Chi è in gabbia, tu o la vita? E se la gabbia vi dividesse soltanto? E se fossi proprio tu la gabbia? Allora trasformati! Smetti di essere gabbia, diventa vita. In fondo, tu e la vita siete sempre stati un tutt'uno.
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lunedì 10 settembre 2012
Sgabbiati!
sabato 8 settembre 2012
La Lingua Greca di Calabria (tra passato, presente e… futuro)
- di Franco Tuscano
“I Perifània ton
palèon rìzomma!” – “ L’Orgoglio delle (nostre) antiche radici!”
“Nella parte più meridionale
della nostra penisola, in alcuni paesi montani che sorgono a metà strada fra
Locri e Reggio, gli anziani agricoltori ed i pastori parlano ancora un arcano
dialetto greco che, giunto fino a noi
attraverso una tradizione puramente orale, sembra quasi non aver mai
avuto un suo passato ed una sua storia ...”.
Così si esprimeva nella sua importante
opera: “La Glossa di Bova”, il compianto e mai dimenticato Prof. Giovanni Andrea
Crupi, il quale, in un’epoca “cruciale” (anni ’70) per la sopravvivenza
della Lingua Greca di Calabria,
antichissimo e nobilissimo “idioma dei Padri”, era riuscito, forse più di
chiunque altro, a porre la “questione grecanica” nei termini più “incisivi”
possibili. (Preciso fin da subito che, “grecanico” è un “etimo” – usato sia
come aggettivo che come sostantivo – che non amo, in quanto, nel tempo, ha
assunto una “connotazione” che, in parte, reputo impropria, una “deminutio”, e
la maggior parte dei “grecanici” non accettano questa definizione, preferendo
quella di: Grecofono, Ellenofono o Ellenofono di Calabria, Calabrogreco, Greco
di Calabria per indicare il parlante greco; ed ancora: lingua greca di
Calabria, Greco di Calabria, greco calabro o calabro greco per indicare il
proprio “dialetto”) – Vale a dire – tornando al Crupi –: non si trattava di
salvare soltanto una lingua (per altro lingua-madre…), ma tutta una cultura,
“le cui origini si perdevano nella notte dei tempi”. Egli lottò strenuamente
per dare voce ai “Greci di Calabria”: “Dòste mia fonì ecinò ti den tin èchu” –
Date una voce a quelli che non l’hanno”(citaz. del Prof. Filippo Violi), andava
ripetendo a tutti, compresi gli studenti di Liceo che, come il sottoscritto,
ebbero l’onore di averlo come Docente di Storia e Filosofia. “Greki ambrò!”, amava ribadire nei numerosi incontri e convegni a cui partecipava.
L’epigrafe in greco (in caratteri latini, com’è in uso nel Greco di Calabria),
sul freddo marmo della sua lapide, racchiude, in estrema sintesi, quelli che
sono stati i suoi valori
imprescindibili, ciò che ha rappresentato l’essenza della sua purtroppo breve esistenza:
Eplàtezza ‘zze filosofia,
“Ho parlato di filosofia”
Ègrazza stin glòssa tu Vua,
“Ho scritto nella lingua di Bova”
Agàpia tin anarchìa, “Ho amato l’anarchia”.
Ho voluto iniziare questo breve
lavoro “dando voce”, doverosamente, ad una delle più importanti figure del
“cosmo” greco-calabro, sia per la profonda stima da sempre nutrita nei suoi
confronti, sia perché, è stato proprio
in quegli anni (fine anni ’60, inizio anni ’70), che – grazie anche all’opera
del Crupi ed all’impegno di altri giovani valenti intellettuali della Bovesìa,
alcuni dei quali trasferitisi a Reggio, e con il contributo di qualche
importante studioso reggino – si è ricominciato a (ri)prendere coscienza del
proprio passato e si è sentito il bisogno di “recuperare”, di riscrivere la
propria storia, una storia che fin dalle sue lontanissime origini, trasuda di
una grecità profonda, granitica a tal punto da averne “ossificato” l’identità…
In questo “ultimo rifugio
dell’ellenismo” (leggi: Area Grecanica-Bovesìa), da ormai 30-40 anni, l’etnia
greca di Calabria è al centro di un intenso fermento intellettuale, avente come
obiettivo la salvaguardia, la rivalutazione e la valorizzazione del patrimonio
linguistico, storico e culturale dell’area.
Siamo “in finibus Calabriae”,
nell’estremità meridionale dell’Aspromonte, un territorio in cui, nel corso
della sua plurimillenaria storia, si è miracolosamente conservata un’identità
linguistico-culturale, rimasta per alcuni versi un “unicum” nel panorama della
Calabria intera. È questa l’area in cui vivono (continuano a vivere, fin…
dall’VIII sec. a.C.) i Greci di Calabria, “diventati” minoranza linguistica, ma
da sempre “maggioranza culturale”, dal momento che le radici, “I Rìze”, “valori
eterni”, permeano secoli e secoli di storia, facendo dell’estremo punto
meridionale della Calabria, una “terra dall’anima greca”, una “terra greca
nell’occidente latino”. Terra, storicamente più orientata verso la “Graecitas”
che la “Romànitas”, in cui è del tutto palese, tra l’altro, una
“interdipendenza culturale” con l’intera Calabria meridionale, ma, soprattutto,
con la Locride, con l’Area dello Stretto, con l’Estremità Nord-Orientale della
Sicilia e con la Grecìa Salentina.
In questo lavoro, concentreremo
la nostra attenzione, soprattutto, su quello che può essere considerato il
segmento culturale più importante (o, quanto meno, tra i più importanti) della
cultura greco-calabra, ovvero la lingua, “elemento” di vitale importanza per la
sopravvivenza del tanto variegato quanto affascinante mondo dei “Grèki tis Kalavrìa”.
Sul “greco di Calabria” o
“greco-bovese” (per dirla con il Crupi e con il Rohlfs), moltissimo è stato
scritto. Pertanto, questa breve nota non ha né può avere pretesa alcuna, di
aggiungere nulla di particolarmente “nuovo”, semmai, vuole semplicemente
essere, una pacata ma sentita “riflessione” sulla “glòssa palèa”, sulla lingua
dei Padri, per secoli in “travaglio”, in affanno, addirittura in agonia, ma mai
morta, nonostante innumerevoli “becchini”, nel corso della sua lunga storia, si
siano accostati più volte dinanzi al quasi “feretro greco-calabro”, con lo
scopo di poterlo “finalmente” seppellire…
L’origine della lingua greca di
Calabria, non è stata mai definitivamente chiarita, e l’acceso dibattito che
non ha lesinato “punte” di aspra polemica, tra lo schieramento “rohlfsiano”,
che ritiene il “greco di Calabria” diretto discendente di quello della Magna
Grecia, e quello “morosiano” (o, “parlangeliano”), che lo vuole invece erede
del greco-bizantino (nato, cioè, in età bizantina), ha portato ad una gran
quantità di studi, ma non ha – per alcuni – risolto del tutto, i dubbi sulla
sua “nascita”. La tesi “megaloellenica” (rohlfsiana), è comunque quella
nettamente dominante, e sono molti ad aver attribuito alla teoria
“bizantinista” ragioni di ordine “ideologico”.
