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sabato 14 settembre 2013

Pensieri visivi: PAESAGGIO D'INVERNO di Vasilij Vasil'evič Kandiskij


- di Saso Bellantone
Foglie secche, non ancora portate via dal vento, sono sparse su di un sentiero di campagna che si snoda attraverso prati appassiti e alberi spogli, in direzione di una casa. Su di una collina vicina a quest'ultima torreggiano dei sempreverdi, mentre le colline sullo sfondo, che racchiudono la cittadina, celano un sole nascente o un tramonto, i cui raggi si riflettono sulle statiche nuvole, colorandole d'inverno.
È questo il Paesaggio d'inverno di Vasilij Vasil'evič Kandiskij. Un luogo desolato, sì, ma pigmentato d'anima o... di pensiero. È il momento del ritorno in casa propria, sia “casa” una dimensione concreta oppure la propria interiorità. L'osservatore sembra spinto a muoversi attraverso l'arido sentiero rappresentato nel dipinto in direzione di uno spazio sicuro, di un ultimo baluardo per proteggersi dalla società o semplicemente da se stesso. Sfiorita, è ormai la realtà, dove ha camminato fino ad alcuni istanti prima, spoglie sono le certezze con cui finora ha orientato il proprio passo, fuorché l'imperitura evidenza, a volte schivata, che la “casa” è l'unico ambiente in cui sentirsi davvero custoditi, preservati, difesi. Ma da che cosa tutelarsi? Dalla società, da se stessi o da entrambi?
Vivere nella società implica la piena accettazione delle sue regole, spesso a scapito delle proprie. È un cammino totalmente programmato, dalla culla alla bara, durante il quale ogni passo non è altro che l’attuazione dei suoi imperativi prestabiliti e inviolabili. Fin dalla tenera età, si è educati a macchinizzarsi, a omologarsi, a diventare un numero della grande catena di montaggio che è la società stessa. Vivere in essa vuol dire appartenere attivamente al ciclo lavoro-produzione-consumo, fin quando si respira. Nei tempi di riposo da questo ciclo, la società consente, o meglio comanda, ai suoi ingranaggi di narcotizzarsi con la tv, la musica, la letteratura, il cinema, i quotidiani, la religione, le vacanze, gli acquisti e tutti i servizi in e out door preparati, allo scopo di offrire loro una parvenza di libertà e di convenienza, dunque, nel far parte di essa. Per questo motivo, non ci si accorge che quanto si è prodotto, con sacrifici, non è mai proprio bensì una temporanea concessione che la società stessa, rapidamente, si riprende, sia esso una casa, un’automobile, una famiglia, dei figli, un abito o qualsiasi tipologia di produzione intellettuale. Ma a un certo punto, l’illusione dell’opportunità di far parte della società comincia a traballare, specialmente quando s’inizia a capire che tutte le forme di narcosi presenti in essa non sono altro che progetti pensati, appunto, per il consumo e la schiavitù eterna alla catena di montaggio. Si comincia così ad avvertire stanchezza, fisica e mentale, insicurezza, spaesamento. Comincia a pesare la certezza che il lavoro, la produzione non basta mai in relazioni ai consumi inconsciamente suggeriti e a cui ci si è stati abituati. S’inizia a comprendere che la propria vita è stata interamente immaginata, calcolata allo scopo di restare continuamente legata alla catena di montaggio, senza possibilità di fuga, senza via d’uscita alcuna. Allora ha inizio il disgusto, il rifiuto della società in tutti i volti che la costituiscono e il disprezzo verso se stessi. La monotonia sociale ormai assimilata appare come un incubo, una follia, e ci si chiede se ancora esiste qualcosa in se stessi che possa essere individuato come la propria identità, la propria unicità. In questo momento, si voltano le spalle alla catena di montaggio e ci si avvia altrove, seguendo quel sentiero che conduce al proprio rifugio.
L’ambiente è spettrale, la strada su cui ci si muove dolorosamente è arida al pari del proprio io. Le certezze sono avvizzite, spoglie sono le colonne d’Ercole su cui quest’ultime poggiavano, ingiallito è il terreno su cui esse crescevano. È difficile procedere e la tentazione di arrestarsi e di abbandonarsi al fato è allettante, ma ecco che poco più avanti s’intravede finalmente il proprio asilo.
È il momento. È la scelta. Il ricovero nel proprio sé può essere l’alba di un nuovo inizio o solamente il tramonto definitivo delle possibilità. La porta non si vede. Non è facile entrare. Manca soltanto un passo, con il quale smettere di essere un numero e cominciare a essere ciò che il proprio stesso nome mostra e nello stesso tempo nasconde. Ci vuole forza per farlo, quella forza che si crede di non possedere più e che invece attende di essere evocata. Ma attendendo indecisi sull’uscio, si comincia ad avvertire ciò che non si è mai provato nella catena di montaggio: aria pulita, aria libera, il proprio respiro vitale. E quando ci accorge di questo, si scopre di trovarsi già all’interno del riparo, dentro se stessi, dove tutto ha un altro senso e dove la propria “casa” non può essere altro che la natura.
Paesaggio d’inverno di Kandiskij offre l’occasione di pensare per dicotomie – società/natura, io/sé, calcolo/pensiero eccetera – e di mettere a fuoco le risposte a quegli interrogativi che all’interno della società non è possibile trovare. È un’opera spirituale… o del pensiero, perché osservando tale paesaggio invernale, l’osservatore focalizza l’inverno che dimora nel proprio animo, a causa di una società programmata schiavizzare l’essere umano e avvizzirlo, riducendolo a un pezzo intercambiabile per il proprio sostentamento. I colori del dipinto sono vivi, accesi, inducono l’osservatore a caricarsi di quella speranza che la società invece sciupa, e cioè che il mondo umano e l’essere umano stesso possono differenziarsi da quanto imposto loro finora, in maniera definitiva. Basta volerlo, operando quel ribaltamento di fronte tante volte auspicato e pensato, che richiede tutte le proprie forze. Basta trovare il sentiero che conduce al di là del circuito spersonalizzante lavoro-produzione-consumo e passare, per esempio, al ciclo cura-ricezione-servizio, più naturale e più umano, perché presuppone un rapporto diverso con la terra in cui si dimora, e in cui si è nati, con se stessi e con gli altri, concepiti questi ultimi come “terra che possiede un volto” al pari di sé. 

