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lunedì 10 settembre 2012

Sgabbiati!


- di Saso Bellantone
Chi è in gabbia, tu o la vita? E se la gabbia vi dividesse soltanto? E se fossi proprio tu la gabbia? Allora trasformati! Smetti di essere gabbia, diventa vita. In fondo, tu e la vita siete sempre stati un tutt'uno.

sabato 8 settembre 2012

La Lingua Greca di Calabria (tra passato, presente e… futuro)



- di Franco Tuscano

“I Perifània ton palèon rìzomma!” – “ L’Orgoglio delle (nostre) antiche radici!”

“Nella parte più meridionale della nostra penisola, in alcuni paesi montani che sorgono a metà strada fra Locri e Reggio, gli anziani agricoltori ed i pastori parlano ancora un arcano dialetto greco che, giunto fino a noi  attraverso una tradizione puramente orale, sembra quasi non aver mai avuto un suo passato ed una sua storia ...”.
Così si esprimeva nella sua importante opera: “La Glossa di Bova”, il compianto e mai dimenticato Prof. Giovanni  Andrea  Crupi, il quale, in un’epoca “cruciale” (anni ’70) per la sopravvivenza della  Lingua Greca di Calabria, antichissimo e nobilissimo “idioma dei Padri”, era riuscito, forse più di chiunque altro, a porre la “questione grecanica” nei termini più “incisivi” possibili. (Preciso fin da subito che, “grecanico” è un “etimo” – usato sia come aggettivo che come sostantivo – che non amo, in quanto, nel tempo, ha assunto una “connotazione” che, in parte, reputo impropria, una “deminutio”, e la maggior parte dei “grecanici” non accettano questa definizione, preferendo quella di: Grecofono, Ellenofono o Ellenofono di Calabria, Calabrogreco, Greco di Calabria per indicare il parlante greco; ed ancora: lingua greca di Calabria, Greco di Calabria, greco calabro o calabro greco per indicare il proprio “dialetto”) – Vale a dire – tornando al Crupi –: non si trattava di salvare soltanto una lingua (per altro lingua-madre…), ma tutta una cultura, “le cui origini si perdevano nella notte dei tempi”. Egli lottò strenuamente per dare voce ai “Greci di Calabria”: “Dòste mia fonì ecinò ti den tin èchu” – Date una voce a quelli che non l’hanno”(citaz. del Prof. Filippo Violi), andava ripetendo a tutti, compresi gli studenti di Liceo che, come il sottoscritto, ebbero l’onore di averlo come Docente di Storia e Filosofia. “Greki  ambrò!”, amava ribadire nei numerosi  incontri e convegni a cui partecipava. L’epigrafe in greco (in caratteri latini, com’è in uso nel Greco di Calabria), sul freddo marmo della sua lapide, racchiude, in estrema sintesi, quelli che sono stati i suoi  valori imprescindibili, ciò che ha rappresentato l’essenza della sua  purtroppo breve esistenza:

Eplàtezza ‘zze filosofia, “Ho parlato di filosofia”
Ègrazza stin glòssa tu Vua, “Ho scritto nella lingua di Bova”
Agàpia  tin anarchìa, “Ho amato l’anarchia”.

