"È facile restare nell'oscura sicurezza
della notte; arduo, invece, è ricercare l'alba tra le ignote briciole di
bagliori fuggenti".
IN QUESTO BLOG NON SI PUBBLICANO COMMENTI ANONIMI.
mercoledì 22 giugno 2016
Elementare ed impervia l'opzione
- di Saso Bellantone
venerdì 10 giugno 2016
L'ARTE PERIFERICA: intervista a Carmelo Morabito, voce dei Southern Gentlemen League
Carmelo Morabito (Scilla, 1986) inizia la sua crescita artistica suonando in diverse band (Travelling Blues Band, the Xero, New Seekers, Bad Radio, the Experienced, The Unkown Pleasures, The Black Seeds) perfezionando la conoscenza dello strumento e cercando di racchiudere nei repertori di queste band tutti i brani lo appassionano.
Partecipando anche “come cantante” ad un seminario di Bred Garsed, le sensazioni provate suonando con un artista di grande fama, lo convincono a prendere il “fatto di fare il musicista nella vita” seriamente.
Nel giorno del suo 18° compleanno, riceve in regalo dai suoi genitori, per la terza volta nella sua vita, una chitarra, la sua prima Fender Stratocaster, per la quale non smette mai di ringraziarli. In seguito viene colpito da una malattia, fortunatamente superata, ma proprio quel periodo fa scattare il lui la voglia ed il bisogno di scrivere testi e di comporre musica. Così, con gli stessi componenti dei The Xero, forma gli Alcoholic Water con i quali pubblica anche un disco, “To Love Again”, con un'etichetta indipendente. Un album di 10 brani inediti che raccontano delle paure, emozioni e ostacoli affrontati durante la fase di cura della malattia. Con loro per diversi anni fa innumerevoli concerti al sud dell'Italia, cambiando molte volte formazione finché al basso arriva Mirko Rizzo e, con lui, il salto di qualità.
Con Mirko sviluppa un'affinità nel comporre nuovi brani mai avuta prima con altri ed in pochissimo tempo i due arrivano a suonare nella capitale e, addirittura, a fare un tour di tre date in Inghilterra, passando per Londra, Brighton e Kingstone.
Al rientro, l'abbandono della band da parte dell'ennesimo batterista fa finire definitivamente nel cassetto dei ricordi gli Alcoholic e, quindi, l’unico progetto di inediti mai avuto prima. Ma mai dire mai. Nella vita, si sa, le cose belle nascono come se le potentissime forze della natura facciano in modo che accadano. Vincenzo Tropepe (carissimo amico) propone loro di formare una band Southern Rock ispirata agli Allman Brothers, Black Crowes e altri e così i due decidono di inserire nel nuovo progetto gli inediti non registrati degli Alcoholic Water, rivisitandoli in chiave Southern Rock.
Con i SGL, definiti da Carmelo grandi persone e grandi musicisti, comincia nel proprio piccolo a realizzare i sogni in cui crede da sempre. Assieme agli SGL, Carmelo è impegnato da due anni in diversi Tour tra Italia, Europa e Stati Uniti. In questi ultimi, precisamente ad Atlanta (Georgia), Carmelo e gli SGL hanno fatto il mixaggio e mastering del loro primo disco: “My world in the Other Hand”.
Come ti sei avvicinato alla musica?
Il primo approccio alla chitarra è stato all’età di 7 anni, grazie a mio padre e a mia madre: mi regalorono una chitarra classica e mi iscrissero ad una scuola privata per lo studio della musica e dello strumento.
A circa 11 anni, presi in mano la mia prima chitarra elettrica, una Yamaha ERG121 ed iniziai a scoprire, tramite l'ascolto di un infinità di dischi, il bellissimo mondo del Blues e del Rock’n Roll, quello vero. Per citare alcuni artisti, BB king, Muddy waters, Elmore James,Willie Dixon, come anche, Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Allman Brothers, Pink Floyd, Black Crowes e tanti altri ancora il cui numero è talmente grande che non basterebbe un libro intero per citarli tutti.
Che cos'è la musica?
La musica, come tutte le altre forme di arte, è innanzitutto l'espressione più profonda dell'anima dell'artista. È una magia. Rispecchia nel modo più sincero e diretto la vera personalità del musicista; il suo vero essere. Ma è anche un amore indescrivibile, di quelli che quando ti entrano nel cuore, non ti lasceranno mai più.
Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della musica, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Se devo dare un senso a questa bellissima forma d'arte, sicuramente mi viene da pensare al bisogno di ogni singolo individuo di chiudersi nella propria dimensione. Là dove nessuno può ostacolare i tuoi pensieri. La musica ti distacca dalla monotonia quotidiana, da qualsiasi forma di delusione e riesce sempre a trasmetterti le sensazioni giuste per trovare la via della felicità. Il senso della musica è il bisogno di ognuno di noi di essere liberi.
Credo anche che la musica abbia l'impressionante potere di essere utilizzata per qualsiasi scopo, anche per diffondere la pace nel mondo.
Sono certo che se si riuscisse a debellare tutto l'odio che l'essere umano ha sviluppato dentro di sé, tutte queste guerre tra popolazioni di religione diversa, di fazioni politiche contrastanti o di differenti interessi sia economici sia territoriali, il nostro pianeta diventerebbe il posto più bello dell’universo intero. E quest'odio, lo si può scacciare anche attraverso questa forma d’arte che sì, è astratta, ma se la si fa percepire nel modo giusto può diventare un'arma potentissima contro qualsiasi forma di male.
I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio, la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire la tua musica “poesia”, opera d'arte, creazione nel senso pieno del termine?
Ovviamente sì. La musica e la poesia secondo me camminano di pari passo. Sono come due sorelle esteticamente diverse ma con la stessa madre.
Un poeta, quando scrive ed è ispirato, non fa altro che esternare le proprie emozioni su un foglio di carta attraverso il suo strumento, la penna. Se ci si pensa attentamente, non è diverso da quello che fa un musicista nella stessa situazione. Cambia solo lo strumento.
Perché suoni? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante l'arte della musica?
A questa domanda purtroppo, non riesco a dare una risposta che rispecchi a pieno il perché di questa mia esigenza. Posso dire solo che scrivere musica ed esprimermi attraverso la mia chitarra, mi porta in una dimensione mentale e spirituale che mi dà la possibilità di esternare le emozioni più profonde che tengo inconsciamente dentro di me, che altrimenti a voce o in qualsiasi altro modo non riuscirei mai a comunicare.
Che cosa racconti con la tua musica?
