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martedì 30 maggio 2017

L'ARTE PERIFERICA: Intervista a Matteo Calderaro


- di Saso Bellantone
Matteo Calderaro meglio noto con gli pseudonimi Calabro o Mr.Mayhem (Oppido Mamertina, 18/10/1984) è un rapper calabrese proveniente da Varapodio, un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria.
Il nome Calabro è segno identificativo del luogo di provenienza e risale al periodo trascorso nella città di Bologna tra il 2003 e il 2013, in cui muove i suoi primi passi come Mc a diverse jam ed eventi. È lì che conosce parte dei maggiori esponenti della scena Hip Hop del momento, tra cui Lamaislam, Inoki, Nunzio e molti altri rapper del collettivo Porzione Massiccia Crew, con alcuni dei quali nasce un rapporto di amicizia e il nickname Calabro con cui il rapper viene chiamato e si fa conoscere all’interno della scena bolognese.
Dopo un periodo di studio e apprendimento della cultura Hip Hop e delle sue discipline nel 2012 esce il suo primo lavoro dal titolo “Vita i Paisi”. Album di 10 tracce interamente autoprodotto in cui il rapper si racconta e racconta la realtà delle sue origini.
Nel 2013 ritorna in Calabria nel suo paese natale e dopo qualche anno di riflessione nel 2016 esce con il suo secondo album dal titolo “One and Only” accompagnato dal suo primo videoclip “Guerra Santa” singolo estratto dall’album. Qui le produzioni sono affidate al produttore calabrese Melo Zamo e a Peppe Cirino come la produzione esecutiva e la collaborazione in alcune tracce.
Nel 2017 entra a far parte dell’etichetta GrandMaster Records, nuova label, all'interno dell'edizione musicale milanese Pa 74 Music di cui Peppe Cirino è direttore artistico. In questo periodo, mentre lavora al prodotto ufficiale e inedito, fa uscire un altro videoclip “La Cura” singolo che anticipa l’uscita a breve del nuovo mixtape.


Come ti sei avvicinato alla musica rap?
Conobbi questa musica nei primi anni novanta grazie a mio cugino, è lui che mi ha introdotto. Ricordo ancora la prima cassetta che mi fece ascoltare, Ice-T “Original gangster”, sarà stato il 93/94, avevo 9/10 anni e da lì cominciai ad appassionarmi a questo genere; ai tempi facevamo i salti mortali con mio cugino per trovare le cassette e per stare al passo con l’Hip Hop.
Vivevamo in una piccola realtà, e allora, questa musica era considerata veramente di nicchia quindi difficile da reperire.
Comunque è cominciato tutto più di vent’anni fa e ancora sono qui.

Che cos'è il rap?
Il Rap è parte di un movimento culturale più grande chiamato Hip Hop, nato negli Stati Uniti, precisamente nel Bronx, e consiste essenzialmente nel parlare seguendo un certo ritmo. Questa tecnica è eseguita dagli “Mc”(freestyler) mentre i Dj accompagnano gli Mc.
Questa è la vera definizione di Rap che sembrerà banale, ma molta gente non conosce o lascia passare in secondo piano.
Per quanto mi riguarda il rap è il mio linguaggio, il mio mezzo per esprimermi, il modo che ho per comunicare con gli altri.

Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della musica rap, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Oggi molta gente ha perso il senso, ha smarrito l’origine. Vedo molti pseudo artisti che si spacciano per rap, ma non conoscono il rap, lo usano, lo sfruttano perché magari adesso va di moda o per i propri interessi.
Ma il Rap è parte di una cultura che viene dalla strada e rimane nella strada, è un'arte e come ogni arte va studiata e conosciuta prima di interpretarla e soprattutto non va snaturata solo per vendere qualche copia in più.
A molti ormai interessa solo vendere, solo il successo, le classifiche, i like, le view, e devo dire che ormai le tv con questi talent stanno rovinando un po’ tutto; si è perso il vero obbiettivo che dovrebbe essere quello di rappresentare questa musica per quello che è e non trasformarla per farsi passare in radio.
Io credo che bisognerebbe pensare di più al contributo che ognuno di noi riesce a dare a questa musica per farla crescere e non utilizzarla per far crescere solo la nostra popolarità.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio, la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire i tuoi brani “poesie”, opere d'arte, creazioni nel senso pieno del termine?
Sì, credo di sì, perché penso che ogni rapper, mc, liricista sia anche egli un poeta che usa le parole come arte, in questo caso l’arte delle rime, per trasmettere un messaggio. Io credo che i rapper oggi siano poeti urbani, i poeti del mondo odierno, i poeti di questo tempo.

Perché scrivi musica rap? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante l'arte della musica rap?
Dico sempre che è stato il rap che mi ha salvato, mi ha dato uno scopo, un obbiettivo, un qualcosa in cui credere.
Ecco perché scrivo, perché sento l’esigenza di trasmettere agli altri quello che ho dentro: i miei pensieri, le mie paranoie, le mie frustrazioni. È l’unica cosa che mi rende felice, soddisfatto, realizzato. Scrivo perché è l’unico modo per aprirmi completamente, carta e penna non giudicano, non votano, accettano semplicemente la verità e mi consentono di voltare pagina. Ogni rima, ogni strofa, ogni pezzo è una parte di me, un pezzo della mia storia che rimane nel tempo, e non contano i soldi oppure il successo, se il mio messaggio riesce ad arrivare anche ad una sola singola persona: è lì che avrò raggiunto l’obbiettivo, ed è per questo che lo faccio.

Che cosa racconti con i tuoi brani?
Io credo di essere un rapper abbastanza introspettivo, quindi i miei testi rispecchiano molto questa mia introspettività ma in realtà nei miei brani non ci sono temi o logiche particolari appositamente ricercate, è tutto frutto dell’ispirazione.
Voglio dire è l’ispirazione, è lei che mi guida quando scrivo, e può essere dovuta a qualsiasi cosa, un sentimento, qualcosa che ho vissuto oppure un libro che ho letto, un film che ho visto.
Prima di scrivere un pezzo non so mai di cosa voglio parlare, ma alla fine è tutto più chiaro.
Questo mi serve ad essere reale quando scrivo, perché essere reali è la cosa più importante.

Un rapper può sentirsi tale senza il pubblico?
Beh, sì e no, cioè penso che il pubblico sia importantissimo, lo facciamo apposta, per far arrivare il nostro messaggio a più persone possibili. Ma non credo sia la cosa più importante, più importante è essere soddisfatti di quello che si è fatto, del contributo che si è dato all’Hip Hop. Io ad esempio mi sento soddisfatto dopo aver scritto un pezzo se mi piace, anche se non lo ha ascoltato nessuno,sono ugualmente fiero del lavoro che ho fatto. Penso che tutti dovremmo ragionare in questo senso, in tutti i campi e in tutti i livelli, perché il riscatto collettivo è più importante di quello personale.

Che cosa significa oggi vivere come un musicista e vivere esclusivamente della propria musica? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Per quello che mi riguarda vivere di musica, vivere come un musicista è assolutamente normale, è quello che faccio tutti i giorni, è come vivo quotidianamente. Intendiamoci, vivere di musica non vuol dire campare con la musica, mantenersi, per quanto mi riguarda, anzi io ci ho sempre rimesso, nel senso che se dovessi fare un bilancio, sono più i soldi che ho speso di quelli che ho potuto guadagnare, ma come ti dicevo prima non vedo la musica dal punto di vista economico e per me vivere di musica è svegliarsi ogni mattina con un pezzo nella testa, le emozioni e l’ispirazione che può darti un suono che ti piace, la soddisfazione che ti dà riascoltare un pezzo che hai finito quando capisci di esser riuscito a far passare il messaggio che volevi.