Ho voluto iniziare questo breve lavoro “dando voce”, doverosamente, ad una delle più importanti figure del “cosmo” greco-calabro, sia per la profonda stima da sempre nutrita nei suoi confronti,  sia perché, è stato proprio in quegli anni (fine anni ’60, inizio anni ’70), che – grazie anche all’opera del Crupi ed all’impegno di altri giovani valenti intellettuali della Bovesìa, alcuni dei quali trasferitisi a Reggio, e con il contributo di qualche importante studioso reggino – si è ricominciato a (ri)prendere coscienza del proprio passato e si è sentito il bisogno di “recuperare”, di riscrivere la propria storia, una storia che fin dalle sue lontanissime origini, trasuda di una grecità profonda, granitica a tal punto da averne “ossificato” l’identità…
In questo “ultimo rifugio dell’ellenismo” (leggi: Area Grecanica-Bovesìa), da ormai 30-40 anni, l’etnia greca di Calabria è al centro di un intenso fermento intellettuale, avente come obiettivo la salvaguardia, la rivalutazione e la valorizzazione del patrimonio linguistico, storico e culturale dell’area.
Siamo “in finibus Calabriae”, nell’estremità meridionale dell’Aspromonte, un territorio in cui, nel corso della sua plurimillenaria storia, si è miracolosamente conservata un’identità linguistico-culturale, rimasta per alcuni versi un “unicum” nel panorama della Calabria intera. È questa l’area in cui vivono (continuano a vivere, fin… dall’VIII sec. a.C.) i Greci di Calabria, “diventati” minoranza linguistica, ma da sempre “maggioranza culturale”, dal momento che le radici, “I Rìze”, “valori eterni”, permeano secoli e secoli di storia, facendo dell’estremo punto meridionale della Calabria, una “terra dall’anima greca”, una “terra greca nell’occidente latino”. Terra, storicamente più orientata verso la “Graecitas” che la “Romànitas”, in cui è del tutto palese, tra l’altro, una “interdipendenza culturale” con l’intera Calabria meridionale, ma, soprattutto, con la Locride, con l’Area dello Stretto, con l’Estremità Nord-Orientale della Sicilia e con la Grecìa Salentina.  
In questo lavoro, concentreremo la nostra attenzione, soprattutto, su quello che può essere considerato il segmento culturale più importante (o, quanto meno, tra i più importanti) della cultura greco-calabra, ovvero la lingua, “elemento” di vitale importanza per la sopravvivenza del tanto variegato quanto affascinante mondo dei “Grèki  tis Kalavrìa”.
Sul “greco di Calabria” o “greco-bovese” (per dirla con il Crupi e con il Rohlfs), moltissimo è stato scritto. Pertanto, questa breve nota non ha né può avere pretesa alcuna, di aggiungere nulla di particolarmente “nuovo”, semmai, vuole semplicemente essere, una pacata ma sentita “riflessione” sulla “glòssa palèa”, sulla lingua dei Padri, per secoli in “travaglio”, in affanno, addirittura in agonia, ma mai morta, nonostante innumerevoli “becchini”, nel corso della sua lunga storia, si siano accostati più volte dinanzi al quasi “feretro greco-calabro”, con lo scopo di poterlo “finalmente” seppellire…
L’origine della lingua greca di Calabria, non è stata mai definitivamente chiarita, e l’acceso dibattito che non ha lesinato “punte” di aspra polemica, tra lo schieramento “rohlfsiano”, che ritiene il “greco di Calabria” diretto discendente di quello della Magna Grecia, e quello “morosiano” (o, “parlangeliano”), che lo vuole invece erede del greco-bizantino (nato, cioè, in età bizantina), ha portato ad una gran quantità di studi, ma non ha – per alcuni – risolto del tutto, i dubbi sulla sua “nascita”. La tesi “megaloellenica” (rohlfsiana), è comunque quella nettamente dominante, e sono molti ad aver attribuito alla teoria “bizantinista” ragioni di ordine “ideologico”.
Senza immergerci nell’aspetto prettamente linguistico, solo “sfiorandolo” a mala pena, diciamo che  Gerhard Rohlfs, ha più volte ricordato che i Bizantini (in realtà: “Romèi”, ovvero, “Romani d’Oriente”, di cultura greca), non hanno lasciato traccia alcuna della loro lingua né a Bari né a Ravenna (ex Capitale dell’Esarcato) né in Dalmazia e neppure in Sardegna, regioni dove, a lungo, mantennero il loro impero.
Se da una parte i “dorismi” e gli “arcaismi”, anteriori alla “Koinè” (IV sec. a.C.), presenti  esclusivamente nel “greco di Calabria”, “tagliano la testa al toro” riguardo l’origine dell’idioma tutt’ora presente – per lo più – nella “Isola Ellenofona  dell’Area Grecanica”, d’altra parte, sono gli stessi storici ad indicare una realistica soluzione ella “vexata quaestio”. Vera Von Falkenausen, in merito, dice: “Sembra che la grecità meridionale si basi su un sostrato greco anteriore, che non si era mai completamente spento e che fu quindi “rianimato” dalla “riconquista bizantina”. L’illustre studiosa, inoltre, esclude un progetto “dall’alto”, da parte di Costantinopoli, che avrebbe comportato una migrazione “pilotata” di popolazioni in grado di “colonizzare”, in senso “greco”, la Calabria. Trasferimenti di gruppi etnicamente omogenei, erano normali in un impero plurietnico come quello bizantino, per esigenze militari e commerciali; ma ciò, “non può essere considerato come uno spostamento di popolazioni numericamente rilevante”; (…)” possiamo calcolare che una flotta di 100 navi, avrebbe potuto trasferire al massimo 15.000 orientali in Italia, se tutte le navi avessero raggiunto la destinazione senza danno”.
Inoltre, i bizantini non hanno mai imposto la propria lingua ai propri sudditi, e, per di più, alla metà dell'VIII sec., la Calabria era già di lingua e liturgia bizantina, tanto è vero che il decreto di Leone III L’Isàurico(732-733), non incontrò nessuna opposizione “in loco” (cosa che invece non si verificherà quando i Normanni cominceranno a “latinizzare” la Calabria, imponendo  la lingua latina e la liturgia di Roma).
Un ulteriore, significativo contributo alla tesi “magnogreca” ci viene fornito, di recente, da una  pregevolissima ed importantissima edizione di 62 epigrafi greche del Museo di Reggio Calabria, pubblicata dalla epigrafista Lucia D’Amore nel 2007. Attraverso la loro attenta lettura, qualsiasi linguista che non abbia posizioni precostituite, può agevolmente rendersi conto, infatti, che la tesi di Rohlfs sulla presenza nella Calabria meridionale, di ellenofoni, fin dai tempi antichi, è qui confermata “scientificamente”, in quanto, le epigrafi  “occupano”  un arco di tempo che va dal secolo VI a.C. al 1.000 d.C., cioè, fino all’arrivo dei Normanni(!)… I testi di queste  importantissime  epigrafi, composti in esametri e pentametri in lingua greca, costituiscono, secondo  l’illustre studioso reggino, Prof. Franco Mosino, “una straordinaria testimonianza per la storia linguistica e culturale di Reggio e della sua “Chòra”; inoltre, egli fa notare che da queste “attestazioni”, emerge altresì, che a  Rhègion,  “si parlava greco e latino secondo la metrica greca”.
Dopo il  piccolo contributo, di cui sopra,  alla tesi “rohlfsiana”, ci piace ricordare che, da vivo, il grande glottologo e filologo tedesco, ricevette onori e riconoscimenti nella Calabria tutta: la cittadinanza onoraria di Bova, la laurea “honoris causa” dell’Università  di Cosenza; molti Comuni, dopo la morte, gli intitolarono vie e piazze, come di recente il paese di Badolato (CZ).
