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lunedì 24 giugno 2024

GETTARE LA SCALA

 


- di Saso Bellantone

6.54 Le mie proposizioni illustrano così: colui che le comprende, alla fine le riconosce insensate, se è salito per mezzo di esse, su esse, oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettare la scala dopo esservi salito). Egli deve superare queste proposizioni. Allora vede rettamente il mondo.”

L. Wittgenstein


Questo aforisma è tratto dal celebre Tractatus logico-philosophicus di L. Wittgenstein, un'opera cruciale all'interno della storia della filosofia, che ha lo scopo di chiarirne il senso e i confini. Qui l'autore specifica la differenza tra “fatti” e “interpretazioni” e spiega come possano avere senso soltanto i primi, perché rinviano a stati di cose, indagabili per mezzo della scienza, mentre i secondi non rinviano ad alcunché, dunque sono insignificanti. Per questo motivo, Wittgenstein sostiene che la filosofia non dovrebbe parlare di nulla se non di ciò che appartiene alla scienza naturale. Tutto il resto, il metafisico, il mistico, persino l'etica, merita soltanto il silenzio: è impronunciabile, indicibile, non è indagabile logicamente e scientificamente, non ha valore alcuno, non è pensabile, perché soltanto ciò che ha valore logico-scientifico è degno del pensiero. In questo quadro, il filosofo conclude che le sue stesse proposizioni, usate per chiarire quanto detto sopra, sono inutili e insensate e chi è giunto a tale consapevolezza deve abbandonare i suoi stessi ragionamenti perché non hanno valore; deve, per vedere rettamente il mondo, pensare in maniera logico-scientifica non filosofica.
Il Tractatus è un'opera importante per comprendere il modus cogitandi-operandi della scienza, delinearne le peculirarità, il senso e i confini, per opposizione a quello della filosofia. Quando, però, si esce al di fuori di questo ring e si va a vedere la vita concreta delle persone, la domanda sul senso della scienza e della filosofia, sui “fatti” e sulle “interpretazioni” si ripresenta sotto altre prospettive.
In questo terreno, alla singola persona non interessa stabilire definitivamente il metodo del procedere scientifico o di quello filosofico ma: capire qual è il senso della vita, dell'esistenza, di se stesso; comprendere in che modo è giunta a questo attimo qui ed ora e in che modo proiettarsi verso quello successivo; decifrare degli indizi dal suo passato che chiariscano il suo presente e la mettano nelle condizioni di guardare al domani.
L'essere umano potrebbe dunque concentrarsi su una dettagliata spettroscopia dei “fatti” del suo passato che hanno scientificamente determinato il suo oggi, ma senza almeno una “interpretazione” di essi, oggi quei fatti stessi risulterebbero insensati. D'altrocanto, così vale anche per la scienza: senza un metro, una misura, una chiave di violino, il mondo delle cose resterebbe impenetrabile, incomprensibile, magico.
Allora, quale sarebbe la misura adatta, corretta per analizzare il proprio passato, spiegare il presente e guardare al futuro?
Non esiste, o meglio ne esistono tante quante sono le persone viventi – e ancora vive anche per mezzo delle opere d'arte, letterarie o mediante il mero ricordo di qualcun altro – e per ciascuna di esse ce ne sono tante quante i granelli di sabbia di un deserto o i corpi celesti nell'universo.
Di certo, nella disamina del proprio passato in vista del presente e del futuro, ognuno è figlio del proprio tempo e ricorre ai punti di riferimento della società in cui è cresciuto e ha vissuto; stelle fisse che possono essere sposate o rifiutate, generando così ulteriori sfumature sui criteri stessi in base ai quali svolgere quell'analisi. Ci si ritrova, in definitiva, all'interno di una sciarada, di una matassa di cui non si vede neanche il capo o la coda.
Malgrado ciò, la persona insiste in questa indagine, in questa azione di comprensione di sé e della vita, perché non riesce a farne a meno. Ha bisogno di vedersi all'interno di una cornice, di una prospettiva, di un paesaggio entro il quale collocare tutto il resto, prenderne atto e interpretarlo.
Ci sono quelli che si convincono con le interpretazioni dei fatti della propria vita esterne a sé e quelli che preferiscono interpretare da soli. Lo scopo di entrambi, per dirla con Schopenhauer e Nietzsche, è di conservare/potenziare la propria vita, nella quale si opera principalmente come volontà. A volte ci si accontenta delle interpretazioni effettuate, altre volte queste non bastano. Ciò dipende dal grado di felicità/infelicità con cui si guarda ai fatti del proprio passato, grado naturalmente radicato nel proprio oggi, nel presente, nel qui ed ora. Chi è felice non troverà mai lacune nelle proprie interpretazioni; chi non lo è, ne troverà a bizzeffe e continuerà a interpretare e a interpretare fino al momento in cui la sua infelicità diventerà il suo esatto opposto. Alcuni riescono a raggiungere la felicità, altri no. Altri ancora, pur avendola raggiunta, la perdono di nuovo, poi la riguadagnano poi la perdono ancora e così via finché morte non li separi da quegli stessi enigmi.
La grande questione, in realtà, è capire con quale lente d'ingrandimento si sta guardando al proprio passato, lente che va messa in relazione al proprio grado di felicità/infelicità. Viene in aiuto ancora una volta Nietzsche, con la sua distinzione tra storia monumentale, antiquaria o critica.
Si guarda al proprio passato in maniera:
- “monumentale”, individuando grandi avvenimenti vissuti;
- “antiquaria”, vincolandosi cioè a ciò che è stato;
- “critica”, intendendo ciò che è stato come un peso da cui sgravarsi per poter vivere.
Nel primo caso, è felice chi è sazio di ciò che ha già vissuto, mentre è infelice chi non è pago di ciò che è stato e vuole vivere ancora altri grandi avvenimenti. Nel secondo caso, si è infelici perché si resta legati al passato e qualsiasi accadimento presente non ha valore, perché ha valore solo quello che è già stato. Nel terzo caso, è felice chi riesce a liberarsi del passato e, in tal modo, a vivere adesso, mentre è infelice chi ne resta condizionato e non riesce a vivere il presente, l'accadere.
Per risolvere i casi di infelicità di tutte e tre le fattispecie, è possibile utilizzare la metafora della “scala” usata da Wittgenstein. All'interno dello scenario in esame, essa va intesa come un sinonimo di “passato”. Rileggendo l'aforisma 6.54 di Wittegenstein e mettendolo in relazione alla felicità, ne consegue che è felice – o ha la possibilità di esserlo – chi è capace di gettare la scala. Per poter svolgere questa azione è necessario, però, giungere prima ad una consapevolezza: il fatto cioè che una scala esiste e conduce da qualche parte. Una volta maturata questa presa d'atto, occorre poi capire che cosa si vuole fare con questa scala: usarla o no. Qui entra in scena la volontà della singola persona. Cultura, educazione, carattere e quant'altro hanno un peso fino a un certo punto. Tocca alla volontà, qui ed ora, di prendere una decisione: usare o non usare la scala.
Chi decide di non usarla, resterà legato all'infelicità in uno degli atteggiamenti sopra descritti. Chi invece decide di usarla, deve passare dalla volontà all'azione. Deve attraversare la scala. Deve salire – o scendere –, perché la scala conduce ad un altro livello, ad un'altra panoramica, ad un diverso stadio di coscienza e una volta giunto lassù – o laggiù –, deve gettare la scala e vivere, consapevole che può trovare o non trovare la felicità.
“Gettare la scala” non vuol dire naturalmente rinnegare di averne (avuta) una, vuol dire invece “compiere un'azione che libera”, vuol dire praticare un gesto senza il quale non è possibile radicarsi profondamente nel qui ed ora e coglierlo così com'è. Solo dopo quest'azione, questo gesto, questa pratica si può finalmente vivere liberi, perché reciso ogni vincolo e legame con la scala, si è finalmente esposti al possibile e all'impossibile e non si ha certezza alcuna di quello che accadrà e che sarà. E tuttavia, se ciò che ci si ritroverà innanzi non sarà di nostro gusto, non corrisponderà a quanto ci si aspettava, non sarà la felicità, bisogna ricordarsi soltanto di un fatto: del luogo in cui si è deciso di buttare la scala.

