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sabato 22 ottobre 2011

Buona fusione Italia!

- di Saso Bellantone
Si dice che una volta toccato il fondo, ci sia la risalita... si dice. Accadrà lo stesso per l'Italia? La risalita è quel che ci si augura ma lo scenario spettrale nel quale viviamo non sembra preannunciarla. Ormai si vive come zombie in cerca di sangue per sopravvivere, ma ormai si è tutti dissanguati. Tutti, tranne i potenti, i sangue blu che siedono sulle poltrone del potere e giocando a Italiopoli continuano a far finta di niente, a non vedere l'immenso cimitero abitato da cadaveri ambulanti nel quale si è trasformato lo Stato. Questa cecità però non ha una lunga autonomia e i signori dell'Italia, prima o poi, dovranno rendersene conto. Pena: o diverranno degli zombie pure loro o saranno divorati dagli altri. Non si crede più alle eterne chiacchiere diffuse dalla borsa a proposito dei titoli italiani, ora su ora giù ora su giù. Inutile iniettare queste false speranze e illusioni. Non ci sarà mai una risalita. L'Italia sprofonda, come una trivella impazzita diretta verso il centro della Terra, dove fondersi con il nucleo del pianeta e sparire come mai esistita. Non c'è modo di fermarla. L'energia nera, che aumenta vertiginosamente i tempi di rotazione, di trapanazione e di sprofondamento del cimitero Italia, ha una provenienza molteplice: gli impareggiabili migliaia di milioni di euro di debito pubblico; la febbrile disoccupazione di giovani e adulti, causa di espatrio o di suicidio dei primi e di indebitamento dei secondi; i concorsi truccati, sospesi, rinviati o eliminati del tutto; la sanità inefficiente; la scuola pubblica in malora e quella privata per la gloria di pochi benestanti; pensionamenti irraggiungibili nemmeno con l'aiuto di un telescopio elettronico, a meno che non ci si trasformi in re Mida e si riesca a tramutare in oro persino le proprie feci; aumento a oltranza delle tasse, delle assicurazioni, degli affitti, degli alimenti, di qualsiasi bene di prima, di seconda o di infinitesimale necessità; incapacità di comprare casa, di chiedere un mutuo, di metter su famiglia o di crescere figli; investimenti nella ricerca, zero; aumento scellerato del prezzo della benzina; impossibilità di morire se non pesando sui propri familiari, chi ce li ha, per le spese di funerali, seppellimento e pagamento dell'affitto dello spazio tombale; le università pubbliche vengono penalizzate per favorire quelle private, ormai covo di rampolli di milionari; i servizi “disserviziano, non funzionano; l'inquinamento è alle stelle; aumento della criminalità, delle truffe, degli omicidi e dei suicidi; costrizione a sentirsi male nell'orario sbagliato, per evitare di essere indagati o incarcerati perché non lo si è fatto nell'orario giusto; i ricchi capitalisti, imprenditori e azionisti si arricchiscono; i poveri operai, dipendenti pubblici, privati e in nero si impoveriscono; i partiti operano per interessi personali e imprenditoriali; i sindacati lavorano per i partiti e non per chi rappresentano; gli imprenditori ricattano gli operai; le aziende chiudono, riaprono all'estero per spendere di meno e riportano i propri prodotti in Italia, pretendendo che chi è senza lavoro, perché è stato licenziato dalle aziende stesse, compri; i parlamentari badano a godere dell'onorabilità della carica per i ingrossare i propri stipendi e assicurarsi una felice pensione con due anni e mezzo di governo; i magistrati indagano tutti, anche la suocera perché parla troppo o il proprio cane perché ha fatto la pipì in casa; le forze dell'ordine subiscono tagli di continuo e nel contempo lo Stato pretende che facciano il loro lavoro, rimettendoci di tasca propria; si finanziano grandi opere per arricchire le tasche di politici e criminali; insomma, è il delirio.
In questo panorama, seppur riduttivo rispetto all’energia nera in atto, come può l'Italia sperare in una risalita? Il sistema è in collasso e a nulla servono le trasfusioni economiche dell'UE, dal momento che sono un palliativo per i molti e un favore per i pochi multi-milionari. Inutile fare manfrine: quando si diventa zombie, non si tornare vivi. Il centro della Terra è ormai alle porte. Perciò, buona fusione Italia! Se sopravvivere vuol dire lasciarsi dissanguare dai potenti, allora è meglio morire… non conviene più stare in questo Stato.

domenica 9 ottobre 2011

IL CORPO SA TUTTO di Banana Yoshimoto

- di Saso Bellantone
Quante volte per mezzo di una pianta, un oggetto, un paesaggio, un insetto, una persona, un segno cutaneo, una precisa atmosfera, una forte emozione, un profumo intenso, il sapore di un alimento, il silenzioso linguaggio del corpo di qualcun altro, ci capita di ricordare improvvisamente persone, fatti, situazioni ed emozioni che credevamo di aver rimosso completamente? Ogni volta che accade qualcosa del genere, la nostra attenzione nei confronti di quel che stavamo facendo o di chi ci sta vicino crolla istantaneamente. Ci si sente spiazzati. All’inizio si tende a considerare irreale tutto ciò che viene alla mente, poi si inizia a ricordare tutto chiaramente ed ecco che ci si emoziona. Credevamo di aver dimenticato tutto, che tutto fosse svanito o non abitasse più con noi e, invece, in quei momenti improvvisi e incalcolabili, scopriamo che quelle persone, quei fatti, quelle situazioni e quelle emozioni sono sempre stati con noi. Lo sono tuttora, malgrado non sempre ne siamo consapevoli, perché soggiornano in quel lato di noi che non credevamo potesse dar asilo ad abitanti del genere: il nostro corpo.
Nella raccolta di racconti Il corpo sa tutto (Feltrinelli 2004), Banana Yoshimoto sottolinea come qualsiasi ente, in quel determinato orario, in quel preciso luogo, possa costituire la chiave d’accesso per quei ricordi che credevamo di aver rimosso e che invece il corpo custodisce gelosamente per riportarli a galla quando meno ce lo aspettiamo. In questi momenti la vuota quotidianità nella quale viviamo si frantuma e si spalanca un tempo diverso, preziosissimo perché è quello che scandisce con più peso la nostra esistenza. È un tempo abitato da vecchi amici, parenti e conoscenti, gioie, dolori, profumi, sapori e quant’altro abbiamo vissuto, ognuno dei quali ci apre una fitta serie di momenti, accadimenti, pensieri, sensazioni ed emozioni unici e irripetibili che, pur rimossi, continuano a vivere con noi, nel nostro corpo.
I ricordi di questo tempo occasionale, di questa memoria corporea riemergono all’improvviso per spiazzarci, per disorientare le nostre convinzioni e farci riattraversare emozionalmente alcuni attimi della vita che sono stati decisivi, che ci hanno condizionato e, in alcuni casi, ci condizionano. Una pianta di aloe rinvia alla nonna defunta; una barca nel lago che dondola sulle onde di fiori di loto rimanda al momento della partenza della mamma; una farfalla nera fa rivivere il litigio dei genitori, poi risolto; un tumore della pelle a forma di pesciolino rinvia agli amanti avuti; una gatto mummificato fa ricordare una notte di sesso con uno sconosciuto; una pietra d’ametista rimanda alla moglie defunta; un’amica incontrata in ospedale fa riaffiorare tutto quello che si è vissuto nel periodo della scuola.
Rivivere la bellezza e la crudeltà di questi flashback e provare a ricucire con il filo sottile della coscienza quei ricordi custoditi dal corpo, è qualcosa d’eccezionale. Si ha l’occasione di capire chi siamo stati, con chi, dove, quando, perché e di riscoprire la nostra vera identità che eternamente sfugge nel contingente. Inoltre, si ha modo di ricordare, nei momenti più bui e spietati che viviamo quotidianamente, che non siamo mai soli, perché il nostro corpo è abitato da una legione di ricordi, piacevoli e dispiacevoli, nei quali abbiamo vissuto intensamente.

