persone collegate a un sito di condivisione video. Lui dice: “Ho deluso tutti e sento che non migliorerò mai. Amo una ragazza e so che non sono alla sua altezza”. Gli spettatori lo incoraggiano e solo dopo ore si accorgono che non respirava più.
ROMA (2008): minorenne registra un video-testamento nel quale afferma “La vita mi fa schifo” e si spara in bocca con la pistola del padre.
POTENZA (maggio 2009): minorenne si toglie la vita per amore.
TORRE DEL GRECO (Napoli, ottobre 2009): minorenne comunica nel proprio profilo di Facebook l’intenzione di uccidersi e s’impicca nella propria camera.
DUE MINORENNI, una Serba e un Rumeno, organizzano il proprio suicidio via web, ma la polizia assieme all’Interpol riesce a salvarli in tempo.
Questa è solo una breve lista di tutti quei minorenni che, a volte per motivi banali ai nostri occhi, altre volte per drammi esistenziali mai compresi, si sono tolti la vita. Non c’è dubbio che si tratti di bianche vittime di una società di massa, ormai priva di raziocinio, buon senso, giustizia, speranza, amore, comprensione, uguaglianza, dialogo, priva dei valori umani, fuorché di quelli economici, politici, sessuali e malavitosi.
Viviamo in un mondo dove quel che vale è aver successo, potere, ricchezza, amanti, in breve dove ha valore soltanto quello di stile di vita che molti amano definire “vincente”. Tutti puntiamo all’apice della piramide sociale, tutti vendiamo l’anima al primo diavolo che ci passa accanto (droghe, sesso, celebrità, politica, racket, truffe, giochi d’azzardo, violenza ecc.) e in questo modo, cedendo dinanzi al sogno di un’esistenza facile e sicura, contribuiamo a distruggere la vita non tanto del prossimo in genere, ma di coloro che sono più indifesi: gli adolescenti.
Ogni volta che un giovane si toglie la vita – e sottolineo un ragazzino di una/due decine d’anni – personalmente, mi sento sconfitto nel profondo del mio essere. È questo – mi chiedo – l’esito ultimo degli altissimi discorsi in cui ci dilettiamo in ogni campo? È questa la meta delle nostre leggi, codici etico-deontologici, mode, sport, media, scuole, arte, letteratura, discipline scientifiche, hobbies? È questo l’obiettivo che, ognuno di noi, vuole sortire nei più giovani con il proprio barbaro e triste esempio di vita sociale?
Non so quali parole possano essere trovate o cercate per commentare ciascuna di quelle disgrazie sopra elencate e non, a parte queste: sappiamo bene di chi è la colpa. Siamo noi, volenti o nolenti, i veri artefici di quelle sventure. Con l’ipocrisia, l’arroganza, l’avidità e la vigliaccheria che caratterizzano la nostra quotidianità, noi spingiamo le uniche risorse che possediamo per cambiare in meglio questo mondo, a sbattere le porte in faccia alla vita in un istante.
Mi auguro che tutti trovino il tempo – o il coraggio, dipende dalla prospettiva – per farsi un esame di coscienza e rendersi conto di quanto veramente costino le proprie scelte egoistiche, di quale caro prezzo abbiano effettivamente quei costumi e quelle idee, delle quali ci invasiamo ogni giorno, al fine di dimostrarci i migliori – o i più potenti, più ricchi, più famosi – della città, dello Stato, del pianeta.
Guardate bene dentro il vostro animo nero, quando vi ritroverete innanzi ai feretri e alle lapidi bianche che ammontano nei nostri cimiteri: guardandole, capirete che là è impressa la firma di ognuno di noi, nessuno escluso. Per questa ragione, è necessario farsi carico di un comune-obiettivo: prendere le giuste misure affinché nel tempo scemino sempre più le parole qui rivolte alle giovani vittime che noi stessi, con il nostro singolare contributo, abbiamo mandato all’altro mondo, migliorando e perfezionando questa barbara società da parassiti: “Buonanotte, bianche speranze del domani”.