Senza immergerci nell’aspetto
prettamente linguistico, solo “sfiorandolo” a mala pena, diciamo che Gerhard Rohlfs, ha più volte ricordato che i
Bizantini (in realtà: “Romèi”, ovvero, “Romani d’Oriente”, di cultura greca),
non hanno lasciato traccia alcuna della loro lingua né a Bari né a Ravenna (ex
Capitale dell’Esarcato) né in Dalmazia e neppure in Sardegna, regioni dove, a
lungo, mantennero il loro impero.
Se da una parte i “dorismi” e gli
“arcaismi”, anteriori alla “Koinè” (IV sec. a.C.), presenti esclusivamente nel “greco di Calabria”,
“tagliano la testa al toro” riguardo l’origine dell’idioma tutt’ora presente – per
lo più – nella “Isola Ellenofona
dell’Area Grecanica”, d’altra parte, sono gli stessi storici ad indicare
una realistica soluzione ella “vexata quaestio”. Vera Von Falkenausen, in
merito, dice: “Sembra che la grecità meridionale si basi su un sostrato greco
anteriore, che non si era mai completamente spento e che fu quindi “rianimato”
dalla “riconquista bizantina”. L’illustre studiosa, inoltre, esclude un
progetto “dall’alto”, da parte di Costantinopoli, che avrebbe comportato una
migrazione “pilotata” di popolazioni in grado di “colonizzare”, in senso
“greco”, la Calabria. Trasferimenti di gruppi etnicamente omogenei, erano
normali in un impero plurietnico come quello bizantino, per esigenze militari e
commerciali; ma ciò, “non può essere considerato come uno spostamento di
popolazioni numericamente rilevante”; (…)” possiamo calcolare che una flotta di
100 navi, avrebbe potuto trasferire al massimo 15.000 orientali in Italia, se
tutte le navi avessero raggiunto la destinazione senza danno”.
Inoltre, i bizantini non hanno
mai imposto la propria lingua ai propri sudditi, e, per di più, alla metà
dell'VIII sec., la Calabria era già di lingua e liturgia bizantina, tanto è
vero che il decreto di Leone III L’Isàurico(732-733), non incontrò nessuna
opposizione “in loco” (cosa che invece non si verificherà quando i Normanni
cominceranno a “latinizzare” la Calabria, imponendo la lingua latina e la liturgia di Roma).
Un ulteriore, significativo
contributo alla tesi “magnogreca” ci viene fornito, di recente, da una pregevolissima ed importantissima edizione di
62 epigrafi greche del Museo di Reggio Calabria, pubblicata dalla epigrafista
Lucia D’Amore nel 2007. Attraverso la loro attenta lettura, qualsiasi linguista
che non abbia posizioni precostituite, può agevolmente rendersi conto, infatti,
che la tesi di Rohlfs sulla presenza nella Calabria meridionale, di ellenofoni,
fin dai tempi antichi, è qui confermata “scientificamente”, in quanto, le
epigrafi “occupano” un arco di tempo che va dal secolo VI a.C. al
1.000 d.C., cioè, fino all’arrivo dei Normanni(!)… I testi di queste importantissime epigrafi, composti in esametri e pentametri
in lingua greca, costituiscono, secondo
l’illustre studioso reggino, Prof. Franco Mosino, “una straordinaria
testimonianza per la storia linguistica e culturale di Reggio e della sua “Chòra”;
inoltre, egli fa notare che da queste “attestazioni”, emerge altresì, che
a Rhègion, “si parlava greco e latino secondo la metrica
greca”.
Dopo il piccolo contributo, di cui sopra, alla tesi “rohlfsiana”, ci piace ricordare
che, da vivo, il grande glottologo e filologo tedesco, ricevette onori e riconoscimenti
nella Calabria tutta: la cittadinanza onoraria di Bova, la laurea “honoris
causa” dell’Università di Cosenza; molti
Comuni, dopo la morte, gli intitolarono vie e piazze, come di recente il paese
di Badolato (CZ).
Tornando alla parte più propriamente
“storica”, possiamo affermare, quindi, l’ininterrotta presenza della lingua
greca durante l’intero periodo “romano” e la nettamente sua maggior diffusione,
specie nella parte meridionale della Calabria, dopo la caduta dell’Impero,
anzi, essa rappresentò anche la “varietà alta” fino all’XI sec., ovvero, fino
all’avvento dei Normanni, i quali diedero avvio – con l’appoggio della Chiesa
di Roma – ad una irreversibile inversione di tendenza: linguistica, culturale e
religiosa. Gli “uomini del Nord”, infatti, quantunque “nati” predoni e
mercenari, si dimostrarono, strada facendo, conquistatori attenti e dotati di
uno spiccato senso dell’opportunità politica, e, pur apparendo tolleranti nei confronti della chiesa
greca, iniziarono contemporaneamente quell’inarrestabile processo di
“latinizzazione” della Calabria meridionale, che avrebbe condotto, più tardi,
alla fine del rito greco e, quindi, anche del prestigio della lingua greca.
L’anno 1059 (caduta di Reggio) e l’anno 1081 (caduta di Bari), ad opera dei
Normanni, rappresentano due date storiche molto negative, anzi, “cruciali” per
il “destino” della grecità in terra meridionale. Le “buie notti” angioine,
aragonesi e spagnole, più tardi, sono una perentoria conferma della quasi
totale “occidentalizzazione” di usi, costumi, cultura, lingua e religione.
Anche nella Bovesìa, ultimo baluardo greco, dal punto di vista linguistico, culturale e cultuale, la
situazione, già compromessa, sarebbe precipitata dopo la fine (leggi pure:
soppressione) del rito greco-bizantino, nel 1572/73, ad opera del vescovo
armeno-cipriota Giulio Stauriano.
Sull’onda della Controriforma tridentina, al vescovo di Reggio, Annibale
D’Afflitto, basteranno pochi decenni (1593-1638), per sradicare completamente
il rito greco dalle sue ultime ed ormai umilissime “dimore” intorno a Bova e
nelle “Cinque Terre” (diocesi “greca” di Reggio), per trapiantarvi quello
latino.