lunedì 17 giugno 2024

DISsonoria: QUELLO CHE NON C'È - Afterhours


- di Saso Bellantone

Ho questa foto di pura gioia
È di un bambino con la sua pistola
Che spara dritto davanti a sé
A quello che non c'è
Ho perso il gusto, non ha sapore
Quest'alito di angelo che mi lecca il cuore
Ma credo di camminare dritto sull'acqua e
Su quello che non c'è
Arriva l'alba o forse no
A volte ciò che sembra alba non è
Ma so che so camminare dritto sull'acqua e
Su quello che non c'è
Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo
Rivoglio le mie ali nere, il mio mantello
La chiave della felicità è la disobbedienza in sé
A quello che non c'è
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto
Il mio modo di morire sano e salvo dove m'attacco
Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia
Quello che non c'è
Curo le foglie, saranno forti
Se riesco ad ignorare che gli alberi son morti
Ma questo è camminare alto sull'acqua e
Su quello che non c'è
Ed ecco arriva l'alba, so che è qui per me
Meraviglioso come a volte ciò che sembra non è
Fottendosi da sé, fottendomi da me
Per quello che non c'è
Per quello che non c'è
Per quello che non c'è
Per quello che non c'è

Quello che non c'è... o c'è?
Chi e/o che cosa c'è? Che cosa esiste? Che cos'è l'esistenza? Chi e/o che cosa c'è al di essa? Sopra, sotto, a destra, a sinistra, avanti, indietro, dentro e/o al di fuori di essa? Esiste davvero l'aldilà? E l'aldiqua c'è davvero? Io stesso ci sono, esisto realmente? Si può rispondere definitivamente a queste domande oppure qualunque risposta è solo frutto dell'immaginazione, in quanto si è di fronte a dei vicoli ciechi? A delle strade senza via d'uscita? Ha senso continuare a porsi tali interrogativi oppure è preferibile rinunciare a queste impasse?
Non esiste una soluzione ultima per questi enigmi. Alcuni continuano a porsi tali questioni, altri abbandonano l'impresa, mentre altri ancora hanno già la tavola imbandita. Nessuno, tuttavia, fa la cosa giusta, perché non si ha la certezza di quel che è giusto innanzi a tali rompicapi. Si prende una posizione e sulla base di essa si prova a sbrogliare la matassa della propria vita. C'è chi ci riesce, chi invece no. Ma in entrambi i casi non si fa altro che parlare la medesima lingua: quella dell'illusione.
Fin da piccoli, fino al sopraggiungere – per dirla con Piaget – dello stadio preoperatorio formale dei processi mentali e astratti – una fase cioè in cui si sviluppa il pensiero ipotetico-dedutivo –, si tende a considerare come veri e reali dei fatti che concretamente non lo sono. Per esempio, si crede che pupazzi, personaggi degli anime o forze naturali abbiano una vita vera e indipendente, possano comunicare con noi o tra di loro, abbiamo emozioni proprie. Tale animismo condiziona lo sviluppo di ogni essere umano e soltanto l'educazione e la scolarizzazione possono aiutare a liberarsi di esso. La questione è che si vive già all'interno di una società che lo ha fatto proprio e lo ha assorbito al suo interno per i motivi e gli scopi più disparati, tra i quali la prevedibilità, la sicurezza, l'ordine, il dominio, la garanzia di vita eterna della medesima società e così via.
Si riceve così una formazione (mistico-)religiosa, con la quale l'animismo viene spostato di campo: non più in direzione di pupazzi (feticci), anime e forze naturali ma verso racconti, miti, leggende, tradizioni e testimonianze in base alle quali si fondano la fede e i vari credo. Si trovano, in tal modo, delle risposte pre-confezionate sulle grandi domande intorno all'esistenza e si è chiamati, prima o poi, a scegliere se si è d'accordo oppure no con quelle prescrizioni, con quei dogmi, con quelle spiegazioni.
Proprio qui si presenta il bivio che ognuno ha attraversato almeno una volta nella vita: o si accettano quelle verità rivelate – e dunque si è ben accetti dalla società – oppure no – e si è intesi dalla società come dei fuorilegge, dei pirati, dei banditi.
Questi ultimi sono per la società soltanto un altro problema da inglobare in chiave economico-lavorativa – se proprio non è possibile convertirli. Quelli che contano davvero per essa sono i fedeli, gli osservanti, i praticanti, una certezza cioè, all'interno del mondo dell'economia e del lavoro, che fa funzionare l'intero sistema e lo proietta costantemente al suo domani.
La società si orienta così. Non si cura di chi non accetta quegli articoli di fede, non vuole capirne profondamente le ragioni. Lo etichetta e si assicura soltanto che abbia un profitto e paghi le tasse; che sia stato, in tal modo, incorporato, fatto proprio, sistemato.
A ben vedere, sia il fedele sia il brigante, come già detto, si comportano nel medesimo modo pur prendendo estremi opposti: in entrambi permane una forma di animismo che però conduce il primo, a illudersi che tutto sia così come la fede stabilisce (questa è la sua scelta) e il secondo, a illudersi che non sia così come l'altro crede (questa invece è la scelta dell'altro) e, attraverso il pensiero ipotetico-deduttivo, torna alle domande iniziali, torna alle impasse.
Qual è la differenza tra i due?
Il fedele accetta un'illusione che viene dall'esterno, da altri, mentre il brigante ne produce una interna, personale. Mentre per il primo è tutto chiarito, risolto (ma non per questo vero), per il secondo non vi è nulla di certo se non la consapevolezza di trovarsi all'interno di un labirinto dal quale poter uscire soltanto mediante un evento unico e irripetibile che coincide finalmente con la soluzione ultima a quei grandi interrogativi sull'esistenza.
Questo accadimento, tuttavia, tarda sempre ad arrivare e ciò ferisce, perché ci si rende conto che si è ancora dentro al labirinto, in balia di una vita illusoria. Si finisce così nell'abituarsi a quel ritardo senza sosta e si matura la consapevolezza che pur beffandsi da sé è preferibile una vita da illusi, nella quale ogni avvenimento è vissuto nella sua pienezza, nella quale vivere resta ciò che è più prezioso e la vita stessa mostra il suo volto meraviglioso, malgrado sia impossibile trovare la risposta definitiva al mistero dell'esistenza.