Cosa ti spinge a restare nella tua terra natia?
Semplice, i legami che ho qui, in primis la mia famiglia, le persone che amo. Credo che la vita sia una e a volte anche breve, quindi tutti noi dovremmo passarla vicino alle persone che amiamo.
Poi anche l’amore per questa terra, nel bene e nel male, con tutti i suoi pregi e difetti, perché credo che bisogna rimanere e lottare per la propria terra piuttosto che scappare con la speranza di qualcosa di meglio.
Poi dove ci porterà il vento non lo possiamo sapere.

Puoi definirti una sognatore? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Definirmi un sognatore no, non lo so, e comunque se ho qualche sogno nel cassetto non lo dico altrimenti non si avvera, giusto?
Più che sognatore sono un realista e credo che ormai il tempo per sognare sia passato, mi resta solo il tempo per vivere.

Parlaci del tuo ultimo album, “One and Only”.
One and Only è nato intorno al 2015 dopo un periodo di riflessione io cui non sapevo dove stavo andando e se fosse veramente questa la mia strada, un periodo di inattività dovuto ad alcuni problemi e momenti difficili che ho passato ma che nella vita accadono, e sono questi che ti fanno capire cos’è veramente importante, e ti fortificano per poter raggiungere gli obbiettivi che hai.Per questo dicevo che il rap mi ha salvato, il rap mi ha aiutato a superare questi momenti difficili, momenti in cui mi sentivo solo, sprofondare in un limbo, ed è lì che è nato One and Only.In questo album ho cercato di mettere me stesso e tutto quello che ho passato in quel periodo, infatti ci sono pezzi introspettivi come “Scrivo” o “Libero”, ma anche pezzi di rivendicazione e riscatto sociale come “ Guerra santa” o “Pelican Bay”, ma pure pezzi più freschi e autoironici come “Terronismo” o “Musica scegli per me”. Nel complesso penso ci sia un po' di tutto.
Le produzioni sono state fatte per lo più da Melo Zamo, amico e producer calabrese di vecchia data come me legato a suoni della Golden Age di questa roba, e da Peppe Cirino anche lui un membro della vecchia scuola calabrese, produttore e mix engineer, che ha anche partecipato liricamente in due pezzi.
Per chi lo volesse acquistare può trovarlo in tutti i migliori negozi digitali, Itunes e vari, oppure contattandomi personalmente.

Prossimi lavori, uscite, e poi chi desidera seguirti e saperne un po' di più sulla tua musica rap, dove può rivolgersi?
Per quanto riguarda le prossime uscite, c’è un mixtape di 18 tracce pronto ad uscire a breve in free download, che raccoglie il frutto del mio lavoro in quest’ultimo anno, in più il videoclip di un nuovo singolo “Atomi e membrane” che anticiperà il mio nuovo album ufficiale sotto l’etichetta GrandMaster Records.
Per chi desidera seguirmi e sapere di più sulla mia musica può seguirmi sul mio canale Youtube calafrika18, su Facebook Calabro84, oppure sui futuri canali che la GrandMaster sta per aprire.

Alcune parole per i giovani.

Ai giovani voglio dire: esprimetevi, tirate fuori quello che avete dentro. Credo che ognuno di noi abbia un'arte, abbia qualcosa da dare, nella musica come in ogni altra cosa. Bisogna tirarla fuori, manifestarla.
Ma soprattutto, rimanete sempre veri, reali, non smarrite mai l’origine.
Il vero riconosce il vero.

venerdì 10 giugno 2016

L'ARTE PERIFERICA: intervista a Carmelo Morabito, voce dei Southern Gentlemen League


Carmelo Morabito (Scilla, 1986) inizia la sua crescita artistica suonando in diverse band (Travelling Blues Band, the Xero, New Seekers, Bad Radio, the Experienced, The Unkown Pleasures, The Black Seeds) perfezionando la conoscenza dello strumento e cercando di racchiudere nei repertori di queste band tutti i brani lo appassionano.
Partecipando anche “come cantante” ad un seminario di Bred Garsed, le sensazioni provate suonando con un artista di grande fama, lo convincono a prendere il “fatto di fare il musicista nella vita” seriamente.
Nel giorno del suo 18° compleanno, riceve in regalo dai suoi genitori, per la terza volta nella sua vita, una chitarra, la sua prima Fender Stratocaster, per la quale non smette mai di ringraziarli. In seguito viene colpito da una malattia, fortunatamente superata, ma proprio quel periodo fa scattare il lui la voglia ed il bisogno di scrivere testi e di comporre musica. Così, con gli stessi componenti dei The Xero, forma gli Alcoholic Water con i quali pubblica anche un disco, “To Love Again”, con un'etichetta indipendente. Un album di 10 brani inediti che raccontano delle paure, emozioni e ostacoli affrontati durante la fase di cura della malattia. Con loro per diversi anni fa innumerevoli concerti al sud dell'Italia, cambiando molte volte formazione finché al basso arriva Mirko Rizzo e, con lui, il salto di qualità.
Con Mirko sviluppa un'affinità nel comporre nuovi brani mai avuta prima con altri ed in pochissimo tempo i due arrivano a suonare nella capitale e, addirittura, a fare un tour di tre date in Inghilterra, passando per Londra, Brighton e Kingstone.
Al rientro, l'abbandono della band da parte dell'ennesimo batterista fa finire definitivamente nel cassetto dei ricordi gli Alcoholic e, quindi, l’unico progetto di inediti mai avuto prima. Ma mai dire mai. Nella vita, si sa, le cose belle nascono come se le potentissime forze della natura facciano in modo che accadano. Vincenzo Tropepe (carissimo amico) propone loro di formare una band Southern Rock ispirata agli Allman Brothers, Black Crowes e altri e così i due decidono di inserire nel nuovo progetto gli inediti non registrati degli Alcoholic Water, rivisitandoli in chiave Southern Rock.
Ecco che nascono i Southern Gentlemen League (SGL).
Con i SGL, definiti da Carmelo grandi persone e grandi musicisti, comincia nel proprio piccolo a realizzare i sogni in cui crede da sempre. Assieme agli SGL, Carmelo è impegnato da due anni in diversi Tour tra Italia, Europa e Stati Uniti. In questi ultimi, precisamente ad Atlanta (Georgia), Carmelo e gli SGL hanno fatto il mixaggio e mastering del loro primo disco: “My world in the Other Hand”.

Come ti sei avvicinato alla musica?
Il primo approccio alla chitarra è stato all’età di 7 anni, grazie a mio padre e a mia madre: mi regalorono una chitarra classica e mi iscrissero ad una scuola privata per lo studio della musica e dello strumento.
A circa 11 anni, presi in mano la mia prima chitarra elettrica, una Yamaha ERG121 ed iniziai a scoprire, tramite l'ascolto di un infinità di dischi, il bellissimo mondo del Blues e del Rock’n Roll, quello vero. Per citare alcuni artisti, BB king, Muddy waters, Elmore James,Willie Dixon, come anche, Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Allman Brothers, Pink Floyd, Black Crowes e tanti altri ancora il cui numero è talmente grande che non basterebbe un libro intero per citarli tutti.