Un musicista come qualsiasi altro tipo di artista, che sia pittore, poeta, scultore, eccetera, crea dei metodi personali per riuscire ad arrivare al proprio scopo, cioè finire la propria opera.
Io scrivo sempre qualsiasi cosa mi viene da scrivere, in qualsiasi momento mi sento ispirato. Una volta mi portavo dietro sempre un taccuino ed una penna per poter assolvere a questa mia esigenza nei momenti inaspettati della giornata, per poi mettere insieme le parti che più si adattavano per la conclusione di un testo di una canzone. Adesso, dato che il mondo e la tecnologia vanno avanti, prendo nota con il mio cellulare. Ma va bene così, il risultato è sempre quello alla fine. In un secondo momento, aggiungo tutta la parte riguardante il background musicale del brano e non nascondo il fatto che questo mi viene anche molto facile. Detto questo, concludo dicendo che la mia musica, racconta della mia vita vissuta giorno per giorno.
Un musicista può sentirsi tale senza i gli ascoltatori?
Sì, penso di sì, ma fino ad un certo punto, perché un artista, per dare un senso al proprio lavoro, deve per forza di cose sottoporsi al giudizio ed alla condivisione dei propri lavori ad altre persone. La musica senza gli ascoltatori non avrebbe senso.
Che cosa significa oggi vivere come un musicista e vivere esclusivamente della propria musica? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Sicuramente di questi tempi la vita di un musicista è molto ardua a livello sia economico sia affettivo. Per un musicista è quasi impossibile avere una vita stabile. La tecnologia ha sconvolto il mercato discografico, quindi, di dischi se ne vendono ben pochi. Siamo costretti a stare sempre fuori casa per fare tour e concerti perché è l'unica forma di sostentamento economico sicura. Ormai viviamo da nomadi e questo comporta i suoi svantaggi.
Devo anche dire, però, che tutto ciò comporta anche molti aspetti positivi, per esempio il vivere in libertà assoluta, il conoscere sempre nuove persone, nuove culture e il vedere giorno dopo giorno dei posti del nostro pianeta nuovi e meravigliosi. Si vive la vita fino in fondo.
Cosa ti spinge a restare nella tua terra natia?
Amo la Calabria incondizionatamente. Quando parto per lunghi periodi ne sento fortemente la mancanza. Provo sentimenti per la mia terra che non sono molto lontani da quelli che sento per mia madre. Qui mi sento protetto, al di là di tutte le difficoltà che si hanno per restare.
Puoi definirti una sognatore? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Sfido qualsiasi persona a trovare un musicista che non sia un sognatore. Sì! Assolutamente lo sono. Cerco sempre di fare di più per trovare sempre la strada giusta per crescere a livello sia artistico sia umano, ma posso dire che ho sempre sognato di vivere la mia vita facendo quello che mi piace fare e per il quale sento di essere nato. Suonare ovunque. Nel mio piccolo, sto per vivere il mio sogno nel cassetto.
Parlaci del tuo ultimo disco, “My world in the other hand”.
È il disco che ha in qualche modo fatto crescere dentro di me la convinzione e la voglia di continuare a percorrere la strada del musicista. È un disco composto da 12 brani, dei quali 11 inediti e 1 cover intitolata “Whippin' post”. Abbiamo fatto la scelta di inserire questa cover nella play-list del disco perché è stata scritta da una band degli anni '70 che, proprio nel 2014, mentre stavamo per registrare il disco negli Stati Uniti, ha deciso di ritirarsi dal mondo discografico per evidenti motivi. Gli “Allman Brothers” sono l’emblema del nostro stile musicale, il Southern Rock! Abbiamo voluto rendere loro omaggio.
Il disco, da come si può capire dal suo titolo, racconta dei nostri stati d’animo vissuti giorno per giorno: i disagi di ogni genere causati da tutto il sistema mondiale; i sentimenti, belli come l'amore verso il prossimo e lo stare bene insieme facendo nuove esperienze, o brutti come di dolori dati da malattia e quant'altro. In breve, rispecchia il nostro modo di vivere e di essere.
Chi desidera seguirti e saperne un po' di più sulla tua musica, dove può rivolgersi?
Noi abbiamo un sito internet, dove si può trovare tutto il nostro materiale come il disco, l'ep, le nostre bio, i contatti, le date concerti e le news:
Abbiamo anche un canale Youtube:
E una pagina Facebook:
Alcune parole per i giovani.
Ricordate, e mi rivolgo specialmente ai più giovani, che il futuro della nostra esistenza dipende da noi! Siamo noi a dover costruire il nostro avvenire. Se desideriamo un mondo migliore di questo, bisogna fare in modo che lo diventi!
Non smettete mai di rincorrere i vostri sogni: fate di tutto per lasciare che si avverino!
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DISintervista
mercoledì 1 giugno 2016
Versieri: NON CHIEDERCI LA PAROLA di Eugenio Montale
- di Saso Bellantone
“Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Per ridere in società
ha messo la sua testa il domatore
nella gola del leone
io
ho infilato due dita solamente
nel gargarozzo dell'Alta Società
ed essa non ha avuto il tempo
di mordermi
anzi semplicemente
urlando ha vomitato
un po' della dorata bile
a cui è tanto affezionata.
Per riuscire in questo giuoco
utile e divertente
lavarsi le dita
accuratamente
in una pinta di buon sangue
a ognuno la sua platea.”
Quante persone vorrebbero capirci. Quante, tra queste, direttamente o indirettamente, palesano la loro intenzione di voler penetrare, e svelare così, il segreto che racchiudiamo e siamo nella nostra stessa presenza. Come se ciò sia un obbligo, sia dovuto, perché è così che funziona.
Ognuno è sicuro di sé, di ciò che è e di ciò che gli altri sono (o crede di sapere), e, nel voler sapere tutto e di tutti, non si accorge che l'identità è qualcosa di relativo, è un fatto cangiante a seconda della prospettiva assunta, sia quest'ultima un punto di vista umano, animale, naturale, microbiologico, astrale e quant'altro. Per questo motivo, non cambierebbe nulla nel manifestare ad altri il mistero che siamo. Perché non siamo tutte le prospettive possibili ma soltanto una prospettiva che non può vedere se stessa. Potremmo, al massimo, chiarire quello che non siamo e quello che non vogliamo essere, ma anche qui non avremmo certezza perché continueremmo ad essere solo e soltanto un punto di vista cieco a se stesso.
Per essere accettati si fa di tutto, tutto quello che la società desidera, ma alcuni di noi, pur tentando la sfida dell'accettazione, addentrandosi a passo lento nel mondo degli altri, non saranno mai ammessi, anzi, gli altri, la società stessa farebbe di tutto per travolgerci con la sicurezza che costituisce la sua fortuna e la sua inattaccabile durata e autorità. E così si andrà avanti.
