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lunedì 6 giugno 2011

A-LABOR: Giovani ibridi, ibridi giovani

- di Saso Bellantone
x - Dove ci troviamo?
y - Non saprei, è tutto indefinito qui.
x - Già, è tutto così confuso, caotico, incolore. Sembra di trovarci nel niente.
y - Sembra, però non può essere il niente. Il niente è niente. Non c'è nulla. Invece qui c'è un ammasso disordinato e sbiadito di cose, che vortica ingarbugliato ora lento ora veloce, ora sfiorandoci ora sbattendoci contro... e poi ci siamo noi... a proposito... e tu chi sei?
x - Stavo per farti la stessa domanda... a dire il vero, non so chi sono. E tu?
y - Non lo so neanch'io...
x - Come sei pallido! Sembri un cadavere...
y - Veramente anche tu lo sembri... sembri uno spettro...
x - Ho paura.
y - Anch'io.
x - Ci siamo persi o siamo sempre stati in questo posto?
y - Non so che dire...
x - Come siamo finiti qua?
y - Ti ripeto, non lo so. Quando mi sono svegliato la prima cosa che ho notato è stata la tua voce mista a questo panorama irriconoscibile.
x - Ed io quando mi sono svegliato ti ho visto... allora, perché siamo qua?
y - Non so nemmeno questo... so che ci siamo ma la ragione di ciò mi è nascosta.
x - Non sappiamo dove siamo né conosciamo il nostro nome.
y - Siamo apolidi e anonimi, senza mondo...
x - Non sappiamo come siamo arrivati né perché ci troviamo qua.
y - Senza origine né meta...
x - Un cadavere e uno spettro.
y - Pallidi viandanti nell'ignoto...
x - Perché non ricordiamo il nostro nome?
y - Non lo so...
x - Forse è questo posto?
y - Forse siamo noi e basta...
x - Noi e basta? Come può esserci un noi se non c'è un io e un tu?
y - Hai ragione...
x - E poi c'è questo posto, a parte noi. Non c'è il basta, non c'è il niente, c'è questo posto. Noi e questo posto.
y - Vero...
x - Siamo noi e questo posto difforme e scolorito.
y - Già, siamo noi e l'informe, noi e lo scialbo.
x - L'informe e lo scialbo, senza noi.
y - Come senza noi?
x - Te l'ho detto. Non può esserci un noi, senza un io e un tu.
y - Ah già, è vero... ma scusa, se non siamo un noi, allora non siamo neanche un io e tu, giusto?
x - Sì, è così.
y - Ma tu sai che cosa sono un io e un tu?
x - Un io e un tu sono... in effetti, non lo so.
y - Come non lo sai?
x - Te l'ho detto! Non lo so, non lo so! Tu piuttosto lo sai?
y - Non so... credo abbiano a che fare coi nomi...
x - Coi nomi dici... ma noi non l'abbiamo un nome, no?
y - Noi non l'abbiamo...
x - E che cos'è allora un nome?
y - Un nome, un nome è... non lo so...
x - Neanch'io...
y - Allora siamo spacciati, senza uscita?
x - Temo proprio di sì...
y - Non c'è via d'uscita...
z - Lo so io cos'è un nome...
x - Chi ha parlato?
y - Da dove viene questa voce?
x - Aspetta! Guarda laggiù! La vedi anche tu?
y - Dove?
x - Laggiù, in mezzo all'informe e allo scialbo...
y - Sì la vedo! Ma chi sarà mai quella figura nera?
x - Sta venendo proprio qui...
y - Sì punta dritto da questa parte...
x - Ho paura...
y - Anch'io...
x - Si è fermata innanzi a noi...
y - La vedo...
x - Perché porta un mantello nero?
y - Dove sono le sue mani e i suoi piedi?
x - Dov'è il suo volto?
y - Chi si nasconde dietro quel cappuccio?
x - Sembra sospeso in aria...
y - Sembra levitare...
x - Perché non si muove?
y - Perché non parla?
x - Forse dovremmo chiederglielo...
y - Avanti! Domanda!
x - Va bene... ma aiutami anche tu...
y - Va bene, ti aiuto...
x - Chi sei?
z - Lo spirito del tempo.
y - E che cos'è uno spirito del tempo?
z - Un messaggero.
x - Un messaggero di che cosa?
z - Del tempo... continua a leggere

lunedì 30 maggio 2011

L'ESSENZA DELLA GLOBALIZZAZIONE: immagini del mondo e strumenti di orientamento e di localizzazione (2)

Una delle immagini evocate dal termine globalizzazione è quella del globo, o mappamondo. Come già accennato precedentemente, si tratta di una riproduzione in miniatura della Terra, facente parte di quell'insieme di prodotti dell'arte plastico-figurativa che l'essere umano ha realizzato nel corso della propria storia, sino ai nostri giorni. Quando oggigiorno si guarda il globo, o lo si immagina, in un certo senso è come vedere o figurarsi mentalmente la Terra. La si considera un pianeta, avente una precisa conformazione, che gira sul proprio asse e attorno al Sole, immersa nell'universo. In passato, però, avveniva qualcosa di diverso. Dal momento in cui fu introdotto – Martin Behaim lo costruì per la prima volta nel 1490-92 – guardare il globo, o immaginarlo, significava iniziare a considerare il “mondo conosciuto” in modo nuovo. L'introduzione del globo ebbe il senso di una rivoluzione paragonabile a quella copernicana, per due ragioni. Primariamente, perché costituì, presentò e rappresentò una nuova immagine del mondo rispetto a quella di un altro prodotto dell'arte plastico-figurativa, già in uso: la carta geografica. Mentre quest'ultima infatti descriveva il mondo secondo una forma piatta, il globo invece lo delineò secondo una forma sferica. In secondo luogo, perché divenne un nuovo strumento di orientamento e di localizzazione. La carta geografica infatti è, presenta e rappresenta un'immagine del mondo conosciuto ma il suo scopo non è esclusivamente estetico o speculativo. Né l'essere umano l'ha realizzata per puro diletto. Bensì allo scopo di orientarsi nel mondo, vale a dire per dare a se stesso, ai suoi simili, agli altri enti o a determinati avvenimenti una precisa localizzazione. Ciò vale anche per il globo. In questo senso, da quando fu introdotto, guardare il globo anziché la carta geografica significò cominciare a vedere, a immaginare, a pensare il mondo e iniziare a orientarsi, a localizzarsi e a localizzare in esso, in modo nuovo.