Da questa epoca in avanti, nella
“Bovesìa e dintorni”, da lingua di culto e di prestigio, il greco passa a lingua della “misera plebs”. Nel 1806, dopo
una fase piuttosto oscura (anche se la lingua greca trova “ospitalità” – ma in
“caratteri” latini – nelle opere del De
Marco, del Mesiani, del Rodotà), l’interesse per il greco di Calabria si
riaccese dopo che J.C. Eustace visitò la zona sud-aspromontana e segnalò
“popolazioni di lingua greca” e, più
ancora, dopo la pubblicazione sul “Philologus”, di alcuni canti “bovesi”
di Karl Witte (1821), commentati qualche decennio più tardi dal Pott (1856). Fu
dalla seconda metà dell’800 che cominciò ad aprirsi una profonda discussione
sulla origine e la natura di questo “greco-linguaggio”. In particolare (come
accennato in precedenza), Giuseppe Morosi (1870-1878), sosteneva l’origine
bizantina dell’idioma greco parlato in questi territori e fu una teoria che fino
al 1924 imperò incontrastata fino a quando, il più grande filologo, glottologo
e dialettologo della storia, l’illustrissimo Prof. G. Rohlfs, non la “demolì”,
in modo scientifico. L’illustrissimo studioso tedesco, a cui la Calabria (e non
solo) deve moltissimo, produsse un
fondamentale “corpus probatorio”, di ordine lessicale,
morfosintattico, onomastico, toponomastico, fitonomastico, agionomastico, ecc.,
raccolto dal 1921 al 1980 circa, anche attraverso visite “porta a porta”, di
350 località in Calabria, spesso a
“dorso di mulo”, con il quale fu in grado di fornire, inequivocabilmente, la
prova della ininterrotta presenza del greco “ex temporibus antiquis”.
Ma, parallelamente al crescente
interesse degli studiosi per la lingua greco-calabra, si imponeva, specie dalla
fase immediatamente successiva all'Unità d’Italia, la necessità di imparare la
lingua italiana e di adoperarla non più soltanto per iscritto; presso le classi
colte e quelle borghesi, l’esclusione
dagli usi familiari delle varietà dialettali veniva concepito come un
passo necessario per il buon apprendimento della “lingua della Nazione”. Lo
stesso dovette avvenire nella attuale “Isola Ellenòfona”, rispetto non tanto al
dialetto romanzo ma al greco, la varietà più stigmatizzata e percepita lontana
dall’ italiano, il cui utilizzo – anche in famiglia – avrebbe solo avuto
l’effetto di “inficiare” una adeguata competenza della lingua nazionale. La
scolarizzazione obbligatoria, faceva subire alle masse contadine monolingui
(parlanti il greco) dell’area, quotidiane umiliazioni e severe punizioni
derivanti soprattutto dall’alloglossia più che dall’analfabetismo. Per cui, ben
presto, la “dicotomia”: proletariato grecofono analfabeta/borghesia italofona
alfabetizzata, scatena il “meccanismo” della discriminazione e della
“tabuizzazione” del greco… All’opera di “demolizione” della lingua greca,
pertanto, non sono estranee cause di natura psicologica, in quanto, viene “pilotato” dall’alto il concetto che tutto
ciò che non è cultura nazionale in lingua, è sottocultura, “avanzo ancestrale”…
concetto, che viene interiorizzato dai “grecofoni” che ormai “percepiscono” il
loro idioma e la loro (quantunque, plurimillenaria) cultura, come espressioni
di inferiorità di razza e di civiltà (!)… di cui bisogna “liberarsi” cercando
altre identità… (“Sic transit gloria mundi”, mi verrebbe da dire…).
Inoltre, le comunità dell’Area Grecanica
(e non solo), vengono “investite” da un saldo migratorio rilevante, che diventa
critico, a ridosso degli anni ’50, ’60 e ’70, derivante, soprattutto, dallo
svuotamento delle aree collinari e montane, in cui, tradizionalmente, erano
insediate le popolazioni ellenofone. Come se, in un certo senso, la scoperta di
un mondo “nuovo” (Italia, Europa, Americhe, ecc.), diventa, contemporaneamente,
la quasi fine di questo “vecchio” mondo, quello dei Greci di Calabria.
A ciò, si aggiungono le alluvioni
che si succedono negli anni ’50 e ’70 nell’enclave greca e che compromettono la
sopravvivenza “materiale” delle comunità nell’entroterra pre-aspromontano, con
“l’ineludibile effetto” di giungere all’impoverimento, alla “deplezione” della
memoria, il cui “trend negativo”, rischia di cancellare completamente
tradizioni e lingua… A tal proposito, il linguista olandese Dimmendaal,
sottolinea quanto sia di vitale importanza per la lingua, rimanere “in situ”,
sostenendo che, “i cambiamenti nell’assetto economico e sociale delle comunità
alloglotte, possono non essere decisivi nella “sostituzione linguistica”, se la
popolazione o una parte di essa rimane “in situ” (l’esempio di Bova-Chòra,
nello specifico, è assolutamente “probatorio”).
Secondo un’indagine effettuata
sul campo, alla fine degli anni ’90, in seno alla quale vennero interessati
circa 300 studenti delle scuole medie ed elementari della Bovesìa, è emerso che
il “greco di Calabria”, viene considerato “lingua dei vecchi” e non “intriga”
le giovani generazioni che, in generale,
non lo parlano pur comprendendolo passivamente per un 15% circa. La
risposta, però, quasi plebiscitaria dei ragazzi all’item: “ti dispiace che il
greco di Calabria stia scomparendo?” (con…
l’88% di risposte affermative), deve essere “tesaurizzata” da chi ha a
cuore le sorti di un patrimonio così importante da rappresentare un bene
immateriale unico…
Oggi, con un ritardo di oltre 50
anni dall’entrata in vigore della Costituzione Italiana – il cui Art.6 “tutela,
con apposite norme le Minoranze Linguistiche” – abbiamo finalmente una Legge
Nazionale, la n. 482 del 15 Dicembre 1999, nonché, la Legge Regionale 15/03 (con
le sue “appendici”), ed il D.P.R. 345/01. Ma, qual è lo stato attuale della
lingua greco-calabra nell’Area Grecanica? Quali sono i “limiti” ed i territori
ammessi a tutela? E quali veramente ellenofoni? Amministrativamente, l’Area
Grecanica comprende 16 Comuni che da Reggio e Cardeto si “spalmano”, da
occidente ad oriente, nella fascia pre-aspromontana e nella costa ionica fino
al Comune di Samo. Questa organizzazione
politico-amministrativa non rispecchia, comunque, quelli che sono gli effettivi
“confini linguistici”, per cui bisogna distinguere i territori dove ancora
persiste l’antico idioma, da quelli in cui l’ellenofonia è pressoché estinta,
“specificando” che esiste una “Area Culturale Grecanica”, che ha nel suo
“cuore”, quel “diamante incastonato” che è l’Isola Ellenofona o Grecofona, testimonianza vivente di un
mondo linguistico che è stato per secoli e secoli, “denominatore comune” non
solo dell’attuale Area Grecanica ma di gran parte dell’intera Calabria. Questi Comuni “ellenofoni” sono:
Bova, Bova Marina, Condofuri (con Gallicianò), Roghudi e Roccaforte del Greco:
piccoli paesi in cui oggi, più che mai, è importante riscoprirne le “radici”
che svelano, anche ad un visitatore un po’ distratto, il carattere che rende
unica questa terra: la “grecità”! “Rize”, spesso trascurate dalle poche
“memorie di carta” di questa terra, ma che è necessario salvaguardare affinché
si ponga un argine e si arresti la “diaspora”, la “emorragia”, l’abbandono
dell’entroterra, con il favorire la permanenza, in questi siti, dei “parlanti”,
delle loro famiglie e dei loro concittadini. Si può dire che Bova, e – con
encomiabile sforzo – anche Gallicianò, siano stati in tal senso, antesignani, in
quanto hanno scommesso sulla antica lingua e cultura dei Padri (“in loco”),
riuscendo, così facendo, anche a valorizzare in maniera esemplare, emblematica,
quelli che sono considerati, a ragione, due fra i “Borghi più belli d’Italia”.