Tornando alla parte più propriamente “storica”, possiamo affermare, quindi, l’ininterrotta presenza della lingua greca durante l’intero periodo “romano” e la nettamente sua maggior diffusione, specie nella parte meridionale della Calabria, dopo la caduta dell’Impero, anzi, essa rappresentò anche la “varietà alta” fino all’XI sec., ovvero, fino all’avvento dei Normanni, i quali diedero avvio – con l’appoggio della Chiesa di Roma – ad una irreversibile inversione di tendenza: linguistica, culturale e religiosa. Gli “uomini del Nord”, infatti, quantunque “nati” predoni e mercenari, si dimostrarono, strada facendo, conquistatori attenti e dotati di uno spiccato senso dell’opportunità politica, e, pur  apparendo tolleranti nei confronti della chiesa greca, iniziarono contemporaneamente quell’inarrestabile processo di “latinizzazione” della Calabria meridionale, che avrebbe condotto, più tardi, alla fine del rito greco e, quindi, anche del prestigio della lingua greca. L’anno 1059 (caduta di Reggio) e l’anno 1081 (caduta di Bari), ad opera dei Normanni, rappresentano due date storiche molto negative, anzi, “cruciali” per il “destino” della grecità in terra meridionale. Le “buie notti” angioine, aragonesi e spagnole, più tardi, sono una perentoria conferma della quasi totale “occidentalizzazione” di usi, costumi, cultura, lingua e religione. Anche nella Bovesìa, ultimo baluardo greco, dal punto di vista  linguistico, culturale e cultuale, la situazione, già compromessa, sarebbe precipitata dopo la fine (leggi pure: soppressione) del rito greco-bizantino, nel 1572/73, ad opera del vescovo armeno-cipriota  Giulio Stauriano. Sull’onda della Controriforma tridentina, al vescovo di Reggio, Annibale D’Afflitto, basteranno pochi decenni (1593-1638), per sradicare completamente il rito greco dalle sue ultime ed ormai umilissime “dimore” intorno a Bova e nelle “Cinque Terre” (diocesi “greca” di Reggio), per trapiantarvi quello latino.
Da questa epoca in avanti, nella “Bovesìa e dintorni”, da lingua di culto e di prestigio, il greco passa  a lingua della “misera plebs”. Nel 1806, dopo una fase piuttosto oscura (anche se la lingua greca trova “ospitalità” – ma in “caratteri” latini –  nelle opere del De Marco, del Mesiani, del Rodotà), l’interesse per il greco di Calabria si riaccese dopo che J.C. Eustace visitò la zona sud-aspromontana e segnalò “popolazioni di lingua greca” e, più  ancora, dopo la pubblicazione sul “Philologus”, di alcuni canti “bovesi” di Karl Witte (1821), commentati qualche decennio più tardi dal Pott (1856). Fu dalla seconda metà dell’800 che cominciò ad aprirsi una profonda discussione sulla origine e la natura di questo “greco-linguaggio”. In particolare (come accennato in precedenza), Giuseppe Morosi (1870-1878), sosteneva l’origine bizantina dell’idioma greco parlato in questi territori e fu una teoria che fino al 1924 imperò incontrastata fino a quando, il più grande filologo, glottologo e dialettologo della storia, l’illustrissimo Prof. G. Rohlfs, non la “demolì”, in modo scientifico. L’illustrissimo studioso tedesco, a cui la Calabria (e non solo) deve moltissimo, produsse un  fondamentale  “corpus  probatorio”, di ordine lessicale, morfosintattico, onomastico, toponomastico, fitonomastico, agionomastico, ecc., raccolto dal 1921 al 1980 circa, anche attraverso visite “porta a porta”, di 350 località in Calabria, spesso  a “dorso di mulo”, con il quale fu in grado di fornire, inequivocabilmente, la prova della ininterrotta presenza del greco “ex temporibus antiquis”.
Ma, parallelamente al crescente interesse degli studiosi per la lingua greco-calabra, si imponeva, specie dalla fase immediatamente successiva all'Unità d’Italia, la necessità di imparare la lingua italiana e di adoperarla non più soltanto per iscritto; presso le classi colte e quelle borghesi, l’esclusione  dagli usi familiari delle varietà dialettali veniva concepito come un passo necessario per il buon apprendimento della “lingua della Nazione”. Lo stesso dovette avvenire nella attuale “Isola Ellenòfona”, rispetto non tanto al dialetto romanzo ma al greco, la varietà più stigmatizzata e percepita lontana dall’ italiano, il cui utilizzo – anche in famiglia – avrebbe solo avuto l’effetto di “inficiare” una adeguata competenza della lingua nazionale. La scolarizzazione obbligatoria, faceva subire alle masse contadine monolingui (parlanti il greco) dell’area, quotidiane umiliazioni e severe punizioni derivanti soprattutto dall’alloglossia più che dall’analfabetismo. Per cui, ben presto, la “dicotomia”: proletariato grecofono analfabeta/borghesia italofona alfabetizzata, scatena il “meccanismo” della discriminazione e della “tabuizzazione” del greco… All’opera di “demolizione” della lingua greca, pertanto, non sono estranee cause di natura psicologica, in quanto, viene  “pilotato” dall’alto il concetto che tutto ciò che non è cultura nazionale in lingua, è sottocultura, “avanzo ancestrale”… concetto,  che viene interiorizzato  dai “grecofoni” che ormai “percepiscono” il loro idioma e la loro (quantunque, plurimillenaria) cultura, come espressioni di inferiorità di razza e di civiltà (!)… di cui bisogna “liberarsi” cercando altre identità… (“Sic transit gloria mundi”, mi verrebbe da dire…).
Inoltre, le comunità dell’Area Grecanica (e non solo), vengono “investite” da un saldo migratorio rilevante, che diventa critico, a ridosso degli anni ’50, ’60 e ’70, derivante, soprattutto, dallo svuotamento delle aree collinari e montane, in cui, tradizionalmente, erano insediate le popolazioni ellenofone. Come se, in un certo senso, la scoperta di un mondo “nuovo” (Italia, Europa, Americhe, ecc.), diventa, contemporaneamente, la quasi fine di questo “vecchio” mondo, quello dei Greci di Calabria.
A ciò, si aggiungono le alluvioni che si succedono negli anni ’50 e ’70 nell’enclave greca e che compromettono la sopravvivenza “materiale” delle comunità nell’entroterra pre-aspromontano, con “l’ineludibile effetto” di giungere all’impoverimento, alla “deplezione” della memoria, il cui “trend negativo”, rischia di cancellare completamente tradizioni e lingua… A tal proposito, il linguista olandese Dimmendaal, sottolinea quanto sia di vitale importanza per la lingua, rimanere “in situ”, sostenendo che, “i cambiamenti nell’assetto economico e sociale delle comunità alloglotte, possono non essere decisivi nella “sostituzione linguistica”, se la popolazione o una parte di essa rimane “in situ” (l’esempio di Bova-Chòra, nello specifico, è assolutamente “probatorio”).
Secondo un’indagine effettuata sul campo, alla fine degli anni ’90, in seno alla quale vennero interessati circa 300 studenti delle scuole medie ed elementari della Bovesìa, è emerso che il “greco di Calabria”, viene considerato “lingua dei vecchi” e non “intriga” le giovani generazioni che, in generale,  non lo parlano pur comprendendolo passivamente per un 15% circa. La risposta, però, quasi plebiscitaria dei ragazzi all’item: “ti dispiace che il greco di Calabria stia scomparendo?” (con…  l’88% di risposte affermative), deve essere “tesaurizzata” da chi ha a cuore le sorti di un patrimonio così importante da rappresentare un bene immateriale unico…               