mercoledì 5 ottobre 2011

NO ALLA LEGGE BAVAGLIO

COSTITUZIONE ITALIANA: ART. 21: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".

domenica 2 ottobre 2011

Relatività




- di Saso Bellantone
Via! Finalmente via da questo mondo bastardo e infame! Ancora non mi sembra vero! Al di là di questo vecchio e decrepito ponte, c’è la spiaggia… e il mare!
Cammino al di sopra del mondo, del mio passato, della mia vita curva, ricurva e traforata come questo vecchio ponte, e mi lascio tutto dietro: gioie, dolori, paure, incertezze, follia e frenesia, amici e nemici, conoscenti, eventi e fatti che non conducono più al mio domani.
Ecco la spiaggia… e il mare! C’è un barcone arrugginito in secca! Chissà da quanto tempo è là… chissà da quanto tempo è stato abbandonato e chi ha portato qui… chissà da quanto tempo mi aspetta per condurmi via, in un altro mondo…
Ogni orma che lascio dietro di me, domani non ci sarà più, così come non ci sarò più nemmeno io in questo mondo bastardo e infame!
Scomparite orme! Scompari mondo! Il mio viaggio continua ma tu, vecchia vita, non puoi essere imbarcata assieme a me e al mio domani.

Via! Finalmente via da quel mondo bastardo e infame! Ancora non mi sembra vero! Sotto questo arrugginito barcone c’è la spiaggia… e un altro mondo!
Cammino al di là di quel mondo, di quel passato, di quella mia vita desertica, fragile e affondante come questa spiaggia, e mi lascio dietro tutto: gioie, dolori, paure, incertezze, follia e frenesia, amici e nemici, conoscenti, eventi e fatti che non conducono più al mio domani.
Ecco la roccia… e il mondo nuovo! C’è un ponte vecchio e decrepito! Chissà da quanto tempo è là… chissà da quanto tempo è dimenticato e chi ha lasciato passare… chissà da quanto tempo mi aspetta per condurmi al nuovo mondo…
Ogni passo che faccio, cancella il vecchio mondo bastardo e infame e lo fa crollare come queste assi di legno nel vuoto!
Crollate assi! Crolla vecchio mondo! Il mio viaggio continua ma tu, vecchia vita, non puoi oltrepassare il ponte con me e il mio domani.*

* Fotografie di Mapi Dafne, alle quali s'ispira questo racconto.

