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mercoledì 13 settembre 2017

Jünger, Bauman e l'uomo come istinto d'osservazione e di sperimentazione vitale


- di Saso Bellantone

Il ciclone è quel fenomeno meteorologico causato dalla differenza della pressione atmosferica di una regione, generalmente bassa, rispetto a quelle circostanti, meglio conosciuti o individuabili come vortici. Si tratta in altri termini di spirali d'aria, nubi, pioggia mischiati tra loro, che ruotano in senso orario o antiorario a velocità talmente elevate da risucchiare o da distruggere, al loro passaggio, per effetto centrifuga, qualsiasi cosa, naturale o artificiale.
Ne L'operaio, Ernst Jünger paragona la vita in generale a un ciclone e reinterpreta la figura dell'oltreuomo nietzscheano come una forza, appartenente alle altre forze naturali, capace però rispetto a queste ultime di raggiungere il centro esatto della rotazione di questo fenomeno meteorologico, in cui la rotazione stessa è zero, cioè non c'è, non avviene.
Questo luogo, definito occhio del ciclone per via della sua forma, è inteso da Jünger come un punto di osservazione privilegiato. A partire da esso l'uomo, soggetto alla calma, alla sospensione, all'assenza di rotazione, è in grado di vedere, appunto, a 360° gradi ciò che gli sta attorno, dunque il vortice, la rotazione stessa, intesa dal filosofo tedesco come una metafora della vita in generale.
Insieme, occhio del ciclone e ciclone rappresentano secondo Jünger una immagine di ordine nel disordine, di stasi nel caos, di essere nel divenire. Essendo l'occhio sulla vita che gli sta attorno, l'uomo (o l'oltreuomo nietzscheano) avrebbe il compito, o la caratteristica, di dare un senso alla confusione circostante, secondo una forma, una modalità d'esistenza che, piuttosto che renderlo soggetto alla babele che gli sta intorno, minacciando la sua sopravvivenza, lo rende soggetto soltanto a se stesso, salvaguardando e potenziando la sua esistenza stessa.

Nel tempo della fine delle speculazioni metafisiche, in Vita liquida, Zigmunt Bauman concepisce la vita in generale come liquida, come un elemento cioè informe la cui caratteristica principale è la fluidità. La vita, in tal senso, dovrebbe fluire costantemente fino a perdersi definitivamente in un altro elemento liquido più grande, pieno di misteri e segreti, che è il mare. Ma in questo fluire prima della fine, la vita, proprio perché è un elemento liquido informe, avrebbe anche la caratteristica innata di prendere la forma, anche se temporaneamente, degli oggetti, degli enti che possono contenerla. Tale contenimento, come detto, è temporaneo, passeggero, perché il senso di ciò che è liquido è il fluire e non il permanere, dunque qualsiasi contenitore prima o poi sarà svuotato del liquido che ha in seno, per accogliere nuovi liquidi o per svanire esso stesso, in quanto liquidità costitutiva apparentemente e precariamente stabilizzata, nel mare o essere reimmesso in circolo, riciclato.
L'uomo stesso, amplificando il linguaggio baumaniano e conducendolo in una prospettiva ontologica, non sarebbe altro che un liquido tra i liquidi, soggetto alle leggi che regolano gli elementi fluidi. Il suo senso sarebbe il fluire, passando perfino da un contenitore all'altro (per quanto riguarda il suo modo di pensare o il suo abito di pensiero), fino al perdersi definitivamente nel mare o all'essere riciclato. Clonazione e miracoli della scienza a parte, capaci cioè di trasferire la coscienza umana da un corpo a un altro, il destino dell'uomo sarebbe dunque il perdersi nel mare dei liquidi. Ma è vero anche che al di sopra e al di là del mare vi è un altro elemento, il sole, capace di trasformare il mare stesso in aria, il liquido in gas, e ciò fa chiedersi se lo stesso vale per quelle piccole particelle che, in precedenza, sono state di un uomo, di una coscienza. Così come le particelle di mare, per effetto del calore solare, si trasformano in particelle di gas e queste ultime, una volta condensatesi, tornano in circolo nella terra sotto forma di pioggia, che invade e nutre qualsiasi essere vivente, mentre altre si perdono nell'etere, allo stesso modo particelle di uomo, ormai mare, o di sua coscienza, potrebbero avere la stessa sorte e fare pensare a una sua rinascita se non a una sua reincarnazione. Ma queste sono soltanto ipotesi visionarie.