Oggi, con un ritardo di oltre 50 anni dall’entrata in vigore della Costituzione Italiana – il cui Art.6 “tutela, con apposite norme le Minoranze Linguistiche” – abbiamo finalmente una Legge Nazionale, la n. 482 del 15 Dicembre 1999, nonché, la Legge Regionale 15/03 (con le sue “appendici”), ed il D.P.R. 345/01. Ma, qual è lo stato attuale della lingua greco-calabra nell’Area Grecanica? Quali sono i “limiti” ed i territori ammessi a tutela? E quali veramente ellenofoni? Amministrativamente, l’Area Grecanica comprende 16 Comuni che da Reggio e Cardeto si “spalmano”, da occidente ad oriente, nella fascia pre-aspromontana e nella costa ionica fino al Comune di  Samo. Questa organizzazione politico-amministrativa non rispecchia, comunque, quelli che sono gli effettivi “confini linguistici”, per cui bisogna distinguere i territori dove ancora persiste l’antico idioma, da quelli in cui l’ellenofonia è pressoché estinta, “specificando” che esiste una “Area Culturale Grecanica”, che ha nel suo “cuore”, quel “diamante incastonato” che è l’Isola Ellenofona  o Grecofona, testimonianza vivente di un mondo linguistico che è stato per secoli e secoli, “denominatore comune” non solo dell’attuale Area Grecanica ma di gran parte dell’intera  Calabria. Questi Comuni “ellenofoni” sono: Bova, Bova Marina, Condofuri (con Gallicianò), Roghudi e Roccaforte del Greco: piccoli paesi in cui oggi, più che mai, è importante riscoprirne le “radici” che svelano, anche ad un visitatore un po’ distratto, il carattere che rende unica questa terra: la “grecità”! “Rize”, spesso trascurate dalle poche “memorie di carta” di questa terra, ma che è necessario salvaguardare affinché si ponga un argine e si arresti la “diaspora”, la “emorragia”, l’abbandono dell’entroterra, con il favorire la permanenza, in questi siti, dei “parlanti”, delle loro famiglie e dei loro concittadini. Si può dire che Bova, e – con encomiabile sforzo – anche Gallicianò, siano stati in tal senso, antesignani, in quanto hanno scommesso sulla antica lingua e cultura dei Padri (“in loco”), riuscendo, così facendo, anche a valorizzare in maniera esemplare, emblematica, quelli che sono considerati, a ragione, due fra i “Borghi più belli d’Italia”.
Ed andiamo ad affrontare, ora, il “nocciolo del problema, ovvero, la “obbligatorietà dell’insegnamento” nelle scuole dell’obbligo. L’auspicio è che il Legislatore Regionale possa modificare il dettato legislativo, trasformando l‘insegnamento della “lingua di minoranza”, da “servizio a richiesta”, in obbligo scolastico, in modo che concorra, a pieno titolo, alla “formazione” dei ragazzi. L’Area Grecanica, quantunque, in un tempo passato (ma non trapassato), territorio “monolingue” (greco), non è allo stato attuale – realisticamente – un territorio bilingue, come quello altoatesino, valdostano o friulano (le cosiddette “minoranze frontaliere”), in quanto, se si fa eccezione per una ridotta minoranza di “locutori” (per fortuna, in evidente “crescita” – quantunque “scolastica” – in alcuni  paesi), appare lapalissiano, che la speranza della sopravvivenza della lingua greca di Calabria sia riposta soprattutto nella scuola. È auspicabile che le istituzioni scolastiche della Provincia, ricadenti nell’Area Grecanica, facciano però il loro dovere e consentano  l’applicazione – attraverso i Progetti – delle norme di legge (finora sostanzialmente disattese), ed attivino – in attesa dell’auspicata obbligatorietà – corsi di insegnamento, anche extra-curriculari, che, a partire dalle scuole materne accompagnino i ragazzi fino ad almeno le scuole medie. Se applicate, le leggi 482/99 e 15/03 (oltre al D.P.R. 345/01), contengono già norme specifiche per l’insegnamento delle lingue minoritarie nelle scuole delle comunità linguistiche “riconosciute”. Si tratterebbe, in definitiva, di riconoscere il diritto degli appartenenti a tali minoranze ad “apprendere’’ la propria lingua-madre (o, forse, di… “riappropriarsi” di essa). Bisogna confidare,  altresì, in una maggiore sensibilità e senso di appartenenza anche da parte degli stessi dirigenti scolastici. E che le stesse Università facciano la loro parte attivando – “ope legis” – corsi di lingua in via sperimentale.
In conclusione, non si può non rimanere in attesa di una effettiva applicazione delle leggi di tutela  già esistenti, e, ancor meglio, del più che auspicabile insegnamento nelle scuole primarie e secondarie di 1° grado, altrimenti – nonostante gli sforzi compiuti in questi ultimi anni, dalla Provincia di Reggio Calabria e dalle numerose Associazioni Culturali Ellenofone presenti nel territorio – le lingue minoritarie, non “frontaliere”, sebbene, fondamentali segmenti di antichissime  culture, corrono concretamente il malaugurato rischio di scomparire completamente nel giro di qualche decennio…
In definitiva, però, il “patrimonio genetico” di una cultura plurimillenaria, che conserva tratti di preziosa rarità, e, addirittura, di assoluta unicità, non si può pensare di riuscire a salvaguardarlo ed a rivalutarlo solo con l’applicazione di leggi di tutela, ma, deve essere “in primis”, un vivo interesse del cuore, una appartenenza consapevolmente vissuta… La tutela della memoria storica, per quanto poco “cartacea”, può giocare un ruolo primario, se vissuta, non in termini “nostalgici” (“Io dico memoria, passato, nel senso di riappropriazione e non di pura nostalgia…”).
Anche per questo, e per amor del vero, va riscritta la storia dei Greci di Calabria, in quanto quella (poca) già scritta, si presenta come una “storia negata”… Sarebbe necessario promuovere una “nuova stagione” di contributi storiografici, condotti deontologicamente e nella direzione della formazione di una corretta coscienza storica.
La lacunosa conoscenza del proprio percorso storico da parte dei “Grèki tis Kalavrìa”, unita alla sensibilità ancora scarsa da parte di Enti ed Istituzioni (come già accennato), costituiscono tutt’ora ulteriori ostacoli per la valorizzazione dell’importante patrimonio storico-linguistico-culturale-religioso del territorio greco-calabro. Per fortuna, le Associazioni Ellenofone – ribadiamo – hanno avuto un ruolo fondamentale, quasi da “supplenza istituzionale” nell’ambito, soprattutto, della difesa del patrimonio immateriale, caratterizzato da una tale peculiarità, da indurre la Regione Calabria (con il sostegno delle Provincia di Reggio Calabria e delle altre Province calabresi) a far approntare un dossier per una ambiziosa candidatura Unesco – delle Minoranze Linguistiche Calabresi – come Patrimonio dell’Umanità.
Mi sia consentito, infine, di stigmatizzare quegli “sporadici rigurgiti di campanile”, di qualche singolo “ellenofono” (o, pseudo-tale), che non giovano – in quanto tese più a dividere che ad unire – alle comunità “greche di Calabria”, che invece hanno bisogno di coesione per alimentare assieme e cementare il comune, granitico “spirito greco”, vivendo fino in fondo l’emozionante privilegio di essere (senza, per questo, voler stabilire “gerarchie culturali” che non esistono...), i legittimi eredi  di quella cultura che è stata l’elemento fondante della civiltà occidentale e di quella antichissima “glossa”, per secoli, “lingua del cuore” di gran parte delle popolazioni del Meridione, e che le inossidabili comunità grecofone della Bovesìa hanno ancora l’onore di condividere e di esserne  suoi orgogliosi e gelosi custodi…