Che cos'è la musica?
La musica, come tutte le altre forme di arte, è innanzitutto l'espressione più profonda dell'anima dell'artista. È una magia. Rispecchia nel modo più sincero e diretto la vera personalità del musicista; il suo vero essere. Ma è anche un amore indescrivibile, di quelli che quando ti entrano nel cuore, non ti lasceranno mai più.
Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della musica, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Se devo dare un senso a questa bellissima forma d'arte, sicuramente mi viene da pensare al bisogno di ogni singolo individuo di chiudersi nella propria dimensione. Là dove nessuno può ostacolare i tuoi pensieri. La musica ti distacca dalla monotonia quotidiana, da qualsiasi forma di delusione e riesce sempre a trasmetterti le sensazioni giuste per trovare la via della felicità. Il senso della musica è il bisogno di ognuno di noi di essere liberi.
Credo anche che la musica abbia l'impressionante potere di essere utilizzata per qualsiasi scopo, anche per diffondere la pace nel mondo.
Sono certo che se si riuscisse a debellare tutto l'odio che l'essere umano ha sviluppato dentro di sé, tutte queste guerre tra popolazioni di religione diversa, di fazioni politiche contrastanti o di differenti interessi sia economici sia territoriali, il nostro pianeta diventerebbe il posto più bello dell’universo intero. E quest'odio, lo si può scacciare anche attraverso questa forma d’arte che sì, è astratta, ma se la si fa percepire nel modo giusto può diventare un'arma potentissima contro qualsiasi forma di male.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio, la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire la tua musica “poesia”, opera d'arte, creazione nel senso pieno del termine?
Ovviamente sì. La musica e la poesia secondo me camminano di pari passo. Sono come due sorelle esteticamente diverse ma con la stessa madre. 
Un poeta, quando scrive ed è ispirato, non fa altro che esternare le proprie emozioni su un foglio di carta attraverso il suo strumento, la penna. Se ci si pensa attentamente, non è diverso da quello che fa un musicista nella stessa situazione. Cambia solo lo strumento.

Perché suoni? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante l'arte della musica?
A questa domanda purtroppo, non riesco a dare una risposta che rispecchi a pieno il perché di questa mia esigenza. Posso dire solo che scrivere musica ed esprimermi attraverso la mia chitarra, mi porta in una dimensione mentale e spirituale che mi dà la possibilità di esternare le emozioni più profonde che tengo inconsciamente dentro di me, che altrimenti a voce o in qualsiasi altro modo non riuscirei mai a comunicare.

Che cosa racconti con la tua musica?
Un musicista come qualsiasi altro tipo di artista, che sia pittore, poeta, scultore, eccetera, crea dei metodi personali per riuscire ad arrivare al proprio scopo, cioè finire la propria opera.
Io scrivo sempre qualsiasi cosa mi viene da scrivere, in qualsiasi momento mi sento ispirato. Una volta mi portavo dietro sempre un taccuino ed una penna per poter assolvere a questa mia esigenza nei momenti inaspettati della giornata, per poi mettere insieme le parti che più si adattavano per la conclusione di un testo di una canzone. Adesso, dato che il mondo e la tecnologia vanno avanti, prendo nota con il mio cellulare. Ma va bene così, il risultato è sempre quello alla fine. In un secondo momento, aggiungo tutta la parte riguardante il background musicale del brano e non nascondo il fatto che questo mi viene anche molto facile. Detto questo, concludo dicendo che la mia musica, racconta della mia vita vissuta giorno per giorno.

Un musicista può sentirsi tale senza i gli ascoltatori?
Sì, penso di sì, ma fino ad un certo punto, perché un artista, per dare un senso al proprio lavoro, deve per forza di cose sottoporsi al giudizio ed alla condivisione dei propri lavori ad altre persone. La musica senza gli ascoltatori non avrebbe senso.

Che cosa significa oggi vivere come un musicista e vivere esclusivamente della propria musica? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Sicuramente di questi tempi la vita di un musicista è molto ardua a livello sia economico sia affettivo. Per un musicista è quasi impossibile avere una vita stabile. La tecnologia ha sconvolto il mercato discografico, quindi, di dischi se ne vendono ben pochi. Siamo costretti a stare sempre fuori casa per fare tour e concerti perché è l'unica forma di sostentamento economico sicura. Ormai viviamo da nomadi e questo comporta i suoi svantaggi. 
Devo anche dire, però, che tutto ciò comporta anche molti aspetti positivi, per esempio il vivere in libertà assoluta, il conoscere sempre nuove persone, nuove culture e il vedere giorno dopo giorno dei posti del nostro pianeta nuovi e meravigliosi. Si vive la vita fino in fondo.

Cosa ti spinge a restare nella tua terra natia?
Amo la Calabria incondizionatamente. Quando parto per lunghi periodi ne sento fortemente la mancanza. Provo sentimenti per la mia terra che non sono molto lontani da quelli che sento per mia madre. Qui mi sento protetto, al di là di tutte le difficoltà che si hanno per restare.

Puoi definirti una sognatore? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Sfido qualsiasi persona a trovare un musicista che non sia un sognatore. Sì! Assolutamente lo sono. Cerco sempre di fare di più per trovare sempre la strada giusta per crescere a livello sia artistico sia umano, ma posso dire che ho sempre sognato di vivere la mia vita facendo quello che mi piace fare e per il quale sento di essere nato. Suonare ovunque. Nel mio piccolo, sto per vivere il mio sogno nel cassetto.

Parlaci del tuo ultimo disco, “My world in the other hand”.

È il disco che ha in qualche modo fatto crescere dentro di me la convinzione e la voglia di continuare a percorrere la strada del musicista. È un disco composto da 12 brani, dei quali 11 inediti e 1 cover intitolata “Whippin' post”. Abbiamo fatto la scelta di inserire questa cover nella play-list del disco perché è stata scritta da una band degli anni '70 che, proprio nel 2014, mentre stavamo per registrare il disco negli Stati Uniti, ha deciso di ritirarsi dal mondo discografico per evidenti motivi. Gli “Allman Brothers” sono l’emblema del nostro stile musicale, il Southern Rock! Abbiamo voluto rendere loro omaggio.
Il disco, da come si può capire dal suo titolo, racconta dei nostri stati d’animo vissuti giorno per giorno: i disagi di ogni genere causati da tutto il sistema mondiale; i sentimenti, belli come l'amore verso il prossimo e lo stare bene insieme facendo nuove esperienze, o brutti come di dolori dati da malattia e quant'altro. In breve, rispecchia il nostro modo di vivere e di essere.

Chi desidera seguirti e saperne un po' di più sulla tua musica, dove può rivolgersi?
Noi abbiamo un sito internet, dove si può trovare tutto il nostro materiale come il disco, l'ep, le nostre bio, i contatti, le date concerti e le news:

Abbiamo anche un canale Youtube:

E una pagina Facebook:

Alcune parole per i giovani.
Ricordate, e mi rivolgo specialmente ai più giovani, che il futuro della nostra esistenza dipende da noi! Siamo noi a dover costruire il nostro avvenire. Se desideriamo un mondo migliore di questo, bisogna fare in modo che lo diventi!
Non smettete mai di rincorrere i vostri sogni: fate di tutto per lasciare che si avverino!

lunedì 11 aprile 2016

L'ARTE PERIFERICA: Intervista a Giusy Staropoli Calafati


- di Saso Bellantone
Giusy Staropoli Calafati, Vibo Valentia 1978.
Vive e opera a Briatico. Ha terminato i suoi studi nel ’97 e ha poi coltivato la sua passione per la letteratura con uno studio da autodidatta. Il suo “genio” creativo, viene sempre più riconosciuto ed annoverato nella grande tradizione letteraria calabrese che spazia da Alvaro fino al suo amato Saverio Strati. É vincitrice di importanti concorsi e premi letterari in Italia. Ha inoltre conseguito diversi riconoscimenti per il merito di narrare con impeto un Sud che è un destino dentro al cuore che ti prende e non lo sai lasciare. Presente in varie antologie di poesia contemporanea, ha pubblicato: “La mia terra”, Sabinae 2008, (prefazione di Gerardo Sacco); “Pensatori e Poeti”, Leonida 2010; “Natuzza Evolo due chiacchiere con Maria”, Falco 2013 (prima edizione); “SUD –La terra di Costabile”, Thoth 2014, (pref. a cura del prof. Luigi M. Lombardi Satriani); “ A passioni, canto in dialetto calabrese”, Thoth 2015; “SAVERIO STRATI non un meridionalista ma il Meridione in sé che parla”, Disoblio 2015.