In questo brano degli Afterhours, c'è molto di pedagogia, di psicologia, di sociologia e di filosofia. I protagonisti sono coloro che si pongono le grandi domande sull'enigma dell'esistenza e che non si accontentano delle risposte pre-confezionate dalle fedi, ritenendole illusorie, né sono tentati dalle ricette di altro genere. Sono coloro che sono consapevoli dell'umana tendenza a credere nell'imperscrutabile e che, coscienti che nessuna risposta sia quella definitiva, cercano di non affondare nel mare della vita. Non hanno punti di riferimento, vivono nella confusione continua ma anche nella certezza di essere forti, di riuscire a non sprofondare nonostante il dolore. Sono coloro che amano decidere il proprio destino, che si accettano così come sono, che vogliono essere felici malgrado questa condizione di spaesamento esistenziale. Non accettano questa privazione esistenziale, questo nichilismo, e tuttavia scelgono la vita, non escludendo che forse le cose possano stare diversamente, cioè proprio come gli altri credono. Sono coloro che sperano, malgrado la morte che il genere umano stesso dissemina nell'ambiente in cui vive, consapevoli che la stessa speranza è un'illusione. Coloro che si emozionano innanzi alla bellezza delle cose, che vivono ogni attimo della vita intensamente e per i quali, consapevoli di illudersi da soli, la vita resta comunque un'esperienza meravigliosa.

sabato 20 aprile 2024

LA SERA DEI MIRACOLI O DELL'AMORE

 

- di Saso Bellantone

Quando si pensa all'amore, si riesce sempre a perdersi in un labirinto, in un vicolo cieco o in un sentiero interrotto. Ci si rifà ad antichi miti, a storie e leggende d'altri tempi o a semplici racconti di passate generazioni, di amici e conoscenti oppure sperimentati per mezzo della letteratura, del cinema o di qualunque altra dimensione artistica umana. Storia personale, cultura di riferimento, salute, esperienze e qualunque altro fenomeno appartenente al contingente viva il singolo individuo, si combinano a quelle narrazioni, generando così, per ognuno, precisi ideali, immagini archetipiche e folli fantasticherie concernenti l'amore, al di là delle quali, poi, non si riesce più ad andare. Condizionano a tal punto il proprio modo di pensare, sentire e fare, in una parola la vita, che rendono automatici, inerti, prevedibili come burattini e robot.
Si vive nella convinzione di conoscere esattamente, qui ed ora, la propria identità e quella altrui, nella certezza che tutto sia già scritto, inamovibile, marmoreo; nella sicurezza vittimistica che qualunque cosa sia precisamente così come la si percepisce e la si interpreta; che ciascuno abbia il proprio fato al quale, proprio come gli antichi uomini e dèi, è impossibile sfuggire, specialmente quando si chiamano in causa gli acciacchi del tempo, che si radicano nel proprio corpo come parassiti. Ci si addentra, così, in un quotidiano moto rettilineo e uniforme che, visto nella immutabile ripetizione di settimane, mesi, anni, diventa un eterno ritorno dell'uguale, dal quale è impossibile svincolarsi.
Tutto è uguale, tutto si ripete, ancora e ancora e ancora, e la stessa consapevolezza finisce col trasformarsi nelle ferree sbarre della volontà, utile ormai soltanto ad auto-rinchiudersi nella propria intangibile prigione. A volte se n'è consapevoli, altre volte no. Eppure, è innanzi a questo bivio che, spesso, si snoda il destino proprio e quello altrui. È il crocevia della scelta: o si decide di frantumare quelle sbarre o di restare confinati incessantemente dietro di esse.
Non è sempre facile, tuttavia, prendere una decisione, quando la propria consapevolezza coincide esattamente con la gabbia nella quale si è rinchiusi, con il grigio software che si ripete ogni giorno o con il buio impersonale che annienta costantemente ogni punto di riferimento. Perciò si rimanda, si rinvia, si posticipa all'attimo dopo e poi ancora a quello successivo e così via per tutti quelli seguenti, permanendo in tal modo in una fissità, una stasi, uno stallo paragonabile al puro niente, al non esserci, al non essere mai stati, al non essere qui ed ora, al non essere neanche in futuro.
Inutili diventano i segni e i segnali provenienti dall'esterno e dagli altri. Si è talmente insensibili e intorpiditi che qualunque cosa, avvenimento o gesto è privo di significato. Conta solo la cella, la certezza di stare dentro di essa. Tutto il resto, tutto ciò che è al di fuori di essa, non esiste, è finzione o immaginazione.
Così, emerge la stanchezza. Non la propria ma quella degli altri e in particolar modo di chi ci ama. Se prima tendeva una mano, regalava un sorriso, uno sguardo, diceva delle parole o compiva dei gesti, adesso non lo fa più. Perde il desiderio di andare a trovare chi preferisce la gattabuia alla vita e si proietta altrove, guarda da un'altra parte, rivolge i propri passi verso nuovi sentieri. Non, però, in balia della dimenticanza. Alla ricerca, piuttosto, del motivo, della ragione, dell'origine dell'annichilimento della persona amata e del segreto, in definitiva, dell'amore, di quel daimon che ancora lo possiede, che ancora orienta un'intera vita e che ancora chiede all'amata.
Si cerca ovunque, nelle strade del visibile e dell'invisibile, come cieco in un mondo privo di suoni, profumi, sapori e dimensioni. Non si trova mai risposta alcuna e si perde la speranza di poterla cogliere. Fino al momento in cui – quando ormai si è convinti che in un mondo silente, inodore, insapore e indefinito, la propria cecità è inutile – arriva la sera dei miracoli.