giovedì 6 settembre 2012

Gran brutto periodo per il pensiero critico



- di Gianmarco Iaria

Velocità, velocità, velocità. È questa la regola del mondo post-moderno. Velocità di pensiero, di azione, di reazione. Velocità nei rapporti umani, nelle interazioni sociali. Velocità di memoria e di oblio. La società dell’I-live, in cui i fili che collegano una persona con il suo prossimo sono ormai quasi totalmente virtuali, si basa sulla velocità. La lentezza è, per l’appunto, parafrasando una celebre espressione di Celentano, “lenta”; il dinamismo è “rock”, è forza, esprime vitalità, fa apparire meglio di quanto non si è. Sembra non ci sia più posto per la riflessione accurata, che per i canoni attuali richiede troppo tempo; c’è troppo altro da fare per potersi concentrare su una cosa sola, svilupparla, conoscerla in ogni particolare, analizzarla e imbastire un minimo di pensiero critico. Gran brutto periodo per il pensiero critico. E non serve nemmeno andare troppo oltre per capirlo: basti pensare ad un’espressione che ha caratterizzato l’ultimo secolo, attraversando trasversalmente diversi periodi storicamente determinanti per la condizione socio-economica del mondo occidentale; l’industrializzazione, il “boom economico”, la lotta di classe e il materialismo dialettico di marxiana memoria hanno avuto, per diversi motivi, come punto focale l’ “elevazione delle masse”. Che bella espressione, vero? Un popolo schiavizzato dalla logica finanziaria, sottopagato, subordinato al potere economico di pochi pezzi grossi che riescono a gestire a loro piacimento anche il potere politico, d’un tratto si risveglia, si accultura, prende coscienza della propria condizione e lotta per la sopraffazione degli oligarchi che stabiliscono le sorti del mondo, convincendosi della propria forza derivante proprio dal numero, della serie: “Siamo di più, armiamoci e partiamo”. Nulla di tutto ciò, purtroppo. De André, nella sua canzone “Un Blasfemo”, raccontava la storia di un pover’uomo, dedito all’alcool ed alla vita dissoluta e libertina, che viene ucciso da due guardie bigotte; i versi che spiegano l’ideologia del blasfemo raccontano di come egli si allontana da Dio perché crede che sia stato Dio stesso, donando all’uomo l’Eden, a nascondergli l’esistenza del male, ingannandolo. Quando l’uomo si mostrò troppo curioso, decidendo di mangiare la fantomatica mela, l’Onnipotente lo punì inventando il tempo, e quindi, la morte. Una canzone dal senso metafisico, si direbbe; tuttavia è con l’ultima strofa che essa raggiunge un fortissimo significato attuale, moderno: “Ma se furon due guardie a fermarmi la vita / è proprio qui sulla Terra la mela proibita / e non Dio ma qualcuno che per lui l’ha inventato / ci costringe a sognare in un giardino incantato.” Quattro versi dalla ferocia inaudita, che condannano l’ammorbamento dei sensi di cui è vittima da tempo immemore la classe dei “non potenti”, di cui è fautrice la classe di chi può, di chi ha. Nulla è lasciato al caso: gli avvenimenti, le leggi, gli sport, la tv, il cibo, i vestiti, le persone, le parole, ogni cosa, ogni aspetto dell’esperienza umana che può avere un qualsiasi tipo di influenza sulla mente diviene strumento di controllo, di pressione ed oppressione. Ogni cosa si sussegue, e viene sfruttata secondo il grado di importanza che può rivestire in un dato periodo di tempo: lo scandalo del politico, la vittoria della squadra del cuore, l’omicidio, la bomba che scoppia ed uccide. Tutto viene utilizzato. Tutto serve per riempire. Il vuoto è pericoloso. Il vuoto, se c’è, è spazio libero: e lo spazio libero è genera il pensiero libero. Ed il pensiero libero genera la critica; e la critica  genera la presa di coscienza; e la presa di coscienza genera la rivoluzione.