Ed andiamo ad affrontare, ora, il
“nocciolo del problema, ovvero, la “obbligatorietà dell’insegnamento” nelle
scuole dell’obbligo. L’auspicio è che il Legislatore Regionale possa modificare
il dettato legislativo, trasformando l‘insegnamento della “lingua di minoranza”,
da “servizio a richiesta”, in obbligo scolastico, in modo che concorra, a pieno
titolo, alla “formazione” dei ragazzi. L’Area Grecanica, quantunque, in un
tempo passato (ma non trapassato), territorio “monolingue” (greco), non è allo
stato attuale – realisticamente – un territorio bilingue, come quello
altoatesino, valdostano o friulano (le cosiddette “minoranze frontaliere”), in
quanto, se si fa eccezione per una ridotta minoranza di “locutori” (per
fortuna, in evidente “crescita” – quantunque “scolastica” – in alcuni paesi), appare lapalissiano, che la speranza
della sopravvivenza della lingua greca di Calabria sia riposta soprattutto
nella scuola. È auspicabile che le istituzioni scolastiche della Provincia,
ricadenti nell’Area Grecanica, facciano però il loro dovere e consentano l’applicazione – attraverso i Progetti –
delle norme di legge (finora sostanzialmente disattese), ed attivino – in
attesa dell’auspicata obbligatorietà – corsi di insegnamento, anche
extra-curriculari, che, a partire dalle scuole materne accompagnino i ragazzi
fino ad almeno le scuole medie. Se applicate, le leggi 482/99 e 15/03 (oltre al
D.P.R. 345/01), contengono già norme specifiche per l’insegnamento delle lingue
minoritarie nelle scuole delle comunità linguistiche “riconosciute”. Si
tratterebbe, in definitiva, di riconoscere il diritto degli appartenenti a tali
minoranze ad “apprendere’’ la propria lingua-madre (o, forse, di…
“riappropriarsi” di essa). Bisogna confidare,
altresì, in una maggiore sensibilità e senso di appartenenza anche da
parte degli stessi dirigenti scolastici. E che le stesse Università facciano la
loro parte attivando – “ope legis” – corsi di lingua in via sperimentale.
In conclusione, non si può non
rimanere in attesa di una effettiva applicazione delle leggi di tutela già esistenti, e, ancor meglio, del più che
auspicabile insegnamento nelle scuole primarie e secondarie di 1° grado,
altrimenti – nonostante gli sforzi compiuti in questi ultimi anni, dalla
Provincia di Reggio Calabria e dalle numerose Associazioni Culturali Ellenofone
presenti nel territorio – le lingue minoritarie, non “frontaliere”, sebbene,
fondamentali segmenti di antichissime
culture, corrono concretamente il malaugurato rischio di scomparire
completamente nel giro di qualche decennio…
In definitiva, però, il
“patrimonio genetico” di una cultura plurimillenaria, che conserva tratti di
preziosa rarità, e, addirittura, di assoluta unicità, non si può pensare di
riuscire a salvaguardarlo ed a rivalutarlo solo con l’applicazione di leggi di
tutela, ma, deve essere “in primis”, un vivo interesse del cuore, una
appartenenza consapevolmente vissuta… La tutela della memoria storica, per
quanto poco “cartacea”, può giocare un ruolo primario, se vissuta, non in termini
“nostalgici” (“Io dico memoria, passato, nel senso di riappropriazione e non di
pura nostalgia…”).
Anche per questo, e per amor del
vero, va riscritta la storia dei Greci di Calabria, in quanto quella (poca) già
scritta, si presenta come una “storia negata”… Sarebbe necessario promuovere
una “nuova stagione” di contributi storiografici, condotti deontologicamente e
nella direzione della formazione di una corretta coscienza storica.
La lacunosa conoscenza del
proprio percorso storico da parte dei “Grèki tis Kalavrìa”, unita alla
sensibilità ancora scarsa da parte di Enti ed Istituzioni (come già accennato),
costituiscono tutt’ora ulteriori ostacoli per la valorizzazione dell’importante
patrimonio storico-linguistico-culturale-religioso del territorio greco-calabro.
Per fortuna, le Associazioni Ellenofone – ribadiamo – hanno avuto un ruolo
fondamentale, quasi da “supplenza istituzionale” nell’ambito, soprattutto,
della difesa del patrimonio immateriale, caratterizzato da una tale
peculiarità, da indurre la Regione Calabria (con il sostegno delle Provincia di
Reggio Calabria e delle altre Province calabresi) a far approntare un dossier
per una ambiziosa candidatura Unesco – delle Minoranze Linguistiche Calabresi –
come Patrimonio dell’Umanità.