Come ti sei avvicinata alla scrittura?
Senza voler tralasciare quella parte di verità che più mi si addice e che vede innata in me la passione per la scrittura, confermo di essermi avvicinata ad essa, e con passione, più o meno in terza elementare, quando, grazie alla mia maestra, ho avuto la possibilità e la fortuna di dare ampio spazio alla scrittura creativa con la formulazione di testi di ogni genere, durante la stesura dei quali io riuscivo senza inibizioni alcune, a liberare i miei pensieri, vivendo uno stato assai benefico.

Che cos'è la scrittura?
Per me la scrittura è la più ampia forma di libertà.
Più della parola, è scrivere che mi rende libera. Anche al Sud.

Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della scrittura, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Essendo per me uno stato libero la scrittura, penso essa abbia sensi e scopi imprescindibili.
Comunicare, dire, affermare, denunciare, fare, amare…
Nel mondo contemporaneo ha certamente un ruolo fondamentale sia a livello individuale che sociale. Resta una forma d’arte raffinata e autentica allo stesso tempo, alla quale anche i giovanissimi ricorrono con sempre più assiduità, riscoprendola come una seconda forma di vita.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio, la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire i tuoi scritti “poesie”, opere d'arte, creazioni nel senso pieno del termine?
Non sono io a dover definire i miei scritti “poesie”. Non potrei mai.
I miei sono tutti semplicemente ‘scritti’. Spetta al lettore, in tutta la sua crudezza, tradurre uno scritto in poesia, opera d’arte, creazione. E questo per fortuna avviene spesso e mi dà immensa soddisfazione.

Perché scrivi? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante l'arte della scrittura?
Scrivo per soddisfare un ‘piglio’ forse?
Ma no!, la scrittura è un’esigenza che ho dentro. Una forma d’arte che mi permette di raccontare me stessa raccontando gli altri.

Che cosa racconti nei tuoi scritti?
Nei miei scritti racconto la vita. Quella che va e quella che viene. Racconto storie e memorie antiche ma non vecchie. E ancora racconto la mia terra. Un Sud che è un destino dentro al cuore che ti prende e non lo sai lasciare.

Una scrittrice può sentirsi tale senza i lettori?
I lettori completano l’opera di una scrittrice.

Che cosa significa oggi vivere come una scrittrice e vivere esclusivamente della propria scrittura? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Vivere come una scrittrice è bello, ma porta con sé un grande carico di responsabilità. Tocca dare al lettore ciò che questo, di volta in volta, si aspetta e vuole, e non è sempre così semplice.
Vivere della propria scrittura, di questi tempi è certamente dura. Ma scrivere è una missione e come tale vi sono sacrifici da sopportare. E io per la gioia di scrivere, sopporto!

Cosa ti spinge a restare nella tua terra natia?
Le radici. Ché sono più forti delle mie ali.

Puoi definirti una sognatrice? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Non mi definisco sognatrice. Sognatrice lo sono. Ho un grande sogno nel cassetto: “il riscatto culturale e sociale della mia terra”. E scrivo perché questo sogno si realizzi.

Parlaci del tuo ultimo libro, “Saverio Strati. Non un meridionalista ma il Meridione in sé che parla”.

Il mio ultimo libro riporta alla luce la figura pragmatica del grande scrittore calabrese, Saverio Strati, con il quale si ha la possibilità di entrare con sensibilità ed efficacia nel vero stomaco della Calabria.
Un libro che nasce dalla volontà di negare al maestro Saverio il diritto all’oblio che altri prima di me gli hanno gratuitamente dato.
Un dovere nei confronti di un uomo e di uno scrittore che a Ponte Vecchio, guardando l’Arno, pensava al suo Ionio e piangeva.
Un autore di spessore, tradotto nel mondo, premio Campiello, pubblicato dalla più grande casa editrice italiana, che le nuove generazioni hanno l’obbligo di conoscere per conoscersi meglio. Perché, i libri di Strati sono veri lezionari di vita quotidiana; una sorta di Bibbia calabrese con parabole più d’una.
Un segno di riconoscenza dunque, a Saverio Strati, che grazie a questo libro, ritorna e con dignità e orgoglio in Calabria, nelle scuole, tra i calabresi suoi di sempre.


Chi desidera seguirti e saperne un po' di più sui tuoi scritti, dove può rivolgersi?
Può farlo attraverso i social: Facebook, Twitter; Instagram. O anche attraverso il mio blog personale all’indirizzo: giusystar.myblog.it

Alcune parole per i giovani.
Ai giovani il messaggio che mi sento di dare, è quello di darsi, in questa terra, nuove opportunità. Sono loro il futuro del Sud e del mondo intero.
“Lottate per le vostre idee, i vostri sogni. Non sentitevi offesi tutte le volte che altrove vi chiameranno ‘i calabresi’, o i ‘terroni’. Siatene fieri. Noi del Sud veniamo, e orgogliosamente, dalla terra. La terra tempra, ragazzi!
Difendete i valori che vi hanno trasmesso i vostri padri e le vostre madri. Salvaguardate la loro e la vostra lingua. Custodite come fosse memoria, sempre, la vostra identità. Date valore al senso dell’appartenenza e a quello dei luoghi. Pretendete che ‘i grandi’, siano questi le scuole, le chiese, la politica, la cultura, vi diano l’opportunità di scegliere se andare o restare nella vostra terra. Perché questa non è terra di nessuno. È la vostra (nostra) terra, appunto!

sabato 15 febbraio 2014

L'ARTE PERIFERICA: intervista a Domenico Canale


Domenico Canale nasce a Reggio Calabria nel 1970. Inizia a studiare il violino classico nel 1980 per poi dedicarsi allo studio dell'amonica blues, strumento che ormai predilige. Nel suo modo di suonare si può riscontrare un'attenzione particolare la blues feeling, senza però rinunciare alle contaminazioni rock, funky e jazz, vera linfa vitale delle 12 battute. Durante I primi anni della sua carriera ha avuto modo di conoscere e di suonare con diversi musicisti di fama internazionale come Andy J. Forest, Freddy & The Screamers, David James, Sam Lay (uno dei grandi batteristi di Muddy Waters e di Paul Butterfield) e con gli italiani Gigi Cifarelli, Vince Vallicelli, Angelo Morabito, Pippo Guarnera, Blue Staff, Dino Triassi (amico e collega armonicista palermitano) e la partenopea Hell's Cobra Blue Band. Nel 2003 partecipa alla registrazione del secondo lavoro discografico del bluesman Angelo Morabito Shadows of Blues. Si è esibito in diverse rassegne e festival, tra le quali Vicenza Blues 2002, Barocco Blues Revue 2003, Peloro Blues Festival 2003, Etna Blues Festival 2007 e 2009 (dove con la sua band Bad Chili ha aperto rispettivamente agli artisti Joe Bonamassa e Ana Popovich), Crossroad Blues Festival 2010. Ha dato vita nel corso degli anni a diverse formazioni musicali per poi concentrarsi su quelle più impregnate dell'ormai famigerato “Effetto Chili”: Bad Chili – Blues, Rock e un pizzico di Funky - Classica formazione rock blues (voce, armonica, chitarra, basso e batteria) la cui grinta e il feeling restano impressi indelebilmente nella memoria di chi ascolta; Light Chili – Electro Acoustic Power Duo – padre e figlio, armonica, dobro, valigia di cartone, washboard e tanta passione per l'avventura, un duo da locali con il quale hanno partecipato al Ferrara Busker Festival 2010 e 2011, Capo D'Orlando Blues Festival 2010 e al Nasker Festival di Naso 2012. Sempre in quest'ultimo anno partecipa alla registrazione del singolo dei FilmNoir Voglio a
mmazzare un impiegato, dal quale viene poi tratto un video. Nel 2013 partecipa in qualità di ospite alla registrazione del disco Twin Rivers del chitarrista e cantante siciliano Marco Corrao, con il quale ha recentemente formato un duo impegnato a portare in giro per l'Italia la propria personalissima visione musicale.