lunedì 3 settembre 2012

OLTREWEB Dall’afa alla pioggia in crisi


- di Saso Bellantone
Buon meriggio web,
temporali si avvistano all’orizzonte. Acquazzoni, segnalati da tuoni e fulmini affamati d’afa come avvoltoio bramoso della prossima carcassa. Il vento fa la sua parte. Avvicina alla costa, con la sua furia, grandi masse di nuvole nere, cariche di pioggia pronta a lavare via, molecola per molecola, i vapori di una stagione estiva abbrustolita dalla follia della verità: la crisi.
I paesi sono stati semivuoti per la maggior parte della stagione. Il turismo scarso. Le attività commerciali sono state abitate da ombre, tele di ragno e spettri. Le strade sono rimaste immobili, come le stesse case abitate da morituri, in attesa del colpo di grazia che tarda sempre ad arrivare. Si è speso con cognizione di causa. Quanto si è potuto. Si è pesato il centesimo, per assicurarsi di pagare le tasse, tutte le tasse, e garantirsi un boccone a testa.
Ma questo è quanto è avvenuto nelle ore diurne. Durante la notte, tutto è cambiato. I paesi si sono popolati dei soli propri abitanti. È apparso qualche turista. I commercianti hanno asciugato la loro fronte. Le vie dei paesi hanno preso vita, assieme alle abitazioni improvvisamente pregne di parole, rumori e cin cin. Ci si è lasciati andare. Non si è badato a spese, tasse e quant’altro ma soltanto a dimenticare la folle disperazione della crisi dentro un bicchiere, pieno di sogni di vite e di luppolo.
Si è andati avanti così per tutta la stagione, spezzati nel corpo e nella mente da una crisi, valoriale ed economico-finanziaria che si è toccata con mano. Tutti l’hanno tastata. Tranne i piccoli, protetti dalla loro stessa innocenza, i giovani in attesa che Eros li colpisse con una delle sue frecce, i vecchi abbandonati alla solitudine di una casa vuota, e i pazzi preservati dal labirinto che il destino ha riservato loro o che loro stessi hanno creato da sé e per sé.
Adesso, però, che le corvine nuvole aprono le proprie cateratte e rilasciano la pioggia per lavare via l’estate, tutto cambia di nuovo. L’aria diviene più fresca e tale frescura sembra chiamare ognuno per nome. Sembra invitare ognuno a uscire fuori dalla propria abitazione e da se stesso, verso quell’ambiente in cui non è giorno né notte ma è soltanto piovoso. È un richiamo irresistibile. La pioggia sembra quasi un evento miracoloso, quasi una panacea, malgrado il malore sia uno soltanto. E allora ecco che ci si abbandona alla pioggia, ci si lascia inzuppare da Lei per alimentare quel niente di speranza rimasto nella parte più remota di se stessi e appena apparso innanzi ai propri occhi. Il sogno, cioè, che la frescura dell’acqua si porti via la malattia penetrata nella carne oltre che nella mente: la follia della verità, la crisi.
Ma la pioggia, mio caro web, non è soltanto pioggia. Il farmaco per curare la crisi, puoi scoprirlo soltanto tu e, forse, tu e la pioggia siete la medesima entità.
Medita web, medita… 

giovedì 30 agosto 2012

DISsud: Le foto 2

- di Saso Bellantone
Fontana (Villa Angelo Frammartino, Caulonia).

sabato 25 agosto 2012

Ideale, questo sconosciuto...



- di Gianmarco Iaria
Io alzo il pugno. Perché credo nella forza dell’uomo.
Io alzo il pugno. Perché so che la realtà è decisa da pochi uomini.
Io alzo il pugno. Perché credo nella lotta dell’uomo per un mondo migliore.
Io alzo il pugno. Perché credo nella differenza di distribuzione del reddito, sì, ma credo anche che quella attuale sia profondamente ingiusta.
Io alzo il pugno. Perché sebbene io appartenga alla classe piccolo-borghese benestante, io so che la mia posizione è stata voluta da chi violenta questo mondo, per comodità.
Io alzo il pugno. Perché l’utilitaria, l’appartamento di proprietà, il salotto arredato, la tv LCD-HD-3D, il computer  portatile, l’Ipod, il telefonino touch-screen, la pay-tv, il digitale terrestre sono le briciole di formaggio che i potenti lanciano ai topi della classe che produce.
Io alzo il pugno. Perché i salotti televisivi, i reality show, i talent show, i programmi di inchiesta sugli omicidi, le fiction, le soap opera, il calcio milionario sono i dormiferi che chi ha, usa per drogare e stordire l’animo di chi pensa di avere e non ha.
Io alzo il pugno. Perché credo che un giorno il sentire comune supererà la logica del “mio orticello”.
Io alzo il pugno. Perché credo che un giorno il bene della fratellanza vincerà sul male dell’interesse personale.

venerdì 24 agosto 2012

AAA: Supereroe cercasi!