Un pub, un tavolo per due, due disabili l'uno di fronte all'altra: lei ha una disabilità fisica, lui psichica. C'è la musica: lui le canta una canzone, la guarda negli occhi, le tende una mano; lei lo ascolta, incontra i suoi occhi, prende la sua mano, la ruota di 180° e gli bacia il palmo.
Un poeta scrive versi su un effimero foglio. Li dona alla coppia, li ringrazia e, dopo aver lodato la loro bellezza, va via.
Lui esce fuori per cercarlo. Lo trova, lo ringrazia per i versi e chiarisce che la musica, la canzone, è ciò che li completa.
Il poeta torna dentro e si avvicina a lei.
Lei racconta di aver già infilato nella borsa i suoi versi e che, una volta rientrata a casa, li metterà nel diario segreto delle cose più belle.
Lui raggiunge lei e il poeta al tavolo. I due si guardano e lei dice: “C'è solo tanto amore. Siamo felici così. Ci piace dedicarci l'un l'altra le canzoni. Non vogliamo altro”.

Ecco che tutto è chiaro, indubbio, evidente. L'origine dell'annientamento della persona amata e il segreto dell'amore hanno la medesima risposta. Non si può solo dare, non si può solo ricevere. Occorre dare e ricevere l'un l'altra. Magari non sempre, non tutti i giorni, non tutte le ore e i minuti, ma ricordarsi, per esempio, una volta tanto, di andare in un pub, prendere un tavolo per due, dedicarsi l'un l'altra una canzone, prendersi la mano, guardarsi negli occhi, sorridersi e non volere nient'altro. Bisogna reciprocamente dare importanza alle piccole cose, ai dettagli, ai particolari.
Senza questa rimembranza, si finisce entrambi per rinchiudersi in celle d'isolamento separate, poi queste diventano monadi e infine si trasformano in universi, i quali, si sa, devono stare da soli e non possono conoscerne altri.

sabato 30 marzo 2024

PROPRIO COME NELLE STORIE


- di Saso Bellantone

Ormai è tutto abituale, monotono, insignificante. La Terra gira intorno al proprio asse e attorno al Sole, quest'ultimo sorge e tramonta ogni giorno, l'onda si riversa sulla battigia e defluisce. Sempre, di continuo, senza sosta. Tutto prosegue, nostro malgrado, muovendosi ciclicamente nelle medesime traiettorie, ancora ancora e poi ancora senza mai sbagliare il tiro, senza incertezze né ripensamenti. La strada è soltanto una, non importa se la si chiama “questa” o “quella”, è già segnata, chiara, trasparente. Non conosce punti di vista, gradazioni o sfumature. Procede sicura in avanti, verso il passo successivo, e ricomincia nuovamente là dove innumerevoli volte è già cominciata ed è già passata. La periodicità è uno dei tratti caratteristici della vita, una costante, un fato al quale neanche gli antichi dèi possono sfuggire. Figuriamoci gli esseri umani...

Si vive ogni giorno esattamente come quello prima e quello dopo. È tutto piatto, monocorde, monocolore. Si ripete qualunque pratica sempre nel medesimo modo: gesti, espressioni, intenzioni, parole, silenzi, percezioni, sensazioni, comportamenti, movimenti e stasi. Da un'alba all'altra e così via verso tutte le altre, si praticano incalcolabili azioni rituali che danno il ritmo, l'accento, la misura con la quale dare una logica al tutto, un senso, un significato ultimo alla vita in generale, alla propria e, dunque, a se stessi.

La ripetizione, tuttavia, svuota, espropria, spoglia di qualsiasi sapore, fragranza o chiave di violino si riesca a focalizzare nel giro precedente della ruota temporale che si ha disposizione. È una forza annichilente che cancella, rimuove, consuma senza lasciare traccia alcuna di quanto vi era prima. Proprio come fa il Nulla nel celebre film “La storia infinita”, tratto dal romanzo di Michael Ende (1979): conduce al niente, al punto zero, alla tabula rasa e lo fa di nuovo e poi ancora una volta e poi ancora ancora ancora...

