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venerdì 30 ottobre 2009

HALLOWEEN: L'INVITO A UNA RINASCITA DELLA VITA


- di Saso Bellantone
Il 31 ottobre di ogni anno migliaia, se non milioni, di persone sono solite girovagare travestite da spiriti, streghe e morti per spaventare la gente prima o poi farla sorridere alle parole: "dolcetto o scherzetto?!". È la celebre festa di Halloween e delle zucche a forma di facce grottesche che, per via della diffusione dei mass-media, si considera una festività nativa negli Stati Uniti. Ma è proprio così? Qual è il senso di questa festività? Secondo la tradizione, la festa di Halloween ha origine nei paesi anglosassoni. Si pensa che la sera del 31 ottobre Saman, signore dei morti, evocasse schiere di spiriti maligni e i druidi accendevano nelle città grandi fuochi per respingerli (ancora oggi in Scozia e in Galles si suole accendere grandi fuochi). I celti, invece, consideravano Halloween l’ultimo giorno dell’anno e pensavano che quella notte era possibile conoscere il futuro perché gli spiriti dei defunti facevano visita alle loro case terrene. Dopo la conquista romana della Britannia, Halloween assunse le caratteristiche della festa del raccolto, celebrata il 1° novembre in onore di Pomòna, dea dei frutti degli alberi. Questa festività mantiene le proprie tracce negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dove si è soliti fare dei giochi con la frutta o intagliare facce strane nelle zucche e accendervi dentro delle candele. Con l’avvento del cristianesimo, la festa del raccolto è sostituita con quella di Ognissanti, però sembra mantenersi il rinvio all’antica festa del raccolto. Ad esempio, il 1° novembre, nella nostra Bagnara c’è la tradizione del “ninareju o ninareu”, ossia l’usanza di offrire agli anziani frutta o dolci di pasta di mandorle a forma di frutto. Durante le migrazioni nelle Americhe, gli europei importarono nel nuovo mondo le proprie culture ricche di riti, tradizioni e costumi, naturalmente, compresa la festività di Halloween. Tuttavia, alcune ricerche antropologiche hanno evidenziato che presso i nativi del continente americano esistono dei riti molto simili alla festa di Halloween. Gli indiani “pueblos”, per fare un esempio, credono nell’esistenza dei “Katchina”, gli spiriti degli antenati. Sul finire dell’anno, gli indiani sono soliti indossare delle maschere raffiguranti gli spiriti degli antenati che tornano sulla terra, danzano e portano regali ai bambini. Ma i bambini non sanno che quegli spiriti, in realtà, sono i propri genitori. Questo rito ricorda il mito di fondazione dei “pueblos”. Trasferendosi da una terra a un’altra, molti genitori annegarono in un fiume nel tentativo di salvare la vita ai propri figli. Giunti nella nuova terra, memori della tragedia del fiume, i sopravvissuti pensavano che alcuni spiriti venissero a prendere i loro figli per ucciderli, così proposero agli spiriti un accordo: gli adulti li avrebbero commemorati con il rito delle maschere dei Katchina. Perché i bambini non sanno che quegli spiriti, di fatto, sono i propri genitori mascherati? Perché capirebbero che gli spiriti degli antenati sono “loro stessi che rischiano di morire”. Gli adulti hanno creato questo rito per “mascherare la vicinanza dei bambini alla morte” e, in qualche modo, esorcizzarla. Il rito delle maschere dei Katchina ricorda, naturalmente, il famosissimo Babbo