Dall'introduzione del globo passeranno cinque secoli per giungere alle prime osservazioni della Terra dallo spazio, le quali proveranno la sua sfericità. Durante questo periodo, il globo è stato migliorato e perfezionato (malgrado le carte geografiche siano maggiormente usate sia perché più facili da trasportare e da consultare sia perché possono essere sempre più perfezionate nei dettagli), divenendo la base per la costruzione degli odierni planetari, quegli strumenti cioè utili per rappresentare il sistema solare. Il planetario, un altro prodotto dell'arte plastico-figurativa, è un'altra rivoluzione simile a quella introdotta dal globo, perché è, presenta e rappresenta una nuova immagine del mondo usata come un nuovo strumento di orientamento e di localizzazione. Se la carta geografica e il globo offrono rispettivamente un'immagine del mondo piatta e sferica, il planetario fornisce un'immagine del mondo più complessa: sistemica. Quel che prima con il globo era indicato come “mondo”, adesso diviene un pianeta (la Terra), mentre “mondo” diventa un insieme di corpi celesti satellitanti attorno a una stella (il sistema solare), tra cui la Terra. Il planetario raffigura quest'ultima come il terzo pianeta di tale sistema, che ruota attorno al proprio asse e attorno al Sole (oggi sappiamo che è soggetta ad altri movimenti, quali la precessione degli equinozi, la precessione orbitale, l'inclinazione dell'asse, la translazione del sistema solare in direzione della costellazione di Ercole e via dicendo). Costruito sulla base delle osservazioni dello spazio operate dagli astronomi, il planetario introduce tre elementi nuovi rispetto alla carta geografica e al globo: un ambiente nel quale si trova la Terra, lo spazio aperto; un luogo entro tale ambiente, il sistema solare; una posizione entro tale luogo, il suo orbitare attorno al Sole tra Venere e Marte. Guardare il planetario anziché il globo, significa iniziare a vedere, a immaginare, a pensare il mondo e a orientarsi, a localizzarsi e a localizzare in esso, in modo nuovo.

Naturalmente, le osservazioni astronomiche non si sono fermate al sistema solare ma si sono spinte sempre più oltre, fin dove gli strumenti d'osservazione hanno permesso di vedere. Così in pochi anni – un tempo breve rispetto ai cinque secoli passati per giungere dal globo al planetario – si è introdotta una nuova immagine del mondo usata come un nuovo strumento di orientamento e di localizzazione: la mappa dell'universo conosciuto. Così come è avvenuto con il globo e il planetario, anche quest'ultima è una rivoluzione, perché offre un'immagine del mondo ancora più complessa: caotica. Anche in questo caso, quel che prima con il planetario era indicato come “mondo”, adesso diviene un sistema (il sistema solare), mentre “mondo” diventa l'universo conosciuto. La mappa dell'universo raffigura il sistema solare all'interno della Via Lattea, una delle galassie (insieme di stelle e di altri corpi celesti) di cui è composto l'universo. La mappa dell'universo conosciuto introduce altri due elementi rispetto al planetario: l'universo e la galassia. Il primo diventa un ambiente indefinito, costituito da regioni composte da ammassi di stelle, le galassie. La Via Lattea diviene la regione nella quale la Terra occupa un luogo, il sistema solare, e una precisa posizione, il suo orbitare attorno al Sole tra Venere e Marte. Guardare la mappa dell'universo conosciuto anziché il planetario vuol dire ancora una volta cominciare a vedere, a immaginare, a pensare il mondo e a orientarsi, a localizzarsi e a localizzare in esso, in modo nuovo. Il limite della mappa dell'universo, però, è la sua parzialità. Essa infatti è, presenta e rappresenta un'immagine del mondo incompleta, perché gli astronomi non possiedono gli strumenti e le tecnologie adatti per garantirne un'osservazione integrale.

La carta geografica, il globo, il planetario, la mappa dell'universo sono sì dei prodotti dell'arte plastico-figurativa ma anche dell'ingegno. Queste riproduzioni figurate del mondo non sono state plasmate per scopi puramente estetici o per diletto, ma per la vita. Orientarsi, localizzarsi, localizzare è una necessità cui l'essere umano, nel corso della propria storia, ha dovuto far fronte per vivere. Conoscere dove si trova lui stesso, i propri simili, gli enti, precisi avvenimenti naturali o di altro genere; sapere come è costituito il suo habitat, quanto è grande, che cosa offre, quali pericoli e quali sicurezze si celano in esso; apprendere dove procurarsi del cibo, dove trovare ciò che gli è necessario per la sua sopravvivenza, sapere quali rotte o percorsi intraprendere per commerciare, scambiare beni con altri ecc. – è un bisogno istintivo, imposto dalla vita stessa. L'uso di queste immagini del mondo come strumenti di orientamento e di localizzazione, risponde a questa esigenza spontanea e, nel corso del tempo, anche a un'altra che qualifica l'essere umano diversificandolo maggiormente dagli altri esseri viventi: il piacere della scoperta. All'essere umano piace scoprire nuovi luoghi, regioni, mari, ambienti naturali, enti, esseri viventi, pianeti, stelle e via dicendo. Egli ha il gusto per l'ignoto, ama sfidarlo. Ma per vivere, gli occorre riferirsi a quelle immagini del mondo, a quegli strumenti utili per orientarsi, localizzarsi e localizzare, plasmati sulla base di ciò che già conosce e sa. Se ne facesse a meno, rischierebbe la vita.

L'oggetto indagato in tal sede, non è la planetarizzazione né un'universalizzazione, cioè i termini richiamati alla mente dal planetario e dalla mappa universale, bensì la globalizzazione. Questo parola infatti evoca l'immagine del globo ma tale evocazione, a ben vedere, indica un riferimento, una stretta connessione cioè che intercorre tra il termine-fenomeno indagato e l'immagine che suscita. La voce globalizzazione si riferisce all'immagine del mondo e allo strumento di orientamento e di localizzazione che il globo è, presenta e rappresenta. Dal momento che lo scopo del globo, così come ogni altra immagine-strumento, è la vita, perché risponde sia all'istintivo bisogno umano di orientarsi, di localizzarsi e di localizzare sia al piacere umano per la scoperta, allora si comprende come la globalizzazione, ancorandosi al globo, accenni a un fenomeno che si pronuncia a proposito di quel bisogno, di quel piacere. Considerando che, però, questo termine evoca assieme al globo altre immagini – la sfera e l'occhio – con le quali dice anche che questo fenomeno coinvolge simultaneamente l'ente Terra e l'essere umano, la visibilità e il vedere, le forme e la rappresentazione dell'ente, un fenomeno dunque filosofico, allora si capisce che la globalizzazione è un avvenimento che parla riguardo a quel bisogno e a quel piacere, in modo filosofico.