È in questo modo che si diviene meccanici, automatici, involontari. Proprio come piccoli ingranaggi di un inestimabile orologio appeso a una parete che neanche esiste, del quale né uomini né dèi sanno leggere le lancette, ci si muove, uno scatto alla volta, convinti di non essere altro che quel “tic”, quel “tac” e quell'istante che intercorre tra di essi. Non si ha un volto né pensieri né emozioni. Ci si sente spersonalizzati, disumanizzati, eternamente stretti in uno stato di interdizione sprovvisto di vie d'uscita e porte d'emergenza. Proprio come nel trovarsi dentro una stanza senza porte né finestre, ci si chiede in quale modo ci si è finiti dentro, ci si domanda il perché e per quanto tempo ancora si è condannati a restare rinchiusi là dentro. Fino al momento in cui si viene privati anche dello stesso domandare ed il proprio segnale non è altro che piatto.

Ma proprio come nel film citato sopra e in tantissime altre belle storie, non è fatalmente così.

Ci sono incontri e accadimenti il cui fragore è come quello di un tuono in pieno giorno. Fanno un tale frastuono la cui energia finisce col penetrare dentro la carne e le ossa e oltre di esse e si stabilisce dentro, come seme dentro la terra. Quel granello germoglia pian piano, anche se non se ne è consapevoli. Cresce, cresce e diventa una pianta imponente, coi suoi colori, le sue foglie, i suoi fiori, i suoi frutti, i suoi rami, il suo tronco, le sue radici, le sue venature, l'insieme delle sue variegate forme, tutta la sua struttura. Un albero che dà naturalmente, in maniera incondizionata, involontaria, gratuita; che riempie tutto lo spazio che deve, nella terra e verso il cielo; che prende l'anidride carbonica che si espira, il veleno, e dona ossigeno.

Non ci si rende subito conto dell'azione risanatrice e ricostituente di esso. Lo si capisce quando i suoi frutti cadono dai rami e rotolano via alla ricerca casuale di altra terra, esattamente come quando dal ventre materno nasce un'altra vita. È la vita stessa che vuole vivere, che cerca altra vita e che, in tale ricerca, insegue se stessa. E quando lo si comprende, si è felici...

È proprio come nelle storie.

Quando si è felici, è, anche, il momento di dirsi addio.

Il viaggio è finito, la strada ha condotto alla sua meta, la battaglia si è conclusa e se ne è usciti, per fortuna, vincitori: non più arrugginiti ingranaggi senza volto né origine né destinazione ma pezzi unici con una inconfondibile aura appartenente ad un mondo invisibile, che vuole diffondersi, propagarsi, irradiarsi là dove non è ancora arrivata e vuole approdare; là dove c'è un ciclico buio che attende di essere rischiarato; là dove c'è altra terra che attende il seme.

Andate allora, cari amici, e siate il granello delle piante a cui siete destinati, proprio come quello che ci ha fatalmente accomunato. Lasciate che la vostra aura risplenda nei sentieri segreti del fato e, come ne “La storia infinita”, insegnate a chi vi tocca incontrare che non era Atreju a dover sconfiggere il Nulla ma era Bastian a dover decidere se credere, oppure no, nei sogni.

Addio...

venerdì 22 marzo 2024

IL LAMPO di Giovanni Pascoli



 - di Saso Bellantone

E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.

Il buio del pensiero è asfissiante, incalzante, improrogabile. Come ombra delle ombre segue ovunque. Non lascia scampo né riposo né solitudine alcuna. Come nemico immaginario, colpisce da qualunque direzione e in qualsiasi momento. Non c'è difesa né armatura né muraglia capace di fermare i suoi fendenti. Come nero manto di origine ignota, non c'è spazio che non sia avvolto, stretto, rinchiuso nella sua oscurità. Toglie il fiato, altera il ritmo cardiaco, modifica i sensi e la percezione delle cose. Incupisce, scurisce, occulta se stessi e le cose a tal punto da con-fondere vittima, labirinto e Minotauro, ritenendoli un tutt'uno. Ci si muove ciechi, dissennati, deliranti in cerca di quella fiamma, di quella luce, di quella stella che possa schiarire anche per un solo istante quello stato di anonimato, di incomprensione, di annebbiamento che avviluppa tutto e ci si ritrova nuovamente privi di vista, fuori di sé, senza ragione. Come Urobòro o un cane che si morde la coda, il buio del pensiero costringe senza sosta a fare i conti con esso. Obbliga a ottenebrarsi, a confondersi, ad annichilirsi. Vincola, ad occuparsi di esso. Non ci si può sottrarre, non gli si può sfuggire, non c'è redenzione. Si vive, così, alla ricerca, si procede a tentoni, tastando con mano le stesse tenebre nelle quali ci si muove, continuamente inconsapevoli se l'orientamento è quello giusto oppure è l'ennesimo errore. E poi, in un effimero istante, ecco la luce. Come in un battito di ciglia, si apre una prospettiva ampia e meravigliosa e si ritira repentinamente nel buio. Si vede tutto, nel silenzioso clamore di quell'apertura inattesa. La terra spossata, ammaccata e ancora viva; il cielo traboccante, fatale e deperito; una casa candida, incontaminata, innocente.