Come ti sei avvicinato alla musica?
Come spesso accade, in maniera casuale: da bambino vidi un film in televisione su Niccolò Paganini, restai tremendamente affascinato dalla figura di un uomo che, nonostante fosse riuscito a raggiungere notorietà e successo, continuava a considerare se stesso solo in relazione alla musica.
Iniziai allora lo studio del violino per capire cosa c’era di così speciale in questo modo di vivere, di usare le note al posto delle parole per comunicare le emozioni in maniera fluida e senza filtri.
L’avventura della musica classica continuò per alcuni anni fino alla scoperta di un linguaggio e di uno strumento più immediati e più consoni al mio modo di ‘sentire’: il blues e l’armonica.

Che cos'è la musica?
Non credo esista una risposta univoca ed esauriente a questa domanda, e forse questa è la cosa più affascinante della musica: ognuno ha la sua risposta.
Per quanto mi riguarda è semplicemente una componente essenziale della vita, una necessità, un bisogno che va alimentato ed assecondato.

Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della musica, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
La musica, più di altre forme d’arte, ha il dono di educare alla bellezza.
Sono sempre stato dell’idea che molti dei problemi presenti nella nostra società non esisterebbero se si educassero i piccoli abitanti del pianeta allo studio ed alla pratica della musica.
Equilibrio, armonia, senso del tempo, coesistenza di più voci (argomenti) nello stesso discorso, rispetto dell’altro, ascolto, importanza del silenzio.
Questi sono solo alcuni dei valori che la musica trasferisce in chi la pratica e la studia. E lo fa con estrema naturalezza.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio , la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire i tuoi brani “poesie”, opere d'arte, creazioni nel senso pieno del termine?
I brani che suono in pubblico sono spesso “poesie maledette”, ma non sono miei.
Basta ascoltare Mr. Son House in “Death Letter” per capire quanto una canzone possa riuscire ad essere profonda, evocativa, triste e sarcastica al tempo stesso.
Da quando ho iniziato a conoscere e vivere il blues raramente ho sentito l’esigenza di scrivere canzoni. Affascinato dalle parole di improbabili antieroi, ragazzi e uomini di 60-80 anni fa, ho deciso di reinterpretare i loro brani mettendo in pratica spesso un’operazione di ri-scrittura musicale. E anche questo è “creazione”, secondo me.

Perché suoni? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante la musica?
Suonare è una necessità. Lo è per me, come lo è per tanti colleghi musicisti di mia conoscenza.
E’ una cosa che non ti aspetti, all’inizio suoni perché ti fa stare bene e per avere la possibilità di esprimerti in maniera diversa, poi passa il tempo e ti rendi conto che hai sempre più cose da dire, capisci che quello che prima era un gran bel divertimento adesso è un modo di essere, di sentire e di rapportarsi agli altri.
Soprattutto capisci che, grazie alla musica, riesci a trasmettere sensazioni intense e personali a persone che non hai mai visto in vita tua.

Che cosa raccontano i tuoi brani?
Le canzoni spesso non sono altro che storie, storie comuni che, grazie alla musica, assumono forma poetica.
Personalmente preferisco raccontare me stesso e il mio modo di vedere ciò che mi circonda.
Ammetto di riuscire a farlo con molta più facilità grazie all’armonica che non con le parole.

Un artista può sentirsi tale senza i pubblici?
Per come la vedo io non è possibile. Ho sempre considerato il pubblico come la componente più importante della band. Quando riesci a comunicare veramente si forma un legame tra te e chi ti ascolta che ti permette di esprimerti al meglio, contemporaneamente nasce un dialogo con il pubblico e, secondo le risposte che quest’ultimo fornisce, il concerto prende forma sempre in maniera diversa.

Che cosa significa oggi vivere come un artista e vivere esclusivamente della propria arte? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Non è il mio caso, quando ero molto giovane mi ritrovai genitore di un bellissimo bambino, decisi allora di mettere in stand-by (che sofferenza) la mia vita musicale per trovare un lavoro… che non mi sarebbe piaciuto!
La pausa è durata poco, un anno o giù di lì, visto che avevo già realizzato di non poter esistere a prescindere dalla musica, e adesso mi ritrovo a suonare, lavorare, non dormire e soprattutto, ad avere un figlio (sì proprio quello, il frutto del peccato) che ha deciso da un paio di anni di vivere da solo e solo grazie alla musica.
I sacrifici ci sono, non sempre si ha la sicurezza “del pasto caldo” ed è difficile fare programmi a lunga scadenza. Ma, quando lo guardo, vedo una persona felice della propria vita… e che vuoi di più?

Cosa ti spinge a restare nel sud?
Mi piace questa terra, le sue contraddizioni, il suo sole.
Mi piace pensare che ci sono realtà musicali di tutto rispetto che non aspettano altro che essere ascoltate.
Mi piace sapere che il feeling con il quale qui si suonano certi generi non sia così facile da trovare in posti in cui è più facile farsi notare.
Mi piace pensare che, grazie all’arte e alla musica, si possa contribuire a dare una ragione in più per restare.

Puoi definirti un sognatore? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Siamo tutti sognatori, anche se non tutti riescono a prenderne atto.
Il sogno è il motore che ci spinge a fare cose folli e per questo bellissime!
Il mio sogno? Te ne dico uno dei tanti: organizzare nella mia città un festival internazionale di musica da strada che duri almeno un paio di settimane!
Ho partecipato ad alcuni di questi festival e l’atmosfera che si respira è meravigliosa, i cittadini sono meravigliosi. Mi piacerebbe importare nella mia città la gioia di vivere che ho sperimentato altrove.