giovedì 19 maggio 2011

MONOLIRIUM: monologo in delirio

- di Saso Bellantone
Il monologo è solitario, unidirezionale, monocromatico. Non ha tempo né pause, è un fiume in piena, un deserto senza sabbia. È sicuro, persino nell'insicurezza. È vero soltanto nella sua falsità. È una maschera che non sa vedere chi c'è dietro. Un pendolo che corre a vuoto. È una nota continua senza pentagramma. Una corsia autostradale senza uscite. Una camera stagna, un genio dentro la bottiglia, un dipinto senza osservatore. È una stella senza traiettoria. Una tempesta in balia di se stessa. Uno specchio per ombre e fantasmi. Il monologo vede le minuzie e perde l'insieme, scorge l'insieme ma perde le minuzie. Il monologo investe il mondo, ma nel mondo non trova alcuna veste che faccia al caso suo. Pensa il mondo, lo avverte, ma non sa se è questo il mondo che avverte e pensa. Il monologo è un'enciclopedia che nel sapere tutto, alla fine, sa di non sapere niente.
Il monologo non ammette nessun altro monologo. Se lo incontra, lo azzera, lo zittisce, lo annienta riducendolo a se stesso. Il monologo è se stesso, vive di sé. Vuole essere se stesso perché sa di poter essere ciò che è, sa di poter essere ciò che vuole. Non riesce a fare a meno di volere quel che può essere. Anzi, usa tutto se stesso per essere ciò che è e ciò che vuole. Il monologo è un viaggio per il mondo intero che nel tornare a casa resta soltanto pieno di sé, di quel che già era, voleva, poteva prima del viaggio stesso. In questo senso, è sempre ciò che non è, un volere che non vuole, un potere che non può. Vuole sapere ciò che non è, ciò che non vuole, ciò che non può ma la sua pienezza d'essere, di volere e di potere lo limita. Il monologo è limitato. È il limite che egli stesso, malgrado sé, s'impone, vuole e può. Si autolimita, essendo, volendo e potendo quel che è, vuole e può. Il monologo è un turbine che, alla fine, nel suo turbinare, si snoda, si slega, svanisce. Nell'essere, nel volere e nel potere tutto, alla fine, il monologo non è, non vuole, non può niente.
Il niente del suo essere, volere e potere, il monologo lo mette a fuoco soltanto in un caso: per fatalità. È scritto, forse in qualche luogo non luogo, quale monologo può giungere al proprio niente e quale no. Ogni monologo è un corredo genetico, un complesso di eventi, un'avventura unica e irripetibile. Alcuni monologhi sono destinati a trascendersi dai propri geni, dagli eventi, dall'avventura. Altri sono condannati ad auto-frantumarsi. C'è poco da fare per quest'ultimi. Per gli eletti, invece, la metamorfosi è soltanto l'inizio. Il monolite si spezza e si frantuma, e dall'ammasso dei frammenti sorge altro. Qualcosa di nuovo. L'inatteso, l'impensabile, l'incalcolabile, nei confronti del quale il monologo non riesce a essere, a volere, a potere, ma soltanto ad abbandonarsi, a lasciare andare il proprio mono e il proprio logo.

mercoledì 18 maggio 2011

L'ESSENZA DELLA GLOBALIZZAZIONE. Prologo (1)