Mi sia consentito, infine, di
stigmatizzare quegli “sporadici rigurgiti di campanile”, di qualche singolo “ellenofono”
(o, pseudo-tale), che non giovano – in quanto tese più a dividere che ad unire
– alle comunità “greche di Calabria”, che invece hanno bisogno di coesione per
alimentare assieme e cementare il comune, granitico “spirito greco”, vivendo
fino in fondo l’emozionante privilegio di essere (senza, per questo, voler
stabilire “gerarchie culturali” che non esistono...), i legittimi eredi di quella cultura che è stata l’elemento
fondante della civiltà occidentale e di quella antichissima “glossa”, per
secoli, “lingua del cuore” di gran parte delle popolazioni del Meridione, e che
le inossidabili comunità grecofone della Bovesìa hanno ancora l’onore di condividere
e di esserne suoi orgogliosi e gelosi
custodi…
giovedì 6 settembre 2012
Gran brutto periodo per il pensiero critico
-
di Gianmarco Iaria
Velocità,
velocità, velocità. È questa la regola del mondo post-moderno. Velocità di
pensiero, di azione, di reazione. Velocità nei rapporti umani, nelle
interazioni sociali. Velocità di memoria e di oblio. La società dell’I-live, in
cui i fili che collegano una persona con il suo prossimo sono ormai quasi
totalmente virtuali, si basa sulla velocità. La lentezza è, per l’appunto,
parafrasando una celebre espressione di Celentano, “lenta”; il dinamismo è
“rock”, è forza, esprime vitalità, fa apparire meglio di quanto non si è.
Sembra non ci sia più posto per la riflessione accurata, che per i canoni
attuali richiede troppo tempo; c’è troppo altro da fare per potersi concentrare
su una cosa sola, svilupparla, conoscerla in ogni particolare, analizzarla e
imbastire un minimo di pensiero critico. Gran brutto periodo per il pensiero
critico. E non serve nemmeno andare troppo oltre per capirlo: basti pensare ad
un’espressione che ha caratterizzato l’ultimo secolo, attraversando
trasversalmente diversi periodi storicamente determinanti per la condizione
socio-economica del mondo occidentale; l’industrializzazione, il “boom
economico”, la lotta di classe e il materialismo dialettico di marxiana memoria
hanno avuto, per diversi motivi, come punto focale l’ “elevazione delle masse”.
Che bella espressione, vero? Un popolo schiavizzato dalla logica finanziaria,
sottopagato, subordinato al potere economico di pochi pezzi grossi che riescono
a gestire a loro piacimento anche il potere politico, d’un tratto si risveglia,
si accultura, prende coscienza della propria condizione e lotta per la
sopraffazione degli oligarchi che stabiliscono le sorti del mondo,
convincendosi della propria forza derivante proprio dal numero, della serie:
“Siamo di più, armiamoci e partiamo”. Nulla di tutto ciò, purtroppo. De André,
nella sua canzone “Un Blasfemo”, raccontava la storia di un pover’uomo, dedito
all’alcool ed alla vita dissoluta e libertina, che viene ucciso da due guardie
bigotte; i versi che spiegano l’ideologia del blasfemo raccontano di come egli
si allontana da Dio perché crede che sia stato Dio stesso, donando all’uomo
l’Eden, a nascondergli l’esistenza del male, ingannandolo. Quando l’uomo si
mostrò troppo curioso, decidendo di mangiare la fantomatica mela, l’Onnipotente
lo punì inventando il tempo, e quindi, la morte. Una canzone dal senso
metafisico, si direbbe; tuttavia è con l’ultima strofa che essa raggiunge un
fortissimo significato attuale, moderno: “Ma se furon due guardie a fermarmi la
vita / è proprio qui sulla Terra la mela proibita / e non Dio ma qualcuno che
per lui l’ha inventato / ci costringe a sognare in un giardino incantato.”
Quattro versi dalla ferocia inaudita, che condannano l’ammorbamento dei sensi
di cui è vittima da tempo immemore la classe dei “non potenti”, di cui è
fautrice la classe di chi può, di chi ha. Nulla è lasciato al caso: gli
avvenimenti, le leggi, gli sport, la tv, il cibo, i vestiti, le persone, le
parole, ogni cosa, ogni aspetto dell’esperienza umana che può avere un
qualsiasi tipo di influenza sulla mente diviene strumento di controllo, di
pressione ed oppressione. Ogni cosa si sussegue, e viene sfruttata secondo il
grado di importanza che può rivestire in un dato periodo di tempo: lo scandalo
del politico, la vittoria della squadra del cuore, l’omicidio, la bomba che
scoppia ed uccide. Tutto viene utilizzato. Tutto serve per riempire. Il vuoto è
pericoloso. Il vuoto, se c’è, è spazio libero: e lo spazio libero è genera il
pensiero libero. Ed il pensiero libero genera la critica; e la critica genera la presa di coscienza; e la presa di
coscienza genera la rivoluzione.
lunedì 3 settembre 2012
OLTREWEB Dall’afa alla pioggia in crisi
- di Saso Bellantone
Buon
meriggio web,
temporali
si avvistano all’orizzonte. Acquazzoni, segnalati da tuoni e fulmini affamati d’afa
come avvoltoio bramoso della prossima carcassa. Il vento fa la sua parte. Avvicina
alla costa, con la sua furia, grandi masse di nuvole nere, cariche di pioggia pronta
a lavare via, molecola per molecola, i vapori di una stagione estiva abbrustolita
dalla follia della verità: la crisi.
I
paesi sono stati semivuoti per la maggior parte della stagione. Il turismo
scarso. Le attività commerciali sono state abitate da ombre, tele di ragno e
spettri. Le strade sono rimaste immobili, come le stesse case abitate da morituri,
in attesa del colpo di grazia che tarda sempre ad arrivare. Si è speso con
cognizione di causa. Quanto si è potuto. Si è pesato il centesimo, per
assicurarsi di pagare le tasse, tutte le tasse, e garantirsi un boccone a testa.
Ma
questo è quanto è avvenuto nelle ore diurne. Durante la notte, tutto è
cambiato. I paesi si sono popolati dei soli propri abitanti. È apparso qualche
turista. I commercianti hanno asciugato la loro fronte. Le vie dei paesi hanno
preso vita, assieme alle abitazioni improvvisamente pregne di parole, rumori e
cin cin. Ci si è lasciati andare. Non si è badato a spese, tasse e quant’altro
ma soltanto a dimenticare la folle disperazione della crisi dentro un
bicchiere, pieno di sogni di vite e di luppolo.
Si
è andati avanti così per tutta la stagione, spezzati nel corpo e nella mente da
una crisi, valoriale ed economico-finanziaria che si è toccata con mano. Tutti l’hanno
tastata. Tranne i piccoli, protetti dalla loro stessa innocenza, i giovani in
attesa che Eros li colpisse con una delle sue frecce, i vecchi abbandonati alla
solitudine di una casa vuota, e i pazzi preservati dal labirinto che il destino
ha riservato loro o che loro stessi hanno creato da sé e per sé.