sabato 1 ottobre 2011

DELEGO, ERGO SUM: il motto dell'uomo del volgo

- di Saso Bellantone
Nel 1637 Cartesio (René Descartes) pubblica il Discorso sul metodo, un’opera rivoluzionaria per la storia della filosofia, perché è qui che si esprime il “Cogito, ergo sum”. Di che cosa si tratta? È un’espressione con la quale Cartesio deduce di esistere perché pensa: “Penso, quindi sono”.
Prima di Cartesio, le cose stavano diversamente. L’esistenza umana e del cosmo in generale si davano, platonicamente e paolinamente, per scontato. In braccio a questa certezza, si preferiva comprendere quale posto occupa nel cosmo l’esistenza umana, quale quella divina (Demiurgo), quale relazione intercorre tra le due. Per farla breve, si sosteneva che l’essere umano c’è, perché esistono le idee e perché è creato dal Dio-Demiurgo, che plasma le idee stesse (e le loro copie) con le quali ordina le dimensioni del cosmo: mondo apparente e mondo vero. L’esistenza umana, in sintesi, era considerata una copia dell’esistenza ideale e divina, dunque un’esistenza apparente. Per esistere “vera-mente”, l’essere umano doveva risalire all’esistenza ideale e divina, staccandosi da questo mondo in direzione di quello vero, dimora del Demiurgo stesso: l’Iperuranio. Per farlo, doveva usare il pensiero, adeguarlo a una realtà a lui pre-esistente.
Con Cartesio cambia tutto: niente si dà per scontato. Crollano le visioni platonica e paolina dell’ente in generale. Non v’è sicurezza a proposito dell’esistenza umana e di quella del cosmo. Per questo motivo, non ha importanza capire quale posizione occupa l’esistenza umana, quale quella divina e quale relazione sussiste tra le due. Almeno, non subito. Occorre, primariamente, stabilire qual è il metodo per giungere alla certezza. Il nuovo metodo impone l’abbandono del vecchio: se quest’ultimo imponeva di partire dal cosmo (o dal divino) per giungere all’essere umano, con il metodo introdotto da Cartesio, l’essere umano diviene il centro dell’universo, organizzatore del cosmo e di tutto il resto. Si ha di fronte una certezza non più reattiva bensì attiva. Il pensiero, l’attività del pensare diviene l’unico punto di riferimento a partire dal quale fondare quel che è certo e quel che non lo è. Il fatto di pensare, di pensar-mi, di avere cioè come oggetto del pensiero me stesso, evidenzia che io esisto. Il pensiero testimonia l’esistenza, la mia. Inoltre, il pensare a un altro oggetto diverso da me stesso –il cosmo intero, il Sole, un albero e via dicendo – il pensare-altro-da-me conferma che anche quell’oggetto esiste. L’esistenza, dell’essere umano o del cosmo in generale, si deduce con il metodo cartesiano dall’attività del pensare, dal pensiero. È un incontro tra momento soggettivo (colui che pensa) e momento oggettivo (ciò che è pensato). Tale incontro offre la realtà effettiva, la certezza, anche della propria esistenza.
Oggigiorno, portando alle estreme conseguenze il gesto cartesiano, si è passati a un nuovo metodo per stabilire la certezza e per dirimere la questione dell’esistenza o della non esistenza umana e del cosmo. Dal Cogito, ergo sum di Cartesio si è giunti al Delego, ergo sum dell’uomo del volgo. Di che cosa si tratta? È un’espressione con la quale l’uomo del volgo desume di esistere perché delega: “Delego, quindi sono”. Se con il Cogito, ergo sum si assiste al crollo del platonismo e paolinismo, con il Delego, ergo sum avviene il tramonto del cartesianesimo. Il Delego, ergo sum esprime l’atteggiamento che l’uomo del volgo sviluppa nei confronti di se stesso e del cosmo in generale: si pone infiniti interrogativi e aspirazioni ma, paradossalmente, delega ad altri il compito di risolverli e di ottenerle per lui. Inoltre, in questo modo diviene persino certo della propria esistenza e di quella del cosmo (che assurdità!).
L’espressione Delego, ergo sum manifesta l’uomo contemporaneo, cioè quello del volgo, il suo modo di pensare, la sua condotta. Egli è il centro propulsore di innumerabili domande e desideri ma, anche, la fionda che affida ad altri l’incarico di trovar soluzione ai suoi interrogativi e di realizzare le sue pretese. L’uomo del volgo è chi non sa e non vuole sapere, chi non fa e non vuole far nulla. È chi delega ad altri quel che dovrebbe sapere, quel che dovrebbe fare e tutto ciò che riguarda la sua vita e che, in questa maniera, stravagantemente, giunge alla consapevolezza della propria esistenza. Amore, amicizia, famiglia, sapere, lavoro, politica, informazione, salute, pulizia, diritti, doveri, tasse, cucina, abbigliamento, capigliatura, arti, scienze, tecniche, successo, decesso, miracoli, profezie, prodezze e quant’altro – tutto secondo l’uomo del volgo merita di essere delegato ad altri. Perché esistere, per lui, vuol dire delegare, nominare, affidare ad altri la sua intera vita, senza eccezioni. Per lui, esistere vuol dire soltanto ed esclusivamente delegare, delegare se stesso ad altri.
“Delego, quindi esisto”: questo è il motto dell’uomo contemporaneo, ossia l’uomo volgarizzato, massificato, omologato, livellato, standardizzato, spersonalizzato. “Delegare” è per l’uomo del volgo la parola d’ordine che manifesta la vera esistenza, l’esistenza in generale. È una parola per dire l’essere dell’ente contemporaneo: l’essere delega, si delega, è delegante. Ma che genere di esistenza si spalanca all’uomo del volgo, ogni volta che delega ad altri tutta la sua vita intera? Un’esistenza fatta di lamenti, rabbia, odio, invidia, idiozie, imprecazioni, urla immonde, chiacchiericcio, gossip, luoghi comuni, pagliacciate, bestialità, vuota apparenza, mode da branco, corse all’oro, controsensi, ignoranza e quant’altro. È un’esistenza monotona nella quale, delegando, si è eternamente subordinati ad altri e ad altro fuorché al proprio pensiero. Un’esistenza fatta del piacere della ripetitività assieme al resto del branco (quanto sopra descritto), nella quale si ama stare continuamente in mezzo al vortice di voci da armento che ingloba, annullandolo, ogni spazio vitale, fisico e virtuale, per diffondere una rete di spazi agonizzanti, schiavizzanti, opprimenti autoindotti.
Il Delego, ergo sum è la prassi dominante il mondo contemporaneo, la consuetudine sulla quale si fonda il potere. Malgrado il volgo si illuda oggigiorno di governare il mondo, il Delego, ergo sum manifesta logicamente il potere è nelle mani di pochi, di quei pochissimi che sono stati appunto delegati dai molti a gestire la loro vita, a comandare. Sono i pochissimi a diffondere e ad accertarsi il radicamento della logica del delegare nei molti, perché dal delegare scaturisce il loro potere. Finché si delega, non c’è esistenza per l’uomo del volgo ma soltanto una sub-sistenza, una vita appunto che si svolge al di sotto di chi si è delegato a gestire: una vita da subordinato, da schiavo.
Non è facile per l’uomo del volgo rendersi conto di questa logica paradossale e uscire dal limbo del delegare nel quale è finito. Occorre capacità, forse un po’ di fortuna. Basterebbe tuttavia guardarsi allo specchio e arrivare al paradosso più estremo per quella logica: delegare il volto che vi si intravede, vale a dire se stessi. Ciò significherebbe riprendere in mano la propria vita, pensare da sé, tornare a Cartesio e al Cogito. E non tutti ci riuscirebbero. Ma se ce la facessero pochissimi, allora e solo allora, per dirla con Nietzsche, sarà l’alba di una nuova aurora: quella di spiriti liberi, di solitari alcioni verso l’orizzonte infinito che abbiamo innanzi e in ogni luogo, noi stessi e il mondo, un tutt’uno.

