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giovedì 29 settembre 2016

Ignorante libertà apparente


- di John Milton
"Non tutto a quanto sembra è loro; qui si leva un albero fatale, detto della Conoscenza, che a loro è proibito assaggiare. La Conoscenza Proibita? Una cosa sospetta, irragionevole. Perché il loro Signore gliela dovrebbe invidiare? Conoscere può essere un peccato? Può essere morte?E se li regge solo l'ignoranza, è questo il loro stato felice, prova dell'obbedienza e della fede? Splendido fondamento sul quale costruire la rovina" (Libro IV, Paradiso perduto).

mercoledì 28 settembre 2016

Il coraggio della chiarezza


- di Saso Bellantone
"Credi sia un'ombra? Allora prova ad accendere la luce".

martedì 13 settembre 2016

DISsonoria: BULLET PROOF... I WISH I WAS dei Radiohead


- di Saso Bellantone

Limb by limb and tooth by tooth
tearing up inside of me
everyday everyhour wish that i
was bullet proof
Wax me
mould me
heat the pins
and stab them in
you have turned me into this
just wish that it
was ballet proof
So pay me money and take a shot
lead-fill
the hole in me
i could burst a milion bubbles
all surrogate
and bullet proof.


A prova di proiettile...vorrei essere

Pezzo per pezzo e dente per dente
mi faccio a pezzi dentro
tutti i giorni tutti i momenti vorrei
essere a prova di proiettile.
Spalmami di cera
mettimi in una forma
riscalda i chiodi
e infilameli
mi hai trasformato in questo
vorrei solo
che fosse a prova di proiettile
Per cui pagami e spara
riempi di piombo
il buco che c'è in me
potrei fare esplodere un milione di bolle
tutte dei surrogati
e a prova di proiettile.