Adesso,
però, che le corvine nuvole aprono le proprie cateratte e rilasciano la pioggia
per lavare via l’estate, tutto cambia di nuovo. L’aria diviene più fresca e
tale frescura sembra chiamare ognuno per nome. Sembra invitare ognuno a uscire
fuori dalla propria abitazione e da se stesso, verso quell’ambiente in cui non
è giorno né notte ma è soltanto piovoso. È un richiamo irresistibile. La pioggia
sembra quasi un evento miracoloso, quasi una panacea, malgrado il malore sia
uno soltanto. E allora ecco che ci si abbandona alla pioggia, ci si lascia inzuppare
da Lei per alimentare quel niente di speranza rimasto nella parte più remota di se stessi e appena apparso innanzi ai propri occhi. Il sogno, cioè, che la
frescura dell’acqua si porti via la malattia penetrata nella carne oltre che
nella mente: la follia della verità, la crisi.
Ma
la pioggia, mio caro web, non è soltanto pioggia. Il farmaco per curare la crisi,
puoi scoprirlo soltanto tu e, forse, tu e la pioggia siete la medesima entità.
Medita
web, medita…
giovedì 30 agosto 2012
DISsud: Le foto 2
sabato 25 agosto 2012
Ideale, questo sconosciuto...
- di Gianmarco Iaria
Io alzo il pugno. Perché credo nella
forza dell’uomo.
Io alzo il pugno. Perché so che la
realtà è decisa da pochi uomini.
Io alzo il pugno. Perché credo nella
lotta dell’uomo per un mondo migliore.
Io alzo il pugno. Perché credo nella
differenza di distribuzione del reddito, sì, ma credo anche che quella attuale
sia profondamente ingiusta.
Io alzo il pugno. Perché sebbene io
appartenga alla classe piccolo-borghese benestante, io so che la mia posizione
è stata voluta da chi violenta questo mondo, per comodità.
Io alzo il pugno. Perché l’utilitaria,
l’appartamento di proprietà, il salotto arredato, la tv LCD-HD-3D, il computer portatile, l’Ipod, il telefonino touch-screen,
la pay-tv, il digitale terrestre sono le briciole di formaggio che i potenti
lanciano ai topi della classe che produce.
Io alzo il pugno. Perché i salotti
televisivi, i reality show, i talent show, i programmi di inchiesta sugli
omicidi, le fiction, le soap opera, il calcio milionario sono i dormiferi che
chi ha, usa per drogare e stordire l’animo di chi pensa di avere e non ha.
Io alzo il pugno. Perché credo che un
giorno il sentire comune supererà la logica del “mio orticello”.
Io alzo il pugno. Perché credo che un
giorno il bene della fratellanza vincerà sul male dell’interesse personale.
venerdì 24 agosto 2012
AAA: Supereroe cercasi!
-
di Nadia Caruso
In
un mondo in cui politici da strapazzo condividevano la via con poeti adepti a
santità passeggere e culti volubili, vivevano settemiliardi e centotrentamila
persone. Settemiliardi e centotrentamila diversi tipi di esseri umani, settemiliardi
e centotrentamila diversi concentrati di puro egoismo, volti alla sopravvivenza
della propria specie a danno delle altre e, inconsapevolmente, anche della propria
e la storia sarebbe già sufficientemente esilarante così, senza rincarare la
dose, ma purtroppo questo non è che il preludio.
Il
sole splendeva ardente, ricordando agli abitanti del mondo che l’effetto serra
non era solo una delle tante fantasie degli ambientalisti e la vita scorreva
serena tra le campagne ornate qua e là da vistose sculture di “arte moderna”, dette
comunemente discariche abusive.
Si sentiva nel vento profumo di libertà, di
cambiamento, o più probabilmente l’arte moderna si stava diffondendo per il
mondo, inebriandolo di “cultura”.
In
questo scenario tutt’altro che positivo viveva un giovane uomo, Tom Higann,
onesto e, pertanto, quasi invisibile cittadino di Decline City.
Tom
era un tipo semplice e alla mano, come non se ne vedevano più in giro da
parecchio, e questo costituiva una motivazione sufficiente per chi lo conosceva
a definirlo un sempliciotto, anche se in realtà nessuno aveva mai parlato con
lui così a lungo da potergli affibbiare tale etichetta.
Già,
perché Tom era fondamentalmente un tipo solitario dal sorriso timido ed
impacciato, uno di quei ragazzi di cui difficilmente ci si accorge e la cui
presenza raramente fa la differenza. Nessuno si aspettava che egli nascondesse
un segreto o, almeno, non della portata di quello da lui celato.
Dietro
l’identità del giovane sempliciotto Tom occultava i possenti muscoli di Nothing
Man, eroe notturno saltato fuori dal nulla e, difatti, nel nulla rimasto, considerando
che nessuno si era mai accorto di lui neanche per sbaglio.
Tom
non se ne faceva una colpa, il caos mediatico costantemente in atto non
permetteva a gente come lui di essere notata, cosa poteva un ridicolo costume
da supereroe contro il fior fior della moda Decliniana? Eppure ogni notte Tom
spalancava la finestra e scrutava il mondo dietro la sua maschera verde acido
perché questo gli permetteva di sfuggire ai tentacoli appiccicosi di quel mondo
che, indipendentemente dalla sua volontà, pretendeva di cambiarlo.
Anche
quella notte, come molte altre, sfidando il crimine e la forza di gravità, si
gettò giù da una grondaia ed arrivò per strada con le mani piene di nuovi
tagli.
La
luna brillava alta, bellissima, illuminando le strade di quella città che solo
poche ore prima era stata violentata dal fragore dei clacson, ogni giorno più
forti, ogni giorno più violenti solo per coprire definitivamente il brusio di
pensieri che, solitario, tentava di non annegare nella viscosa melma della
globalizzazione. Le vie bagnate della città riflettevano i raggi di luna e Tom,
unica anima solitaria per le strade Decliniane, si sentì un po’ come una star su
un palcoscenico, sotto degli enormi riflettori e pronto per le luci della
ribalta.
Iniziò
a correre, non perché ci fosse un reale motivo per farlo, ma seguendo solo il
proprio istinto. Osservò le strade deserte di quella città alla quale non aveva
mai sentito di appartenere davvero, il volto della notte era straordinariamente
ipnotico per lui che ogni volta, come la prima, si stupiva di ogni minimo
dettaglio come solo un bambino sa fare.
Tom
amava i dettagli, li amava perché erano i reali fautori dell’identità di ogni
cosa. Modificavano l’aspetto della gente, delle cose, ne personalizzavano le
forme rendendole uniche, come poche note possono fare la differenza tra una
nenia stonata e l’inizio di una melodia.