giovedì 12 settembre 2013

Dalla tv ai fatti

- di Saso Bellantone
"Spegni la tv e accendi il pensiero, abbandona il mondo delle idee e radicati più profondamente nel mondo delle cose. Scoprirai che la vita non è un programma né uno spot né un film bensì il legame che intercorre con la tua coscienza che giudica, con gli altri che ti affiancano, con la natura che si dona quotidianamente. Allora capirai anche qual è il posto al mondo, il tuo sentiero, la tua meta".

lunedì 9 settembre 2013

Io sociale ed io genetico


- di Saso Bellantone
"C'è un'antica porta al di là del tempo e del pensiero, innanzi alla quale spesse volte indugia ogni individuo. Qui, l'io sociale non ha alcun accesso, può entrarvi soltanto l'io genetico, il quale, una volta dentro, si trova innanzi alla sua vera identità: ciò che è buono in realtà è cattivo, ciò che è cattivo in realtà è buono".

sabato 7 settembre 2013

I rivoluzionari interessati

- di Jean Paul Sartre
"IL BANCHIERE - Vedete, io divido gli uomini in tre categorie: quelli che hanno molto denaro, quelli che non ne hanno affatto e quelli che ne hanno poco. I primi vogliono conservare quello che hanno: il loro interesse è di mantenere l'ordine; i secondi vogliono prendere quello che non hanno; il loro interesse è di distruggere l'ordine attuale e di stabilirne un altro, in proprio favore. Gli uni e gli altri sono dei realisti, della gente con cui ci si può intendere. L'altra categoria vuol rovesciare l'ordine sociale per prendere quello che non ha, pur conservandolo, per non farsi prendere quello che ha. E quindi, conservano in realtà quanto distruggono idealmente oppure distruggono in realtà quanto sembrano conservare. Questi sono gli idealisti.
GOETZ - Poveretti, come guarirli?
IL BANCHIERE - Facendoli passare nell'una o nell'altra categoria sociale. Se li arricchite conserveranno l'ordine stabilito".