Il mondo non è uguali per tutti. O, almeno, non ancora. Ma manca poco. Verrà il tempo in cui tutti gli occhi vedranno allo stesso modo, in cui tutti gli orecchi ascolteranno le medesime parole e suoni, in cui toccheremo, annuseremo e assaporeremo le stesse cose, i medesimi odori e profumi, gli identici sapori. E allora sarà finita. Il male, e tutti quei sentimenti umani ad esso correlati – perfidia, invidia, crudeltà e così via –, avranno vinto, posando su teste e cuori a tinta unita quell'invisibile sigillo che trasformerà definitivamente la razza umana in macchine www-comandate, programmate e gestite nei suoi istinti più ancestrali. La stupidità, assieme all'ignoranza, alla ristrettezza di prospettive, alla mancanza di buon senso, di buon gusto, di buon tempo e di buoni limiti, è uno dei cavalieri dell'Apocalisse del nostro tempo. Anzi, è la furia che li dirige tutti, i biblici cavalieri del disastro, verso ogni individuo, per fare tabula rasa dei punti di vista e instaurarne uno solo, monocolore, che è quello dietro l'illusione del successo, della ricchezza e del prestigio, che è la legge del più forte.
Un disastro, sì. La razza umana non è altro che questo. È malefica, nociva a se stessa e a tutto, davvero tutto, l'ambiente che le sta attorno, sia reale, virtuale, immaginario o intellettivo. Perché per l'essere umano è più facile far amplificare il deserto anziché ritagliare, e custodire, in esso oasi di libertà. L'unicità è l'adeguarsi al proprio cattivo simile, l'identità l'essere numerabili e codificabili; la differenza un virus, una malattia congenita, un morbo da stanare e cestinare. Non c'è certezza alcuna se non nel fare branco con e attraverso bit di informazioni, applicazioni ottuse e loghi all'ultima moda, per fare il male, causare dolore nell'altro e proseguire nella scalata di un artificioso appagamento personale, artificioso quest'ultimo perché il potere, quello vero, non passerà mai dalle nostre parti.
Noi non siamo il centro del mondo, noi non siamo la sua mente, dio non ha le nostre sembianze. Eppure, crediamo che sia così perché altri ce lo fanno credere. Noi lo sappiamo – se lo sappiamo davvero – e ci sta bene. Vediamo il male, operiamo il male, siamo il male e tutto questo ci sta bene fino al momento in cui il male, appunto, lo subiamo proprio noi. Adesso non siamo d'accordo, adesso non giochiamo più, adesso ci rendiamo conto che oltre alle pene abbiamo bisogno di diritti ma... comprendiamo soltanto ora di averli persi in partenza e che nessuno ce li restituirà.
Così diventiamo più spietati, più feroci, più malvagi di quanto eravamo prima, convinti di potersi riprendere, di nuovo con la forza, quanto ci è stato tolto. E il circolo si chiude: come un cane che si morde la coda, non riusciamo a venir fuori dalla logica diabolica che abbiamo ereditato o che abbiamo costruito con le stesse mani. Non riusciamo a scorgere “altro dal male”, “altro dalla forza” su cui si fonda questa maledetta società, questo maledetto pianeta nel quale viviamo. E facciamo il gioco, volenti o nolenti, di quanti stanno all'apice delle piramidi capitaliste, mediatiche e utopistiche che reggono il mondo, il nostro.
Ma non siamo tutti uguali. O, almeno, non ancora. Ma manca poco. C'è ancora qualcuno che vede in maniera diversa pur guardando gli stessi soggetti e panorami, che comprende in modo differente le medesime parole e suoni, che prova diverse sensazioni nel toccare, annusare e assaporare gli identici oggetti, profumi, sapori. Per questo non è ancora finita e il male non ha ancora vinto. Solo che tali persone, pur seguendo il bene con grande intuizione, intelletto, spalancando gli orizzonti e salvaguardando il senso del limite, sono deboli e sono continuamente bersagliati dal male. Vittime del male che sta loro attorno, oltre a quello che li colpisce in pieno.
Inutile elencare il male. Ognuno lo opera o vi assiste quotidianamente e non fa nulla per impedirlo. Nemmeno questi “diversi”, perché sono soli. Nessuno gli darebbe retta. Sarebbero derisi, fatti fuori socialmente e mediaticamente, sarebbero gettati in gattabuia o, per quei paesi in cui vige la pena di morte, sarebbero fatti fuori.
Consapevoli di ciò, questi “differenti” vorrebbero tanto essere, come recita il brano dei Radiohead, Bullet proof... i wish i was, “a prova di proiettile”. Perché ogni volta che sanno del male altrui si sentono colpiti, feriti, si sentono ogni volta privi di un pezzo di loro, e di un altro e di un altro ancora. Ma non possono farci nulla, fuorché essere quello che la società decide per loro, malgrado loro e abusando di loro, subendo lo stesso male degli altri.
Il mondo, il pianeta, la società dovrebbe pagare questi “solitari” per il male che sopportano. In fondo, se non lo facessero, se fossero meno deboli di quanto sono, potrebbero far sgretolare il sistema con tutte le copie e le fotocopie di cui è costituito. Ma “loro” sanno che è impossibile, perché ad essere a prova di proiettile sono proprio i duplicati, la massa, che reggono i dannati ingranaggi della grande macchina della vita.
Una canzone d'amore, forse, quella dei Radiohead, o forse di amore perduto.
Ma anche un modo metaforico per guardare da vicino il mondo in cui viviamo e la gente che ci sta attorno.
C'è ancora chi desidera il bene.
Per questo il mondo è ancora diverso.
E la razza umana non è ancora finita.

venerdì 9 settembre 2016

Numeri e lancette senza occasione


- di Saso Bellantone
"Camminando in punta di piedi alati su Kronos, Kairòs cercava l'uomo ma ha trovato soltanto numeri e lancette".

giovedì 8 settembre 2016

La resa o la lotta?