- di Saso Bellantone
Si è soliti associare la globalizzazione all'idea del mercato mondiale unico, interpretandola alla maniera di un fenomeno esclusivamente economico, oppure all'idea del World Wide Web, intendendola un fenomeno informatico, o a entrambi. Ciò avviene perché la fortuna del termine globalizzazione si è accresciuta proprio mediante quelle idee ma, a ben vedere, questi accorpamenti sono fuorvianti. La globalizzazione infatti non è niente di economico né di informatico, ma qualcosa che avviene prima di questi ultimi e che, nell'accadere prima di essi, li rende possibili. In questo senso, la globalizzazione non è nemmeno un fenomeno recente ma qualcosa che ha una sua storia. Per comprendere di che cosa si tratta, cominciamo a chiederci: quali immagini evoca questo termine?
La prima immagine che la parola globalizzazione suscita è quella del globo, o mappamondo. Si tratta di una riproduzione in miniatura della Terra e può essere considerato uno di quei prodotti dell'arte plastico-figurativa che l'essere umano ha realizzato nel corso della propria storia sino ai nostri giorni, allo scopo di orientarsi nel mondo, vale a dire per dare a se stesso, ai suoi simili, agli altri enti o a determinati avvenimenti una precisa localizzazione. Oggigiorno, guardare al globo, in un certo senso, è come guardare alla Terra. La si pensa come un pianeta, dalla conformazione dettagliata, che gira su stessa e attorno al Sole, immersa nell'universo. In passato, e più esattamente dal 1490-92 in poi, cioè da quando fu costruito per la prima volta dal tedesco Martin Behaim, guardare al globo significava qualcos'altro. Vale a dire, considerare la Terra non più dalla forma piatta bensì sferica.
La sfera è appunto la seconda immagine che il termine globalizzazione richiama alla mente. In termini geometrici, una sfera è quel solido la cui superficie è costituita dall'insieme dei punti la cui distanza (r) è uguale (o minore o maggiore, nel caso di sfere imperfette) da un punto centrale e interno alla superficie sferica stessa (O). Quando un ente è detto sferico vuol dire che la sua forma risponde alle caratteristiche geometriche appena elencate. Tuttavia, l'ente-sfera possiede altre caratteristiche. Per esempio, la sua superficie è uniforme, cioè non conosce lati né spigolature, e lo separa da un ambiente esterno dove ci sono altri enti (aventi forme simili o differenti) e forze. L'ente-sfera può muoversi, qualora entra in contatto con gli altri enti e le forze esterne (o qualora l'ambiente stesso è fatto in modo tale da costituire esso stesso una forza), o può restare immobile nel caso in cui avviene il contrario. Il modo e la durata del suo movimento dipendono dall'intensità del contatto o dalla tipologia di ambiente nel quale si trova. Il suo movimento può essere duplice: può ruotare su se stessa e muoversi nell'ambiente esterno, e via dicendo. Considerare la Terra secondo una forma sferica, vuol dire attribuirle le caratteristiche della sfera, immaginarla, vederla in questo modo. In questo senso, quando si osserva il globo, ieri come oggi, quel che i nostri occhi riconoscono è sì la Terra, ma soprattutto il suo presentarsi alla maniera di una sfera, il suo rendersi visibile con questa forma.
La terza immagine che il termine globalizzazione evoca è quella del globo oculare, dell'occhio, cioè l'organo relativo al senso della vista. Posto nella cavità oculare, nel cranio, a sua volta sostenuto dal corpo, l'occhio consente all'essere umano di vedere dove si trova, chi e/o che cosa c'è in esso, quali eventi accadono, quali caratteristiche possiede tutto ciò che vede. Si è sempre discusso a proposito di creazionismo e di eternità del tutto, così come di centralità e non centralità dell'essere umano nel mondo, sia secondo una prospettiva religiosa sia secondo una scientifica. All'interno di tali questioni, sarebbe interessante chiedersi: perché l'essere umano (ma anche altri esseri viventi) è stato dotato, da un ente superiore (dio) o dalla natura, del senso della vista? Perché possiede un organo capace di vedere? Egli si trova in un universo costituito da svariati enti – oggigiorno siamo disposti ad accogliere l'idea che è indipendente dall'uomo – che può permanere alla scomparsa dell'essere umano. Sono state fornite numerose risposte a questo interrogativo ma forse la risposta più semplice consiste nell'idea che l'essere umano vede, possiede il senso della vista perché buona parte degli enti che costituiscono l'universo è visibile all'occhio umano. In altre parole, egli vede perché la visibilità è una proprietà degli enti (non di tutti, sia chiaro) al pari della sostanzialità. In quale modo, però, l'essere umano vede gli enti? Come quest'ultimi si presentano a lui? Principalmente, mediante le forme. Una forma è il modo di presentarsi dell'ente. La peculiarità di ogni forma è la sua definizione, la sua finitezza. Se le forme fossero indefinite, dunque senza fine, l'occhio umano non potrebbe vederle. L'occhio umano vede le forme perché sono definite e in quanto tali possono essere abbracciate interamente con lo sguardo. Se fossero indefinite, prive di definizione, l'occhio umano non riconoscerebbe quel che vede perché scorgerebbe soltanto il caos, un ammasso confuso e indefinito. In altre parole, non vedrebbe gli enti, perché le forme sono il modo di presentarsi degli enti.
Le forme stabiliscono dunque una stretta relazione tra gli enti e l'occhio umano. Da un lato, sono il modo di presentarsi degli enti, di rendersi visibili; dall'altro lato, sono il modo con il quale l'occhio umano scorge gli enti, li vede e può dunque notarne le somiglianze e le differenze – sia chiaro, può farlo anche mediante altre qualità, come per esempio il colore, la distanza, la vicinanza ecc. – scansando il caos. Dal momento che è l'essere umano a dare un nome alle forme, si ritiene che sia stato proprio lui a imprimere le forme nel mondo. Se però si considera l'ipotesi della persistenza degli enti – e delle loro forme – in seguito alla scomparsa dell'essere umano, tale idea crolla. In quanto proprietà degli enti al pari della sostanzialità, le forme sono negli enti indipendentemente dall'essere umano, dunque non è lui a imprimerle sugli enti. Naturalmente, se scomparisse l'essere umano, la multiformità degli enti e la loro visibilità sarebbero un surplus, a meno che non esistano altri esseri capaci di scorgerli. Le forme degli enti, dunque, hanno senso finché vi è un osservatore: se mancasse quest'ultimo, sarebbero insensate, nonostante la loro persistenza. Le forme sono dunque il punto di contatto tra gli enti e l'occhio umano: da un lato rendono gli enti visibili; dall'altro lato, consentono all'occhio, cioè all'essere umano, di vedere. Le forme sono alla base della visibilità degli enti e del vedere umano.
Le immagini evocate dal termine globalizzazione, e cioè il globo, la sfera e l'occhio, evidenziano che questa parola, prima di riferirsi a un fenomeno strettamente economico o informatico, dice qualcos'altro. Si pronuncia cioè a proposito di un fenomeno che coinvolge simultaneamente l'ente Terra e l'essere umano, la visibilità e il vedere, le forme e la rappresentazione dell'ente. Per questo motivo, si comincia a capire come il termine globalizzazione indichi un fenomeno che non ha nulla a che vedere con l'economia e l'informatica, ma che si pronuncia sull'ente e, in particolare, sull'ente Terra. In questo senso, la globalizzazione è un fenomeno di carattere filosofico, dunque un fenomeno del pensiero.