Occorre concepire, perciò, questa sfida del consenso mai concesso non come qualcosa di serio a causa del quale ammalarsi, ma come un gioco, un divertimento utile per comprendere meglio se stessi e la società, consapevoli che la nostra presenza non è un bene per tutti, forse neanche per noi stessi, ma soltanto per alcuni, se si è fortunati, o per nessuno.
Nella poesia Non chiederci la parola, Eugenio Montale pone diverse questioni: dell'identità e della diversità individuale in relazione all'alterità e alla somiglianza monocromatica collettiva; della certezza per mezzo della testimonianza; dell'essere in relazione all'apparire. Per sciogliere tali nodi, il poeta chiama in causa quell'elemento, quella dimensione, quell'estensione di ognuno con la quale ciascuno si manifesta, si esprime, dichiara la propria presenza e interviene nella relazione con l'altro, proponendo se stesso e il proprio pensiero: il linguaggio.
Ma la parola può essere spesso fuorviante. Non soltanto perché si può comunicare il falso consapevolmente, per diffidenza, autodifesa o disinteresse nei confronti dell'altro, ma perché lo si può fare anche involontariamente. Anziché far emergere nella trasparenza della relazione la verità che si è, la parola può far affiorare nell'opacità del rapporto con l'altro l'ambiguità che non si è e si è. Che non si è, in quanto quello che traspare non coincide autenticamente con noi; che si è, in quanto ciò che palesandosi non converge genuinamente con noi, diventa la porta d'accesso capace di mostrare ciò che siamo davvero. E allora, come è possibile gestire questo meccanismo ambivalente? Quanto siamo coscienti di esso? Che cosa esponiamo di noi stessi? La verità o la finzione?
Ecco perché Montale afferma che è preferibile “non chiederci la parola” che possa determinare con esattezza la nostra identità amorfa, sconosciuta anche a noi stessi, e che possa stabilirlo con lettere infuocate da far risplendere come un fiore perduto su un prato di polvere. Molti vivono nella sicurezza di conoscere la propria identità, e quella altrui, inconsapevoli che il riflesso di essa, la sua parvenza, la sua illusione, si diffonde intorno a loro e si fissa nella mente degli altri esattamente come il sole appiccica l'ombra su un muro mal ridotto. Non esiste codice capace di svelare definitivamente la nostra identità. Soltanto sillabe storte, contorte e ricurve come rami secchi, che non sono l'albero nella sua interezza bensì una parte di esso in un periodo della sua esistenza.
È possibile dire di sé soltanto ciò che non si è e non si vuole essere, adesso. Ma non sappiamo di noi stessi nell'attimo successivo della nostra vita.
Molti per essere piacevolmente accettati dalla società nella quale vivono, si comportano come il domatore, che mette la testa nelle fauci del leone. Alcuni, però, non hanno avuto il tempo di mettere due dita nella gola della società affermata e riconosciuta, quella virtuale, mediatica, del Grande Fratello e del Truman Show, che quest'ultima, anziché azzannarli, li ha travolti e scacciati vomitandogli addosso la bile dorata di cui, unica proprietaria, va fiera.
Inutile affannarsi. Non esiste ricette alcuna per uscirne vittoriosi. La relazione con altri, in cui si manifesta la propria identità o l'insieme delle maschere che la interrano, va intesa come un gioco divertente e impossibile: occorre lavarsi con cura le dita dei tentativi fatti, consapevoli che in quegli stessi tentativi, forse, si è fatto del male a qualcuno, oltre che a se stessi.
Ognuno di noi è inconsciamente attore anche con se stesso, oltre che con gli altri, e ognuno di noi ha il suo pubblico: persino quello che ignaramente è dentro di noi.
“Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Per ridere in società
ha messo la sua testa il domatore
nella gola del leone
io
ho infilato due dita solamente
nel gargarozzo dell'Alta Società
ed essa non ha avuto il tempo
di mordermi
anzi semplicemente
urlando ha vomitato
un po' della dorata bile
a cui è tanto affezionata.
Per riuscire in questo giuoco
utile e divertente
lavarsi le dita
accuratamente
in una pinta di buon sangue
a ognuno la sua platea.”
Quante persone vorrebbero capirci. Quante, tra queste, direttamente o indirettamente, palesano la loro intenzione di voler penetrare, e svelare così, il segreto che racchiudiamo e siamo nella nostra stessa presenza. Come se ciò sia un obbligo, sia dovuto, perché è così che funziona.
Ognuno è sicuro di sé, di ciò che è e di ciò che gli altri sono (o crede di sapere), e, nel voler sapere tutto e di tutti, non si accorge che l'identità è qualcosa di relativo, è un fatto cangiante a seconda della prospettiva assunta, sia quest'ultima un punto di vista umano, animale, naturale, microbiologico, astrale e quant'altro. Per questo motivo, non cambierebbe nulla nel manifestare ad altri il mistero che siamo. Perché non siamo tutte le prospettive possibili ma soltanto una prospettiva che non può vedere se stessa. Potremmo, al massimo, chiarire quello che non siamo e quello che non vogliamo essere, ma anche qui non avremmo certezza perché continueremmo ad essere solo e soltanto un punto di vista cieco a se stesso.
Per essere accettati si fa di tutto, tutto quello che la società desidera, ma alcuni di noi, pur tentando la sfida dell'accettazione, addentrandosi a passo lento nel mondo degli altri, non saranno mai ammessi, anzi, gli altri, la società stessa farebbe di tutto per travolgerci con la sicurezza che costituisce la sua fortuna e la sua inattaccabile durata e autorità. E così si andrà avanti.
Occorre concepire, perciò, questa sfida del consenso mai concesso non come qualcosa di serio a causa del quale ammalarsi, ma come un gioco, un divertimento utile per comprendere meglio se stessi e la società, consapevoli che la nostra presenza non è un bene per tutti, forse neanche per noi stessi, ma soltanto per alcuni, se si è fortunati, o per nessuno.
Nella poesia Non chiederci la parola, Eugenio Montale pone diverse questioni: dell'identità e della diversità individuale in relazione all'alterità e alla somiglianza monocromatica collettiva; della certezza per mezzo della testimonianza; dell'essere in relazione all'apparire. Per sciogliere tali nodi, il poeta chiama in causa quell'elemento, quella dimensione, quell'estensione di ognuno con la quale ciascuno si manifesta, si esprime, dichiara la propria presenza e interviene nella relazione con l'altro, proponendo se stesso e il proprio pensiero: il linguaggio.