Nella poesia Il lampo di Giovanni Pascoli, è possibile riflettere sul nichilismo e su cosa vuol dire pensare a partire da esso, dentro di esso e nel tentativo di trovare una via d'uscita. Quest'ultima non è scontata e dipende dalla prontezza del soggetto che pensa di cogliere ciò che si apre in un'illuminazione improvvisa, paragonabile a un evento naturale, come per esempio un lampo che rischiara per un attimo la/nella notte buia.
Questo chiarore passeggero offre la chance di mettere a fuoco alcuni elementi-chiave che consentono di orientare il pensiero, prima che torni nuovamente l'oscurità del nichilismo, e di prendere una scelta:
- la terra, simbolo della storia, colma delle ferite provocate dalla fatica del lavoro e dagli eventi politici e sanguinosi che si sono susseguiti nella storia dell'umanità;
- il cielo, simbolo della metafisica, strapieno di interpretazioni portatrici di catastrofi al genere umano, ormai guasto, che ha esaurito la sua antica funzione;
- la casa, simbolo della mitezza, della semplicità, della genuinità, della trasparenza;
- l'occhio, simbolo del vedere, del pensiero;
- la notte nera, simbolo appunto de nichilismo.
È a partire da questi punti di riferimento che, in balia del nichilismo, è possibile pensare all'occasione di trovare una via d'uscita da esso. Forse Pascoli non la trova. Anzi, pare che ai suoi occhi il nichilismo sia un dato di fatto, una certezza che torna ad essere un punto di riferimento nel sottrarre qualsiasi stella polare con la quale orientare il proprio pensiero. Forse lascia al singolo individuo l'eventualità di operare una scelta a partire da quei concetti-chiave, dei quali definisce il senso e la funzione con pochi termini Forse indica nella casa la nuova stella polare con la quale indirizzare il pensiero, all'interno del vicolo cieco che è il/nel nichilismo. Forse...

lunedì 20 novembre 2023

GRUPPO 5 TFA

 


Io non so gli altri come vivono gli avvenimenti. Io so che li vivo, intensamente. Anzi, intensa-mente. Nell'oscuro scenario del post-moderno, immersi nella tabula rasa di volti, orizzonti e stelle fisse che è il qui ed ora, a me gli eventi e gli incontri parlano chiaramente, come fiore che nasce in mezzo al deserto. Ed è subito l'aurora.

Ho frequentato per mesi il TFA sostegno e sembrava di stare a Chongqing, in Cina, là dove c'è l'incrocio di strade più complicato del mondo. Cinque piani e quindici sopraelevate che moltiplicati per due (andata e ritorno), danno metaforicamente il numero dei colleghi frequentanti il mio corso di specializzazione. Gente proveniente da ogni regione d'Italia, ognuna con la propria storia, le proprie motivazioni, il proprio sguardo rivolto al domani. Tutti impegnati a seguire le lezioni dall'alba al tramonto, ogni giorno, e poi ogni fine settimana, per fare esami, in una irrefrenabile corsa contro il tempo, gli impegni e le varie scadenze personali, accademiche, lavorative e familiari.

È stato un viaggio sfiancante, lontano da sé e dai propri cari, in direzione della tanto auspicata meta qual è il titolo di specializzazione. Un itinerario fatto sempre dalle medesime tappe, tuttavia, sempre diverse, perché condiviso con un gruppo speciale, a bordo del pullman 5, con solo nove posti. Cambiava solo l'autista: il docente di turno, che ogni volta ci ha condotto in un nuovo territorio del mondo della conoscenza. Ma quei nove posti erano predestinati, come i numeri sulla scala di Fibonacci.

Con tali compagni, il crocevia si è trasformato in un sentiero nel bosco e la meta in una radura, in una consapevolezza altra: tutto è scritto con inchiostro simpatico sulle pagine invisibili dell'ignoto, e si può leggerle soltanto senza vedere.

Come viva musica di un vecchio vinile, ricorderò tali indimenticabili compagni sempre a bordo di quel pullman, unico e raro, ma stavolta verso nuove destinazioni: il Gruppo 5 TFA.

Buon proseguimento amici, allacciate le cinture...

venerdì 4 novembre 2022

Feo, Erasmo, Nietzsche e Bataille


- di Saso Bellantone

Un cane, un Folle, un nichilista e un antiutiliritarista.

Sembra già un accostamento folle ma in realtà tale avvicinamento è più dell'apparenza. È, Follia. Follia con la F maiuscola, di quella buona, Erasmo docet.

Crediamo ormai sia sempre un male, una colpa, un peccato a causa del quale vediamo sbarrata la porta per il paradiso, il valhalla o qualsiasi altra speranza le civiltà umane o singoli individui abbiano prodotto nel corso del tempo, con ragionamenti austeri o stupefatti. Eppure, al di là della latitudine e della longitudine, delle mode e delle abitudini, del dna e della cultura, della provenienza e delle chance, del potere e della sua povertà, del destino e del caso, la Follia può “anche” essere un bene, un pregio, una virtù. Dipende da quale lato e con quali occhi si guarda.

La società nella quale viviamo, a nostro piacere o meno, ci abitua, e ci impone, fin da piccoli, a impiegare soltanto una sguardo, un paio di occhiali, una sola prospettiva e per questo motivo non siamo mai necessariamente pronti, preparati – o predisposti, per quei pochi s/fortunati – a cambiare veduta, lenti o angolazione. Leggiamo gli eventi della vita, la nostra e, naturalmente, quella di chiunque altro passi al nostro fianco – sia quest'ultimo fisico, virtuale, ideale, patologico o mediatico – così come ci è stato insegnato a casa, nelle chiese, a lavoro o in qualsiasi altro luogo della società, sia un pub, la parrucchiera o un supermercato. Interpretiamo gli accadimenti nella maniera in cui siamo stati educati, allevati, cresciuti, ispirati e civilizzati, e lo facciamo per essere inconsapevolmente numerati, cifrati, micro-chippati e dunque essere pre-visti, calcolati, pronosticati, preventivati e catalogati, per essere tradotti, infine, in parti di equazioni inimmaginabili che ingrossano i conti di pochissimi; quei visibili/invisibili, in abito ying e yang, talmente divini da pagare altri per tirare i fili delle nostre scelte e del nostro eterno dannato presente, mentre bevono assieme a noi un drink o si riscaldano con noi al fuoco di una brace provvisoria e periferica.

In questo panorama, non siamo capaci di mettere assieme un cane, un Folle, un nichilista e un antiutiliritarista. Tantomeno di dichiararci, o ritrovarci, Folli. A meno che, non sperimentiamo, realmente, la loro intrinseca connessione.

1) Feo è stato il mio cane. Non c'è altro da dire – la sua storia, la nostra storia, i suoi bisogni, i miei bisogni. Era mio ed io ero suo. Probabilmente, io ero il suo cane.

2) Nel tempo della morte di Dio nietzscheana, la perdita è una delle parole chiave che caratterizzano la nostra esistenza e l'esistenza in generale.