Jünger e Bauman s'incontrano su un punto: tutto è precario, caotico, disordinato, informe, dinamico; l'uomo è parte integrante di esso ma la sua funzione, agli occhi dell'uno e dell'altro pensatore, è diversa.
Mentre il primo, nella pancia della metafisica, pensa l'uomo come un occhio del ciclone, dunque come osservatore, come una forza naturale tra le altre, capace di osservare e condizionare le altre per la propria conservazione e per il proprio potenziamento, il secondo invece, privo di una qualsiasi metafisica, perché fuori-luogo e perché proveniente egli stesso dal campo della sociologia, intende l'uomo come un elemento naturale tra gli altri, capace sì di condizionare gli altri per vantaggi personali o collettivi di breve durata, ma il cui senso è soltanto il fluire stesso (nonostante la sua capacità mentale di essere contenuto all'interno di precisi contenitori concettuali, siano questi ultimi sistemi di pensiero, mode o quant'altro).
Quello che sfugge è che il liquido, per poter fluire, cerca istintivamente il percorso adatto a questo scopo, altrimenti, non potendo fluire, non sarebbe se stesso, non manifesterebbe la sua essenza, lasciandola in sospeso, fino al momento in cui qualcosa cambi. Per esempio, immaginiamo una diga d'acqua. Il liquido trattenuto dalla diga è, sì, acqua ma non potendo fluire è come se non lo fosse, perché la caratteristica dell'acqua è il fluire (oltre che gli svariati usi umani). Ma nel momento in cui si aprisse una crepa nella diga o si collegasse ad essa un sistema di tubature aperto, l'acqua, cominciando a fluire, manifesterebbe la sua essenza, dunque sarebbe se stessa, realizzerebbe il proprio scopo.
Avvicinando le loro riflessioni, Jünger e Bauman mostrano che l'uomo è una forza naturale e in quanto tale è dotata di un istinto a manifestare la propria essenza (o a manifestare il proprio scopo, per dirla in un'altra maniera), la quale è la tendenza a fluire nella vita alla ricerca, mediante l'osservazione e l'esperimento, di forme d'esistenza capaci di potenziarlo (o di depotenziarlo, considerando alcuni sistemi di pensiero di carattere religioso).
L'uomo sarebbe dunque istinto d'osservazione e di sperimentazione vitale, in vista, aggiungeremmo, anche di altri scopi che, alla fine, rientrano nella sua ricerca di maggiore vita. Le domande imperiture dell'uomo su Dio, l'anima e altri misteri del cosmo non sono soltanto il tentativo di capire qual è la conformazione dell'esistenza in generale, ma anche di verificare se all'interno di tale conformazione c'è la possibilità, dopo la morte, di ottenere (o di essere) altra vita. In altri termini, se c'è la possibilità di esistere di nuovo.
Ma a noi piace pensare che l'uomo non sia altro che il ciclone stesso, nella sua interezza, a volte comprensivo di occhio; piace pensare che sia la liquidità stessa, puro istinto al fluire inteso come precarietà, caos, disordine, informità, dinamismo, in cerca, anche in maniera cosciente, di ulteriore fluire, senza sosta, senza mai fine. L'uomo è la fluidità stessa alla ricerca istintiva (naturale) o cosciente di nuove possibilità in cui manifestare la propria essenza, ossia il fluire, ancora, ancora e ancora per sempre, per l'eternità.
È in questo suo istintivo e/o consapevole fluire sperimentale che l'uomo scopre e crea (qualsiasi cosa) a suo vantaggio o svantaggio o di quello degli altri suoi simili, degli altri esseri viventi e del luogo che abita. Ed è qui, forse, si aprono nuovi scenari del pensiero.

sabato 9 settembre 2017

Sincronia passeggera


- di Saso Bellantone
"Prendete due orologi e metteteli vicini. Le lancette dei secondi si muoveranno a un ritmo differente ma verrà un momento in cui troveranno la sincronia. Si muoveranno assieme. Così come agli astri e agli elementi, allo stesso modo accade alle persone. Prima o poi, anche se solo per pochi istanti, avranno lo stesso passo: lì può radicarsi un destino comune".

lunedì 4 settembre 2017

Il peso delle parole


- di Saso Bellantone

"Le parole sono come gocce di cera fusa. Ardono tutte. Alcune però evaporano e si perdono nell'etere, altre invece si sciolgono e si depositano nel paese dei ricordi".

mercoledì 14 giugno 2017

Amare il crepuscolo



- di Saso Bellantone
Quando un'era finisce non si capisce dal tramonto bensì dall'alba.
La luce si fa strada oltre le montagne e, riflettendosi sulle cose come lento ruscello appena nato, mostra il mondo in maniera nuova, impregnandolo della vita. L'acqua è più limpida, l'aria più fresca e delicata, il cielo più nitido, la terra più fertile e tutto il resto è avvolto in una nuova chiarezza, come se gli occhi si fossero aperti soltanto adesso e si vedesse per la prima volta la bellezza dell'esistente, nei suoi dettagli e nelle sue sfumature. La trasparenza della rugiada, i mulinelli delle maree, la rughe degli arbusti, le geometrie delle rocce, le profonde impronte tracciate sulla spiaggia e quelle sulla battigia del tempo.
Sono tante queste orme. Aride o feconde, vive o putrefatte, decise o sfigurate, sanguinolente o iridescenti, tutte, nella loro molteplicità e irripetibilità, nella loro semplicità o segretezza, condizionano, come uno scooby-doo fatto da infiniti fili, l'intrecciarsi delle invisibili correnti della vita con quelle insondabili della morte, generando ora il nuovo ora il caos ora la stasi ora un'altra volta il caos.
Il caos, o Chaos, non è altro che un diverso modo di stare nell'ordine, come l'occhio del ciclone, l'aereo sopra le nuvole burrascose, la nave oltre la tempesta, l'astronave lontana dal suo pianeta natio. Emerge l'origine nella fine, il bene nel male, il riso nel pianto, il senso nell'insensato. Si mostra, in esso, il diradarsi di un'altra prospettiva, altra rispetto a quella in cui sosta ancora un piede e altra rispetto a quella in cui l'altro piede non è ancora sostato. Affiora una epochè, sospesa sopra tutte le altre sospensioni, come piuma svincolata da ogni gravità e sedotta dalla mera leggerezza, preda della pura e incontaminata delicatezza.
È qui ed ora che si vorrebbe restare. Si allunga una mano ma l'epochè svanisce come sogno innanzi alla veglia, e non si afferra altro che il nulla d'essere e di avere, privo cioè di ogni identità e di ogni proprietà, sicurezza e ragione. Si resta soli, con un pugno che si schiude e una mano aperta da cui il momento è volato via. Si torna soggetti al divenire, oggetti tra gli altri in mezzo ai flutti del calcolo e dell'inevitabile.
Per poco, si trattiene il respiro, nostalgici della consapevolezza senza godimento appena fuggita, ma ci si accinge subitaneamente a riprendere il fiato e a soffiarlo via. Via, dai ricordi di una vita tramontata, e via, verso quella appena cominciata.
Sì, perché la via è duplice e al suo cospetto occorre soltanto regolare l'ora e puntare al polo nord, nonostante si sia privi di lancette e di aghi. Ed è questa la sfida umana più ardua, capire che si può diventare orologio e bussola soltanto innanzi al tempio, vale a dire: il volto dell'altro, quell'altro che spesso e volentieri non intende fare lo stesso innanzi a noi né innanzi ad altri volti ancora, per appagare i propri futili desideri.
Questa è la dannazione dell'uomo della conoscenza: vivere nei deserti in cerca di acqua e trovare soltanto il sole cocente, quel sole che dà alla testa a tutti quanti o, forse, soltanto alla sua. Forse è per questo che la testa di un pensatore nasce sempre postuma rispetto alla civiltà, alla società e al tempo in cui vive: perché non usa turbanti né cappelli, e a ragione! Che cercatore sarebbe? Di marchi, strumenti e brevetti?
No. Le scoperte non conoscono spread né valuta e richiedono ciò che macchine, robot e I. A. non hanno: le emozioni, le intuizioni, il sacrificio, l'amore disinteressato.
È questo amore che arde in colui che cerca: quello che nel “crepuscolo” vede il principio e non la conclusione, una nuova era e non quella appena passata, l'occasione e non la vuotezza dell'omogeneo.