Ma la parola può essere spesso fuorviante. Non soltanto perché si può comunicare il falso consapevolmente, per diffidenza, autodifesa o disinteresse nei confronti dell'altro, ma perché lo si può fare anche involontariamente. Anziché far emergere nella trasparenza della relazione la verità che si è, la parola può far affiorare nell'opacità del rapporto con l'altro l'ambiguità che non si è e si è. Che non si è, in quanto quello che traspare non coincide autenticamente con noi; che si è, in quanto ciò che palesandosi non converge genuinamente con noi, diventa la porta d'accesso capace di mostrare ciò che siamo davvero. E allora, come è possibile gestire questo meccanismo ambivalente? Quanto siamo coscienti di esso? Che cosa esponiamo di noi stessi? La verità o la finzione?
Ecco perché Montale afferma che è preferibile “non chiederci la parola” che possa determinare con esattezza la nostra identità amorfa, sconosciuta anche a noi stessi, e che possa stabilirlo con lettere infuocate da far risplendere come un fiore perduto su un prato di polvere. Molti vivono nella sicurezza di conoscere la propria identità, e quella altrui, inconsapevoli che il riflesso di essa, la sua parvenza, la sua illusione, si diffonde intorno a loro e si fissa nella mente degli altri esattamente come il sole appiccica l'ombra su un muro mal ridotto. Non esiste codice capace di svelare definitivamente la nostra identità. Soltanto sillabe storte, contorte e ricurve come rami secchi, che non sono l'albero nella sua interezza bensì una parte di esso in un periodo della sua esistenza.
È possibile dire di sé soltanto ciò che non si è e non si vuole essere, adesso. Ma non sappiamo di noi stessi nell'attimo successivo della nostra vita.
Molti per essere piacevolmente accettati dalla società nella quale vivono, si comportano come il domatore, che mette la testa nelle fauci del leone. Alcuni, però, non hanno avuto il tempo di mettere due dita nella gola della società affermata e riconosciuta, quella virtuale, mediatica, del Grande Fratello e del Truman Show, che quest'ultima, anziché azzannarli, li ha travolti e scacciati vomitandogli addosso la bile dorata di cui, unica proprietaria, va fiera.
Inutile affannarsi. Non esiste ricette alcuna per uscirne vittoriosi. La relazione con altri, in cui si manifesta la propria identità o l'insieme delle maschere che la interrano, va intesa come un gioco divertente e impossibile: occorre lavarsi con cura le dita dei tentativi fatti, consapevoli che in quegli stessi tentativi, forse, si è fatto del male a qualcuno, oltre che a se stessi.
Ognuno di noi è inconsciamente attore anche con se stesso, oltre che con gli altri, e ognuno di noi ha il suo pubblico: persino quello che ignaramente è dentro di noi.
sabato 28 maggio 2016
Il potere di un libro
- di Saso Bellantone
Alcuni libri sono speciali. Due libri dello stesso autore hanno risvegliato l'Etna, facendolo eruttare, un libro di un'autrice ha portato il sole in un paesino dell'Aspromonte continuamente coperto da nuvole nere e pioggia. Un altro libro ancora fa emergere dalle profondità della terra, sotto piazza Garibaldi, il passato della città di Reggio Calabria.
Il reperto in questione è ancora oggetto di studi ma uno studioso in particolare, il prof. Daniele Castrizio, secondo le prime indagini e ricerche, sembra collegare tale reperto con l'antico promontorio di Reggio, Punta Calamizzi, sprofondata nel 1562 “a causa della deviazione del Torrente Calopinace che scorreva quasi a ridosso dell’attuale Stazione Centrale, per costruire il Castel Nuovo”.
“A quel porto – si legge in un comunicato stampa inoltrato dall'Associazione Culturale Anassilaos, in occasione di una conversazione che il docente dell'Università di Messina ha tenuto giovedì 19 maggio presso lo Show Room Luppino sito in Via Torrione 75, dal titolo “Punta Calamizzi nell’Antichità: a proposito degli scavi di Piazza Garibaldi” – è probabile che approdasse San Paolo nel suo viaggio verso Roma (61 d.C.). Secondo la tradizione egli trovò i Reggini intenti al culto di Diana Fascelide (in un tempio?) e predicò loro la buona novella; a quel porto approdò dieci anni dopo Tito, figlio di Vespasiano, desideroso di smentire, con la sua presenza, le voci che lo volevano usurpatore del potere paterno (Svetonio, Vita di Tito). Nell’anno 14 d.C. poi moriva a Reggio Giulia, figlia di Augusto, uccisa dall’ex marito Tiberio, assurto al potere imperiale.
È del tutto improbabile che Ella, per tutti gli anni dell’impero di Tiberio, dal 14 al 37 d.C., abbia avuto una degna sepoltura ma dopo? Sappiamo che Caio (Caligola) – che odiava il predecessore – trasferì a Roma con ogni solennità le ceneri della madre (Agrippina I) e del fratello morti in esilio per ordine di Tiberio. È possibile ipotizzare che decidesse di onorare la nonna con l’erezione a Reggio di un monumento sepolcrale?”.
Non sta a noi, naturalmente, avanzare e sostenere delle ipotesi al riguardo, non avendone le competenze.
Ma ci piace pensare – fino al momento in cui gli studiosi avranno chiarito una volta per tutte di che cosa si tratti – che il reperto di piazza Garibaldi sia proprio la tomba di Giulia Maggiore e sia affiorata adesso perché richiamata alla memoria da un libro: L'odore del mare, di Pasqualino Placanica, nel quale si racconta di Giulia, la si incontra e, con lei, s'incontra la storia della città.
Alcuni libri sono speciali. Due libri dello stesso autore hanno risvegliato l'Etna, facendolo eruttare, un libro di un'autrice ha portato il sole in un paesino dell'Aspromonte continuamente coperto da nuvole nere e pioggia. Un altro libro ancora fa emergere dalle profondità della terra, sotto piazza Garibaldi, il passato della città di Reggio Calabria.
Il reperto in questione è ancora oggetto di studi ma uno studioso in particolare, il prof. Daniele Castrizio, secondo le prime indagini e ricerche, sembra collegare tale reperto con l'antico promontorio di Reggio, Punta Calamizzi, sprofondata nel 1562 “a causa della deviazione del Torrente Calopinace che scorreva quasi a ridosso dell’attuale Stazione Centrale, per costruire il Castel Nuovo”.