- di William Shakespeare
"Essere... o non essere. E' il problema.
Se sia meglio per l'anima soffrire
oltraggi di fortuna, sassi e dardi,
o prender l'armi contro questi guai
e opporvisi e distruggerli. Morire,
dormire... nulla più. E dirsi così
con un sonno che noi mettiamo fine
al crepacuore ed alle mille ingiurie
naturali, retaggio della carne!
Questa è la consunzione da invocare
devotamente. Morire, dormire;
dormire, sognar forse... Forse; e qui
è l'incaglio: che sogni sopravvengano
dopo che ci si strappa dal tumulto
della vita mortale, ecco il riguardo
che ci arresta e ci induce la sciagura
a durar tanto anch'essa. E chi vorrebbe
sopportare i malanni e le frustate
dei tempi, l'oppressione dei tiranni,
le contumelie dell'orgoglio, e pungoli
l'amor sprezzato e remore di leggi,
arroganza dall'alto e derisione
degl'indegni sul merito paziente,
chi lo potrebbe mai se uno può darsi
quietanza col filo d'un pugnale?
Chi vorrebbe sudare e bestemmiare
spossato, sotto il peso della vita,
se non fosse l'angoscia del paese
dopo la morte,
da cui mai nessuno
è tornato, a confonderci il volere
ed a farci indurire ai mali d'oggi
piuttosto che volare a mali ignoti?
La coscienza, così, fa tutti vili,
così il colore della decisione
al riflesso del dubbio si corrompe
e le imprese più alte e che più contano
si disviano, perdono anche il nome
dell'azione. Ma zitto! Ora la bella
Ofelia s'avvicina. - Possa tu,
Ninfa, nelle preghiere ricordare
i miei peccati!"
(Amleto)

venerdì 2 settembre 2016

Tramonto e transitorietà


- di Saso Bellantone
"Il tramonto emoziona, sì, ma nel suo magnetismo non vi è nulla di piacevole: emerge, invece, una diversa comprensione delle cose e anche di se stessi, e questo fa male. Non tutti, però, ne sopportano il dolore: alcuni lo nascondono turbati con selfie e fotografie, altri invece lo esibiscono con fierezza con tutta la propria corporeità. Tramonto, dolore, corpo non sono altro che i soggetti di un inarrivabile pittore che traccia su una tela trasparente, con una invisibile tavolozza di colori, la sua follia".

giovedì 1 settembre 2016

Oscurantismo innato

- di Saso Bellantone
"La nera tempesta proviene dalla terraferma e dirige al sole, oltre il mare e l'orizzonte. Vuole oscurarlo, piccola e selvaggia, ma devastante come ogni altra forza naturale del pianeta stesso in cui abita. È l'umanità".

mercoledì 31 agosto 2016

Un'oasi nel nulla

- di Saso Bellantone
"C'è un'oasi al di là del tempo e della vita, dove ogni discesa e salita, ogni meta e tappa, ogni sentiero e crocevia svaniscono nel labirinto della memoria, lasciando affiorare sensazioni effimere come un battito di ciglia, colme di una nuova consapevolezza: è la scoperta di esserci davvero, di essere qui, di essere un tutt'uno con ciò che si ha innanzi".

martedì 30 agosto 2016

Il tramonto del pescatore

- di Saso Bellantone
"Non è il sole, ma uno dei mestieri più antichi dell'umanità a tramontare sotto la falce delle multinazionali e il martello dei Leviatani sovranazionali".