Chi vuole saperne di più su di te e sulla tua musica, dove può rivolgersi?
Basta fare una ricerca su facebook, reverbnation e youtube per ascoltare e vedere all’opera i fortunati possessori del famigerato Chili Effect!
Le parole chiave sono: Bad Chili – Light Chili – Travelling Blues Duo


oppure può trovarmi su:
o scrivermi a:
domenico.canale@gmail.com

Alcune parole per i giovani.
Prendete uno strumento in mano, strimpellateci qualcosa, convincete altri amici a fare lo stesso.
I ricordi migliori che ho della mia giovinezza sono per la maggior parte legati alla musica.
Grazie alla musica ho conosciuto gente meravigliosa, ho vissuto esperienze al limite dell’incredibile, mi sono divertito in maniera diversa eppure più intensa, ho assaporato l’avventura del musicista di strada, ho visto luoghi che non avrei mai pensato di raggiungere… grazie alla musica ho vissuto in maniera diversa!
Qualunque cosa vogliate fare nella vita, la musica ne può fare parte e vi farà stare bene!



venerdì 20 dicembre 2013

L'ARTE PERIFERICA: intervista a Serena Sinopoli, voce dei THE SICK DOGS


- di Saso Bellantone
Serena Sinopoli proviene dalla provincia di Reggio Calabria ma per continuare a soddisfare le sue esigenze artistiche e musicali ha scelto di vivere a Cosenza. Da circa due anni ha scoperto la musica e ha iniziato nel 2010 con un gruppo jazz\bossa fino a ritrovarsi tra le mani il progetto più interessante della sua esperienza musicale a cui dedica gran parte del proprio tempo, i THE SICK DOGS. “È un progetto nato nell’aprile 2011 quasi per caso, e proprio il caso ha deciso di unirci, in una visione della musica così ampia, che ha dato vita (come ho rilasciato nell’ultima intervista) ad un genere musicale indefinito ma al tempo stesso chiaro. La prima regola che ci siamo posti è di non prefissarci generi musicali, sperimentare ma senza troppi eccessi di libertà musicale o virtuosismi di genere che, non possono che uccidere la musica come essenza, senza rispettare chi ti ascolta”.

Come ti sei avvicinata alla musica?
Inizialmente ho assorbito (come gran parte di noi) la musica all’interno del nucleo familiare che mi ha sempre indirizzato verso un certo tipo di ascolti, jazz, fusion, Blues e quant’altro, che ha influito tantissimo nel modo di esprimermi. La mia indipendenza musicale mi ha spinto a ricercare sonorità più varie e tendenzialmente più Rock: Progressive, Rock&blues, PostRock e contaminazioni.


Che cos'è la musica?
È un’esigenza… forse una “filosofia” messa in pratica.

Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della musica, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Viviamo un’epoca in cui la musica non ha più uno scopo prettamente sociale… perché dovrebbe? Guardandoci intorno ognuno “cura il proprio giardino”. Gli stessi brani evidenziano tale sentimento intimistico risaltando gli aspetti più tormentati derivanti da domande irrisolte che facciamo a noi stessi e alla vita. Gli usi della musica non sono abbastanza caratterizzanti in quanto, inconsciamente “scimmiottiamo” un po’ tutti, ciò che è già esistito e che esiste… inevitabile in un’era di bombardamenti di rete, televisivi, e via dicendo.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio , la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire i brani dei Sick Dogs“poesie”, opere d'arte, creazioni nel senso pieno del termine?
Li definisco descrizioni di stati d’animo ignoti, “domande su domande irrisolte”, viaggi di parole, anche insensate, che acquisiscono valore dentro la metrica, che pian piano si evolve in ritmo e comincia a prendere forma attraverso il suono!

Perché canti? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante l'arte del canto?
Qualsiasi attività che concerne l’uso del corpo è una sorta di sfogo, un sollievo che esorcizza le nevrosi che l’essere umano accumula inconsciamente… Perciò il canto è una terapia, che, essendo uno dei fenomeni naturali più affascinanti, ho deciso di perfezionare, sia per me stessa sia per chi mi ascolta affinché sia chiaro il messaggio che voglio comunicare.

Che cosa raccontano i brani dei The Sick Dogs?
La maggior parte dei brani sottolineano aspetti esistenziali (come nei brani: IL DILETTO DEI TAUMATURGHI, STASI, DREAM), attimi di vita (CORNICE E PRESENTE) e (come già scritto nella precedente risposta) stati d’animo che nel linguaggio di tutti i giorni, sarebbe difficile spiegare o quasi impossibile, perciò subentra, nel testo, un gioco di parole e aggettivi che possono avvicinarsi alla descrizione di tale impulso. Ovviamente non tutti i brani si concentrano su “tali stati d’animo”, capita che ci sia un personaggio (GREGOR: riferimento al personaggio kafkiano), una storia (LUPAE: storia di una prostituta dell’antica Roma che confessa i suoi sentimenti alla luna), un elogio ai grandi pensatori (PREGHIERA: elogio a Platone e al mondo classico).

Una musicista può sentirsi tale senza i pubblici?
Certo! Ma il pubblico è donatore di energia, necessaria ad un musicista per una maggiore rendita artistica.

Che cosa significa oggi vivere come un musicista e vivere esclusivamente della propria musica? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
La musica è un grande dono! Ma purtroppo sacrificio e missione sono le parole con cui devi fare i conti tutti i giorni:
PRIMO PUNTO da affrontare è il RUOLO SOCIALE (che fai nella vita? – suono! – sì... ma che fai?);
SECONDO PUNTO sono LE SPESE (sala prove, autoproduzione di cd, di gadget, cambio corde chitarra, manutenzione degli strumenti ecc…);
TERZO PUNTO è quello più comune (lavorare quà e là il più possibile accontentandoti di poco per mantenerti i bisogni primari: bollette, alimenti, affitto ecc…).

Cosa spinge te e i The Sick Dogs a restare nel sud?
Al momento siamo attivi a Cosenza ma vorremmo far girare il più possibile la nostra musica viaggiando… Spero sia possibile al più presto!

Puoi definirti una sognatrice? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Faccio già quello che avrei voluto fare da tempo! Dedicarmi alla musica. Per adesso va bene così…

Chi vuole saperne di più su di te e sui The Sick Dogs, dove può rivolgersi?
Come primo contatto consigliamo la nostra pagina facebook “THE SICK DOGS” dove potrete trovare tutte le news sulle prossime date ma soprattutto sull’uscita del nuovo videoclip, e del nuovo ep CORNICE, che sarà possibile reperire tramite i nostri contatti facebook. Per ascoltare il nostro primo ep “THE SICK DOGS” visitate le piattaforme musicali REVERBNATION, BANDCAMP, SOUNDCLOUD (digitando il nostro nome)! Anche sul nostro canale di YOUTUBE avrete la possibilità di ascoltare qualche nostro brano (live, registrazioni in studio, videoclip).
Alcune parole per i giovani.

Qualsiasi cosa è possibile! Chiedetevi cosa vorreste fare nella vita e non pensateci due volte per farlo!

lunedì 23 settembre 2013

L'ARTE PERIFERICA: intervista a Luca Andrieri


- di Saso Bellantone
Luca Andrieri nasce nel 1975 a Castrovillari (CS) e a pochi mesi dalla nascita si trasferisce a Bagnara Calabra a causa dell'improvvisa perdita degli affetti familiari. Nella sua crescita ha sempre cercato delle risposte a quelle domande che la vita gli ha portato inevitabilmente innanzi. Così, evitando di chiudersi a riccio nel suo mondo, cerca queste risposte nella musica che, più di ogni altra forma artistica, lo ha invogliato, stupito, affascinato. Il primo regalo avuto, non a caso, è stata proprio una chitarra, la quale è diventata per Luca uno strumento di vita. Non avendo altre attività, sport o passioni come i suoi coetanei, dopo i libri di scuola Luca passa il tempo, per dare sfogo alle sue sensazioni. Cominciando dunque per gioco questo suo rapporto con la musica, nel tempo Luca scrive delle canzoni, dei testi, lasciati sempre nel cassetto e senza avere una loro fuga nel mondo esterno. Finché, crescendo sempre più voglia di comunicare agli altri i suoi sentimenti e le sue paure, decide di iniziare a comunicare agli altri quello ha dentro, prima facendo piano bar e poi raccogliendo questi suoi pensieri e sensazioni in un cd, “Io e Luca”. Sposato, attualmente vive a Roma.