Tom
si fermò. Capì perché sulla sua strada non aveva mai trovato nessuno da
salvare. Nessuno voleva essere salvato. Nessuno aveva la forza di chiedere
aiuto o, meglio, nessuno si rendeva conto di averne realmente bisogno. Opporsi
alle mode, alla globalizzazione e al mondo equivaleva a rimanere tagliato fuori
dalla comunità e, per tanto, era un’idea scartata a priori. Sacrificare se
stessi per il “bene comune” non era poi così male.
Il
cuore di Tom perse un battito, un lampo, un urlo squarciò la notte. Non era la
città, no, e neppure i suoi abitanti, era Tom. Tom che finalmente aveva capito,
Tom che improvvisamente si sentì solo.
Solo come i suoi amati dettagli, che ogni giorno divenivano sempre meno, uniformando sempre di più la gente che seguiva disperatamente dei modelli, quali essi fossero nessuno lo aveva ancora capito. Le differenze tra la gente diminuivano e, con esse, l’occasione di mettersi alla prova e crescere. L’occasione di costruire qualcosa che non fosse già stato premeditato da chi di dovere, l’occasione di staccarsi dal percorso segnato e di seguire il proprio, combattendo per la propria libertà e per l’eccitazione che si prova quando, correndo verso l’ignoto, si ha la certezza di sconfiggere le proprie paure sentendosi davvero un supereroe.
Solo come i suoi amati dettagli, che ogni giorno divenivano sempre meno, uniformando sempre di più la gente che seguiva disperatamente dei modelli, quali essi fossero nessuno lo aveva ancora capito. Le differenze tra la gente diminuivano e, con esse, l’occasione di mettersi alla prova e crescere. L’occasione di costruire qualcosa che non fosse già stato premeditato da chi di dovere, l’occasione di staccarsi dal percorso segnato e di seguire il proprio, combattendo per la propria libertà e per l’eccitazione che si prova quando, correndo verso l’ignoto, si ha la certezza di sconfiggere le proprie paure sentendosi davvero un supereroe.
Una
nuvola coprì la luna e la luce meccanica dei lampioni rivelò al giovane uomo il
vero volto di quella città a cui capì di dover dare una mano. Alzò lo sguardo,
i palazzi erano imponenti. Tutto era spropositatamente alto, esagerato, Tom non
si lasciò intimorire. Chiuse gli occhi e ricominciò a correre.
I
primi raggi di sole iniziarono a spuntare dando vita all’alba di un nuovo
giorno. Tom si ritrovò, per l’ennesima volta, ad osservare il mondo dall’alto
della sua finestra, al quarto piano del St. Luis Psychiatric Hospital. Si
stiracchiò, le braccia indolenzite agognavano qualche altro minuto tra le
coperte ma purtroppo per loro Tom aveva altri progetti. Voltò le spalle alla
finestra e si diresse verso lo specchio al centro della stanza, la sua
superficie liscia rifletteva il volto della città che iniziava a svegliarsi. Nell’angolo
a destra qualcosa catturò l’attenzione di Tom, un edificio, il più alto della
città, aveva qualcosa di strano.
Sulla
facciata principale si distinguevano chiaramente due parole, scritte con uno
sgargiante verde acido, BE YOURSELF.
Nothing
Man sorrise…
giovedì 23 agosto 2012
DISsud - Le foto 1
mercoledì 22 agosto 2012
RADICI: I culti cittadini a Reggio fra paganesimo e cristianità
- di Natale Zappalà (natalezappala.blogspot.it)
Il calendario del reggino brulica
ancora, all'inizio del III millennio dell'era volgare, di feste sacre ispirate
al sovvertimento della quotidianità tramite l'evasione momentanea dalle briglie
della routine.
Le ricorrenze religiose si
contraddistinguono spesso, sulle rive dello Stretto di Scilla in particolare e
nel Mezzogiorno in generale, nell'accostare ai già citati momenti di evasione
dall'ordinaria follia un aspetto, per così dire, “rituale”, costituito di
processioni più o meno lunghe, durante le quali la statua del patrono o della
matrona di turno viene recata in trionfo (occhio ai termini: il trionfo era la
sfilata del generale romano vittorioso, l'imperator, di ritorno
dall'impresa militare) per le vie del borgo o della città.
Molti antropologi o storici delle
religioni hanno opportunamente sottolineato l'innegabile somiglianza che lega
le feste patronali/matronali odierne e le antiche ricorrenze pagane. Si tratta
di similitudini evidenti soprattutto nel caso di Reggio, in merito a cui, le
fonti – gli scritti degli antichi autori, con l'ausilio della documentazione
epigrafica – hanno registrato l'esistenza di celebrazioni in onore ad Apollo,
Artemide, Atena e Dioniso. Non sono tuttavia pervenute informazioni dettagliate
relativamente all'una o all'altra festa, ma certamente in riferimento ai culti
poliadi – in onore alle divinità tutelari della città – si possono desumere
alcuni dati sostanziali.
A Reggio le divinità tutelari,
connesse a livello mitico alla fondazione stessa della polis, erano
Apollo ed Artemide. In occasione di una festa primaverile dedicata ad uno di
questi numi era solito esibirsi un coro di trentacinque giovani proveniente da
Messina, diretti da un maestro ed accompagnati da un flautista. Tale
ricorrenza, risalente quantomeno al V sec. a.C., univa simbolicamente le due
città dello Stretto, i cui destini politici, d'altronde, risultano spesso
intrecciati nel corso della loro storia, basti pensare alla rifondazione della città
peloritana (489/488 a.C.) ad opera del tiranno reggino Anassila.
Al medesimo contesto agonale –
dedicato ad Apollo Archegetes (“fondatore”) sulla scorta della
circostanziata tesi avanzata da Felice Costabile, docente di epigrafia e storia
del diritto romano presso l'Università “Mediterranea” di Reggio Calabria –
vengono ricondotti un rito di purificazione delle donne sposate, consistente
nell'esecuzione di canti corali (“peana”), al termine del quale venivano
raccolti dei ramoscelli d'alloro nella boscaglia intorno al tempio di Apollo
Minore – con buona probabilità identificabile nell'edificio cultuale di età
classica rinvenuto nel 1978 nell'area dell'odierna Rada Giunchi –, che venivano
poi trasportati in Ellade, al santuario di Delfi, sede del celebre Oracolo;
proprio il vaticinio della Pizia, tanto per chiudere il “cerchio rituale” della
memoria antica, aveva indicato a Calcidesi e Messeni provenienti dalla penisola
greca il sito in cui fondare Reggio, nell'ultimo quarto dell'VIII sec. a.C.