martedì 27 settembre 2011

Pensieri visivi: LA STANZA DEGLI OGM di Laura Gramuglia

- di Saso Bellantone
È l’ora del pranzo, o della cena. Due manichini stra-imbellettati senza volto né mani si apprestano al banchetto. La tavola è apparecchiata ma la pasta, la frutta, le posate, i piatti, i calici, le bottiglie, persino i dipinti, tutto è rigorosamente nero, come la pece. La stanza degli Ogm di Laura Gramuglia ci parla del pericolo che incombe, costituito, appunto, dagli Organismi Geneticamente Modificati. Un pericolo che riguarda l’essere umano e la natura.
L’essere umano è un ente naturale, parte stessa della natura nella quale vive, che gli offre gratuitamente i propri prodotti, per consentirgli di nutrirsi, di sopravvivere. L’essere umano dipende, dunque, secondo una prospettiva biologica, dalla natura. È sempre stato così e questo avviene tuttora malgrado oggi accada anche l’inverso. Oggigiorno, perfino la natura dipende dall’essere umano. Con il progresso conseguito negli ultimi tempi dalle scienze e dalla tecnica in ogni dimensione del mondo della vita, oggi ci si trova a un punto zero, originatosi dall’abbattimento del confine tra l’umano e il divino. Con il potere delle scienze e della tecnica, l’essere umano si considera un dio, unico detentore dell’autorità, del diritto di varcare ogni barriera, come quella, nel campo della genetica, tra il naturale e l’artificiale. Non si rende conto che lo smantellamento di questa frontiera è un pericolo, per lui stesso e per la natura.
Il crollo di questo confine è un avvenimento epocale, perché inaugura la possibilità della fine dell’antica relazione tra l’essere umano e la natura. Gli Ogm sono prodotti artificiali, alterati, non naturali, nutrendosi dei quali l’essere umano stesso diviene artificiale, alterato, non naturale. I manichini sono senza volto e senza arti proprio perché hanno perso la loro umanità, la loro autenticità. Il dipinto appeso alla parete è nero come gli Ogm perché segnala tale perdita: smarrendo la propria umanità, l’essere umano perde la propria storia, il contesto nel quale avveniva la sua vita – la natura – scompare lui stesso, muore. Gli Ogm uccidono ciò che è naturale e ciò che è umano, provocando il fallimento dell’antica relazione tra la natura e l’essere umano. Costituiscono il nero frutto per eccellenza della forsennata volontà di potere umana, proiettata continuamente verso l’estremo pericolo: la morte. La stanza degli Ogm denuncia tale pericolo: producendo gli Ogm, l’essere umano uccide la natura. Nutrendosi di questi prodotti morti, anziché sostenere la propria sopravvivenza, l’essere umano supporta la propria morte.
La stanza degli Ogm lancia questo campanello d’allarme e invita a pensare. Gli Ogm costituiscono un veleno letale per la natura e l’essere umano, che annienta l’antica relazione tra i due ed evoca un mondo disumano, artificiale e morente. Ogni giorno la nostra società tecno-capitalistica dice di sì agli Ogm e, in questo modo, diffonde la morte, provoca una disumanizzazione del mondo. La cravatta e collana di perle sono una metafora del capitalismo, mentre gli abiti dei manichini, neri come gli Ogm, sono una metafora della morte in atto. La stanza degli Ogm denuncia questa situazione, ne manifesta simbolicamente la logica nascosta, invita alla riflessione e a salvare la natura, la nostra umanità, la vita. Per questo scopo, è necessario riscoprirsi parte integrante della natura, ricostruire la barriera tra il naturale e l’artificiale, rafforzare il nostro legame con la natura, comprendere di non essere dio. In breve, occorre cominciare a dire di no agli Ogm. Facendo il contrario, ci attende una triste sorte.

domenica 25 settembre 2011

Inaugurata la mostra Dalla noia nascon fiori unici

- di Saso Bellantone
Si apre con un effetto domino la Mostra d’Arte Contemporanea organizzata dal collettivo Laboratorio Kaleidoscopio presso il Castello Ducale Ruffo di Bagnara, inaugurata dal sindaco Cesare Zappia e gli assessori Giuseppe Spoleti e Bruno Dominici. È l’effetto domino che l’arte è capace di provocare in un gruppo di persone, in una comunità e anche oltre l’orizzonte. In una parola: speranza. Non c’è spazio libero per l’aria, il vuoto, la solitudine. È tutto pieno: il cortile, le camere, la terrazza, la via esterna. Tutti quelli che hanno ancora voglia di fare comunità, di sorridere, di pensare e di sperare con la voce dell’arte si raccolgono al Castello da ogni zona della provincia, per sentire, appunto, la voce dell’arte, pardon, le sue diverse voci. Pittura, scultura, fotografia, installazioni, allestimenti floreali e sculture vegetali, musica, lettura, video e quant’altro: sono questi gli ingredienti che i giovani artisti del Sud e del Laboratorio Kaleidoscopio usano per far sentire ognuno la propria voce con le differenti tonalità dell’arte e lanciare al Sud stesso un messaggio di speranza. Una scossa è sempre possibile. Occorre lasciarsi travolgere dalla cultura, dall’arte, dai giovani. Una volta che questi tasselli cominciano a operare, a “cadere”, il più è fatto. Non si può fermare il domino ma soltanto cavalcarlo come un’onda che conduce a persone, a gruppi, a comunità, a un intero Sud diverso, nuovo. Di seguito, la voce di alcuni artisti.

Tonino Cassalìa:
“Mi sono avvicinato all’arte con gli elementi naturali che ci circondano, con ciò che la natura ci offre. La mia arte non vuole deturparla: usa la natura con molto rispetto. Per esempio, in questa mostra ho realizzato due grifoni, stilizzati, per rappresentare lo stemma del Castello di Bagnara. In genere amo rappresentare forme mobili, non lineari, tutto ciò che può essere avvolto e inglobato in tutto quello che ci circonda, in tutto ciò che la natura fa. Il tema dominante della mia arte è costituto dalle radici. Occorre sentirsi legati alle nostre radici e alla nostra terra, anche se si è costretti a cercare fortuna altrove. La mia tecnica evidenzia una delle caratteristiche predominanti del Meridionale: la capacità di adattarsi a ogni situazione, con una marcia in più rispetto ad altri. È necessario coltivare l’arte, in primo luogo nelle scuole. Tutti possono essere artisti ma ci sono anche delle regole che vanno seguite per poi uscirne a modo proprio, cioè con la propria arte. Studiando si ha la possibilità di personalizzare i propri lavori ma con una cognizione dell’idea e una spiegazione logica di cosa si va a fare. La politica, le istituzioni e i pubblici non sono vicini ai giovani artisti e all’arte. Non tutti. Questa mostra evidenzia quanti ragazzi ci sono al Sud capaci di creare con i materiali e le tecniche più svariate, ognuna di grande impatto ed effetto. Niente da togliere alle firme che stanno in giro però occorre puntare sui giovani, con delle idee innovative e con una sensibilità particolare rispetto a chi negli anni si è lasciato andare, abbandonandosi al modus vivendi negativo che ci circonda oggigiorno. Occorre stimolare i giovani, credere in loro, e aiutarli anche economicamente, per acquistare i materiali, per pubblicizzare e far conoscere l’arte anche oltre i confini della nostra regione.”