martedì 6 giugno 2017

Il mondo degli arrivanti anzi, no, degli arrivati


- di Saso Bellantone
"Sbircio col telescopio la dirittura d'arrivo ma non vedo altro che (già) arrivati".

martedì 30 maggio 2017

L'ARTE PERIFERICA: Intervista a Matteo Calderaro


- di Saso Bellantone
Matteo Calderaro meglio noto con gli pseudonimi Calabro o Mr.Mayhem (Oppido Mamertina, 18/10/1984) è un rapper calabrese proveniente da Varapodio, un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria.
Il nome Calabro è segno identificativo del luogo di provenienza e risale al periodo trascorso nella città di Bologna tra il 2003 e il 2013, in cui muove i suoi primi passi come Mc a diverse jam ed eventi. È lì che conosce parte dei maggiori esponenti della scena Hip Hop del momento, tra cui Lamaislam, Inoki, Nunzio e molti altri rapper del collettivo Porzione Massiccia Crew, con alcuni dei quali nasce un rapporto di amicizia e il nickname Calabro con cui il rapper viene chiamato e si fa conoscere all’interno della scena bolognese.
Dopo un periodo di studio e apprendimento della cultura Hip Hop e delle sue discipline nel 2012 esce il suo primo lavoro dal titolo “Vita i Paisi”. Album di 10 tracce interamente autoprodotto in cui il rapper si racconta e racconta la realtà delle sue origini.
Nel 2013 ritorna in Calabria nel suo paese natale e dopo qualche anno di riflessione nel 2016 esce con il suo secondo album dal titolo “One and Only” accompagnato dal suo primo videoclip “Guerra Santa” singolo estratto dall’album. Qui le produzioni sono affidate al produttore calabrese Melo Zamo e a Peppe Cirino come la produzione esecutiva e la collaborazione in alcune tracce.
Nel 2017 entra a far parte dell’etichetta GrandMaster Records, nuova label, all'interno dell'edizione musicale milanese Pa 74 Music di cui Peppe Cirino è direttore artistico. In questo periodo, mentre lavora al prodotto ufficiale e inedito, fa uscire un altro videoclip “La Cura” singolo che anticipa l’uscita a breve del nuovo mixtape.


Come ti sei avvicinato alla musica rap?
Conobbi questa musica nei primi anni novanta grazie a mio cugino, è lui che mi ha introdotto. Ricordo ancora la prima cassetta che mi fece ascoltare, Ice-T “Original gangster”, sarà stato il 93/94, avevo 9/10 anni e da lì cominciai ad appassionarmi a questo genere; ai tempi facevamo i salti mortali con mio cugino per trovare le cassette e per stare al passo con l’Hip Hop.
Vivevamo in una piccola realtà, e allora, questa musica era considerata veramente di nicchia quindi difficile da reperire.
Comunque è cominciato tutto più di vent’anni fa e ancora sono qui.

Che cos'è il rap?
Il Rap è parte di un movimento culturale più grande chiamato Hip Hop, nato negli Stati Uniti, precisamente nel Bronx, e consiste essenzialmente nel parlare seguendo un certo ritmo. Questa tecnica è eseguita dagli “Mc”(freestyler) mentre i Dj accompagnano gli Mc.
Questa è la vera definizione di Rap che sembrerà banale, ma molta gente non conosce o lascia passare in secondo piano.
Per quanto mi riguarda il rap è il mio linguaggio, il mio mezzo per esprimermi, il modo che ho per comunicare con gli altri.

Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della musica rap, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Oggi molta gente ha perso il senso, ha smarrito l’origine. Vedo molti pseudo artisti che si spacciano per rap, ma non conoscono il rap, lo usano, lo sfruttano perché magari adesso va di moda o per i propri interessi.
Ma il Rap è parte di una cultura che viene dalla strada e rimane nella strada, è un'arte e come ogni arte va studiata e conosciuta prima di interpretarla e soprattutto non va snaturata solo per vendere qualche copia in più.
A molti ormai interessa solo vendere, solo il successo, le classifiche, i like, le view, e devo dire che ormai le tv con questi talent stanno rovinando un po’ tutto; si è perso il vero obbiettivo che dovrebbe essere quello di rappresentare questa musica per quello che è e non trasformarla per farsi passare in radio.
Io credo che bisognerebbe pensare di più al contributo che ognuno di noi riesce a dare a questa musica per farla crescere e non utilizzarla per far crescere solo la nostra popolarità.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio, la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire i tuoi brani “poesie”, opere d'arte, creazioni nel senso pieno del termine?
Sì, credo di sì, perché penso che ogni rapper, mc, liricista sia anche egli un poeta che usa le parole come arte, in questo caso l’arte delle rime, per trasmettere un messaggio. Io credo che i rapper oggi siano poeti urbani, i poeti del mondo odierno, i poeti di questo tempo.

Perché scrivi musica rap? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante l'arte della musica rap?
Dico sempre che è stato il rap che mi ha salvato, mi ha dato uno scopo, un obbiettivo, un qualcosa in cui credere.
Ecco perché scrivo, perché sento l’esigenza di trasmettere agli altri quello che ho dentro: i miei pensieri, le mie paranoie, le mie frustrazioni. È l’unica cosa che mi rende felice, soddisfatto, realizzato. Scrivo perché è l’unico modo per aprirmi completamente, carta e penna non giudicano, non votano, accettano semplicemente la verità e mi consentono di voltare pagina. Ogni rima, ogni strofa, ogni pezzo è una parte di me, un pezzo della mia storia che rimane nel tempo, e non contano i soldi oppure il successo, se il mio messaggio riesce ad arrivare anche ad una sola singola persona: è lì che avrò raggiunto l’obbiettivo, ed è per questo che lo faccio.

Che cosa racconti con i tuoi brani?
Io credo di essere un rapper abbastanza introspettivo, quindi i miei testi rispecchiano molto questa mia introspettività ma in realtà nei miei brani non ci sono temi o logiche particolari appositamente ricercate, è tutto frutto dell’ispirazione.
Voglio dire è l’ispirazione, è lei che mi guida quando scrivo, e può essere dovuta a qualsiasi cosa, un sentimento, qualcosa che ho vissuto oppure un libro che ho letto, un film che ho visto.
Prima di scrivere un pezzo non so mai di cosa voglio parlare, ma alla fine è tutto più chiaro.
Questo mi serve ad essere reale quando scrivo, perché essere reali è la cosa più importante.

Un rapper può sentirsi tale senza il pubblico?
Beh, sì e no, cioè penso che il pubblico sia importantissimo, lo facciamo apposta, per far arrivare il nostro messaggio a più persone possibili. Ma non credo sia la cosa più importante, più importante è essere soddisfatti di quello che si è fatto, del contributo che si è dato all’Hip Hop. Io ad esempio mi sento soddisfatto dopo aver scritto un pezzo se mi piace, anche se non lo ha ascoltato nessuno,sono ugualmente fiero del lavoro che ho fatto. Penso che tutti dovremmo ragionare in questo senso, in tutti i campi e in tutti i livelli, perché il riscatto collettivo è più importante di quello personale.

Che cosa significa oggi vivere come un musicista e vivere esclusivamente della propria musica? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Per quello che mi riguarda vivere di musica, vivere come un musicista è assolutamente normale, è quello che faccio tutti i giorni, è come vivo quotidianamente. Intendiamoci, vivere di musica non vuol dire campare con la musica, mantenersi, per quanto mi riguarda, anzi io ci ho sempre rimesso, nel senso che se dovessi fare un bilancio, sono più i soldi che ho speso di quelli che ho potuto guadagnare, ma come ti dicevo prima non vedo la musica dal punto di vista economico e per me vivere di musica è svegliarsi ogni mattina con un pezzo nella testa, le emozioni e l’ispirazione che può darti un suono che ti piace, la soddisfazione che ti dà riascoltare un pezzo che hai finito quando capisci di esser riuscito a far passare il messaggio che volevi.

Cosa ti spinge a restare nella tua terra natia?
Semplice, i legami che ho qui, in primis la mia famiglia, le persone che amo. Credo che la vita sia una e a volte anche breve, quindi tutti noi dovremmo passarla vicino alle persone che amiamo.
Poi anche l’amore per questa terra, nel bene e nel male, con tutti i suoi pregi e difetti, perché credo che bisogna rimanere e lottare per la propria terra piuttosto che scappare con la speranza di qualcosa di meglio.
Poi dove ci porterà il vento non lo possiamo sapere.

Puoi definirti una sognatore? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Definirmi un sognatore no, non lo so, e comunque se ho qualche sogno nel cassetto non lo dico altrimenti non si avvera, giusto?
Più che sognatore sono un realista e credo che ormai il tempo per sognare sia passato, mi resta solo il tempo per vivere.