“A quel porto – si legge in un comunicato stampa inoltrato dall'Associazione Culturale Anassilaos, in occasione di una conversazione che il docente dell'Università di Messina ha tenuto giovedì 19 maggio presso lo Show Room Luppino sito in Via Torrione 75, dal titolo “Punta Calamizzi nell’Antichità: a proposito degli scavi di Piazza Garibaldi” – è probabile che approdasse San Paolo nel suo viaggio verso Roma (61 d.C.). Secondo la tradizione egli trovò i Reggini intenti al culto di Diana Fascelide (in un tempio?) e predicò loro la buona novella; a quel porto approdò dieci anni dopo Tito, figlio di Vespasiano, desideroso di smentire, con la sua presenza, le voci che lo volevano usurpatore del potere paterno (Svetonio, Vita di Tito). Nell’anno 14 d.C. poi moriva a Reggio Giulia, figlia di Augusto, uccisa dall’ex marito Tiberio, assurto al potere imperiale.
È del tutto improbabile che Ella, per tutti gli anni dell’impero di Tiberio, dal 14 al 37 d.C., abbia avuto una degna sepoltura ma dopo? Sappiamo che Caio (Caligola) – che odiava il predecessore – trasferì a Roma con ogni solennità le ceneri della madre (Agrippina I) e del fratello morti in esilio per ordine di Tiberio. È possibile ipotizzare che decidesse di onorare la nonna con l’erezione a Reggio di un monumento sepolcrale?”.
Non sta a noi, naturalmente, avanzare e sostenere delle ipotesi al riguardo, non avendone le competenze.
Ma ci piace pensare – fino al momento in cui gli studiosi avranno chiarito una volta per tutte di che cosa si tratti – che il reperto di piazza Garibaldi sia proprio la tomba di Giulia Maggiore e sia affiorata adesso perché richiamata alla memoria da un libro: L'odore del mare, di Pasqualino Placanica, nel quale si racconta di Giulia, la si incontra e, con lei, s'incontra la storia della città.
venerdì 13 maggio 2016
Una chiusura che è apertura
- di Saso Bellantone
"Chiudi il gossip e spalanca l'orizzonte, le parole si sigillano nelle ante della coscienza e le percezioni diventano il balcone del pensiero".
"Chiudi il gossip e spalanca l'orizzonte, le parole si sigillano nelle ante della coscienza e le percezioni diventano il balcone del pensiero".
sabato 23 aprile 2016
All'origine del domandare
- di Ernst Junger
"Ma è proprio quando sotto non c'è niente che il problema diventa più inquietante (Il problema di Aladino)".
giovedì 14 aprile 2016
COSI 'I 'NA VOTA: la consapevolezza degli eventi
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martedì 12 aprile 2016
Un'amicizia disobliata
- di Saso Bellantone
Si crede siano eterne, al pari di un nome scolpito sulla parete di roccia di una grande montagna, ritenuta incrollabile, ma a volte accadono terremoti e cataclismi capaci di livellare e cancellare anche la vetta più alta, sia quest'ultima il monte Olimpo, il Calvario o la catena del Gamburtsev. Per le amicizie è così. Vanno, e vengono, esattamente come gli amori. Un volto esiste finché dimostra la sua amicizia. Quando invece smette di farlo, non esiste più, come se non ci fosse mai stato.
Vi sono tuttavia delle amicizie che, essendo vere e sincere al pari degli amori, è difficile rimuovere, facendo finta che non ci siano mai state, malgrado per molti sia qualcosa di estremamente semplice, come il distinguere il nero dal bianco, il giorno dalla notte, il caldo dal freddo. Non si riesce ad eliminarle dalla propria memoria, conscia e inconscia, perché con esse si è vissuto tanto, anche in un misero sguardo, in una banale parola o in una manciata di istanti.
Sono quelle amicizie che ci si porta per sempre nel cuore, perché con esse si è cresciuti, si è sfidato il mistero della vita, sperimentando tante di quelle cose che costituiscono la nostra odierna identità. Insieme si è sorriso, si ha pianto, si è usciti per la prima volta di casa, ci si è iscritti alla palestra o a un corso di uno sport qualunque; si è sognato, si è guardata in faccia la realtà, si è andati in cerca di un partner facendo il più delle volte brutte figure, si è disobbedito prendendosi spesso le ramanzine degli adulti e anche gli schiaffi. Insieme si è parlato di scuola, di libri, di musica e di argomenti taboo, siano questi ultimi la sessualità, i fumetti e le notizie apocrife di qualsiasi disciplina; insieme si sono fatte quelle stupidaggini come suonare un campanello di un'abitazione e fuggire o imitare i grandi comici della televisione con le quali ci si è divertiti tanto. Insieme, si è stati in vacanza spensierati o si sono affrontati i primi seri problemi della vita. Insieme, si è vissuto tanto, molto, per la prima (si spera ce ne sia una seconda) parte della propria esistenza.
Le si reputa amicizie immortali, imperiture, al pari della Piramide di Cheope o del rompicapo tra l'uovo e la gallina. Si dà per scontato che queste amicizie ci saranno sempre, qualsiasi cosa accada... Qualsiasi cosa accada, sia un evento nefasto o uno miracoloso, gli amici non mancheranno mai. E invece, proprio nel momento in cui si vorrebbe avere al proprio fianco tutte le proprie amicizie, non si ha nessuno e ci si ritrova, forse per la prima volta, soli.
È in quel momento che si capisce qualcosa in più o che, forse, finalmente, si guarda in faccia la realtà davvero, come è sempre stata. È in quel momento che, forse, si usano gli occhi per la prima volta e si comprende come stanno le cose, come sono sempre state. È in quel momento che si ha l'occasione di stabilire, inizialmente, yin e yang, bianco e nero, dolce e salato, sogno e realtà.
È come il risvegliarsi da un sogno, o da un incubo, nel quale tutti avevano consapevolezza dell'accadere, tranne noi. È come l'emergere dal mare e ritrovarsi bagnati, mentre tutti gli altri sono a riva e all'asciutto. È come il sentirsi bruciati vivi, al rogo, mentre tutti gli altri, che credevamo compartecipi delle medesime battaglie, osservano soddisfatti nelle vesti dei castigatori, lanciandoci gli insulti più spietati.
Si perde il senso dell'orientamento, il capo e la coda; si perde anche il cane, che non ha più modo di rincorrere alcunché. Si perde tutto: il sentiero da cui si è venuti, il luogo nel quale si è arrivati e la direzione verso cui ci si stava dirigendo. Si Smarrisce la propria identità. E nella maggior parte dei casi, senza neanche un perché.