- di Nadia Caruso
In un mondo in cui politici da strapazzo condividevano la via con poeti adepti a santità passeggere e culti volubili, vivevano settemiliardi e centotrentamila persone. Settemiliardi e centotrentamila diversi tipi di esseri umani, settemiliardi e centotrentamila diversi concentrati di puro egoismo, volti alla sopravvivenza della propria specie a danno delle altre e, inconsapevolmente, anche della propria e la storia sarebbe già sufficientemente esilarante così, senza rincarare la dose, ma purtroppo questo non è che il preludio.
Il sole splendeva ardente, ricordando agli abitanti del mondo che l’effetto serra non era solo una delle tante fantasie degli ambientalisti e la vita scorreva serena tra le campagne ornate qua e là da vistose sculture di “arte moderna”, dette comunemente discariche abusive.
 Si sentiva nel vento profumo di libertà, di cambiamento, o più probabilmente l’arte moderna si stava diffondendo per il mondo, inebriandolo di “cultura”.
In questo scenario tutt’altro che positivo viveva un giovane uomo, Tom Higann, onesto e, pertanto, quasi invisibile cittadino di Decline City.
Tom era un tipo semplice e alla mano, come non se ne vedevano più in giro da parecchio, e questo costituiva una motivazione sufficiente per chi lo conosceva a definirlo un sempliciotto, anche se in realtà nessuno aveva mai parlato con lui così a lungo da potergli affibbiare tale etichetta.
Già, perché Tom era fondamentalmente un tipo solitario dal sorriso timido ed impacciato, uno di quei ragazzi di cui difficilmente ci si accorge e la cui presenza raramente fa la differenza. Nessuno si aspettava che egli nascondesse un segreto o, almeno, non della portata di quello da lui celato.
Dietro l’identità del giovane sempliciotto Tom occultava i possenti muscoli di Nothing Man, eroe notturno saltato fuori dal nulla e, difatti, nel nulla rimasto, considerando che nessuno si era mai accorto di lui neanche per sbaglio.
Tom non se ne faceva una colpa, il caos mediatico costantemente in atto non permetteva a gente come lui di essere notata, cosa poteva un ridicolo costume da supereroe contro il fior fior della moda Decliniana? Eppure ogni notte Tom spalancava la finestra e scrutava il mondo dietro la sua maschera verde acido perché questo gli permetteva di sfuggire ai tentacoli appiccicosi di quel mondo che, indipendentemente dalla sua volontà, pretendeva di cambiarlo.
Anche quella notte, come molte altre, sfidando il crimine e la forza di gravità, si gettò giù da una grondaia ed arrivò per strada con le mani piene di nuovi tagli.
La luna brillava alta, bellissima, illuminando le strade di quella città che solo poche ore prima era stata violentata dal fragore dei clacson, ogni giorno più forti, ogni giorno più violenti solo per coprire definitivamente il brusio di pensieri che, solitario, tentava di non annegare nella viscosa melma della globalizzazione. Le vie bagnate della città riflettevano i raggi di luna e Tom, unica anima solitaria per le strade Decliniane, si sentì un po’ come una star su un palcoscenico, sotto degli enormi riflettori e pronto per le luci della ribalta.
Iniziò a correre, non perché ci fosse un reale motivo per farlo, ma seguendo solo il proprio istinto. Osservò le strade deserte di quella città alla quale non aveva mai sentito di appartenere davvero, il volto della notte era straordinariamente ipnotico per lui che ogni volta, come la prima, si stupiva di ogni minimo dettaglio come solo un bambino sa fare.
Tom amava i dettagli, li amava perché erano i reali fautori dell’identità di ogni cosa. Modificavano l’aspetto della gente, delle cose, ne personalizzavano le forme rendendole uniche, come poche note possono fare la differenza tra una nenia stonata e l’inizio di una melodia.
Tom si fermò. Capì perché sulla sua strada non aveva mai trovato nessuno da salvare. Nessuno voleva essere salvato. Nessuno aveva la forza di chiedere aiuto o, meglio, nessuno si rendeva conto di averne realmente bisogno. Opporsi alle mode, alla globalizzazione e al mondo equivaleva a rimanere tagliato fuori dalla comunità e, per tanto, era un’idea scartata a priori. Sacrificare se stessi per il “bene comune” non era poi così male.
Il cuore di Tom perse un battito, un lampo, un urlo squarciò la notte. Non era la città, no, e neppure i suoi abitanti, era Tom. Tom che finalmente aveva capito, Tom che improvvisamente si sentì solo.
Solo come i suoi amati dettagli, che ogni giorno divenivano sempre meno, uniformando sempre di più la gente che seguiva disperatamente dei modelli, quali essi fossero nessuno lo aveva ancora capito. Le differenze tra la gente diminuivano e, con esse, l’occasione di mettersi alla prova e crescere. L’occasione di costruire qualcosa che non fosse già stato premeditato da chi di dovere, l’occasione di staccarsi dal percorso segnato e di seguire il proprio, combattendo per la propria libertà e per l’eccitazione che si prova quando, correndo verso l’ignoto, si ha la certezza di sconfiggere le proprie paure sentendosi davvero un supereroe.
Una nuvola coprì la luna e la luce meccanica dei lampioni rivelò al giovane uomo il vero volto di quella città a cui capì di dover dare una mano. Alzò lo sguardo, i palazzi erano imponenti. Tutto era spropositatamente alto, esagerato, Tom non si lasciò intimorire. Chiuse gli occhi e ricominciò a correre.
I primi raggi di sole iniziarono a spuntare dando vita all’alba di un nuovo giorno. Tom si ritrovò, per l’ennesima volta, ad osservare il mondo dall’alto della sua finestra, al quarto piano del St. Luis Psychiatric Hospital. Si stiracchiò, le braccia indolenzite agognavano qualche altro minuto tra le coperte ma purtroppo per loro Tom aveva altri progetti. Voltò le spalle alla finestra e si diresse verso lo specchio al centro della stanza, la sua superficie liscia rifletteva il volto della città che iniziava a svegliarsi. Nell’angolo a destra qualcosa catturò l’attenzione di Tom, un edificio, il più alto della città, aveva qualcosa di strano.
Sulla facciata principale si distinguevano chiaramente due parole, scritte con uno sgargiante verde acido, BE YOURSELF.
Nothing Man sorrise…

giovedì 23 agosto 2012

DISsud - Le foto 1

- di Saso Bellantone
Fichi d'india (Marina di Nicotera).