Parlaci del tuo ultimo album, “One and Only”.
One and Only è nato intorno al 2015 dopo un periodo di riflessione io cui non sapevo dove stavo andando e se fosse veramente questa la mia strada, un periodo di inattività dovuto ad alcuni problemi e momenti difficili che ho passato ma che nella vita accadono, e sono questi che ti fanno capire cos’è veramente importante, e ti fortificano per poter raggiungere gli obbiettivi che hai.Per questo dicevo che il rap mi ha salvato, il rap mi ha aiutato a superare questi momenti difficili, momenti in cui mi sentivo solo, sprofondare in un limbo, ed è lì che è nato One and Only.In questo album ho cercato di mettere me stesso e tutto quello che ho passato in quel periodo, infatti ci sono pezzi introspettivi come “Scrivo” o “Libero”, ma anche pezzi di rivendicazione e riscatto sociale come “ Guerra santa” o “Pelican Bay”, ma pure pezzi più freschi e autoironici come “Terronismo” o “Musica scegli per me”. Nel complesso penso ci sia un po' di tutto.
Le produzioni sono state fatte per lo più da Melo Zamo, amico e producer calabrese di vecchia data come me legato a suoni della Golden Age di questa roba, e da Peppe Cirino anche lui un membro della vecchia scuola calabrese, produttore e mix engineer, che ha anche partecipato liricamente in due pezzi.
Per chi lo volesse acquistare può trovarlo in tutti i migliori negozi digitali, Itunes e vari, oppure contattandomi personalmente.

Prossimi lavori, uscite, e poi chi desidera seguirti e saperne un po' di più sulla tua musica rap, dove può rivolgersi?
Per quanto riguarda le prossime uscite, c’è un mixtape di 18 tracce pronto ad uscire a breve in free download, che raccoglie il frutto del mio lavoro in quest’ultimo anno, in più il videoclip di un nuovo singolo “Atomi e membrane” che anticiperà il mio nuovo album ufficiale sotto l’etichetta GrandMaster Records.
Per chi desidera seguirmi e sapere di più sulla mia musica può seguirmi sul mio canale Youtube calafrika18, su Facebook Calabro84, oppure sui futuri canali che la GrandMaster sta per aprire.

Alcune parole per i giovani.

Ai giovani voglio dire: esprimetevi, tirate fuori quello che avete dentro. Credo che ognuno di noi abbia un'arte, abbia qualcosa da dare, nella musica come in ogni altra cosa. Bisogna tirarla fuori, manifestarla.
Ma soprattutto, rimanete sempre veri, reali, non smarrite mai l’origine.
Il vero riconosce il vero.

giovedì 22 dicembre 2016

Ciao Natalino...