martedì 26 luglio 2016

Elham va in esilio


Amava il suo lavoro. Gli permetteva di stare a contatto con la gente, specialmente quella più bisognosa. E lei, sapeva cosa voleva dire aver bisogno d’altri, aver bisogno di aiuto. Veniva da una famiglia numerosa e povera. Quindici figli. Il padre, fin dal dopoguerra, aveva fatto i lavori più impensati per sfamare la famiglia. Era stato in Olanda, a Milano, aveva fatto il falegname, il facchino, il fruttivendolo, di tutto. Rimasto orfano da ragazzino, non voleva che i suoi figli patissero quel che aveva patito lui assieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle. A volte era rigido, sì, ma lo faceva soltanto per educare bene i propri, mettendo al primo posto l’amore per la famiglia e il rispetto per qualsiasi altro essere vivente si trovasse al mondo e s’incontrasse. Anche la madre non era da meno. Oltre a pensare quotidianamente alla cura di così tanti figli, andava a fare le pulizie in casa d’altri, produceva il formaggio, trasportava il pesce da valle a monte. Lavorava instancabilmente fin da ragazzina, anche lei, con la speranza, un giorno, di vedere tutti capaci di badare autonomamente alla propria sussistenza e di essere felici. Malgrado non sapessero se ogni giorno era possibile nutrirsi, malgrado abitassero tutti in una sola grande stanza senza acqua corrente, malgrado usassero sempre gli stessi abiti e non avessero nessun giocattolo con cui distrarsi, erano felici. Sì, nonostante la povertà, la fame e il bisogno di qualsiasi cosa, erano felici perché si ritenevano fortunati. Fortunati, per avere giornalmente la compagnia e il sorriso dei propri cari e di pochissimi sinceri compaesani.
Per questo Elham amava il suo lavoro. Perché stando quotidianamente a contatto con la gente bisognosa, poteva offrire loro la compagnia, il sorriso, l’aiuto necessari per andare avanti e sopravvivere, specialmente in quei tempi di nuova crisi attraversati dallo Stivale.
Era entrata nel corpo di Servizio Civile intorno ai vent’anni e subito era stata amata da tutti. Aiutava gli anziani, gli ammalati, i bambini, le ragazze madri, i disoccupati, gli isolati e gli abbandonati. Il suo cuore era grande a tal punto da passare ogni giorno, dalla mattina alla sera, aiutando più persone possibili e in qualsiasi modo, senza fermarsi mai e senza badare a razza, etnia, estrazione sociale o professione religiosa. Passava la vita insomma al servizio della gente in difficoltà, e senza dimenticarsi mai della sua famiglia, alla quale, pur indebitandosi, non faceva mancare nulla.
Considerava il Servizio Civile una vera e propria missione “umana”, cioè pensava che ciò di cui tutti avessero bisogno, intendendo quasi la comunità in cui operava come una grande famiglia, fosse soltanto un po’ d’attenzione, di comprensione e di umanità. Passava il tempo con gli avvocati e gli operatori ecologici, gli ingegneri e gli operai di fabbrica, gli intellettuali e gli sportivi, i politici e gli artigiani, i giovani e gli anziani. Oltre che avere un grande cuore aveva anche infatti una spiccata intelligenza e tutti si consigliavano con lei per qualsiasi questione: lavorativa, affettiva, scolastica, commerciale, filosofica. E anche in tutti questi casi, non si risparmiava con nessuno, ritenendo il proprio punto di vista una forma di aiuto per chi ne avesse urgentemente bisogno.
Quel che però faceva più soffrire Elham e le faceva più rabbia, era la gente dimenticata dallo Stato e da tutti. Come per esempio tutti quei padri o quelle madri che avevano perso il lavoro e che si presentavano in lacrime da lei non sapendo più come dar da mangiare ai propri figli. Ogni volta che accadeva ciò, non perdeva un istante e donava loro qualcosa di propria tasca per sfamare i propri bambini. Stesso dicasi allorquando incontrava la duchessa Sembrillo, una vecchia donna proveniente da una famiglia nobile, che per vivere vendeva tutti i documenti e gli averi di famiglia. Ogni volta che si presentava a lei, Elham le dava cinquanta, cento, duecento euro, quanto aveva, dicendo alla vecchia donna di conservare i propri averi per altri momenti. La vecchia la ringraziava mille e mille volte, piagnucolando come una bambina e quando se ne andava via si voltava continuamente ora con la mano sul cuore ora mandandole baci in segno di gratitudine e di affetto. Non accettava che lo Stato potesse dimenticarsi così della povera gente, né che i familiari lasciassero sola una povera donna come la duchessa Sembrillo. E ogni volta che capitava un fatto del genere, si prometteva di fare ogni giorno di più per coloro che avevano veramente bisogno.
Elham dunque era amata da tutti, perché non si risparmiava con nessuno. Per questo motivo in paese tutti parlavano di lei: sia quelli che l’amavano sia quelli che, proprio perché era amata da tutti, la odiavano. Infastiditi dall’idea che una donna così bella e intelligente fosse amata da tutti, coloro che la odiavano cominciarono a escogitare il metodo adatto per infangare la sua reputazione, distruggerla e togliersela dai piedi. L’occasione adatta si presentò quando, scrivendo denunce anonime e architettando diabolici disegni per incastrarla, giunse nel paese un nuovo caporale dei Vigili del Fuoco: Giuditta.
Era una donna sulla trentina, bionda, occhi azzurri, non troppo alta, una bella donna anche lei. Proveniva da una famiglia disagiata al pari di quella di Elham, diversamente da quest’ultima Giuditta intendeva il proprio lavoro soltanto un lavoro. La sofferenza, la povertà, la fame provati nella propria giovinezza l’avevano indurita a tal punto da concepire il proprio mestiere non come un servizio per la comunità, votato all’amore e alla cura d’altri, ma come il sentiero adatto per la scalata sociale e per ottenere ricchezza, prestigio, potere.
Consapevoli dell’anima nera del nuovo caporale dei Vigili del Fuoco, coloro che odiavano Elham fornirono a Giuditta tutti gli strumenti, le menzogne e i pretesti necessari per spazzare via Elham e Giuditta, compreso che la propria strada per il potere passava per la rovina di Elham, non si fece scappare l’occasione. Anzi, mettendoci lo zampino di propria mano, in modo accurato e sotterraneo, si assicurò che la reputazione di Elham cadesse nel peggiore dei modi. Radiata dal corpo del Servizio Civile e accusata di aver fatto apparentemente del bene ma soltanto allo scopo di beceri interessi personali, Elham fu allontanata dal paese di Granaba e costretta all’esilio su di un’isola sperduta nell’Atlantico fino a data da destinarsi.