martedì 26 aprile 2011

LA PASQUA, LA CROCE E IL SEPOLCRO: un'altra prospettiva

- di Saso Bellantone
La festività pasquale, ogni anno, divide. C'è chi la vive religiosamente, c'è chi invece la vive in modo irreligioso. Per alcuni, è la rievocazione del compimento della vita di Gesù di Nazareth (il Messia), dunque della verità all'interno del divino disegno di salvezza universale; per altri, è il riecheggiare di alcuni interrogativi circa la storicità di Gesù, la certezza delle fonti, l'autorità della Chiesa, la verità o non verità del cattolicesimo; per altri ancora è un'occasione per svagarsi, per ritrovarsi coi familiari oppure è un giorno qualunque. All'interno di questo scenario, vi sono coloro che intendono la Pasqua come una festività nella quale si celebra e si rievoca la resurrezione del Messia Gesù. In questo senso, ovunque emergono dipinti, statue e opere d'arte che ritraggono il Cristo risorto, mentre la Croce, il simbolo del cattolicesimo, almeno per questo giorno, passa in secondo piano. Che ne è del Sepolcro, della tomba vuota? Ricordato momentaneamente per scopi liturgici e artistici durante tale festa, è bandito per il resto del tempo dalla memoria personale e collettiva. Il periodico oblio del Sepolcro a favore della Croce è problematico perché, a ben vedere, la seconda acquisisce senso soltanto in relazione al primo: nel disegno provvidenziale della salvezza, Gesù muore sulla Croce ma risorge dalla morte nel Sepolcro. Questa connessione è importante: se non è ricalcata anche al di fuori della festività pasquale, il cattolicesimo perde se stesso. In quale maniera, più esattamente, il cattolico e il non cattolico vivono la Pasqua e il mistero del Sepolcro?
Sicuro della storicità di Gesù di Nazareth (il Messia), della certezza delle fonti, dell'autorità della Chiesa, il cattolico vive la Pasqua come la rievocazione dello svelamento della verità ultima cristiana. Il Sepolcro, che è un luogo di morte, si trasforma ai suoi occhi in un luogo di vita. Gesù, morto in Croce per il perdono universale dei peccati, risorge annunciando a tutti la possibilità di accedere a una nuova vita totalmente libera dal peccato. Rivivendo la Pasqua, il cattolico assiste di nuovo a ciò che si annuncia con il Sepolcro vuoto, la possibilità della vita eterna, ma una volta passata la festività, la dimentica. Ciò, naturalmente, accade per numerose ragioni, tra le quali non è da escludere il fatto che la fede nel Messia Gesù, nel corso del tempo, si è ridotta a una religione, in un culto cioè costituito da riti periodici, fondato su di un corpus di scritti riconosciuti come la parola di Dio (la Bibbia), interpretato univocamente da alcuni intermediari, i sacerdoti, rievocante nell'arco dell'anno l'intera vita di Gesù il Messia e il piano divino di salvezza universale. Il cattolico, ogni anno, vive la Pasqua come un rito che inizia il compimento dell'intero culto e della sua conversione interiore, e con il quale rinnova la scelta di regolare la propria condotta secondo il messaggio evangelico(sacerdotale). Via via che la Pasqua si allontana, però, il cattolico – consapevolmente oppure no – prende le distanze dall'evangelo, vive all'opposto di quanto si è promesso e dimentica la possibilità della vita eterna, la salvezza annunciata dal Sepolcro vuoto. Questo avviene per svariate ragioni ma anche perché dopo la Pasqua e lo svolgimento di altre festività, il culto torna progressivamente a concentrarsi su altri riti rievocanti, di nuovo, la vicenda mortale e divina del Messia Gesù e proiettati in direzione della Croce, simbolo di sofferenza e di morte causati dal peccato. Il cattolico quindi pecca, sa di peccare, si considera sempre più peccatore e sente maggiormente l'esigenza della confessione per liberarsi dal peccato. Malgrado il Sepolcro annunci che il peccato è stato vinto una volta per tutte e non esiste più – perché Gesù risorge dalla morte e dal peccato, non ne resta schiavo – annualmente gli intermediari tornano a evidenziare lo stato di peccato del mondo, sollecitando i peccatori a ispirarsi alla Croce per salvarsi, cioè per liberarsi dal peccato stesso. In questa prospettiva, di confessione in confessione, il cattolico prosegue il cammino cultuale da peccatore, si ispira esclusivamente alla Croce e si ricorda del Sepolcro soltanto al sopraggiungere della nuova Pasqua, momento in cui si considera, finalmente, libero dal peccato. Una volta superata quest'ultima, il cattolico ripete tutto, torna a guardare soltanto alla Croce e corre il rischio, perché no, di abituarsi all'idea che la confessione sia il giusto strumento per liberarsi dal peccato, quando quest'ultimo è stato vinto una volta per tutte con la morte e la resurrezione del Messia Gesù, dunque il peccato non c'è più. Abituandosi a quest'idea, dimentica il Sepolcro e, dunque, il senso stesso della Croce.
Estraneo al culto cattolico e, per questo motivo, rifiutandosi di praticare ciclicamente l'insieme delle ritualità di cui quello è costituito, il non cattolico vive meravigliato la festività della Pasqua cattolica. Ponendosi il problema della storicità di Gesù di Nazareth, della certezza delle fonti, dell'autorità della Chiesa e tanti altri quesiti, il non cattolico si chiede anche quali sono i significati della Croce, del Sepolcro e quale relazione intercorre tra i due. Egli indaga tali questioni libero dalle interpretazioni che ne forniscono i sacerdoti, ponendosi molti interrogativi e aiutandosi con le fonti, tra le quali finisce nell'imbattersi nelle Lettere di Paolo di Tarso, i documenti più vicini ai fatti relativi al Messia Gesù. Sfogliandole, comprende che la Croce e il Sepolcro sono i simboli che sintetizzano l'intera predicazione dell'apostolo, con la quale ha inizio proprio la teologia cristiano-cattolica. Il non cattolico sa che il cristianesimo come teologia comincia proprio con Paolo e che quest'ultimo, nei suoi viaggi tra le prime comunità di fedeli, sottolinea che la morte (Croce) e la resurrezione (Sepolcro) del Messia Gesù, insieme, costituiscono la promessa di una nuova vita per tutti i credenti, qualora questi ultimi vivano così come l'apostolo precisa. Paolo, inviato per annunciare l'evangelo di Dio, un messaggio dunque superiore a tutti gli altri perché divino, chiarisce: «noi siamo morti per il peccato, e come potremo ancora vivere nel peccato? Non sapete che tutti noi che siamo stati immersi in Cristo Gesù fummo immersi nella morte? Siamo stati sepolti con Lui mediante l'immersione nella morte, affinché, come Cristo fu risvegliato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi procediamo in una nuova vita. Se infatti siamo innestati in Lui dalla somiglianza con la sua morte, lo saremo però anche per quella della risurrezione, sapendo questo: che l'uomo vecchio in noi fu crocifisso con Lui, affinché fosse dissolto il corpo soggetto al peccato e noi non siamo più schiavi del peccato. Chi è morto è stato giustificato dal peccato; e se noi siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con Lui, consapevoli che Cristo, risvegliato dai morti, non muore più: la morte non ha più signoria su di Lui. Egli morì, e morì per il peccato una volta per sempre. Ora vive, e vive per Dio. Così anche voi considerate di essere morti al peccato ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (Rm 6, 2-11). Leggendo le parole dell'apostolo, pardon, di Dio, il non cattolico comprende che con la morte in Croce e la resurrezione dai morti (dal Sepolcro), Gesù Messia ha liberato definitivamente il mondo dal peccato e dalla morte (introdotti da Adamo), spalancando a tutti la possibilità di una nuova vita cui si può accedere con il battesimo. Chi si battezza, dunque, è già sciolto dal peccato e vive una nuova vita perché immergendosi nell'acqua muore come Gesù in Croce e riemergendovi risorge come Gesù dai morti (dal Sepolcro). Ma il battesimo non basta: occorre vivere nel come non e avere fede, speranza e amore, i tre pilastri dell'etica paolina(divina) nel tempo dell'attesa della seconda venuta del Messia, per essere detti giusti davanti a Dio nel Giudizio e accedere al Regno di Grazia e di Giustizia, anziché rischiare la morte definitiva. Malgrado tale evento è incalcolabile – e prima devono svelarsi l'Antimessia (il figlio della perdizione) e il katechon (la forza che trattiene l'Antimessia) – e pur vivendo già una vita libera dal peccato, è necessario essere vigili, pronti, preparandosi alla seconda venuta del Messia, al Giudizio e al Regno.
Rileggendo Paolo, il non cattolico si chiede perché il cattolicesimo tralasci lui e le sue Lettere, le quali, sia chiaro, sono la voce di Dio, le fonti più vicine ai fatti riguardanti Gesù Messia e la base della teologia cattolica stessa. Riscoprendo Paolo, infatti, il cattolico potrebbe capire che la Croce conclude sì la vita mortale di Gesù – con lui, muore sulla Croce il peccato – ma che il Sepolcro inaugura una vita nuova – per Gesù, una vita divina – libera dal peccato, cui tutti possono accedervi con il battesimo. Il cattolico capirebbe che con quest'ultimo in primo luogo, non c'è bisogno della confessione; secondariamente, comincia il cammino della Pasqua (paolina). Un tempo in scadenza cioè, nel quale occorre vivere nel come non e avere fede, speranza e amore, che inizia ma non termina con la Croce: passando per il Sepolcro, si dirige verso il suo compimento ultimo, ossia verso la seconda venuta, il Giudizio e il Regno.
Vivendo la sua fede come un culto ritualistico e tralasciando Paolo, al quale Dio ha annunciato la Sua parola, dunque la Verità, il cattolico perde la parola stessa di Dio, la stretta connessione tra Croce e Sepolcro, smarrisce la tensione escatologica necessaria per salvarsi definitivamente dal peccato (e dalla morte). In breve, perde Dio. La Pasqua infatti, quella paolina, è il tempo inaugurato dalla Croce e dal Sepolcro insieme, che separa dal Regno. Da questi ragionamenti proviene sia la meraviglia del non cattolico innanzi all'attuale festività pasquale, sia altro: il suo comportamento paradossale. Pur non essendo chiamato a farlo, il non cattolico propone ai cattolici di riflettere su queste e altre questioni e, tuttavia, se ne tira fuori. Riconoscendo e sottolineando la precisa logica presente nel cristianesimo delle origini, che è tutto nelle Lettere di Paolo, dalle quali deriva il cattolicesimo, egli resta fermo nella sua convinzione che la Verità annunciata all'apostolo da Dio sulla via di Damasco, è tutt'altro che la verità e che il cattolico oggigiorno, pur accettando i suoi suggerimenti, non otterrebbe lo stesso la salvezza. Perché si comporta in questo modo? Perché la sua pasqua è lo smantellamento degli inganni e degli errori e la ricerca razionale della verità. Ma questo, lo si vedrà un'altra volta.