Mapi Dafne:
“Mi sono avvicinata all’arte per caso. A differenza di tanti altri che nascono fotografi, io mi sono avvicinata prima all’immagine in movimento, come filmaker, poi ho capito che un’immagine statica crea movimento lo stesso. Amo la fotografia in toto. Anche perché le nuove tecniche ci permettono di svariare in grande. La fotografia è l’occhio amplificato che dà la possibilità di, gioco di parole, sognare ad occhi aperti. La macchina fotografica mi permette di vedere e ricreare quello che voglio. La fotografia è libertà di espressione. Oltre al sogno ad occhi aperti, ci sono altri scopi che l’osservatore può cogliere. Ci tengo molto a fare denuncia sociale. Infatti nei miei scatti si possono vedere immondizia, bottiglie gettate a terra di multinazionali che inquinano l’acqua o l’ambiente oppure case di paesini abbandonati, lasciati al degrado mentre si continua a costruire altrove, non rivalutando quello che abbiamo. Credo che il non-luogo va ripopolato. Bisogna fare questo grande trasloco/migrazione dalle città ai piccoli paesini, riprendere i vecchi mestieri, le vecchie maestranze. Oggigiorno l’arte è stata volgarizzata. La fotografia, per esempio, da quando c’è stata l’introduzione del digitale, con il quale tutti sono diventati fotografi. Stesso dicasi per gli altri generi di arte. Con questo modo di vivere accelerato anche l’arte si è dovuta adattare: producendo velocemente non si riesce a cogliere il vero senso delle cose. L’arte invece ha bisogno di tempo, di espressione e soprattutto di libertà, che l’artista, in Italia e al Sud soprattutto, non ha. Bisogna stare attenti a fotografare certe situazioni. Dal punto di vista economico, l’arte non è libera. Io non mi reputo un’artista e il mio hobby è molto caro non soltanto sul piano economico. Non ne ricavo nulla: io lavoro per mantenermi questo hobby. L’arte alla fine, se è vera, non ripaga. Però l’artista che nasce oggi lo sa e se ama l’arte va avanti. La politica, le istituzioni e via dicendo dovrebbero aiutare l’arte e gli artisti perché la cultura è importante. L’arte trasmette cultura: occorre che ognuno metta a frutto le proprie idee, non si frustri e vada avanti in questo percorso. La politica spesso evita questo perché sa che la gente di cultura porta sempre tanti problemi. Abbiamo questa cultura strumentalizzata, chiusa in questi grossi edifici, riprodotta per loro. Infatti si vede quali sono gli artisti che vanno avanti: o fanno televisione o fanno mostre per la politica o l’economia. Credo che la politica non aiuterà mai l’arte e gli artisti perché la cultura è scomoda ma, per una volta ancora, voglio pensare di sbagliarmi. In ogni caso, se la politica non ci aiuta cercheremo di aiutarci da soli, perché l’unione fa la forza e questa esposizione lo dimostra. Ognuno con i propri tempi, ritagliando del tempo all’arte quando non è impegnato nel lavoro, dimostra di lavorare bene assieme agli altri. Speriamo di fare altre iniziative simili”

Carmela Caratozzolo:
“L’arte mi è sempre piaciuta fin da piccola in tutte le sue varie forme, tant’è che faccio danza da tanti anni: quale miglior medium per avvicinarsi all’arte. L’arte o ce l’hai dentro da quando nasci o è difficile tirarla fuori. Non è una cosa che si può spiegare: o si sente o fai altro. In questa mostra ho creato la Stanza dei Guardiani del Sidro, che parla dei peccati capitali e del peccato originale. Quindi mette in luce questo aspetto biblico, ricalcato dalle mele – simbolo del peccato – che è un messaggio abbastanza lampante. Ognuno fa di sé la propria arte: è una manifestazione dei sentimenti che si hanno e ognuno li esprime come meglio crede, con la scultura, la pittura, l’installazione. L’arte è un dire la propria e comunicare all’osservatore quel che si ha da dire, quel che si dice con il linguaggio dell’arte. L’arte e gli artisti hanno sempre difficoltà, in alcuni casi anche tra di loro, perché l’arte è, naturalmente, soggettiva e ciò spesso crea delle incomprensioni. Tra gli artisti è normale, infatti gli artisti tendono poi a superare queste incomprensioni tra di loro. È anormale quando l’arte non è compresa dagli altri, da chi artista non è e da chi fa di tutto per contrastarla. Bisogna invece cercare di mantenere l’arte e gli artisti nella nostra terra. A tal fine, occorre credere nell’arte e negli artisti e creare degli spazi come questo, il Castello di Bagnara. Se si parte da questo, il resto verrà da solo, passo dopo passo. Le cose non si possono programmare in toto, specie quando si ha a che fare con l’arte. Abbiamo voluto realizzare questa mostra senza chiedere contributi, per dimostrare che come primo passo l’arte non ha bisogno di soldi bensì di un monito pratico: ha bisogno di comunicare, di esprimersi. L’arte necessita di una collaborazione attiva da parte di tutti, senza pensare a scopi di lucro. Poi ovviamente se si fanno le cose in grande, c’è bisogno di un aiuto più concreto e a quel punto si parte con gli aiuti economici, specie quando si ha a che fare con dei giovani artisti che non hanno altri modi per sopravvivere. L’arte può essere un solido strumento per la lotta contro la criminalità e per distogliere i giovani dagli strumenti di comunicazione di massa che li raggirano, mostrando loro un mondo che non esiste. L’arte può risvegliare i giovani, parlargli, mostrargli qual è il vero mondo nel quale viviamo e insegnare loro a denunciare, a battersi per un mondo diverso.”