Natale. Questa figura, però, ha degli illustri precedenti: “il re dei saturnali” dell’antica Roma, festa delle larve celebrata dal 7 al 24 dicembre in onore di Saturno considerato divoratore di bambini; “Jule Boch” della Scandinavia, il dio del mondo sotterraneo che nel solstizio d’inverno, porta dei doni ai bambini; “San Nicola”, meglio conosciuto col nome di Santa Claus, celebrato il 6 dicembre, che compie cure miracolose e porta regali ai bambini. Le festività di Halloween e di Santa Claus sono strettamente legate. Nonostante le diversità etnico-culturali, questi riti sono praticati, in definitiva, per allontanare la morte dai bambini (e dagli anziani nel caso del “ninareju bagnarese”) e dalla natura. In breve, rappresentano dei riti riguardanti il ciclo dell’anno. Mentre col solstizio d’estate (24 giungo, festa di San Giovanni) si assiste all’accorciamento delle giornate e alla morte della natura, con il solstizio d’inverno (24 dicembre, natività del Sole, in seguito sostituita con la natività del Messia Gesù), invece, si partecipa a un allungamento delle giornate e al superamento della morte, vale a dire a un ritorno alla vita. In questo periodo dell’anno, il sole che dalla “porta dei padri” va verso sud, adesso comincia a dirigere nuovamente verso nord, attraversando la porta degli dèi. Halloween (così come il Natale) è, dunque, un rito relativo al ciclo dell’anno e, in generale, alla periodicità tra morte e vita. É il tentativo rituale di esorcizzare la morte e provocare una rinascita della vita. Come si diceva all’inizio, oggigiorno questa festività continua nella forma del “dolcetto o scherzetto”, ma da qualche anno va in voga la formula di rave-party o di balli in maschera nei quali sono premiati i migliori travestimenti. La festa di Halloween, che si svolge il 31 ottobre di ogni anno, mantiene il suo aspetto tradizionale ma, a un tempo, si sta trasformando. Infatti, se da un lato Halloween continua a essere una festa in cui ci si maschera “fisicamente” per incitare la rinascita della vita, dall’altro lato la moltiplicazione di questa festività per ogni “sabato sera” di cui si compone l’anno, trasforma Halloween in un afterhours o un rave-party dove, anziché invogliare la rinascita della vita, si provoca un eterno ritorno della morte. Ci si riferisce in questo caso alle tragiche stragi del sabato sera, nelle quali ormai migliaia e milioni di giovani si svestono degli abiti studenteschi e lavorativi per travestirsi “mentalmente” in forsennati desiderosi di sesso, droghe, alcolici e alta velocità per sfidare la morte. Il più delle volte, non sono i giovani a vincere questa sfida bensì la morte stessa. Negli ultimi anni, sono stati registrati migliaia di incidenti stradali mortali che, il giorno dopo, trasformano le feste di gioia e letizia dei pub e delle discoteche in funerali. Mi auguro che la festa di Halloween sia ripresa e ri-praticata così come l’abbiamo ereditata dalle nostre tradizioni. In poche parole, nel senso di un invito rivolto alla vita dall’intero genero umano, al fine di evitare i drammi del sabato sera e lo spreco di vita che avviene nelle strade di ogni paese e nazione del pianeta. Per fare questo, è necessario tornare a riflettere sul senso di questa festività sia nel campo dell’istruzione e della formazione sia in quello della politica e della fede. Auspicando serenità, pace e razionalità, auguro a tutti un buon Halloween.