3) La nozione di dépence batailliana è quel punto di vista che consente di mettere a fuoco l'impensabile e tale nozione è sempre un giudizio sintetico a posteriori.

Partiamo dal punto 2.

La morte di Dio nietzscheana, enunciata nel celebre aforisma 125 de La gaia Scienza, tra le tante cose, sottolinea, ricalca, mette a nudo il concetto di “perdita”: azzeramento dei vecchi valori, da un lato; possibilità/impossibilità di qualsiasi piramide valoriale, dall'altro lato. In ogni caso, quel che vien meno, è la certezza di qualcosa, di un punto fisso, di una stella polare che possa indirizzare il nostro vagare o le nostre scelte. Brancoliamo nel buio.

Eppure in questa cieca erranza, continuiamo a sperimentare nella carne e nelle ossa la perdita. Perdiamo il ventre materno, perdiamo l'infanzia, l'adolescenza e tutto quanto vi è connesso: amori, amicizie, speranze, sogni, prospettive, qualsiasi rapporto e relazione. Perdiamo l'importanza che diamo a un genitore, a un parente, un amico o una persona amata. Perdiamo le passioni, i piaceri, i modi di vivere e di pensare. Perdiamo le abitudini, gli usi, il modo di vestirci e la gente da frequentare. Perdiamo l'autobus, il pronostico, il treno che passa una volta sola, il senso dell'orientamento. Perdiamo continuamente la nostra identità e quella che diamo a qualsiasi altra cosa, avvenimento, persona ci sfiora. Viviamo, quindi, la perdita come un principio regolatore dell'esistenza pur essendone inconsapevoli, e proseguiamo il nostro incerto girovagare in direzione di un orizzonte che abbiamo perso già prima di averlo pensato, oltre che visto di sfuggita. Non facciamo altro, in estrema sintesi, che vivere perdendo tutto, nulla escluso, assuefatti dalla sensazione del perdersi per perdersi nuovamente e ancora, ancora... Per questo motivo, niente e nessuno può essere o rappresentare quella feritoia, quel battito d'ali o di ciglia utile per ritrovare se stessi. Perché ciò che perdi non è più tuo e perché ciò che perdi non sei più tu.

E così veniamo al punto 3.

Eppure c'è qualcuno, e non un qualcosa, che vive la perdita in maniera batailliana, come pura perdita, Pura con la P maiuscola, proprio come la Follia di Erasmo. Qualcuno per cui “perdita” non è che un altro modo per dire “dono”. Perché è un dono questo qualcuno e qualunque fatto si possa sperimentare, assistere, vivere assieme a questo qualcuno.

Per questo qualcuno, è un dono perdere il potere di decidere di sé, dei propri tempi, dei propri spazi, della propria vita in toto. È un dono perdere il potere del capobranco, di quel che c'è da fare, dei luoghi dove andare, così come delle persone da incontrare, delle regole da seguire e di quelle alle quali ribellarsi. È un dono perdere la propria natura, i propri istinti, la propria animalità. È un dono qualunque cosa faccia, bella o brutta che sia: starti vicino, quando non vuoi nessuno al tuo fianco, e riempirti di tante di quelle attenzioni innanzi alle quali un altro essere umano è cieco; romperti le scatole, in quei momenti in cui non desideri altro che non avere nulla a cui pensare, e darti tante di quelle responsabilità innanzi alle quali, se solo fossero di natura umana, passeresti dritto. È un dono, a ben vedere – avendo gli occhi per vedere, naturalmente –, anche soltanto avere questa possibilità, quella cioè di stare al fianco di questo qualcuno per il quale qualunque cosa accada è un momento di gioia di stare con te, è un attimo di difesa, di te, è un istante bello, semplicemente perché è con te.

Ma se questo qualcuno fosse umano, non sarebbe niente di quanto detto finora.

E così veniamo al punto 1.

Feo era un dono e anche la sua perdita lo è. Te ne rendi conto solo a posteriori, perché il suo “non esserci più” mostra la sua essenza, e la tua. Ti fa capire di essere, di continuare a essere, “anche” ciò non hai più e di non essere più quel che eri prima. Ti fa rendere conto che tornerai a muoverti alla cieca, perché non era lui ad essere tuo ma tu ad essere suo. E adesso, non sei più la sua proprietà, non hai più una zavorra che ti tiene coi piedi per terra, non hai più stelle fisse.

Feo era un dono non umano, inumano, sovrumano. Se avesse avuto anche la minima parvenza umana non sarebbe stato un dono e non lo sarebbe neanche ora che non c'è più. Perché il dono che ti lascia è il pensiero: a lui, e a te. Così rivedi un'intera vita, da una parte, e l'ignoto, dall'altra.

Feo era la risposta alla morte di Dio nietzscheana, alla perdita cosmologica e antropologica dei valori, al nichilismo che palpita nella terra e nella carne. Era la dépence, la perdita, però in segno positivo: un dare continuo senza voler ricevere nulla in cambio. Un dare e basta che riempiva il niente, il vuoto di Dio. E adesso quel vuoto rischia di restare incolmabile, di nuovo, ancora, senza la Follia di Erasmo. La Follia che ha scandito il nostro percorso, fin che Feo c'è stato, la Follia che deve continuare a dare un senso al percorso, anche adesso che non c'è più. Quella Follia che manca alla società, e alle civiltà, per invertire la rotta e riscoprire, ricordare, rispolverare quanto di buono c'è, o è rimasto, nell'umanità e in ognuno di noi.



lunedì 16 dicembre 2019

SE TARDANO O NON ARRIVANO



- di Saso Bellantone


Restano e volano,
come piombo e piuma,
se le spingi permangono,
se le soffi si perdono,
come piombo e piuma,
le parole
uccidono e salvano,
se tardano,
o non arrivano,
lo stesso,
feriscono.