- di Saso Bellantone

Alcune persone fanno pensare ad Edward Bloom, protagonista del film diretto da Tim Burton, tratto dall'omonimo romanzo di Daniel Wallace, Big fish. Le storie di una vita incredibile (2003). Quando racconta le storie assurde e fantastiche che ha vissuto – ha conosciuto un uomo alto 5 metri, un uomo lupo, una strega dall'occhio di vetro e ha catturato un grande pesce che nessuno è mai riuscito a pescare –, Edward non viene creduto da nessuno e viene considerato un pazzo ma quando si ammala e, alla fine, se ne va, ecco che tutti si ricredono, scoprendo che dietro quei racconti fantasiosi si celavano davvero delle verità.
Così come per Edward, allo stesso modo è per molte persone quando se ne vanno via, come nel caso di Natalino Tripodi. Un uomo d'altri tempi, contrassegnato dalla garbatezza dell'essere, da sani principi, onestà, bontà, spirito di sacrificio e amante della semplicità, decisamente fuori posto, anzi fuori tempo, in quest'era marchiata della mera e vuota apparenza, dalla sfrenata follia social e virtuale specchio di quella concreta, dall'avido arrivismo voltafaccia, dalla “professorite acuta” che ha infettato, ormai, tutti quanti.
Tutti chattano, commentano, sia al bar sia sul social, muniti della propria laurea in (in)competenza generale, lavandosi così la mani e la coscienza e lasciando che il mondo cada, mentre Natalino si assumeva umilmente le sue responsabilità, senza vantarsi dei suoi studi, firmando sui giornali, sul blog personale, nelle trasmissioni radiofoniche o nei libri il proprio pensiero, le proprie analisi e i propri suggerimenti per cambiare le cose, per contribuire al cambiamento, per le future generazioni.
Tra musica e parole, trasmissioni radiofoniche, articoli, interviste, libri e, per chi ne ha avuto la fortuna, conversazioni reali, Natalino ha fatto la differenza. Ha inteso il suo essere nel mondo come una compagnia da donare agli altri, una disposizione d'animo senza pretesa alcuna se non quella di servire l'altro nel rispetto totale della sua persona, informando o fornendo prospettive alternative su fatti, eventi e questioni locali e internazionali, oltre che esistenziali, capaci di far crescere sul piano intellettuale il proprio interlocutore.
Natalino ha raccontato di mercanti, di principi, di appuntamenti galanti, di ricordi, di amore, speranza, coraggio, amicizia – storie inventate e per questo motivo irreali, che nulla servono al mondo di oggi, basato su calcioscommesse, paparazzi, delitti irrisolti, previsioni meteo e quattro salti in padella. Così ha sempre pensato la gente. Quella stessa gente vanitosa, affarista e piena di sé assente durante le presentazioni dei suoi libri “perché non c'era pesce fritto o arrostito”, che ha “chiesto” i suoi libri non per leggerli ma per tenerli parcheggiati in qualche mensola o cassetto di casa propria “per favore” o in quanto moda del momento, che ha rifiutato la sua compagnia e di fargli compagnia, specie nel momento di estremo bisogno, segnato dalla scomparsa dell'amata moglie.
Un evento tragico e improvviso che ha fatto scattare un conto alla rovescia, conclusosi giorni fa con la scomparsa dello scrittore per male d'amore. Per cinque anni Natalino ha combattuto la solitudine aumentando la mole dei suoi scritti, alcuni ancora inediti, altri pubblicandoli nel blog “Ut unum sint”, una pagina di diario internet che riflette la visione della vita della scrittore. “Che siano una cosa sola”, questo il significato del latino, Natalino ha vissuto nella speranza di contribuire all'unità di tutti i popoli nell'amore e nel rispetto dei valori umani, filtrati dalla conoscenza e dal dialogo.
Ricordo ancora quando assieme ad un amico lo agevolammo ad aprire e a curare il blog: era felicissimo, perché adesso poteva riprendere ad aiutare il mondo stesso a migliorarsi, per mezzo della riflessione, del ragionamento, dello scambio di prospettive. E da allora ha scritto davvero tanto, su qualsiasi argomento, illuminando ogni questione con la luce del buon senso. Ricordo ancora il primo libro: era felicissimo, perché ora poteva trasmettere ai più giovani i valori essenziali su cui fortificarsi e con cui guidare i propri passi. Ricordo ancora quella volta in cui a casa sua mi suonò e mi cantò la canzone dedicata a Nuccia: era emozionatissimo, sembrava fosse ancora lì assieme a noi e stesse dicendoci di non cantarla perché si vergognava.
Oggi che non c'è più, tutti – specie chi non ha letto nemmeno un post del suo blog – parleranno di lui, della sua intervista a Mimì, della sua grande vena artistico-letteraria e di quante cose hanno fatto insieme, prendendosi dei meriti “davvero immaginari” rispetto a quanto Natalino scriveva e pensava. I suoi scritti non sono altro che la sua anima, rinnegata da quella stessa gente che in vita Natalino ha voluto servire gratuitamente, per trasmettere quelle “verità” solide oltre il tempo e dietro le parole, di cui qualsiasi civiltà o comunità ha bisogno. L'amore vero, provando il quale tutto è pura poesia, l'amicizia e il rispetto veri, anche nei confronti di chi, come Zanna, manca soltanto della parola, il coraggio di combattere quotidianamente contro il male senza comunicati stampa e striscioni, la speranza in un mondo migliore possibile nella fermezza nelle proprie convinzioni e nella perseveranza nelle proprie azioni con coerenza, umiltà e rispetto delle leggi, la memoria della condizione umana nel fluire del tempo e nel cambiamento dei costumi.
Così come nei suoi scritti, stare con Natalino ti faceva sentire bene. Qualsiasi pensiero fuggiva via innanzi alla pacatezza e all'allegria che lui aveva, nonostante la difficoltà degli ultimi cinque anni. Era come trovarsi nel mondo vero, dove non vi era traccia della degenerazione totale della società e dove vi era posto soltanto per la bellezza della relazione, per l'amicizia vera e sincera, con e senza parole, nella totale comprensione e nel reciproco rispetto, nel piacere della consapevolezza. Non volevi nient'altro.
Con lui se ne va un titano, un uomo vero, una mente brillante e un cuore puro; una quercia secolare le cui radici, assieme a quelle di pochi altri uomini come lui, hanno finora tenuto salda la terra su cui camminiamo, malgrado nessuno se ne fosse accorto.
Ora invece tutto si sgretola, frane e smottamenti cancelleranno definitivamente la società passata e, forse, tutti se ne accorgeranno.
Speriamo non sia troppo tardi.
Ciao Natalino,
grazie per la “stoffa preziosa” che mi hai donato: la tua amicizia.
Continuerò a custodirla gelosamente.