giovedì 5 settembre 2013

I buttigglji


- di Saso Bellantone
Per effetto dei cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni, scompaiono diverse tradizioni e, con esse, svaniamo anche noi. Si perde la propria identità, i valori, il senso della comunità, un'antica visione delle cose; antica sì, ma non per questo dissennata, anzi, con gli occhi di oggi, sembra avere più ragionevolezza di quella attuale.
Una di queste tradizioni, ormai praticata da pochissimi, consiste nella preparazione de i buttigglji, o conserva di salsa di pomodoro.
Si tratta di un vero e proprio rito che si svolge tra la fine di agosto e i primi di settembre, e comincia con la scelta dei pomodori da utilizzare. In base alla tipologia di pomodoro usata e al miglior rapporto qualità/prezzo, si suole scegliere i pomodori più rossi per ottenere una salsa più colorata e gustosa. Acquistate diverse cassette, si lascia riposare i pomodori al fresco per alcuni giorni, affinché possano maturare ancora un po', e si lavano i contenitori e i tappi, rigorosamente riciclati dall'anno precedente, lasciandoli ad asciugare bene bene su di un panno. Giunto quindi il giorno fatidico per la preparazione de i buttigglji, ci si riunisce tutti quanti in una abitazione e si dà avvio al rito.
Il procedimento è molto lungo e richiede una certa dose di tempo e di pazienza. Innanzitutto si lavano sia i pomodori sia gli strumenti necessari, poi ognuno, uomini, donne, bambini e anziani, svolge un ruolo preciso e funzionale al rito. Alcuni tagliano i pomodori, altri cuociono in appositi pentoloni, altri li scolano, altri macinano dividendo la salsa dalla buccia, ripetendo l'operazione per diverse volte, altri riempiono i contenitori con la salsa, altri li chiudono bene bene, altri cercano la legna per il fuoco o piazzano tre piedi, bombola del gas e calderone, altri collocano i contenitori nel calderone, riempiendo quest'ultimo d'acqua, altri lavano gli strumenti usati. Una volta riempito il calderone, si accende il fuoco o il gas e si lascia cuocere il tutto per alcune ore per togliere l'aria dai recipienti. Passato il tempo di cottura o di ebollizione, si spegne il fuoco e si lascia raffreddare fino alla sera o alla mattina del giorno seguente, davanti a un buon piatto di pasta asciutta, condita rigorosamente con un po' di salsa ricavata dal rito. Passato il tempo di raffreddamento, si estraggono i buttigglji dai calderoni e si depositano al fresco in cantina, per servirsene tutto l'anno a venire.
Questo procedimento si ripete per più giorni, dalle prime luci dell'alba fino alla sera, perché il senso di questa pratica è nella compagnia, nella solidarietà, nella cooperazione, nella famiglia, nell'incontrarsi, nel passare del tempo assieme. Trattandosi di un procedimento lungo e complesso, sarebbe impossibile farlo da soli, così lo si svolge assieme ai propri familiari, nonni, zii, cugini, genitori, bambini, oppure assieme ai propri vicini. Trovandosi assieme, ognuno acquista i propri pomodori e tutti si adoperano per alcuni giorni consecutivi, aiutandosi l'un l'altra per la preparazione delle conserve di ognuno.
La preparazione de i buttigglji ha un significato su più livelli: è una festa, in quanto attività tradizionale che accomuna e riunisce; è un gioco, perché ci si ritrova in momenti di allegria assieme agli altri, rispettando tutti la prassi e le regole necessarie per preparare le conserve; è utile, in quanto consente di avere per tutto l'anno della salsa genuina necessaria per primi, secondi e altre ricette; è un simbolo, perché rappresenta il legame che intercorre tra quanti partecipano al rito, rinsaldandolo, e la necessità di ognuno, senza eccezioni.