Ma per quanto profondo e straziante possa essere il baratro, senza fondo, nel quale ci si sente precipitare, il cammino prosegue. Nostro malgrado. Si fanno nuove conoscenze e si incontrano persone davvero splendide, speciali, delle quali non sapevamo l'esistenza e delle quali, adesso, non possiamo farne a meno. Anche nella distanza, nel tempo e nello spazio, noi siamo costantemente “con” queste persone e “siamo” queste persone. Siamo un volto di noi stessi del quale non sapevamo nulla. Siamo l'etere, l'astratto, l'idea e la consapevolezza silente che ci lega ad esse. Siamo un passeggiata, un'escursione nuova, in un mondo che è sempre stato lo stesso e che adesso è anche qualcos'altro. Siamo, gli amici della conoscenza che abbiamo appena incontrato, portando nel cuore il ricordo, e la speranza di ritrovare, gli amici persi o che ci hanno abbandonato.
Siamo disobliati. Amici disobliati, ma soltanto assieme ai nuovi compagni di viaggio.
Si crede siano eterne, al pari di un nome scolpito sulla parete di roccia di una grande montagna, ritenuta incrollabile, ma a volte accadono terremoti e cataclismi capaci di livellare e cancellare anche la vetta più alta, sia quest'ultima il monte Olimpo, il Calvario o la catena del Gamburtsev. Per le amicizie è così. Vanno, e vengono, esattamente come gli amori. Un volto esiste finché dimostra la sua amicizia. Quando invece smette di farlo, non esiste più, come se non ci fosse mai stato.
Vi sono tuttavia delle amicizie che, essendo vere e sincere al pari degli amori, è difficile rimuovere, facendo finta che non ci siano mai state, malgrado per molti sia qualcosa di estremamente semplice, come il distinguere il nero dal bianco, il giorno dalla notte, il caldo dal freddo. Non si riesce ad eliminarle dalla propria memoria, conscia e inconscia, perché con esse si è vissuto tanto, anche in un misero sguardo, in una banale parola o in una manciata di istanti.
Sono quelle amicizie che ci si porta per sempre nel cuore, perché con esse si è cresciuti, si è sfidato il mistero della vita, sperimentando tante di quelle cose che costituiscono la nostra odierna identità. Insieme si è sorriso, si ha pianto, si è usciti per la prima volta di casa, ci si è iscritti alla palestra o a un corso di uno sport qualunque; si è sognato, si è guardata in faccia la realtà, si è andati in cerca di un partner facendo il più delle volte brutte figure, si è disobbedito prendendosi spesso le ramanzine degli adulti e anche gli schiaffi. Insieme si è parlato di scuola, di libri, di musica e di argomenti taboo, siano questi ultimi la sessualità, i fumetti e le notizie apocrife di qualsiasi disciplina; insieme si sono fatte quelle stupidaggini come suonare un campanello di un'abitazione e fuggire o imitare i grandi comici della televisione con le quali ci si è divertiti tanto. Insieme, si è stati in vacanza spensierati o si sono affrontati i primi seri problemi della vita. Insieme, si è vissuto tanto, molto, per la prima (si spera ce ne sia una seconda) parte della propria esistenza.
Le si reputa amicizie immortali, imperiture, al pari della Piramide di Cheope o del rompicapo tra l'uovo e la gallina. Si dà per scontato che queste amicizie ci saranno sempre, qualsiasi cosa accada... Qualsiasi cosa accada, sia un evento nefasto o uno miracoloso, gli amici non mancheranno mai. E invece, proprio nel momento in cui si vorrebbe avere al proprio fianco tutte le proprie amicizie, non si ha nessuno e ci si ritrova, forse per la prima volta, soli.
È in quel momento che si capisce qualcosa in più o che, forse, finalmente, si guarda in faccia la realtà davvero, come è sempre stata. È in quel momento che, forse, si usano gli occhi per la prima volta e si comprende come stanno le cose, come sono sempre state. È in quel momento che si ha l'occasione di stabilire, inizialmente, yin e yang, bianco e nero, dolce e salato, sogno e realtà.
È come il risvegliarsi da un sogno, o da un incubo, nel quale tutti avevano consapevolezza dell'accadere, tranne noi. È come l'emergere dal mare e ritrovarsi bagnati, mentre tutti gli altri sono a riva e all'asciutto. È come il sentirsi bruciati vivi, al rogo, mentre tutti gli altri, che credevamo compartecipi delle medesime battaglie, osservano soddisfatti nelle vesti dei castigatori, lanciandoci gli insulti più spietati.
Si perde il senso dell'orientamento, il capo e la coda; si perde anche il cane, che non ha più modo di rincorrere alcunché. Si perde tutto: il sentiero da cui si è venuti, il luogo nel quale si è arrivati e la direzione verso cui ci si stava dirigendo. Si Smarrisce la propria identità. E nella maggior parte dei casi, senza neanche un perché.
Ma per quanto profondo e straziante possa essere il baratro, senza fondo, nel quale ci si sente precipitare, il cammino prosegue. Nostro malgrado. Si fanno nuove conoscenze e si incontrano persone davvero splendide, speciali, delle quali non sapevamo l'esistenza e delle quali, adesso, non possiamo farne a meno. Anche nella distanza, nel tempo e nello spazio, noi siamo costantemente “con” queste persone e “siamo” queste persone. Siamo un volto di noi stessi del quale non sapevamo nulla. Siamo l'etere, l'astratto, l'idea e la consapevolezza silente che ci lega ad esse. Siamo un passeggiata, un'escursione nuova, in un mondo che è sempre stato lo stesso e che adesso è anche qualcos'altro. Siamo, gli amici della conoscenza che abbiamo appena incontrato, portando nel cuore il ricordo, e la speranza di ritrovare, gli amici persi o che ci hanno abbandonato.
Siamo disobliati. Amici disobliati, ma soltanto assieme ai nuovi compagni di viaggio.