venerdì 22 aprile 2011

Dèi al tramonto

- di Saso Bellantone
APOLLO: Basta! Me ne vado.
ATENA: E dove?
APOLLO: Dove ci sono altri uomini, uomini diversi, da questi.
ATENA: Portami con te!
APOLLO: Non posso…
ATENA: Ti prego! Portami via da qui!
APOLLO: Non posso… tu sei una statua.
Arriva Eolo.

EOLO: Ti porto via io, sorella.
ATENA: Oh Eolo! Aiutami fratello!

Eolo lascia che i venti soffino con tutta la loro forza.

EOLO: Non ci riesco… perdonami.
ATENA: Ahimé! Chiama Posidone…
EOLO: Non c’è. Sta inondando un altro mondo.
ATENA: Chiama Zeus!
EOLO: Sta aiutando Posidone...
ATENA: Chiama Ade!
EOLO: Sta facendo affari con Zeus e Posidone.
ATENA: Povera me! Quale giustizia è mai questa?! Divenire parte di un mero scenario fotografico?!
APOLLO: Non riesco a guardarti impotente... addio sorella…
EOLO: Aspetta, vengo anch’io… addio.

giovedì 21 aprile 2011

martedì 19 aprile 2011

Dalle antiche civiltà alla civiltà planetaria: la questione della globalizzazione