sabato 3 dicembre 2016

Un giorno NO


- di Saso Bellantone

Avete presente quei giorni in cui non avete voglia di fare nulla? In cui vorreste restare a letto per tutto il tempo e, invece, siete costretti ad alzarvi? In cui, una volta alzati, tutto va storto?
Bene. Questo è uno di quelli. Un giorno no.
È domenica mattina. Oggi non si lavora. Si può oziare serenamente tra le coperte o continuare a dormire, lasciando tutto alle proprie spalle.
E invece no!
Non solo lei ti ha costretto a dormire in posizioni circensi per tutta la notte, dicendoti “Ho freddo, abbracciami!”, non solo lei ti ha rubato le coperte per tutta la notte, trasformandoti in un pinguino, non solo lei ti ha sfrattato dalla tua parte del letto perché la sua non le bastava, costringendoti a dormire in bilico tra lo spigolo del materasso e il vuoto, lo stesso vuoto percepibile dalla terrazza di un palazzo di 50 piani, ma adesso ti prende a gomitate, calci, testate, continuando a dormire placidamente. Guardi lei e poi il soffitto, oltre il quale un dio burlone sembra darti l'ok dall'alto dei cieli e, sospirando, lasci che i tuoi timpani siano perforati dal dolce suono simile a quello di un boing 787, proveniente dal piano inferiore, dove, alle 7:00 di mattina, una brava donna ha pensato di cominciare in anticipo le pulizie extra della casa, partendo dall'aspirapolvere.
“No! l'aspirapolvere no!”
È fatta. Non puoi riposare. Sei costretto ad alzarti e a cominciare la tua giornata prima del previsto, perché sei figlio di uno zio minore, dal momento che dio ti guarda dall'alto con occhiali 3D e popcorn, incitandoti a proseguire.
Bene. Sposti le coperte e lasci che il freddo della Siberia accarezzi il tuo corpo per rassodarlo un altro po', visto che il trattamento congelante notturno non è bastato.
“No! Il freddo no!”
Ti alzi velocemente dal letto e appoggi i piedi per terra, nella speranza di raggiungere al più presto la stufa e poterti riscaldare, ma anche il pavimento è freddo e, inoltre, stranamente umido. Forse è stata un'inondazione notturna ma dal momento che abiti al terzo piano pensi di aver dimenticato qualche finestra aperta e che abbia piovuto; poi, ti chiedi come mai Bobby, quel vecchio labrador guastafeste, non sia ancora venuto a darti il buongiorno e annusando il delicato profumo simile a quello dei cessi pubblici, ti rendi conto che qualcuno ha fatto la pipì proprio di fianco al posto tuo del letto.
“No! La pipì no!”
Ti asciughi i piedi alla meno peggio con le calze di spugna e ti dirigi verso il bagno ma stamane il pavimento sembra essere stato soggetto a un'alluvione biblica – dio alza le mani, in segno che lui non c'entra nulla. Accendi la luce e noti che il tuo caro amico a quattro zampe, Bobby, ha marcato tutta la casa con i suoi schizzi. Forse perché Bobby è un discendente del cane di Picasso, forse perché non è mai stato un cane dispettoso ma ha improvvisamente deciso di diventarlo, in ogni caso per muoverti in casa hai bisogno di una gondola o di un motoscafo.
“Bobby!” – maledetto bastardo, dici nella tua mente – “Bobby vieni che ti do i biscotti!” lo chiami invano ma il labrador sembra essere scomparso, svanito come parola sulla punta della lingua.
Entri in bagno, ti lavi piedi e riempi un secchio con acqua, candeggina e straccio e ripulisci tutto il pavimento della casa, chiedendoti ancora dove sia finito il tuo amico a quattro zampe, probabilmente invisibile come l'uomo del romanzo. Poi lo vedi, dietro il portaombrelli all'ingresso dell'appartamento, in una strana posizione aerobica: fa il ponte, come quello di Brooklyn o di Sant Louis Re.
“No! La cacca no!”
“Bobby fermo che andiamo sotto!”.
Prendi il guinzaglio, apri la porta, corri giù per le scale come maratoneta, apri il portone, esci nel giardino comune, lasci che Bobby dia il meglio di sé sul prato e ti accorgi che non hai né guanti né buste.
“No! I guanti no!”
Metti le mani in tasca e ti rendi conto non solo che non hai le tasche, perché sei ancora in pigiama, ma che non hai proprio le chiavi di casa e che sei rimasto fuori!
“No! Le chiavi no!”
Suoni il campanello. Al citofono risponde lei: “Che fai fuori a quest'ora? Dove sei stato?”.
“Poi te lo spiego. Apri per favore”.
Torni a casa. La signora del piano di sotto, sempre con l'aspirapolvere in moto, ti dà il buongiorno. Ricambi di corsa e vai su. Liberi il dannato amico, prendi l'occorrente e lei ti chiede se hai fatto il caffè: “Lo faccio subito, il tempo di scendere e di risalire” rispondi.
Vai giù, ripulisci tutto e citofoni di nuovo, perché hai di nuovo dimenticato le chiavi: “Chi è?” dice lei.
“Buongiorno sono il lattaio... Mi apri di nuovo per favore?”
“Ma che ci fai di nuovo giù?”
“Poi te lo spiego.”
Torni di nuovo a casa e lei ti fa i complimenti per aver fatto pulizie di primo mattino e ti chiede che ne è del caffè: “Normale o macchiato?” la prendi in giro, trattenendo i nervi.
“Normale normale... Vuoi dirmi dove sei stato?”.
“Poi te lo spiego.” sbuffi.
Prendi la moka, che ovviamente ti cade dalle mani, la raccogli, la sciacqui, prendi il contenitore e scopri che il caffè è finito.
“No! Il caffè no!”
Spieghi la questione a lei, la quale disapprova perché dovevi prenderlo tu ieri, e vai in bagno per lavarti i denti, cambiarti e andare al bar.
“No! Il dentifricio no!” il dentifricio è finito così, consapevole che residui di esso rimangono nello spazzolino, provi a lavarti i denti lo stesso: apri il rubinetto dell'acqua fredda ma stranamente non scende goccia alcuna. Sei perplesso. Richiudi e apri quello dell'acqua calda. Nessuna goccia.
“No! L'acqua no!”. Non c'è acqua, lo scaldabagno è spento e non c'è luce, dunque il motorino non funziona.
Sciacqui i denti con l'acqua imbottigliata, apri l'armadio per prendere i vestiti puliti e ti accorgi che non ce ne sono: sono tutti nel contenitore degli abiti sporchi e devono essere lavati oggi.
“No! I vestiti no!”
Apri lo scatolo coi panni estivi. Metti un paio di pantaloncini, una maglietta hawaiana e, infilato il giubbotto, corri al bar sotto casa per prendere i caffè ma il bar è pieno di gente.
“No! La fila no!”
Aspetti il tuo turno prima alla cassa poi al bancone, mentre la gente ti guarda sbalordita. Sorridi, mandando tutti a quel paese, e finalmente chiedi i caffè: “Uno qui, uno da portare via”.
Il barista ti serve prontamente e prontamente il caffè ti cade addosso.
“No! Il caffè no!”
Ti asciughi come puoi, mentre barista e titolare ti fanno mille scuse, ritiri il caffè da portare via e incontri Carlo, vecchio amico d'infanzia, il quale ti ricorda che oggi si vota per il referendum. Che è un tuo diritto. Che non puoi mancare. Che devi andare a votare.
“No! Il referendum no!”
Torni a casa. Sali le scale. Saluti di nuovo la vicina con l'aspirapolvere, augurandole, dentro di te, di essere aspirata anche lei, porti il caffè alla tua donna, la quale ti chiede di portare fuori Bobby, anche se toccava a lei. “Già fatto!”, rispondi, torni allo scatolo dei panni estivi, metti un altro paio di pantaloncini, un'altra maglietta, un altro giubbotto e corri alla porta ma il tuo amico a quattro zampe è piazzato davanti ad essa come una statua. Sembra un posto di blocco: “O paghi il dazio o non ti faccio uscire” sembra dire Bobby.
Vai in cucina, prendi i biscotti, glieli dai, gli fai due carezze promettendogli che dopo farete i conti, esci e arrivi a scuola in perfetto orario per l'apertura delle urne.
“No! La fila no!”
Anche qui c'è fila e tutti ti squadrano dalla testa ai piedi, incuriositi. Aspetti il tuo turno e si mette a piovere.
“No! La pioggia no!”
Ti ripari come puoi ma passa troppo tempo, cominci a starnutire e ti rendi conto che una febbre non te la toglie nessuno.
“No! La febbre no!”
Sei dentro. La fila scorre veloce ma un'anziana davanti a te impiega 2 minuti per fare 1 metro e sono almeno 30 i metri per arrivare al seggio, più 5 andata e ritorno per firmare, votare e inserire la scheda nell'urna.
“No! L'anziana no!”
Il tempo passa lentamente, l'anziana ancora di più ma finalmente tocca a te. Ti avvicini al presidente, metti le mani nel giubbotto e ti rendi conto che non hai la scheda elettorale né il documento d'identità.
“No! I documenti no!”
Torni a casa. La vicina è ancora con l'aspirapolvere – ti chiedi che cazzo aspiri da una mattinata –, lei ti chiede l'ora e tu rispondi “No! L'ora non la so!”, prendi i documenti, Bobby ti porta la pallina “No! La pallina no!”, apri la porta e senti la voce piagnucolante di Michela, tua figlia, proveniente dalla sua camera.
“No! Michela no!”
Vai nella camera, la calmi e lei ti chiede una storia. Rispondi “No! La storia no!” e lei si mette a piangere di nuovo, così le racconti la storia e lei si addormenta di nuovo ma squilla il cellulare e lei si sveglia nuovamente, tornando a piangere.
“No! Il cellulare no!”
È un call center. Rispondi chiaramente che “No! No cambi tariffa!”, racconti un'altra storia a Michela, si addormenta ma arriva lei e la sveglia: “Amore! Svegliati amore che facciamo colazione”.
“No! Lei no!” la guardi seccato, nauseato, vorresti darla in pasto ai leoni ma ti chiedi soprattutto perché con te Michela piange e con lei no. Non lo sai, ma sai che devi tornare al seggio per votare. Mentre sciacqua la moka, lei ti chiede se fai colazione con loro e rispondi seccamente “NO!”, chiedendoti perché con lei l'acqua scende e con te no.
Esci. Dio fa il tifo per te. Arrivi a scuola. Di nuovo fila, maggiore di quella di prima. Di nuovo una vecchia prima di te, più lenta di quella precedente. Poco più avanti, la vicina con l'aspirapolvere: che cazzo ci fa con l'aspirapolvere alle votazioni? Di nuovo tutti ti guardano esterrefatti: ci sono 7 gradi al sole e tu sei in pantaloncini. Ci vorrà almeno un'ora prima che possa toccare a te e ormai sono le 11:00.
“No! Le undici no!”
Dovevi andare allo stadio, assieme a Franco e Giulio, per la partita d'eccellenza.