Tenaci lottatori contro quelle mode di pensiero e di comportamento con le quali i potenti e gli opportunisti di ogni razza e casta stabiliscono il proprio dominio, gli amici disobliati sono tanti, pur essendo in pochi. Silenti e colloquiali quanto basta, vivono il mondo che può ancora essere dentro il mondo degenerato che purtroppo già è. Amano la letteratura, l'arte, il cinema, la musica, la scienza e svariate discipline di cui si compone lo scibile umano. Amano la buona cucina, quella fatta di prodotti tipici locali, i paesaggi incantevoli ammirabili nella nostra terra, i paesini sperduti nell'Aspromonte e le spiagge mediterranee. Amano gli incontri, le passeggiate, le conversazioni, il frequentare gli eventi culturali o organizzarne di propri. Amano la compagnia, perché passano il resto della loro vita in maniera solitaria, studiando, leggendo, osservando, scrivendo, dipingendo, componendo, creando. E soprattutto, amano restare qui, al sud, alla ricerca di quei punti di vista e di quelle lenti d'ingrandimento capaci di scuotere le coscienze, e le anime se ci sono, e di determinare un beneficio per i più. Per gli ultimi, i deboli, gli schiavi della nuova era.Basta uno sguardo, un sorriso, un bacio, un abbraccio o una stretta di mano con questi amici disobliati, basta soltanto la loro presenza o il ricordare la loro esistenza e il loro umile operato, per sentirsi più luminosi. Perché si comprende che noi siamo molto simili a loro e loro a noi. Folli, decisamente. Sognatori e illusi, di certo, di poter contribuire al cambiamento e al risanamento delle menti atrofizzate e narcotizzate che abitano la nostra terra.
È probabile che questi amici riusciranno nel loro intento così come è probabile che non ce la faranno mai. Eppure, è importante che questi sforzi ci siano, è fondamentale che loro ci siano. Perché senza di loro, oggi, non ci saremmo neanche noi.
E allora non resta che augurare agli amici disobliati, di continuare il loro viaggio nella conoscenza, perché con il loro persiste il nostro e si addensa la consapevolezza di essere davvero qui, davvero vivi.
Anche se ognuno di loro, di noi, non riuscirà a realizzare il sogno di vivere in un mondo completamente diverso da quello attuale, potremmo dire almeno, alla fine, di avere avuto tante tra le più belle amicizie che si possano mai desiderare: un'amicizia, appunto, disobliata.
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lunedì 11 aprile 2016
L'ARTE PERIFERICA: Intervista a Giusy Staropoli Calafati
- di Saso Bellantone
Giusy Staropoli Calafati, Vibo Valentia 1978.
Vive e opera a Briatico. Ha terminato i suoi studi nel ’97 e ha poi coltivato la sua passione per la letteratura con uno studio da autodidatta. Il suo “genio” creativo, viene sempre più riconosciuto ed annoverato nella grande tradizione letteraria calabrese che spazia da Alvaro fino al suo amato Saverio Strati. É vincitrice di importanti concorsi e premi letterari in Italia. Ha inoltre conseguito diversi riconoscimenti per il merito di narrare con impeto un Sud che è un destino dentro al cuore che ti prende e non lo sai lasciare. Presente in varie antologie di poesia contemporanea, ha pubblicato: “La mia terra”, Sabinae 2008, (prefazione di Gerardo Sacco); “Pensatori e Poeti”, Leonida 2010; “Natuzza Evolo due chiacchiere con Maria”, Falco 2013 (prima edizione); “SUD –La terra di Costabile”, Thoth 2014, (pref. a cura del prof. Luigi M. Lombardi Satriani); “ A passioni, canto in dialetto calabrese”, Thoth 2015; “SAVERIO STRATI non un meridionalista ma il Meridione in sé che parla”, Disoblio 2015.
Come ti sei avvicinata alla scrittura?
Senza voler tralasciare quella parte di verità che più mi si addice e che vede innata in me la passione per la scrittura, confermo di essermi avvicinata ad essa, e con passione, più o meno in terza elementare, quando, grazie alla mia maestra, ho avuto la possibilità e la fortuna di dare ampio spazio alla scrittura creativa con la formulazione di testi di ogni genere, durante la stesura dei quali io riuscivo senza inibizioni alcune, a liberare i miei pensieri, vivendo uno stato assai benefico.
Che cos'è la scrittura?
Per me la scrittura è la più ampia forma di libertà.
Più della parola, è scrivere che mi rende libera. Anche al Sud.
Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della scrittura, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Essendo per me uno stato libero la scrittura, penso essa abbia sensi e scopi imprescindibili.
Comunicare, dire, affermare, denunciare, fare, amare…
Nel mondo contemporaneo ha certamente un ruolo fondamentale sia a livello individuale che sociale. Resta una forma d’arte raffinata e autentica allo stesso tempo, alla quale anche i giovanissimi ricorrono con sempre più assiduità, riscoprendola come una seconda forma di vita.
I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio, la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire i tuoi scritti “poesie”, opere d'arte, creazioni nel senso pieno del termine?
Non sono io a dover definire i miei scritti “poesie”. Non potrei mai.
I miei sono tutti semplicemente ‘scritti’. Spetta al lettore, in tutta la sua crudezza, tradurre uno scritto in poesia, opera d’arte, creazione. E questo per fortuna avviene spesso e mi dà immensa soddisfazione.
Perché scrivi? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante l'arte della scrittura?
Scrivo per soddisfare un ‘piglio’ forse?
Ma no!, la scrittura è un’esigenza che ho dentro. Una forma d’arte che mi permette di raccontare me stessa raccontando gli altri.
Che cosa racconti nei tuoi scritti?
Nei miei scritti racconto la vita. Quella che va e quella che viene. Racconto storie e memorie antiche ma non vecchie. E ancora racconto la mia terra. Un Sud che è un destino dentro al cuore che ti prende e non lo sai lasciare.
Una scrittrice può sentirsi tale senza i lettori?
I lettori completano l’opera di una scrittrice.
Che cosa significa oggi vivere come una scrittrice e vivere esclusivamente della propria scrittura? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Vivere come una scrittrice è bello, ma porta con sé un grande carico di responsabilità. Tocca dare al lettore ciò che questo, di volta in volta, si aspetta e vuole, e non è sempre così semplice.
Vivere della propria scrittura, di questi tempi è certamente dura. Ma scrivere è una missione e come tale vi sono sacrifici da sopportare. E io per la gioia di scrivere, sopporto!
Cosa ti spinge a restare nella tua terra natia?
Le radici. Ché sono più forti delle mie ali.
Puoi definirti una sognatrice? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Non mi definisco sognatrice. Sognatrice lo sono. Ho un grande sogno nel cassetto: “il riscatto culturale e sociale della mia terra”. E scrivo perché questo sogno si realizzi.
Parlaci del tuo ultimo libro, “Saverio Strati. Non un meridionalista ma il Meridione in sé che parla”.
Giusy Staropoli Calafati, Vibo Valentia 1978.