mercoledì 22 agosto 2012

RADICI: I culti cittadini a Reggio fra paganesimo e cristianità



- di Natale Zappalà (natalezappala.blogspot.it)
Il calendario del reggino brulica ancora, all'inizio del III millennio dell'era volgare, di feste sacre ispirate al sovvertimento della quotidianità tramite l'evasione momentanea dalle briglie della routine.
Le ricorrenze religiose si contraddistinguono spesso, sulle rive dello Stretto di Scilla in particolare e nel Mezzogiorno in generale, nell'accostare ai già citati momenti di evasione dall'ordinaria follia un aspetto, per così dire, “rituale”, costituito di processioni più o meno lunghe, durante le quali la statua del patrono o della matrona di turno viene recata in trionfo (occhio ai termini: il trionfo era la sfilata del generale romano vittorioso, l'imperator, di ritorno dall'impresa militare) per le vie del borgo o della città.
Molti antropologi o storici delle religioni hanno opportunamente sottolineato l'innegabile somiglianza che lega le feste patronali/matronali odierne e le antiche ricorrenze pagane. Si tratta di similitudini evidenti soprattutto nel caso di Reggio, in merito a cui, le fonti – gli scritti degli antichi autori, con l'ausilio della documentazione epigrafica – hanno registrato l'esistenza di celebrazioni in onore ad Apollo, Artemide, Atena e Dioniso. Non sono tuttavia pervenute informazioni dettagliate relativamente all'una o all'altra festa, ma certamente in riferimento ai culti poliadi – in onore alle divinità tutelari della città – si possono desumere alcuni dati sostanziali.
A Reggio le divinità tutelari, connesse a livello mitico alla fondazione stessa della polis, erano Apollo ed Artemide. In occasione di una festa primaverile dedicata ad uno di questi numi era solito esibirsi un coro di trentacinque giovani proveniente da Messina, diretti da un maestro ed accompagnati da un flautista. Tale ricorrenza, risalente quantomeno al V sec. a.C., univa simbolicamente le due città dello Stretto, i cui destini politici, d'altronde, risultano spesso intrecciati nel corso della loro storia, basti pensare alla rifondazione della città peloritana (489/488 a.C.) ad opera del tiranno reggino Anassila.
Al medesimo contesto agonale – dedicato ad Apollo Archegetes (“fondatore”) sulla scorta della circostanziata tesi avanzata da Felice Costabile, docente di epigrafia e storia del diritto romano presso l'Università “Mediterranea” di Reggio Calabria – vengono ricondotti un rito di purificazione delle donne sposate, consistente nell'esecuzione di canti corali (“peana”), al termine del quale venivano raccolti dei ramoscelli d'alloro nella boscaglia intorno al tempio di Apollo Minore – con buona probabilità identificabile nell'edificio cultuale di età classica rinvenuto nel 1978 nell'area dell'odierna Rada Giunchi –, che venivano poi trasportati in Ellade, al santuario di Delfi, sede del celebre Oracolo; proprio il vaticinio della Pizia, tanto per chiudere il “cerchio rituale” della memoria antica, aveva indicato a Calcidesi e Messeni provenienti dalla penisola greca il sito in cui fondare Reggio, nell'ultimo quarto dell'VIII sec. a.C.
Se la lunga durata, sessanta giorni, di queste presunte Apollinee induce ad ipotizzare una frequenza pluriennale (magari quattro anni) della ricorrenza, altrettanto solenni dovevano essere le Artemisie registrate dalla tradizione popolare cristiana – nonché da molte iscrizioni di età ellenistica e romana – in riferimento alla venuta di Paolo di Tarso a Reggio, e quindi alla cristianizzazione della città. Dalle notizie pervenute in proposito si sa che l'intera cittadinanza in giubilo si recava presso il promontorio Pallantion – denominazione emblematica, quest'ultima, richiamante delle altre località sacre ad Artemide, in Grecia e persino a Roma –, la medievale Punta Calamizzi, vero e proprio simbolo ancestrale della regginità. Sul Pallantion, in età protostorica, era perito il primo fondatore di Reggio, l'Eolide Giocasto, morto in seguito al morso di un serpente velenoso ed oggetto di un culto eroico in epoca classica. Spetterà poi ai Cristiani il compito di convertire in positivo il ricordo del serpente omicida, edificando in loco la chiesa di San Giorgio Drakoniaratis, cioè “del serpente”. Ammesso che l'arrivo di Paolo, tradizionalmente immune, insieme ai suoi discendenti (i cosiddetti “sanpaolari” del folklore meridionale) al veleno animale, non sia stato localizzato sul Pallantion, una lingua di terra totalmente pervasa dal ricordo ossessivo dei rettili, in maniera del tutto casuale.
Ricompattamento del corpo civico, scansione del tempo e dei cicli stagionali, rottura degli schemi della quotidianità, temporanea sovversione dell'ordine sociale con ampi spazi di libertà garantiti alle componenti emarginate come donne, schiavi e meteci (liberi-non cittadini ivi residenti per ragioni commerciali): questi, in sintesi, i tratti salienti delle festività pagane di un tempo.
Che cosa è cambiato oggigiorno? Le processioni cristiane non seguono forse il tracciato viario della città antica, trasportando la statua del patrono/matrona dalla acropoli al santuario extra-urbano? Non sono forse i sindaci, massime autorità cittadine al pari di arconti e pritani del passato, a guidare, con l'ausilio dei sacerdoti, i cortei? E non sono soprattutto i lavoratori, componenti emarginati della società del Terzo Millennio dominata da banche, tasse e sprechi, a trarre giovamento dal giorno di riposo accordatogli?
Poco è cambiato, fra religione, ritualità e significati pragmatici di entrambe, nel trapasso plurimillenario che separa Artemide dalla Madonna della Consolazione, ma certamente, inquadrando i fattori di continuità e rottura che intercorrono fra ieri ed oggi attraverso una prospettiva storicistica coerente e scientificamente fondata, ciò che rimane – ed è già molto – sono le nostre radici.

LA LAMIA



- di Giuseppe Delfino
Tra i Greci di Calabria sopravvive (almeno fino a qualche anno fa) un mito risalente addirittura all'antichità e che, attraverso i secoli e nonostante la cristianizzazione (si sa che molte reminiscenze pagane si son conservate come “sostrato”: basta vedere le ben famose fusioni di cristianesimo e credenze indigene in America Centrale e Meridionale), si è tramandato fino ai giorni nostri. Il mito in questione è la Lamia: le “lamie” dell'antichità greca erano figure in parte umane e in parte animalesche e rapitrici di bambini, fantasmi seduttori che si trasformavano in bellissime donne per adescare giovani uomini e nutrirsi del loro sangue e della loro carne. Erano chiamate anche “empuse”, ma quest' ultime erano figlie o ancelle di Ecate (dea delle streghe greca, ma di origine pre-indoeuropea): solo in un secondo momento i nomi divennero intercambiabili, e passarono ad indicare generalmente le streghe e demoni (significato che si ritrova anche nel Medioevo).
Il mito racconta che Lamia era una bellissima regina della Libia, che ebbe da Zeus il dono di levarsi gli occhi dalle orbite e rimetterli a proprio piacere. Presto Zeus si innamorò di Lamia (è risaputo che Zeus amava avere rapporti sessuali in continuazione con molte donne), provocando la rabbia di Era , la moglie-sorella di Zeus, che si vendicò uccidendo quasi tutti i figli che quest'ultimo ebbe da Lamia. Era, secondo i Greci, era molto gelosa, e cercò spesso vendetta contro i figli adulterini del re degli dei (Eracle, figlio di quest'ultimo e di Alcmena, ne è l'esempio più lampante).
Lamia, lacerata dal dolore, iniziò a sfogarsi divorando i bambini delle altre madri, dei quali succhiava il sangue. Il suo comportamento innaturale fece in modo che la sua bellezza originaria si corrompesse, trasformandola in un essere di orribile aspetto capace, come detto, di mutare forma e apparire attraente per sedurre gli uomini, allo scopo di bere il loro sangue. Per questo motivo la lamia viene considerata una sorta di “vampiro” dell'antichità (assieme alle sopracitate “empuse” e alle “strigi” romane).
I vampiri (o miti simili ad essi) fanno parte del folklore di molti popoli della Terra, europei e non: possiamo citare, ad esempio, il “nukekubi” del Giappone o il “mandurugo” dei Tagalog (Filippine) . La Lamia è, come detto, un mito sopravvissuto presso i greci calabresi e anche presso quelli della Grecia, ma le leggende sui vampiri sono soprattutto di origine slava, il più famoso dei quale è la βρυκολακα, una sorta di non-morto che si aggira per le case chiamando per nome le vittime designate o bussando nelle case: può entrare nelle abitazioni solo se invitato espressamente da chi vi si trova all'interno e, quando accade, può ottenere le sue vittime. Nella lingua greca moderna, il termine βρυκολακα è tradotto semplicemente con “vampiro”, estenendo così il suo campo semantico a tutti i vampiri e affini compreso il più famoso di tutti, il Conte Dracula (derivato dalla tradizione del romanzo gotico inglese e ispirato al principe romeno Vlad III di Valacchia vissuto nel XV secolo).