- di Saso Bellantone
La storia umana può essere interpretata come il racconto di una tragedia, vale a dire della progressiva nascita e scomparsa di numerose civiltà. Sumeri, egizi, babilonesi, ittiti, fenici, celti, vichinghi, islamici, indù, tibetani, mongoli, greci, romani, inca, aztechi, maya, khmer – sono soltanto alcuni nomi delle civiltà svanite, ognuna delle quali ha sviluppato e condiviso storicamente propri linguaggi, leggi, ordinamenti, culti, miti, saperi, arti, tecniche, usi, costumi, tradizioni, insomma una propria cultura. La cultura è l'interpretazione della vita che ha una civiltà, scaturente dall'insieme degli elementi che la costituiscono. È più della somma delle sue parti. In questo senso, ogni civiltà è una sola cultura e, viceversa, ogni cultura è una sola civiltà. La morte di una civiltà coincide con la dissoluzione di una cultura. È la fine di coloro che hanno condiviso, convissuto, creato e sviluppato quella cultura, quell'interpretazione della vita, quell'insieme di elementi unici e irripetibili: questa è la tragicità della vicenda umana.
Una civiltà sorge, storicamente, in due modi: nel passaggio dal periodo selvaggio a quello tribale, quando gli uomini-animali – cioè coloro che hanno ormai sviluppato una comprensione di sé, degli altri e dell'ambiente circostante, diversa da quella degli altri animali – iniziano a consolidare quell'insieme di fattori che già condividevano e convivevano – che diventeranno poi una cultura – per organizzarsi in comunità o tribù; nel periodo civile, a causa dello smantellamento delle precedenti civiltà (i sopravvissuti, fondendosi in un unico gruppo, ne formando una nuova). Una volta costituitasi mediante il consolidamento della propria cultura, ogni civiltà comincia a considerarsi eterna e tuttavia, a posteriori, si dimostra transitoria, passeggera, mortale. Dal momento che è l'insieme degli individui che la costituiscono, qualsiasi civiltà vive storicamente per mezzo dei suoi componenti e, proprio per questo motivo, muore. Il grado di sopravvivenza di ogni civiltà dipende dalla capacità di sopravvivenza dei suoi membri, ma quest'ultima può essere a sua volta condizionata da uno o da tutti i seguenti fattori: dalle situazioni climatico-ambientali nelle quali si vive; dalla cultura sviluppata e dalla capacità di mantenerla e aggiornarla per risolvere problemi di varia natura; dall'incontro con altre civiltà. Una civiltà può estinguersi a causa di una carestia, di un'epidemia, di una catastrofe naturale (terremoti, tzunami, eruzioni vulcaniche, glaciazioni, meteoriti ecc.), di un clima troppo gelido o torrido, a causa di scelte politiche, agricole, alimentari sbagliate, ma può anche sopravvivere a tutto questo. Tuttavia, inevitabilmente, così come sorge, alla fine, svanisce.
La ragione principale della scomparsa di una civiltà consiste nell'impronta culturale che si è data, la quale può manifestarsi in due modi: pacifica (o statica), quando stabilisce un'armonia con la natura e impone perciò di vivere entro precisi limiti, territoriali e non (si pensi per esempio alla civiltà tibetana); aggressiva (o dinamica), quando vuole sopraffare la natura e impone di oltrepassare i propri limiti, territoriali e non, finché non coincidano con l'intero mondo conosciuto (si pensi per esempio alla civiltà romana). L'impronta culturale che una civiltà si dà ne stabilisce il destino, specialmente quando quest'ultima ne incontra delle altre. Due civiltà pacifiche possono giungere a una pacifica convivenza; una pacifica e una aggressiva difficilmente; due civiltà aggressive mai. La storia umana è il racconto della progressiva nascita e scomparsa delle civiltà, causato dall'incontro/scontro con altri. È una vicenda nella quale le civiltà aggressive hanno cancellato quelle pacifiche con l'uso della forza, delle armi, con le battaglie e le guerre, allo scopo di estendere la propria cultura su scala planetaria. Anche se più lentamente delle altre, nel corso del tempo persino le civiltà aggressive, alla fine, sono svanite, lasciando oggigiorno il totale vuoto di civiltà che caratterizza la nostra era nichilistica.
Il vuoto causato dal progressivo declino delle civiltà, paradossalmente, non consuma il bouquet di possibilità di organizzarsi in questo modo. Gli individui possono ancora creare, sviluppare, condividere e convivere una medesima cultura, generando in questo modo una nuova civiltà. Questa possibilità, però, non è più operabile da gruppi di individui diversi e separati dagli altri ma è impiegabile da tutti gli individui esistenti, contenuti in un unico grande insieme: il pianeta. Tale chance è un fenomeno già in atto, la globalizzazione, che nel coinvolgere la totalità degli individui esistenti, offre loro l'occasione di organizzarsi in modo nuovo, e cioè alla maniera di una sola civiltà planetaria contrassegnata da un medesima cultura, caratterizzata da medesimi linguaggi, leggi, ordinamenti, culti, miti, saperi, arti, tecniche, usi, costumi, tradizioni. La globalizzazione, però, è un fenomeno che sfugge di mano alla totalità degli individui, attuandosi secondo una cultura decisa da pochissimi e non tutti: il capitalismo.
Il capitalismo è la forma di globalizzazione in atto resa possibile sì dall'annientamento delle precedenti civiltà/culture, ma soprattutto pianificata passando per alcuni avvenimenti epocali quali l'industrializzazione, l'introduzione del lavoro salariato, il crollo degli Stati-nazione e dei totalitarismi, la nascita delle Repubbliche democratiche fondate sul lavoro, l'economizzazione e monetizzazione dell'ente in generale. Il capitalismo è quella forza anticristiana che, oltrepassando ogni confine, coinvolge l'ente nella sua totalità riducendolo e interpretandolo alla maniera del lavoro, della merce, del denaro. È quell'ideologia dall'inclinazione globale, che destabilizza l'ente in generale, lo aggredisce per coincidervi totalmente, per essere un tutt'uno con esso, per dominarlo. È quella forma di pensiero, quella cultura che nell'estendersi sul scala mondiale per mezzo di tutti gli individui, evoca una nuova civiltà, appunto, planetaria. All'interno della globalizzazione capitalistica, i termini lavoro, merce, denaro rappresentano i simboli della nuova civiltà/cultura, del linguaggio che si parla, della legge che si rispetta, della divinità che si venera, dei saperi che si possiede, delle arti che pratica, delle tecniche che impiegate, degli usi, dei costumi e della tradizione che si consolida giorno per giorno. Sono gli emblemi della rivoluzione capitalistica che ha aggredito il pianeta, imponendo a tutti gli individui, consciamente oppure no, di pensare tutti nello stesso modo, di essere già una nuova civiltà.
Come ogni cultura e ideologia aggressiva, anche il capitalismo mira a estendersi al di là di ogni confine fino a combaciare totalmente con l'intero mondo conosciuto. La globalizzazione ha anticipato i tempi e lo ha già diffuso su scala planetaria. Per questo motivo, oggi il capitalismo si trova di fronte a un bivio: trovare nuovi mondi in cui sfogare la propria impronta aggressiva; rivolgere quest'ultimo contro il mondo già dominato. Il destino degli esseri umani e del pianeta, dunque, è legato a quello del capitalismo. I viaggi nell'universo, alla scoperta di altri pianeti e di altri mondi sconosciuti così come l'impazzito sviluppo tecnologico per raggiungere queste mete, sono da intendersi in questa prospettiva. È una ricerca che ha lo scopo di consentire un giorno al capitalismo, di poter sfogare la propria aggressività. Che accadrebbe però se questo giorno non arrivasse mai? Se la prepotenza della nostra cultura capitalistica si sfogasse contro se stessa, cioè contro di noi e contro il pianeta? Non sarebbe forse l'inizio della nostra fine? A ben vedere, stiamo già sfogando l'aggressività della cultura capitalistica contro noi stessi e contro il pianeta. Per questo motivo, oltre che prendere coscienza di quel che già accade, occorre iniziare a chiedersi se può esistere soltanto una globalizzazione in senso capitalistico. La speranza di evitare il peggio, è nel rispondere a questo interrogativo.

martedì 12 aprile 2011

Pensieri visivi: LA MADDALENA PENITENTE di Francesco Hayez

- di Saso Bellantone
Una donna. È nuda, sdraiata sul suo abito bianco. È sola, dietro di lei ci sono degli alberi, della nebbia e delle montagne che richiamano un paesaggio spettrale. Accanto alla donna c'è un teschio. Nella mano sinistra regge un crocifisso ma le sue forze sembrano perdersi così come il suo sguardo si perde altrove. La Maddalena penitente di Francesco Hayez (1832) conduce l'osservatore indietro nel tempo e ripropone un antico dilemma: chi è la Maddalena? Secondo i vangeli canonici, Maria di Magdala (Maddalena) è una prostituta che va al seguito di Gesù dopo che questi la salva dalla lapidazione. I vangeli apocrifi, invece, presentano la donna come il discepolo prediletto di Gesù, perché questi usava baciarla sulla bocca. Alcuni attribuiscono a tale gesto un significato gnostico, legato cioè alla trasmissione della conoscenza ultima; altri invece lo considerano l'indizio di un legame amoroso tra i due. L'opera di Hayez ripropone questo interrogativo e consente di svelare l'identità della donna mediante il suo atteggiamento penitente.
La penitenza è quella pratica che occorre svolgere quando, consapevoli dei propri peccati o dei propri errori, si desidera ottenere il perdono da altri o da dio. La penitenza della Maddalena di Hayez è la solitudine, l'allontanamento da tutto e da tutti scelto consapevolmente per via di un avvenimento che l'ha straziata: la morte di qualcuno (il teschio). Tale penitenza non serve però ad allontanare il suo dolore: quest'ultimo anzi diventa il terreno fecondo nel quale nasce il sentimento della colpa. È un sentimento terribile, di cui vorrebbe liberarsene ma non sa come fare né a chi rivolgersi. Il paesaggio circostante non è d'aiuto perché rievoca la morte che l'addolora e che amplifica il suo rimorso. L'abito sembra trattenere la colpa dentro di lei, perciò se ne libera, ma la colpa non esce, non va via. La colpa permane nel suo corpo, è nella sua stessa nudità che amplifica il dolore, perché riecheggia la morte che l'affligge e l'errore a cui la donna non può più rimediare: il non aver amato abbastanza il suo amore finché è stato vivo.
La Maddalena penitente di Hayez non è una peccatrice né il discepolo prediletto di Gesù, bensì un'amante che non ha più l'amato, una donna disperata che non può perdonarsi né consolarsi con il significato attribuito da altri alla morte in croce del proprio amato (il crocifisso). È un'opera enigmatica, con la quale l'osservatore, nel chiedersi qual è l'identità della Maddalena, può porsi lo stesso interrogativo anche nei confronti dell'uomo che lei amava.*