Come ti sei avvicinato alla musica?
Ascolto musica da sempre. Chi non lo fa. Ascoltavo sempre i cantautori italiani, perché raccontavano pezzi di storia, di vita, con parole semplici, incastonandole bene nella musica per poi cantarle e trasmetterle agli altri. Ed io traevo delle belle sensazioni. C'erano delle frasi, dei versi che ti toccavano perché rispecchiavano qualche aspetto della tua vita, raccontavano qualcosa che magari avevi vissuto. Da lì ho preso spunto, pensando che così come facevano loro potevo provare a fare lo stesso anch'io. Così, ho cercato di raccontare qualche episodio che ho vissuto, i miei primi amori oppure anche il fatto di andare a giocare, di farsi una partita al pallone, raccontandoli sotto forma di poesia e di canzoni. A un mio compleanno, quando mia sorella mi chiese quale regalo desideravo, risposi “Una chitarra”, proprio perché mi affascinava lo strumento. Avrei preferito un pianoforte, ma viste le dimensioni scelsi una chitarra. Non me ne sono pentito, perché ad oggi è lo strumento con cui compongo e che sta sempre assieme a me. Anche durante le gite scolastiche, al posto dei trolley, io avevo sempre questa chitarra, la cui funzione era quella di catturare alcuni momenti della mia vita per poi scriverli, suonarli, raccontarli. È stata, ed è, una bella compagna di viaggio.
Oggi mi trovo a Roma non in maniera casuale. L'ho scelta perché durante la vita ho scritto delle cose più o meno belle. A qualcuno, qualcosa che ho scritto è piaciuta, l'ha fatta sua e ne ha fatto una canzone che secondo me è tra le più belle della musica italiana. Per ovvi motivi non posso dire qual è la canzone né qual è l'artista, però sia l'una sia l’altro, che è romano, sono diventati famosi. Per questo motivo, ho voluto trasferirmi a Roma per trovare una collaborazione con questo artista, che c’è stata ma soltanto nella forma dello studio ed io non venivo mai fuori; cosa che io volevo, non per visibilità e immagine, ma per trasmettere personalmente quello che avevo dentro, piuttosto che scriverlo su di un foglio di carta e farlo esprimere da altri. L’una e l’altra cosa sono diverse. Avendo un vissuto, una storia, avendo tanto da dire, vorrei farlo io, ma questo spazio non mi è stato mai dato. Però sono rimasto a Roma lo stesso, anche perché è una città bellissima ed è un'ottima ispiratrice di canzoni, di musica, di parole.

Che cos'è la musica?
La musica è la più bella e massima espressione che una persona ha dentro di sé, perché gli consente di trasmettere agli altri le sensazioni che ha dentro. È come fa un pittore con un quadro: quando ha una sensazione, un'emozione dentro, la esprime su una tela con un dipinto. Ognuno di noi trova la sua dimensione in qualcosa e per me la musica è tutto, perché la faccio, la vivo, la considero la massima espressione del propri sentimenti. Con la musica, con la melodia riesci a trasmettere il dolore, la tranquillità, la rabbia, qualsiasi emozione ti capiti. Sono stato attratto fin da piccolo dalla musica e la mia vita è stata circondata da lei. Ho sempre ascoltato musica. Ricordo perfino i Bee Hive con Licia. C'è stato un momento in cui dovevo fare il telefilm con Cristina D'avena, per la Fininvest, e dovevo salire a Milano per cantare delle cose. Avevo superato le selezioni e poi non ci sono andato per la costrizione dei familiari, per la scuola, e ho dovuto rifiutare per forza. Anche se non dovessi diventare famoso, per me va già bene così, perché sono riuscito a mettere su un disco, con sette tracce che non sono fini a se stesse ma sono sempre storie diverse, che raccontano degli scorci di vita vissuti.

Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della musica, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Proprio perché è bella, perché è un mezzo di comunicazione molto importante per chi la fa, chi la canta, chi la esegue, chi la ascolta, la musica può fare molto e dare molto per il sociale. Con la musica puoi raccontare qualsiasi cosa e le emozioni che puoi suscitare con essa possono anche fare una rivoluzione. Puoi sedare gli animi più accessi e, viceversa, svegliare quelli più spenti. La musica può cambiare diverse scene e visuali, a seconda delle angolazioni con cui racconta un fatto o un’emozione. Con la musica puoi dire e fare tutto, dalle grandi rivoluzioni al parlare di sentimenti più concreti, come l'amore.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola si è trasformata nel tempo, di linguaggio in linguaggio, diventando per esempio in italiano “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire la tua musica “poesia”, opera d'arte, creazione nel senso pieno del termine?
Sì. Le tracce contenute nell'album “Io e Luca”, come ho sempre fatto anche con tutte le canzoni che sono ancora rimaste chiuse nel cassetto, sono uscite fuori non per il piacere della scrittura e della composizione, ma perché è un'esigenza che nasce da dentro. Molte volte mi ritrovo a guardare un bel film, un tramonto, un quadro e provo delle emozioni che mi spingono a scrivere. Ho provato a rifiutarmi, ma inevitabilmente c'è una tempesta dentro di me che mi costringe anche alle tre o alle quattro di notte a svegliarmi e a mettermi a scrivere, perché quelle cose che mi hanno ispirato mi erano entrate dentro e in qualche modo le volevo dire a qualcuno. Il miglior modo per farlo, è metterle in musica. Quindi, sono sempre delle sensazioni nuove, che scrivo non tanto per il piacere di fare qualcosa, ma perché è una necessità. All'inizio avevo paura e anche adesso che è nato questo disco ho sempre paura di sbagliare, di lanciare un messaggio sbagliato oppure che non si capisca quello che scrivo. C'è sempre quest'ansia, questa mia paura che non si recepisca con lo stesso sentimento, con la stessa passione quello che ho voluto dire. Spero di dare a chi ascolta la stesse emozioni che ho provato per scrivere parole e musica. È bello scrivere un testo, metterlo in rima, usare la metrica giusta però poi associarci della musica, rendere la parola una melodia non è semplice. Ma a me viene riesce naturale. Non devo forzare le cose. Non cerco la giusta rima, scrivo di getto con la chitarra sia parole sia musica.

Perché canti? Perché senti l'esigenza di comunicare con la tua musica e le tue canzoni?
Parlo sempre con tante persone. Ho conosciuto la persona che soffre, quella che vive nel lusso, ho conosciuto diversi aspetti di vita e ho visto che c'è gente che ha bisogno di esprimere qualcosa e altri che hanno bisogno di raccontare qualcosa della propria vita. C'è gente che ha bisogno di sfogarsi, di aprirsi, di ascoltare delle cose belle, di ascoltare la propria storia o che venga in qualche modo sentita dall'interlocutore ed io, per molti versi, ho catturato la storia di molte persone proprio perché c'erano delle cose che mi accomunavano in molti aspetti a loro. E quindi ho voluto raccontare delle mie cose, proprio perché ho capito che ci sono delle persone che si possono rispecchiare in quello che dico, che ne hanno bisogno. Voglio essere io il tramite, voglio portare un messaggio, voglio trasmettere dei messaggi positivi a chi come me ha sofferto e soffre ancora, e dare un po’ di speranza.