Il rito de i buttigglji non è attraversato soltanto da momenti di buonumore ma anche da attimi di dialogo e di riflessione comune, durante i quali tra familiari o tra vicini si ha l'occasione di confrontarsi, di conoscere le gioie e le tristezze come le fortune o le difficoltà di ognuno, e di stabilire una prassi di comune solidarietà, riprogrammando la propria vita in funzione di quella altrui.
Certamente oggigiorno il rito de i buttigglji può apparire come una prassi dispendiosa in termini di tempo e di denaro, tant'è che si preferisce andare al supermercato per acquistare vasetti di salsa già pronta, risparmiando. Ma con tale preferenza, si finisce col perdere ciò che i buttigglji simboleggiano: l'unità familiare e rionale. Non a caso lo svanimento di questo rito e la crescita dell'acquisto di barattoli di salsa al supermarket rappresenta in chiave metaforica il tempo che stiamo vivendo: un tempo solitario.
Dalla mattina alla sera, si passano le giornate nella solitudine del lavoro, anche in presenza di colleghi, e una volta finito di lavorare ci si ritrova soli con se stessi sia all'interno del proprio nucleo familiare sia nella società, impiegando il tempo libero continuamente in fretta, per fare la spesa, pagare le bollette e provvedere a tutto quello di cui si necessita in casa o per se stessi.
Rispetto alla preparazione de i buttigglji, l'acquisto della salsa al supermercato rappresenta lo sfaldamento dei legami, familiare e rionale, e, in ultima istanza, lo slegamento della comunità e la perdita della visione delle cose congiunta a quest'ultima. Se da un lato non si conosce chi ha prodotto la salsa, dove, come, con chi, come è stata trasportata e conservata e, dunque, non si sa se sarà benevola o nociva, dall'altro lato il consumo della salsa da supermarket, così come altri prodotti, contribuisce ad affermare e a fortificare questa società capitalistica, consumistica, accelerata e solitaria a scapito dell'antico senso della comunità, intesa quest'ultima come luogo dove tutti hanno bisogno della presenza, della compagnia, della solidarietà, dell'aiuto di ciascun altro.
Quale futuro avrà il rito de i buttigglji? È destinato a svanire per sempre o attraverserà un ritorno di fiamma?
Si crede ormai che i grandi cambiamenti abbiano origine nella punta della piramide di questa società e si dimentica ogni giorno che, al contrario, tali cambiamenti, attualmente tanto auspicati, possono provenire soltanto dal terreno sottostante la base della medesima piramide, dall'ultimo livello cioè di questa società, dove noi sopravviviamo.
Non resta che chiedersi: salsa o buttigglji?
In questa domanda, così come in altre, si gioca il nostro destino e, anche, ripercuotendosi sull'Occidente, sull'Europa o sull'Italia, quello del Sud. 

martedì 3 settembre 2013

Europa sismica

- di Saso Bellantone
"Niente dura in eterno, tutto è soggetto a crolli e sconvolgimenti; dopo le idee di anima, di mondo, di Dio, ora tocca a quella di Europa".

giovedì 29 agosto 2013

DISsud: le foto 23


- di Saso Bellantone
"Granita con panna e brioches" (Sud).

lunedì 26 agosto 2013

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