Oggigiorno, il nome di Elham viene continuamente infangato nelle strade, nelle pagine dei giornali e dei siti internet, in particolar modo da coloro che la odiavano, soddisfatti del suo allontanamento; da quanti, anziché paghi dell’amore gratuitamente donato loro, al tempo volevano soltanto appagare i propri balordi interessi personali; da quanti hanno conosciuto la donna soltanto con le voci screditanti fatte circolare diabolicamente nel paese, i quali provano piacere nell’infangare chiunque possa essere reputato la causa della propria vita infelice. Contemporaneamente, Giuditta assapora la vittoria della tappa nella scalata del potere a scapito di tutti quanti. I familiari di Elham invece attendono silenziosamente che sia fatta totalmente luce sull’oscura macchinazione contro Elham e che quest’ultima torni rapidamente nel luogo dal quale è stata allontanata.
Non si sa cosa faccia Elham in questo momento, dal momento che sull’isola sperduta nell’Atlantico non può andare nessuno. Se però potesse leggere tutto quel che si scrive sul suo conto, Elham risponderebbe:
- a coloro che la odiavano perché era amata da tutti e che ora sono soddisfatti del suo allontanamento, che sarebbe bastato amare un po’ di più il proprio prossimo, dunque chiunque, per essere amati al pari di lei;
- a quanti hanno approfittato del suo amore per appagare i propri interessi personali, che la ricchezza e qualsiasi forma di avere priva dei sentimenti di amore e lealtà, costituiscono la vera miseria esistente, quella cioè dello spirito;
- a quanti provano piacere nell’infangare lei e chiunque altro, reputandoli la causa della propria infelice vita, che la felicità o la infelicità attuali si costruiscono con le proprie mani e con la continua scelta tra spirito di sacrificio e nullafacenza.
Se scoprisse che Giuditta ha realizzato quella macchinazione per ottenere maggiore potenza, ingannando tutti i compaesani, Elham proverebbe compassione, perché reputerebbe una vita votata esclusivamente all’appagamento del proprio desiderio della potenza, soltanto una vita sprecata e insensata.
Infine, se potesse dire qualche parola ai suoi familiari e a tutte quelle persone che attendono in ogni istante il suo ritorno, Elham direbbe: “Vi voglio bene. Tornerò presto tra di voi”.
16-3-2013