Che cosa racconti nelle tue canzoni?
Messaggi di speranza, di amore. Le mie sono delle canzoni innanzitutto d'amore, ma non solo per la persona che ti sta a fianco, che vorresti o che hai perso, sono dei messaggi d'amore per la vita, per una donna, per una mamma, quella per cui è iniziato tutto questo percorso musicale, amore per chi è capace ancora di emozionarsi, cosa che spesso manca oggigiorno. Infatti io mi trovo spesso spiazzato e fuori tempo per molti aspetti, perché adesso ha molta più risonanza la musica che fa rumore, la musica aggressiva. Quella che faccio io, che è la musica melodica dalla quale non riesco a discostarmi, è un po' allontanata. Ho pure questa difficoltà di inserirmi nel mercato musicale proprio per questo, perché la mia è un tipo di musica che magari andava bene fino a qualche anno fa, mentre adesso ne va bene un altro tipo. Non riuscirei a fare un altro genere di musica. Luca Andrieri è proprio questo, il ragazzo melodico, romantico, a cui piace raccontare l'amore, l'amore in senso lato, universale.

Un cantante, un musicista può sentirsi tale senza i pubblici?
No. Fino a qualche anno fa io non riuscivo a stare nemmeno senza piano bar. Ho sempre suonato, nella mia stanza, ma era una preparazione alle serate. È bello suonare da solo ma nel contempo è avvilente perché non riesci a trasmettere ad altri. Proprio perché ho questa cosa di comunicare, di dare agli altri qualcosa, suonare da solo sarebbe come ripetere a me stesso delle sensazioni già provate e quindi non c'è questo sfogo, questo scambio con l'altro. Facendo piano bar, ho sempre scelto delle canzoni che potessero comunicare agli altri un qualcosa di positivo, dei messaggi di amore e di speranza. Quando invece l’ho accantonato per concentrarmi su questo progetto, che è durato un anno, io faticavo perché non avevo la possibilità di cantare agli altri. Adesso che questo lavoro è finito, finalmente assieme al pensiero e ai messaggi di un De Gregori, di un Baglioni, di un Venditti posso comunicare agli altri anche i miei pensieri e i miei messaggi. E questo, quando vedo la gente emozionarsi con le mie canzoni, mi rende molto felice.

Che cosa significa oggi vivere come un artista? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Vivere da cantante significa dapprima spendere un sacco di soldi, proprio perché c'è un lavoraccio dietro. Io ho fatto tutto da me. Mi sono auto-prodotto, ho comprato i cd vergini per portarli in sala incisione, sono andato dal grafico, ho fatto la grafica, non c'è stato nessuno che ha aperto il portafogli se non io stesso. Perché oggi non c'è più questa figura del produttore di una volta che crede in te e ti dice “Sì tu vali, tu mi piaci, ti sovvenziono io”. Questo, economicamente parlando. Dall'altra parte, vivere da cantante è bello perché non hai limiti, puoi dire ciò che vuoi, come lo vuoi e quando lo vuoi, proprio perché la musica è universale. I sacrifici sono tanti però, ed io li ho affrontati, nella speranza che a qualcuno piacerà ascoltare le mie canzoni.

Cosa ti spinge a tornare nel Sud?
L'amore per il Sud. Ho sempre scritto per il Sud o per il mio paese e per la gente del mio paese. C'è stata una canzone che avevo intitolato “Città del Sud”, mentre adesso nell'album “Io e Luca” c'è “La mia piccola città”. Quello che mi spinge a tornare è la gente, l'armonia che si respira, la serenità di quando incontri una persona e la puoi guardare negli occhi, comprendendo la sua limpidezza e purezza. È una cosa bella, che però salendo un pochino nello stivale non avviene quasi mai. Anzi, spesso trovi dei cuori che sono chiusi, sbarrati. Quando vengo al Sud, io mi ossigeno a pieni polmoni, per poi portare con me tutto questo ossigeno che deve durare fino al prossimo anno. Non mi spinge nessuno a venire qua. È come la musica. È una necessità, ed è una cosa fondamentale nella mia crescita come persona, non come artista. Qui basta uscire sul corso, ti salutano tutti, sei l'amico di tutti. Mi piace parlare con tutti, mi piace ascoltare tutti, dal momento che oggi difficilmente trovi qualcuno che ti ascolta. Io di solito ascolto tutti quanti e, forse, è proprio questa la forza che mi fa andare avanti nelle mie cose: parlare con tutti ed essere l'amico di tutti. Io questo voglio essere: l'amico di tutti, indistintamente. Roma è bella solo artisticamente. C'è il bel monumento, c'è il Colosseo, ci sono dei bei appartamenti, ma è tutto cemento e a me il cemento non dà niente. Preferisco toccare una persona, parlare con lei e guardarla nel cuore, negli occhi che sono la porta del cuore. Guardare una persona negli occhi è una cosa straordinaria. È questo che mi riporta ogni anno nel Sud.

Il tuo primo album s'intitola “Io e Luca”: di cosa parla?
Parla di Luca artista. “Io e Luca” è proprio un guardarsi allo specchio. È Luca che si guarda allo specchio e si rende conto che dentro di lui c'è proprio questa voglia di esprimersi, di emozionare e far emozionare, e di emozionarsi lui stesso. Perché è proprio questo confrontarsi, questo scontro di emozioni, che poi mi fa scrivere, mi fa avere voglia di scrivere e di cantare ancora. Quindi questo scambio di emozioni, questo confrontarsi, questo guardarsi allo specchio indica proprio il fatto che è arrivato il momento di dire qualcosa, di confrontarsi e di parlare d'amore, perché c'è bisogno che qualcuno parli finalmente di amore, in senso lato, positivo, vero.

Puoi definirti un sognatore? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
È di fare sentire il mio pensiero a tutti quanti, anche per pochi secondi, di fare conoscere questo piccolo artista dappertutto, a tutti quanti. Anche per una sola frazione di secondo, vorrei uno spazio tutto mio per far ascoltare quello che ho da dire a tutti quanti. Proprio perché sono stato tanti anni in silenzio, adesso voglio fare conoscere Luca Andrieri. Quello che fino a ieri stava a casa, adesso voglio farlo uscire, voglio far parlare di lui, nel bene e nel male, il quale quest'ultimo ci sarà sempre. Però vorrei farmi conoscere un po'. Non è essere esibizionista, però vorrei che tutti comprendessero il mio stato d'animo, anche perché come me ce ne stanno una marea. Ci sono tante persone che hanno questa voglia di comunicare qualcosa che hanno dentro di sé. Ho scelto questo cammino proprio perché voglio far parlare di me e far parlare tutte quelle persone che stanno in silenzio e che non hanno avuto, come me, la possibilità di fare questo cd. Voglio parlare per loro.

Chi desidera seguirti e saperne un po' di più sulla tua musica, dove può rivolgersi?

Alcune parole per i giovani.
Tanti sogni non sono fini a se stessi. Il mio album dimostra che i sogni, se vuoi, si possono realizzare ed io il mio l'ho realizzato con questo cd. La musica, per chi la vive come me, è veramente un mezzo fantastico per comunicare con gli altri, è universale, ti fa comunicare con tutti. Sono dei sentimenti che tu metti in musica e puoi comunicare anche a chi non parla la tua stessa lingua. Basta metterci il cuore e puoi arrivare dove vuoi. Nel mio percorso forse sono stato avvantaggiato perché ho trovato sempre gente fantastica, sempre gente per bene, e sono orgoglioso perché sono sempre stato circondato da persone meravigliose. Vorrei che tutti prendessero una chitarra, cominciassero a strimpellare e tirassero fuori i propri sentimenti. Tutti hanno i sentimenti, la difficoltà sta nel farli uscire fuori, però una volta che escono fuori poi vedi che non li fermi più.