Gregorio Ocello:
“L’arte mi è sempre piaciuta. Studio infatti al Dams a Roma. In occasione di questa mostra ho pensato di creare un video, un mix di immagini e musica, impiegando un brano di mio cugino Biagio La Ponte, intitolato “Percezioni”, pensato originariamente per il suo cd. Po io l’ho adattata, dandogli un mio significato attraverso il video. L’arte può aiutare la gente a capire certe cose che altrimenti da soli non riescono a capire. È un mezzo che serve per fare aprire gli occhi alla gente, un mezzo che possono usare tutti, è per tutti e non è mai controllato completamente dalla società. È un mezzo per parlare liberamente con la gente comune. Il video che ho realizzato per la Stanza degli Elementi, vuole far capire alla gente che siamo controllati e paragone le persone alla natura. Se la natura dovesse ribellarsi, si pensi ai terremoti agli tzunami, potrebbe prendersi in un attimo ciò che gli spetta di diritto. Lo stesso vale per la gente ma non se ne rende conto. Il video parla dunque a tutti, a proposito di quello che accade nel mondo, impiegando la metafora della natura. L’arte finora è stata aiutata pochissimo perché è pericolosa, scardinerebbe l’ordine delle cose, il sistema. L’arte è ormai considerata qualcosa di commerciale, è usata soltanto per fare soldi e sfruttare la gente con gli occhi chiusi. Anzi è stata trasformata. Lo scopo dell’arte commerciale è il contrario di quello che l’arte vuole raggiungere: aprire gli occhi all’uomo su quello che lo circonda. Occorre investire sull’arte per avere più punti di vista, più libertà, ma investire nel senso di “creare di più”, non in senso economico. L’arte deve essere libera dall’economia. È un investimento per stimolare il criticismo dell’essere umano e soprattutto dei giovani che, grazie alla tecnologia di oggi, possono creare di più e possono parlare agli altri per far aprire loro gli occhi.”

Giuseppe Frosina:
“L’arte mi ha sempre appassionato fin da bambino, quando disegnavo o copiavo le cassette della Walt Disney. Dopo le lacrime che ho versato quando i miei genitori hanno scelto di mandarmi allo scientifico anziché all’artistico, ho deciso di seguire la mia passione e non l’aspetto puramente lavorativo. Così sono andato all’Accademia. Da qui ho seguito la mia strada. Mi è sembrato giusto mettere in piedi questa mostra a Bagnara perché offre l’occasione di evidenziare l’arte e di conoscere i giovani che permangono nella nostra terra. Questa fuga di cervelli verso il nord impoverisce il territorio dove noi nasciamo. Da qui, scaturisce l’esigenza di mettere in piedi un insieme di idee, per dare voce ai giovani che sono rimasti in una terra che non ti dà molte aspettative né via d’uscita. E allora abbiamo deciso di creare, di urlare tramite il metodo per eccellenza: l’arte, dove non ci possono essere censure ma soltanto libera espressione. Abbiamo scelto di organizzare questa mostra in occasione delle Giornate Nazionali per il Patrimonio perché guardandoci attorno abbiamo visto cose che non ci andavano bene – vedi com’è stato trattato il Castello e altri reperti della nostra storia passata – e abbiamo pensato di farla qui per mettere in primo piano anche il nostro patrimonio, usando la nostra voce, quella dell’arte. L’arte è libera espressione. Al contrario di quanto dicono molti secondo cui internet è l’unico metodo per esprimersi liberamente, io credo che ancora oggi questo spetti soltanto all’arte. All’inizio, quando abbiamo pensato di organizzare questa mostra, c’era molta paura di non essere capiti. Paura delle persone che non sono abituate a un certo tipo di discorso o di situazioni. L’incomprensione era la nostra paura più grande. Io penso che fare un certo tipo di cose, anche in contesti come questo, è importante per abituare la gente a un certo tipo di linguaggio. Elevare le persone a qualcosa di più e non abbandonarle alla loro “ignoranza”. L’arte è una crescita e gli artisti sono chiamati ad aiutare gli altri in questa crescita, a prendere coscienza delle cose. La Stanza della Polvere, per esempio, è una metafora che rappresenta l’arrendevolezza dell’uomo. L’uomo si è inserito sempre più in un percorso che non gli appartiene. Io credo che l’uomo è un essere naturale e che il progresso, in realtà, è un regresso. Più progrediamo più ci allontaniamo dal nostro stato naturale. La polvere è la metafora per eccellenza per comunicare questo. Rappresenta infatti la battaglia che l’uomo combatte giornalmente contro quello che ha creato su di sé. La polvere non è un elemento che ci appartiene: ogni giorno tu la togli ma lei torna sempre. Credo che un giorno l’uomo si stancherà di questa situazione che si è creato attorno. Guardiamo le scope molli: guardiamo che cosa accadrà se tutto verrà abbandonato. Non ci sarà più niente, nemmeno l’uomo. Spero che si riesca ad acquisire la coscienza di tornare a quello che eravamo. Finora l’arte e gli artisti sono stati aiutati pochissimo, perché nessuno fa niente per niente. Credo che la politica sfrutti queste occasioni per farsi una cornice attorno che gli possa servire in futuro, non perché si creda a fondo nei valori dell’arte e dell’impegno che stiamo mettendo. È un gioco che bisogna intraprendere, da qualche parte occorre cominciare, abituando le persone e i politici stessi, perché anche oro sono uomini, alla presenza dell’arte. L’importante era iniziare e infondere un certo tipo di fiducia nei nostri confronti. Per ora c’è stata, vedremo in futuro. Vogliamo che la gente si fidi dell’arte, si appassioni e speri in un futuro migliore, privo di paure, di crescita e capace di decodificare qualsiasi tipo di linguaggio in modo costruttivo: l’essere più aperti.”