domenica 3 novembre 2019

TRASPARENZA



- di Saso Bellantone

La trasparenza è limpida, come acqua sorgiva. Chiara, come la luce. Nitida, come paesaggio senza nebbia. Non ha sfumature né imprecisioni. Brilla, senza macchie e imperfezioni.
La trasparenza è pulita, come isola sperduta nell'oceano. Cristallina, come oasi nel deserto. Innocente, come stella remota. Non conosce polvere né inquinamento. È pura, mai infetta e senza contaminazioni.
La trasparenza è sana, come albero da frutto. Dolce, come il sorriso di un fanciullo. Delicata, come i sogni degli adolescenti. Resiste, desiderosa di vita. Vuole se stessa, oltre le cadute e le ferite.
La trasparenza ha cura di sé. Si rialza, si ristabilisce. Cerca l'armonia, con tutto ciò che la circonda. È attenta, a chi le sta attorno. È buona, affettuosa. È soffice, come il cotone e le nuvole.
La trasparenza conforta, calma, rassicura. Guarisce e incoraggia. Dà la pace, stimola. Dà fiato, come l'aria. Lava, come l'acqua. Rinvigorisce, come il fuoco. Fortifica, come la terra.
La trasparenza è il contesto, l'ambiente, l'habitat proprio dell'essere umano. È in essa che quest'ultimo entra e resta in contatto con la propria essenza. Con ciò che è veramente. Con la propria identità.
Essere e realtà sono due facce della stessa medaglia. Sono trasparenti, manifesti, palesi, e l'essere umano per essere tale non può evitare di trapelare, mostrare, rivelare se stesso.
Il “chi” dell'essere umano si diluisce, si amalgama nel “che cosa” emerge, si presenta, si esibisce di lui stesso. L'essere umano è tutto ciò che ostenta, espone, mette in mostra. È ciò che fa vedere, che sbandiera, che sfoggia e che vanta e, tuttavia, è convinto di essere anche tutto ciò che nasconde, eclissa, insabbia e, per questo motivo, è frainteso, travisato, non è capito.
Dagli altri.
Questo è il nodo cruciale della questione, il problema di Aladino, il labirinto in cui ci si perde. L'oblio di essere inevitabilmente immersi in un luogo, spazio-tempo, ecosistema regolato dalla trasparenza, in cui ci sono anche “gli” altri. In cui “si è con” gli altri.
“Io giudico gli altri in base a quel che vedo e a quel che gli altri mettono in mostra”, è così che l'essere umano giudica senza esitazione. Dimentica a priori, però, che lo stesso, all'inverso, vale per lui, e cioè che oltre ad essere colui che giudica è, nel contempo, anche colui che è giudicato dagli altri “in base a quel che loro vedono e a quel che lui mostra di sé”. Dunque, in un caso e nell'altro, si permane nelle lande della trasparenza, di ciò che è visibile, osservabile, toccabile con mano: a partire da questa sfera ed entro tale dimensione si giudica e si è giudicati.
Il fraintendimento, il malinteso, l'equivoco, in questo quadro, non è altro che un'illusione, una giustificazione, una farsa. Convivendo nello stesso habitat con gli altri, tutti al di sotto della fatale legge della trasparenza, non si può pretendere di giudicare in base a quel che si vede e di essere mal interpretati perché non si è manifestato quel che si cela, si camuffa, si occulta. Si è, e quindi si giudica e si è giudicati, per mezzo di quel si vede/si mostra nel contesto comune. Si è mediante i fatti osservati/compiuti e se si dimentica, o si sceglie consapevolmente, di svelare ciò che si custodisce nel segreto non si può poi sostenere di non essere capiti in toto e di essere stati travisati. Si è sempre la trasparenza manifesta, sia nel caso in cui si vesta i panni dell'io, sia nel caso in cui si vesta i panni degli altri.
L'ironia della sorte, o meglio della legge della trasparenza, è che in quest'ultima non esistono equivoci né abbagli, neanche se si decide di nascondere agli altri “parte di sé”, ossia tutto quello che può essere definito come “segreto”. Quest'ultimo infatti, e cioè la scelta di celare ad altri la pienezza di sé, traspare, trapela, emerge lo stesso come “ciò che non è reso manifesto”, che non è stato palesato, mostrato; affiora come “ciò che è stato occultato”, che è stato mascherato, velato. Malgrado sé, il segreto spunta fuori come sudore, aria espirata, energia emanata. Come ciò che c'è nonostante si scelga volontariamente di non mostrarlo. Il segreto filtra, gocciola da sé come l'invisibile che è visibile. È trasparente, ed evidente. Indubbio.
Non ha senso dunque alcuna pagliacciata, maschera e autocommiserazione. Splende anche quel che si lascia nell'invisibile, nell'immateriale, perché tutto è traslucido, opalescente, incontaminato.
Si è sempre trasparenti e la trasparenza che si è resta sempre esposta all'alterità nella sua fattualità. Si è i fatti compiuti e non compiuti, narrati entrambi dalla propria presenza, e il linguaggio può fare poco se si è scevri di tale consapevolezza o si tenta di aggirarla. Il linguaggio ha potere soltanto se si abbraccia la consapevolezza di essere trasparenti, esposti, fattuali, soltanto se si comprende che l'habitat nel quale si vive può essere abitato esclusivamente secondo questa regola inevitabile: tutto traspare, tutto è evidente, tutto è fattuale, concreto, tangibile.
Bisogna avvinghiare questa fatalità, vivere pienamente coscienti di essa.
Se la si evita, o si fa finta di nulla, traspare.
E traspaiono anche le ragioni.
E quando queste ultime non ci sono, o sono superflue, emerge la verità.
Nient'altro.

venerdì 25 ottobre 2019

IO NON GIOCO A DADI



- di Saso Bellantone


La luna tace
eppure parla la sua luce;
il sole sembra una lumaca,
cammina piano, con le antenne tese.
Si fa giorno
eppure resta ancora notte,
dilaga il frastuono
ma divampa il silenzio nei suoi intermezzi.
I piedi senza stasi,
le ombre fuggono all'indietro,
l'aria non picca,
la bandiera è bianca.
Chiarisce tutto la luce
ma l'ignoto sogghigna,
una spalla mi tocca
ma sa già che non gioco a dadi.