Finalmente sei nell'urna. Hai firmato, consegnato i documenti, ritirata la scheda e adesso, matita alla mano, puoi votare, puoi scegliere, puoi dichiarare all'universo intero con una sola parola come la pensi a proposito del referendum costituzionale.
Ci sono due quadratini. Ognuno al suo interno ha una parola: Sì e No.
Ripensi alla tua mattinata. Al freddo, all'aspirapolvere, alla pipì, a Bobby, a lei, al dentifricio, all'acqua, ai vestiti estivi, al caffè, alla fila, alla vecchia, a Michela: una mattinata assurda. Ripensi al senso della consultazione referendaria: cambiare la costituzione, accentrando i poteri nelle mani della casta e a scapito del popolo.
Guardi la scheda e i quadratini. Sai benissimo come votare. C'è solo una parola capace di esprimere tutto quello che provi. Due lettere per dire come la pensi.
Avvicini la matita al quadratino e tracci una X con tutta la rabbia che hai accumulato nel corso della giornata ma sul quadratino non rimane alcun segno.
Riprovi.
Niente, la X non si traccia.
Giri la matita.
La guardi.
Ha la punta rotta.
“No! La matita no!”.

lunedì 28 novembre 2016

Il salotto dell'essere


- di Saso Bellantone
"Conversare non è un fatto social o digitale né vuol dire commentare; è un evento  reale ed esistenziale e significa pensare, assieme".

venerdì 4 novembre 2016

Oscillazione continua


- di Saso Bellantone

"La vita è una continua oscillazione: dall'altalena, al pendolo, alla sdraio, ai fiori sepolcrali".