Alessandra Ienco:
“Mi sono avvicinata all’arte con più forza quando ho iniziato l’Accademia delle Belle Arti a Reggio dove, studiando e conoscendo altre tecniche e altri artisti, ho capito maggiormente la mia vena artistica. Un’opera d’arte a primo impatto deve trasmettere qualcosa, specie a un osservatore che non la vive giornalmente come accade per noi. Spesso non è capita però occorre che l’osservatore si avvicini sempre a questa realtà che per lui risulta essere nuova. Pian piano può crearsi una sintonia con l’arte, può educarsi all’arte malgrado, a tal fine, siamo noi i primi a doverlo educare. L’installazione che espongo in questa mostra s’intitola “Le realtà invisibili”, nella quale rappresento l’esperienza umana. È come se ci ritrovassimo all’interno di un cervello, che viene rappresentato attraverso il corpo umano dell’uomo e della donna, che appaiono come dei manichini che hanno il corpo colorato di cielo, in quanto rinvia a un senso di libertà che ritroviamo all’interno di ognuno di noi. C’è una serie di fili che rappresenta il non rappresentabile, cioè sia tutto ciò che è nella mente dell’uomo, i pensieri di ogni singola persona, sia l’energia vitale dell’essere umano, che viene fuori da questo uomo e questa donna, che rappresentano ognuno di noi. In generale l’arte è aiutata e stimolata ma lo stesso non si può dire pienamente al Sud, tranne alcune eccezioni. In questo caso, stiamo tastando il territorio e la gente. Si spera in una rinascita dell’arte e in particolare in una giusta valorizzazione di questi giovani artisti che stanno esponendo oggi al castello. Occorre aiutare l’arte e gli artisti, non possiamo farne a meno. Oggi si spreca tempo a guardare un qualsiasi oggetto elettronico o tecnologico, mentre innanzi a un’opera d’arte si passa dritti e non perdiamo tempo, ma perdiamo la possibilità di riflettere sulla vita con altri occhi, mediante l’opera pittorica, scultorea e altre realtà. C’è bisogno di vedere un oggetto semplice come la lana di quest’opera, alla maniera di un simbolo della continua lotta dell’essere umano con se stesso nel corso del tempo, e che indica anche l’energia dell’uomo che nonostante le lotte, le difficoltà della vita e le cose più belle, comunque trova sempre un modo per uscire e condurre l’uomo in avanti nel suo cammino.”

Mimì Ramone:
“Sono state due settimane toste. La mostra è un evento per Bagnara e per il Sud perché non è soltanto un’esposizione ma un progetto che vorremmo duri nel tempo, per il territorio e recuperare le strutture abbandonate o poco utilizzate e sfruttate. Quel che immaginavamo era una situazione di incontro di artisti, di esposizioni, di installazioni, di performance di danza, di teatro, di musica, cioè un museo che raccolga tutte le forme di arte contemporanea. Volevamo trasformare il Castello in un museo, una cosa che a Bagnara manca. Noi lavoriamo per la creazione di una situazione continuativa per riutilizzare gli spazi inutilizzati, rivalutando la possibilità di crearci da noi il lavoro. Per noi sarebbe bellissimo poter vivere di questo. C’è chi si occupa della parte esecutiva, chi della parte organizzativa, c’è chi ha studiato una disciplina, chi un’altra ma tutti operiamo per lo stesso scopo. Raggruppando queste menti volevamo creare questa situazione, questo laboratorio. Volevamo un punto di riferimento e il Castello ci sembrava la location ideale. Il titolo di questo evento, “Dalla noia nascon fiori unici”, nasce così. Una sera abbiamo cominciato a parlare in piazza di questa iniziativa. L’estate bagnarese era finita, sono partiti tutti e siamo rimasti in quattro a parlarne. Nella noia, ognuno ha tirato fuori un’idea che è diventata un punto di partenza verso qualcosa che nel nostro paese non si era ancora visto. Dalle idee che abbiamo tirato fuori mi sembrava adatto questo pezzo della canzone degli Afterhours. Annoiati dagli eventi che ci sono stati quest’estate – il calendario dell’estate bagnarese è stato peggio degli altri anni, a parte le serate dei Ganja Garden o di Valentina Sofio – per divertirsi occorreva andare fuori, per esempio seguendo Battiato o il Paleariza. Insomma, tutto è nato dalla sera alla mattina. Invito tutti a venire al Castello per darsi una scossa culturale e stimolare la propria curiosità con un’altra cosa nuova. È anche un modo per conoscere i giovani che abitano la nostra terra. Se l’avesse fatta qualcun altro, io sarei stata la prima a dire “andiamo al Castello”. Quando c’è una cosa nuova in giro, vado subito. La gente deve venire qui, per dare quella critica anche negativa, o un consiglio, o accorgimenti, o per spronarci ancora di più, è tutto costruttivo. Quindi, vorrei che si parli di questo, che le opere e le installazioni che abbiamo preparato stimolino la riflessione e che si cominci a pensare a quanto abbiamo da proporre. Se si riesce a centrare questo obiettivo, per me sarebbe il massimo.”

venerdì 23 settembre 2011

DALLA NOIA NASCON FIORI UNICI: programma della Mostra d’Arte Contemporanea al Castello Ducale Ruffo di Bagnara

- di Saso Bellantone
Il 24-25 settembre 2011, in concomitanza alle giornate Europee del Patrimonio, il collettivo Laboratorio Kaleidoscopio con la collaborazione del Comune di Bagnara Calabra, presenta la Prima Mostra d’Arte Contemporanea presso ilo Castello Ducale Ruffo di Bagnara, intitolata “Dalla Noia Nascon Fiori Unici”. Oltre ai curatori, Giuseppe Frosina, Carmela Caratozzolo e Mimì Ramone, gli artisti che parteciperanno alla mostra con le loro opere sono: Laura Gramuglia, Pietro Morello, Nadia Giovinazzo, Mapi Dafine, Carmelo Sofio, Giuseppe Macrì, Tonino Cassalìa, Domenica Esposito, Alessandra Ienco, Gregorio Ocello, Valentina Leuzzi, Teresa Ribuffo, Margherita Calabrò, Sara Calabrò, Carmelo Gramuglia, Enzo Triulcio. Di seguito, il programma della mostra:
24 settembre
Ore 18:00 Inaugurazione della mostra
Con la partecipazione del Sindaco dott. Cesare Zappia e gli assessori Giuseppe Spoleti e Bruno Dominici.
Ore 21:30 - Reading
Poesie e racconti a cura di Francesco Villari (Prod. appese), Mike Rob e Matteo (“Sotto le ascelle”).
Ore 22:00 - Performance Live
Mordecai Non Parla
Francesco Stilo e Pieropaolo Casile

25 settembre
Ore 11:00
Apertura mostra e visita guidata.
Ore 21:45 Performance teatro-danza
"Tempo di vento" a cura di Carmela Caratozzolo - scuola Ariadne - Bagnara Calabra
Ore 22:00 - Perfomarce Live
Michele “MikyDeath” con Sergio Idone (voce, basso), Marco Modica (violino) e
Federica Catalano (voce femminile)
Selezione musicale a cura di Daniele Giustra
Durante la mostra degustazione di vini a cura della casa vinicola Criserà.