Se la lunga durata, sessanta
giorni, di queste presunte Apollinee induce ad ipotizzare una frequenza
pluriennale (magari quattro anni) della ricorrenza, altrettanto solenni
dovevano essere le Artemisie registrate dalla tradizione popolare
cristiana – nonché da molte iscrizioni di età ellenistica e romana – in
riferimento alla venuta di Paolo di Tarso a Reggio, e quindi alla
cristianizzazione della città. Dalle notizie pervenute in proposito si sa che
l'intera cittadinanza in giubilo si recava presso il promontorio Pallantion
– denominazione emblematica, quest'ultima, richiamante delle altre località
sacre ad Artemide, in Grecia e persino a Roma –, la medievale Punta Calamizzi,
vero e proprio simbolo ancestrale della regginità. Sul Pallantion, in
età protostorica, era perito il primo fondatore di Reggio, l'Eolide Giocasto,
morto in seguito al morso di un serpente velenoso ed oggetto di un culto eroico
in epoca classica. Spetterà poi ai Cristiani il compito di convertire in
positivo il ricordo del serpente omicida, edificando in loco la chiesa
di San Giorgio Drakoniaratis, cioè “del serpente”. Ammesso che l'arrivo
di Paolo, tradizionalmente immune, insieme ai suoi discendenti (i cosiddetti
“sanpaolari” del folklore meridionale) al veleno animale, non sia stato
localizzato sul Pallantion, una lingua di terra totalmente pervasa dal
ricordo ossessivo dei rettili, in maniera del tutto casuale.
Ricompattamento del corpo civico,
scansione del tempo e dei cicli stagionali, rottura degli schemi della
quotidianità, temporanea sovversione dell'ordine sociale con ampi spazi di
libertà garantiti alle componenti emarginate come donne, schiavi e meteci
(liberi-non cittadini ivi residenti per ragioni commerciali): questi, in
sintesi, i tratti salienti delle festività pagane di un tempo.
Che cosa è cambiato oggigiorno?
Le processioni cristiane non seguono forse il tracciato viario della città
antica, trasportando la statua del patrono/matrona dalla acropoli al santuario
extra-urbano? Non sono forse i sindaci, massime autorità cittadine al pari di
arconti e pritani del passato, a guidare, con l'ausilio dei sacerdoti, i
cortei? E non sono soprattutto i lavoratori, componenti emarginati della
società del Terzo Millennio dominata da banche, tasse e sprechi, a trarre
giovamento dal giorno di riposo accordatogli?
Poco è cambiato, fra religione,
ritualità e significati pragmatici di entrambe, nel trapasso plurimillenario
che separa Artemide dalla Madonna della Consolazione, ma certamente,
inquadrando i fattori di continuità e rottura che intercorrono fra ieri ed oggi
attraverso una prospettiva storicistica coerente e scientificamente fondata,
ciò che rimane – ed è già molto – sono le nostre radici.
LA LAMIA
- di
Giuseppe Delfino
Tra
i Greci di Calabria sopravvive (almeno fino a qualche anno fa) un
mito risalente addirittura all'antichità e che, attraverso i secoli
e nonostante la cristianizzazione (si sa che molte reminiscenze
pagane si son conservate come “sostrato”: basta vedere le ben
famose fusioni di cristianesimo e credenze indigene in America
Centrale e Meridionale), si è tramandato fino ai giorni nostri. Il
mito in questione è la Lamia: le
“lamie” dell'antichità greca erano figure in parte umane e in
parte animalesche e rapitrici di bambini, fantasmi seduttori che si
trasformavano in bellissime donne per adescare giovani uomini e
nutrirsi del loro sangue e della loro carne. Erano chiamate anche
“empuse”,
ma quest' ultime erano
figlie o ancelle di Ecate (dea delle streghe greca, ma di origine
pre-indoeuropea):
solo in un secondo momento i nomi divennero intercambiabili, e
passarono ad indicare generalmente le streghe e demoni (significato
che si ritrova anche nel Medioevo).
Il
mito racconta che Lamia era una bellissima regina della Libia, che
ebbe da Zeus il dono di levarsi gli occhi dalle orbite e rimetterli a
proprio piacere. Presto Zeus si innamorò di Lamia (è risaputo che
Zeus amava avere rapporti sessuali in continuazione con molte donne),
provocando la rabbia di Era , la moglie-sorella di Zeus, che si
vendicò uccidendo quasi tutti i figli che quest'ultimo ebbe da
Lamia. Era, secondo i Greci, era molto gelosa, e cercò spesso
vendetta contro i figli adulterini del re degli dei (Eracle, figlio
di quest'ultimo e di Alcmena, ne è l'esempio più lampante).
Lamia, lacerata dal dolore, iniziò a sfogarsi divorando i bambini delle altre madri, dei quali succhiava il sangue. Il suo comportamento innaturale fece in modo che la sua bellezza originaria si corrompesse, trasformandola in un essere di orribile aspetto capace, come detto, di mutare forma e apparire attraente per sedurre gli uomini, allo scopo di bere il loro sangue. Per questo motivo la lamia viene considerata una sorta di “vampiro” dell'antichità (assieme alle sopracitate “empuse” e alle “strigi” romane).
Lamia, lacerata dal dolore, iniziò a sfogarsi divorando i bambini delle altre madri, dei quali succhiava il sangue. Il suo comportamento innaturale fece in modo che la sua bellezza originaria si corrompesse, trasformandola in un essere di orribile aspetto capace, come detto, di mutare forma e apparire attraente per sedurre gli uomini, allo scopo di bere il loro sangue. Per questo motivo la lamia viene considerata una sorta di “vampiro” dell'antichità (assieme alle sopracitate “empuse” e alle “strigi” romane).
I
vampiri (o miti simili ad essi) fanno parte del folklore di molti
popoli della Terra, europei e non: possiamo citare, ad esempio, il
“nukekubi” del Giappone o il “mandurugo” dei Tagalog
(Filippine) . La Lamia è, come detto, un mito sopravvissuto presso i
greci calabresi e anche presso quelli della Grecia, ma le leggende
sui vampiri sono soprattutto di origine slava, il più famoso dei
quale è la βρυκολακα,
una
sorta di non-morto che si aggira per le case chiamando per nome le
vittime designate o bussando nelle case: può entrare nelle
abitazioni solo se invitato espressamente da chi vi si trova
all'interno e, quando accade, può ottenere le sue vittime. Nella
lingua greca moderna, il termine βρυκολακα
è
tradotto semplicemente con “vampiro”, estenendo così il suo
campo semantico a tutti i vampiri e affini compreso il più famoso di
tutti, il Conte Dracula (derivato dalla tradizione del romanzo gotico
inglese e ispirato al principe romeno Vlad III di Valacchia vissuto
nel XV secolo).
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