Vive e opera a Briatico. Ha terminato i suoi studi nel ’97 e ha poi coltivato la sua passione per la letteratura con uno studio da autodidatta. Il suo “genio” creativo, viene sempre più riconosciuto ed annoverato nella grande tradizione letteraria calabrese che spazia da Alvaro fino al suo amato Saverio Strati. É vincitrice di importanti concorsi e premi letterari in Italia. Ha inoltre conseguito diversi riconoscimenti per il merito di narrare con impeto un Sud che è un destino dentro al cuore che ti prende e non lo sai lasciare. Presente in varie antologie di poesia contemporanea, ha pubblicato: “La mia terra”, Sabinae 2008, (prefazione di Gerardo Sacco); “Pensatori e Poeti”, Leonida 2010; “Natuzza Evolo due chiacchiere con Maria”, Falco 2013 (prima edizione); “SUD –La terra di Costabile”, Thoth 2014, (pref. a cura del prof. Luigi M. Lombardi Satriani); “ A passioni, canto in dialetto calabrese”, Thoth 2015; “SAVERIO STRATI non un meridionalista ma il Meridione in sé che parla”, Disoblio 2015.
Come ti sei avvicinata alla scrittura?
Senza voler tralasciare quella parte di verità che più mi si addice e che vede innata in me la passione per la scrittura, confermo di essermi avvicinata ad essa, e con passione, più o meno in terza elementare, quando, grazie alla mia maestra, ho avuto la possibilità e la fortuna di dare ampio spazio alla scrittura creativa con la formulazione di testi di ogni genere, durante la stesura dei quali io riuscivo senza inibizioni alcune, a liberare i miei pensieri, vivendo uno stato assai benefico.
Che cos'è la scrittura?
Per me la scrittura è la più ampia forma di libertà.
Più della parola, è scrivere che mi rende libera. Anche al Sud.
Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della scrittura, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Essendo per me uno stato libero la scrittura, penso essa abbia sensi e scopi imprescindibili.
Comunicare, dire, affermare, denunciare, fare, amare…
Nel mondo contemporaneo ha certamente un ruolo fondamentale sia a livello individuale che sociale. Resta una forma d’arte raffinata e autentica allo stesso tempo, alla quale anche i giovanissimi ricorrono con sempre più assiduità, riscoprendola come una seconda forma di vita.
I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio, la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire i tuoi scritti “poesie”, opere d'arte, creazioni nel senso pieno del termine?
Non sono io a dover definire i miei scritti “poesie”. Non potrei mai.
I miei sono tutti semplicemente ‘scritti’. Spetta al lettore, in tutta la sua crudezza, tradurre uno scritto in poesia, opera d’arte, creazione. E questo per fortuna avviene spesso e mi dà immensa soddisfazione.
Perché scrivi? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante l'arte della scrittura?
Scrivo per soddisfare un ‘piglio’ forse?
Ma no!, la scrittura è un’esigenza che ho dentro. Una forma d’arte che mi permette di raccontare me stessa raccontando gli altri.
Che cosa racconti nei tuoi scritti?
Nei miei scritti racconto la vita. Quella che va e quella che viene. Racconto storie e memorie antiche ma non vecchie. E ancora racconto la mia terra. Un Sud che è un destino dentro al cuore che ti prende e non lo sai lasciare.
Una scrittrice può sentirsi tale senza i lettori?
I lettori completano l’opera di una scrittrice.
Che cosa significa oggi vivere come una scrittrice e vivere esclusivamente della propria scrittura? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Vivere come una scrittrice è bello, ma porta con sé un grande carico di responsabilità. Tocca dare al lettore ciò che questo, di volta in volta, si aspetta e vuole, e non è sempre così semplice.
Vivere della propria scrittura, di questi tempi è certamente dura. Ma scrivere è una missione e come tale vi sono sacrifici da sopportare. E io per la gioia di scrivere, sopporto!
Cosa ti spinge a restare nella tua terra natia?
Le radici. Ché sono più forti delle mie ali.
Puoi definirti una sognatrice? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Non mi definisco sognatrice. Sognatrice lo sono. Ho un grande sogno nel cassetto: “il riscatto culturale e sociale della mia terra”. E scrivo perché questo sogno si realizzi.
Parlaci del tuo ultimo libro, “Saverio Strati. Non un meridionalista ma il Meridione in sé che parla”.
Il mio ultimo libro riporta alla luce la figura pragmatica del grande scrittore calabrese, Saverio Strati, con il quale si ha la possibilità di entrare con sensibilità ed efficacia nel vero stomaco della Calabria.
Un libro che nasce dalla volontà di negare al maestro Saverio il diritto all’oblio che altri prima di me gli hanno gratuitamente dato.
Un dovere nei confronti di un uomo e di uno scrittore che a Ponte Vecchio, guardando l’Arno, pensava al suo Ionio e piangeva.
Un autore di spessore, tradotto nel mondo, premio Campiello, pubblicato dalla più grande casa editrice italiana, che le nuove generazioni hanno l’obbligo di conoscere per conoscersi meglio. Perché, i libri di Strati sono veri lezionari di vita quotidiana; una sorta di Bibbia calabrese con parabole più d’una.
Un segno di riconoscenza dunque, a Saverio Strati, che grazie a questo libro, ritorna e con dignità e orgoglio in Calabria, nelle scuole, tra i calabresi suoi di sempre.
Chi desidera seguirti e saperne un po' di più sui tuoi scritti, dove può rivolgersi?
Può farlo attraverso i social: Facebook, Twitter; Instagram. O anche attraverso il mio blog personale all’indirizzo: giusystar.myblog.it
Alcune parole per i giovani.
Ai giovani il messaggio che mi sento di dare, è quello di darsi, in questa terra, nuove opportunità. Sono loro il futuro del Sud e del mondo intero.
“Lottate per le vostre idee, i vostri sogni. Non sentitevi offesi tutte le volte che altrove vi chiameranno ‘i calabresi’, o i ‘terroni’. Siatene fieri. Noi del Sud veniamo, e orgogliosamente, dalla terra. La terra tempra, ragazzi!
Difendete i valori che vi hanno trasmesso i vostri padri e le vostre madri. Salvaguardate la loro e la vostra lingua. Custodite come fosse memoria, sempre, la vostra identità. Date valore al senso dell’appartenenza e a quello dei luoghi. Pretendete che ‘i grandi’, siano questi le scuole, le chiese, la politica, la cultura, vi diano l’opportunità di scegliere se andare o restare nella vostra terra. Perché questa non è terra di nessuno. È la vostra (nostra) terra, appunto!
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DISintervista
sabato 9 aprile 2016
L'ideazione traditrice
- di Oscar Wilde
"C'è qualcosa di tragico nel fatto che appena l'uomo inventò una macchina capace di sostituirlo nel lavoro, cominciò a patire la fame".
"C'è qualcosa di tragico nel fatto che appena l'uomo inventò una macchina capace di sostituirlo nel lavoro, cominciò a patire la fame".
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