giovedì 22 settembre 2011

ARCHE': genesi in corsa

- di Saso Bellantone
In principio, nel vuoto, vi erano due entità. Erano infelici perché vagavano nel niente sempre da sole. Durante il loro vagabondare nel puro nulla, per un istante, si ritrovarono l’una innanzi all’altra. Fu amore a prima vista. Subito, si presero per mano e ricominciarono il loro girovagare nel vuoto, felici della compagnia trovata. Una delle due, però, era talmente felice della presenza altrui, che corse così velocemente da perdere la mano dell’altra. Quando se ne accorse, decelerò, attese che l’amata la raggiungesse e nel momento in cui fece per stringerle nuovamente la mano, restò meravigliata: nella mano, l’altra reggeva una nuova entità, aveva Arte... continua a leggere

sabato 17 settembre 2011

BAGNARA: L'ARTE PERIFERICA. Incontro a più voci su "Arte espressione dell'anima"

- di Saso Bellantone
Si è tenuto ieri presso la piazza Matteotti di Bagnara Calabra, l’incontro culturale intitolato L’ARTE PERIFERICA. Confronto a più voci su “Arte espressione dell’anima”, cui hanno partecipato: il musicista Mario Lo Cascio, il regista della Compagnia teatrale Argos Giuseppe Pietropaolo, lo scrittore Giuseppe Bagnato, il compositore Francesco Tripodi, il regista e attore della Filodrammatica Scillese Filippo Teramo, il poeta dialettale Rocco Nassi. Il maestro Mimmo Fadani, coinvolto in alcuni impegni artistici nella città di Venezia, è stato ugualmente presente alla serata inviando una lettera.
L’Arte Periferica è una rubrica curata dal blog Disoblio, condivisa in esclusiva su scala nazionale dal portale Paperblog e in esclusiva sul territorio calabrese dal portale Costaviolaonline. Tale rubrica da voce a tutti quegli artisti che sono sconosciuti al grande pubblico o dei quali difficilmente si parla, perché al di fuori degli imperanti meccanismi di promozione e pubblicizzazione, a guadagno di pochissimi. I suoi scopi sono: evidenziare come l’arte e gli artisti non abitino soltanto nelle metropoli della nostra società ma anche e soprattutto nelle “Periferie” di essa; far conoscere tali artisti e la loro arte; avvicinare i giovani alle arti; fare pensare. Leggendo il medesimo questionario rivolto ad artisti di diversa natura, il lettore, paragonando le risposte di uno con quelle di altri, ha la possibilità di coglierne le somiglianze e le differenze e, anche, di trovare se stesso.
Prima di dar voce agli ospiti, coerentemente con la natura letteraria della rubrica L’arte Periferica, e cioè di promuovere l’arte e gli artisti sconosciuti al grande pubblico, si è posta l’attenzione sulla questione Fadani e Giverny, già sollevata mediante un articolo pubblicato da Costaviolaonline.

L’opera grafica di Mimmo Fadani, “Risorgi Calabria”, è stata apprezzata a tal punto da essere pubblicata e recensita nel dizionario enciclopedico internazionale d’arte moderna e contemporanea. Affascinato da quest’opera, Denis Cornet, direttore e proprietario della prestigiosa galleria d’arte “Thuillier” di Parigi, ha proposto a Mimmo Fadani di esporre le sue opere nei luminosi locali e di aderire al prossimo SAM (Salone artisti membri e amici del Who’s Art Club International), che si terrà presso la storica galleria d’arte “Go” di Giverny, dove il grande pittore Claude Monet, animatore dell’impressionismo, visse a lungo e morì a 86 anni (Parigi 1840 – Giverny 1926). Dal momento che per effettuare una tale esposizione occorre investire ingenti somme, il maestro Fadani, che è sprovvisto di esse, rischia di non poter esporre le proprie opere a Giverny e nella casa di Monet. Per questo motivo, sono state sollecitate le autorità a farsi carico di tale questione e di trovare una soluzione, principalmente economica, per consentire a Mimmo Fadani di esporre le proprie opere a Giverny e per rendersi orgogliosi, un domani, del fatto che un nostro conterraneo, calabrese e meridionale, ha rappresentato con la sua arte, nella casa di Monet e innanzi ai più celebri artisti e critici del panorama artistico internazionale, il Sud e tutti noi.

Nel corso della serata, gli ospiti hanno parlato di se stessi, di come ognuno, rispettivamente, si è avvicinato alla propria arte (musica, teatro, scrittura, composizione, regia, poesia dialettale), dell’essenza e dello scopo di ogni arte, dell’ultima opera d’arte realizzata. Si è inoltre evidenziato quali difficoltà gli artisti e l’arte sono costretti ad affrontare giornalmente nella nostra terra: sinteticamente, la mancanza di un sostegno strutturale, strumentale ed economico da parte di enti pubblici e privati e, anche, la condanna da parte dei concittadini, compaesani, conterranei, in quanto l’arte è, al Sud, considerata un hobby e non un lavoro. Su questa scia si è posto l’accento sul fatto che l’arte è un fenomeno che va al di là dell’umana ragione e contingenza, ricalcandone la sua potenza unificante, salvifica, socializzante, emozionale, comunicativa, narrante, critica e propositiva, identificante, esistenziale, sensibilizzante, familiarizzante, rammemorante.

Non si è fatta sentire per nulla l’assenza del maestro Mimmo Fadani, impegnato artisticamente nella città di Venezia, il quale, anzi, inviando una lettera, ha dato numerosi spunti di riflessione – sull’arte, sulla decadenza della società e il dominio imperante della tecnica e del consumismo, sulla necessità dell’arte per riqualificare la dimensione della vita, sui giovani. A questi ultimi, il maestro Fadani ha rivolto parole di preoccupazione innanzi allo stile di vita suicida largamente diffusosi tra i giovani, e parole di speranza, invitandoli a seguire l’esempio degli artisti ospitati durante l’incontro culturale, che hanno dedicato una vita intera all’arte e all’esaltazione di quei valori universali, veri pilastri della vita umana. Sulla scia di Fadani, gli ospiti hanno concluso i loro interventi incitando i giovani ad avvicinarsi alla musica, al teatro, al musical, alla poesia, alla scrittura e soprattutto alla lettura e allo studio, unici strumenti capaci di opporsi alla crisi “culturale” imperante. Assieme alle arti, la lettura e lo studio, fatte con passione, consentono a ognuno di scoprire la propria identità, il proprio pensiero, le proprie doti innate e, frantumando le barriere della solitudine, di scoprire la bellezza di vivere in armonia con l’altro.