* L'opera esaminata può essere ammirata presso la Civica galleria d'arte moderna di Milano.

venerdì 8 aprile 2011

IL MONDO NUOVO di Aldous Huxley

- di Saso Bellantone
Londra, anno di Ford 632, cioè 482 anni dopo la fine della Guerra dei Nove Anni. Uno Stato Mondiale realizzato mediante un'altra guerra: quella contro il passato e tutto ciò che lo richiama. La stabilità di questo Stato mira a essere eterna, grazie alla produzione seriale ed extrauterina e al condizionamento della vita umana, dall'embrione alla maturità. Con il condizionamento gli individui sono suddivisi in classi (alfa, beta, gamma, delta ed epsilon) e in sottogruppi (plus e minus) e destinati al preciso ruolo sociale che avranno in futuro: il comando, l'amministrazione, tutte le altre occupazione lavorative. Ma soprattutto sono tipizzati, uniformati. La facoltà di giudizio di ognuno è ingabbiata entro una precisa forma mentis, caratterizzata da giudizi precostituiti e indotti, il cui scopo è “fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale” (p. 17). Il condizionamento è la garanzia dell'eternità dello Stato Mondiale e avviene fin dall'infanzia affinché “da ultimo, la mente del fanciullo sia queste cose suggerite, e la somma di queste cose suggerite sia la mente del fanciullo. E non solo la mente del fanciullo. Anche quella dell'adulto, per tutta la vita. La mente che giudica e desidera e decide, costituita da queste cose suggerite. Ma tutte queste cose suggerite sono suggerimenti nostri […] suggerimenti dello Stato” (pp. 27-28).
Nello Stato Mondiale non esiste la famiglia, le emozioni, la diversità culturale, l'arte, la storia. L'amore per i libri e per i fiori, così come per ogni altra cosa che stimoli le emozioni o il pensiero personali, è vietato. La cultura, in tutte le sue forme, è abolita. Non s'invecchia, si resta giovani e, pur vivendo di meno, si muore giovani. L'infelicità e lo stress, elementi che introducono instabilità nel sistema, sono combattuti con una droga, il soma, che procura viaggi immaginari al di fuori della realtà, per tornarvi con una maggiore propensione a vivere stabilmente, secondo cioè i dettami dello Stato. Tutti, ognuno rispettivamente nella propria casta d'appartenenza, vivono in un'unica maniera: lavorando. L'unico svago ammesso è il cinema odoroso, che ha lo scopo di stimolare l'istinto sessuale. La monogamia è un tabù: fin da piccoli, si è condizionati alla poligamia, a fare sesso con tutti, a non rifiutarsi a nessuno e a usare periodicamente contraccettivi per evitare di avere figli in modo naturale (cioè non condizionati). Non esistono le religioni, fuorché una: quella in onore di Ford – l'introduttore del sistema di lavoro mediante la catena di montaggio – nella quale 12 individui (come gli apostoli), 6 uomini e 6 donne, cantano inni a Ford, consacrano compresse di soma e gelato di soma e si danno a orge sistematiche.
Il mondo nuovo di Aldous Huxley (Mondadori, 1933) non è soltanto la descrizione di questo mondo del consumo obbligatorio, del “meglio buttare che aggiustare” (p. 46), ma è anche il racconto di un altro mondo: quello dei Selvaggi delle Riserve confinate nel Nuovo Messico per scopi turistico-museali, nel quale si vive alla vecchia maniera. Qui si nasce naturalmente, ci si educa familiarmente e per clan, si può dar vita a una famiglia amando una persona soltanto, si possono provare emozioni. Qui l'arte, la storia, le religioni, la libertà di scelta, l'amore per il sapere e quant'altro è escluso dallo Stato Mondiale persistono. Di questo vecchio mondo fa parte John, o meglio non ne fa parte. Egli è il figlio di Linda, una straniera, e in quanto tale è straniero anche lui. Pur riconoscendosi pienamente in questa comunità, John non è accettato e questo lo rende infelice. Per questo motivo, quando arrivano l'Alfa-Plus Bernardo Marx e la Beta-Plus Lenina Crowe, della quale s'innamora, decide di seguirli nel nuovo mondo. E qui comincia la vera storia.
Fuggito da un mondo verso un altro perché ritenuto uno straniero, John si scopre nuovamente straniero. La dissolutezza della donna che ama, la freddezza dei giovani innanzi alla morte di sua madre, il tradimento dell'amicizia sono quelle gocce in mezzo alle altre che riempiono il vaso della sua ragione con la follia delle follie: la verità. Il mondo nuovo è artificioso, falso, non vero, è retto da un'apparente felicità che cela qualcos'altro: la schiavitù. È un mondo di “bambocci” che non sanno cos'è la felicità né l'infelicità, perché non possiedono un pensiero proprio ma quello che lo Stato ha imposto loro, condizionandoli. Questa scoperta, in un panorama privo di dio, dei vecchi valori e di quant'altro ha a che fare con il vecchio mondo, lo spingono a fuggire e a riparare nella più solitaria delle solitudini. Qui, ridotto a un fenomeno da baraccone, John comprende, come un messia secolarizzato, di essere incapace nel sovvertire le cose e che la sua esistenza è priva di ogni significato.
Malgrado sia stato scritto a cavallo tra le due guerre mondiali, le quali hanno cominciato a far piazza pulita del vecchio mondo per far posto al nuovo, Il mondo nuovo di Aldous Huxley è un testo attualissimo. La sostituzione del nuovo mondo al vecchio non si consuma infatti in quel periodo ma è un fenomeno ancora in corso. In questa prospettiva, se è letto come un modo per avvicinarsi meglio al nostro mondo che cambia, il testo di Huxley si offre al lettore alla maniera di uno strumento utile per due scopi: per comprendere verso quale direzione avviene il cambiamento del nostro mondo; per scorgere, dietro la drammatica storia di John, quella di ognuno di noi.