mercoledì 28 ottobre 2009

SHOAH: IL RIDICOLO NEGAZIONISMO


- di Saso Bellantone
Il 22 ottobre 2009, il sindaco Gianni Alemanno sollecita Luigi Frati, rettore dell’Università la Sapienza di Roma, per sospendere il professor Antonio Caracciolo, il quale dichiara che la Shoah è una leggenda. Il professor Caracciolo, ricercatore di Filosofia del diritto della Facoltà di Scienze Politiche, si difende invocando il diritto alla ricerca e scambiando quest’ultimo con il potere di parlare per opera dello Spirito Santo. Quando scoppia il putiferio, il professor Caracciolo, come si dice in questi casi “con la coda di paglia”, continua a difendersi affermando che nel programma previsto per l’A.A. 2009/2010 è previsto lo studio della storia a cavallo delle due guerre, mediante l’analisi di un testo di Carl Schmitt, sostenitore del regime nazista, da lui tradotto. Leggendo quello che gli conviene, il professor Caracciolo non si è mai accorto che il filosofo-politico in questione, Carl Schmitt, non era un sostenitore del regime nazista ma uno dei più spietati critici, da un punto di vista giudirico, del cosiddetto “stato d’eccezione” che negli anni del regime nazista si era realizzato. Basti leggere alcune pagine del celebre “Il nomos della terra” – che Cacciari ha definito “uno dei 3 libri che meritano di essere traghettati nel terzo millennio”, assieme a La stella delle redenzione di Rosenzweig e al Nietzsche di Heidegger – per rendersi conto della dura polemica ad opera di Schmitt nei confronti del regime nazista. Al di là della cattiva preparazione del professor Caracciolo riguardo a Carl Schmitt – giurista chiamato alla creazione della Costituzione dello Stato d’Israele (pensate voi quant’era nazista) – la sua negazione dell’olocausto, avvenuto negli anni della Seconda Guerra Mondiale, dimostra che: o il professore in esame è in malafede per questioni di natura politica; o che non è capace di vedere al di là del proprio naso, nemmeno quando si trova davanti ai documenti storici (Diario di Anne Frank, Se questo è un uomo di Primo Levi per dirne qualcuno) o ai sopravvissuti alla Shoah. Questa miopia o testardaggine del professore, naturalmente, è la stessa che caratterizza tutti coloro che ancora oggi hanno il coraggio di negare uno dei più spietati crimini contro il genere umano, la cosiddetta “Soluzione Finale”. Il rifiuto della Shoah ci mette di fronte al grave problema di cui spesso si discute nelle aule universitarie e nei convegni di studio: la tensione degli uomini a manipolare la storia dell’umanità per il potere. È il celebre problema della “Storia dei vincitori e storia dei vinti”, vale a dire del prospettivismo storico-etnologico, secondo il quale oggi molti studiosi e ricercatori svolgono una revisione della storia delle civiltà umane per meglio comprenderla nei suoi momenti salienti. Tuttavia, come accade per il professor Caracciolo, alterare la storia dell’umanità per mera brama di potere personale o per provocare sommovimenti politico-culturali, utili per affermare il potere di una corrente rispetto a un’altra, dimostra che tutti quanti perdiamo sempre più il buon senso e la nostra identità. La storia è quel terreno carico d’informazioni e d’esperienza al quale è possibile rivolgersi per evitare di compiere gli errori passati e per rendersi conto che ogni civiltà (presente e passata) fa parte di un comune destino. In questo senso, le più gravi sciagure compiute nel passato sono quei mattoni che servono per costruire solidamente il nostro domani. Cancellare o dimenticare questi disastri, come nel caso della Shoah, significa annientare a priori il futuro di un’unica comunità: ossia, dell’umanità. Per questa ragione, l’atteggiamento di chi ha la stessa posizione del professore Caracciolo, non può che essere che disapprovato.

giovedì 22 ottobre 2009

FINE O REVISIONE DELL'ORA DI RELIGIONE?


- di Saso Bellantone
Di fronte alla crescita degli immigrati nel nostro paese, il viceministro allo Sviluppo Economico, il finiano Adolfo Urso, propone, per le scuole pubbliche e private italiane, l’insegnamento di un’ora di religione islamica alternativa a quella cattolica…e scoppia il putiferio. Fini e D’Alema approvano la proposta; Calderoli, Cota e Maroni la bocciano; la Chiesa, ovviamente, si schiera a favore del cardinale Bagnasco il quale, appellandosi al Concordato, definisce l’insegnamento della religione cattolica “parte integrante della nostra storia e della nostra cultura”.
È importante tenere a mente che siamo ormai nel nuovo millennio e che stiamo scrivendo le pagine di una nuova epoca dell’umanità, al grido della “diplomazia, dialogo, globalizzazione, diritti, pace”. In questo scenario, da un lato, la chiusura di buona parte della politica italiana nei confronti della proposta-Urso evidenzia quanto siamo bigotti e barbagianni. Dall’altro, il fondamentalismo cattolico che si ispira al cardinale Bagnasco, dimostra che siamo ancora troppo radicati nel passato e che affrontiamo l’avvenire in modo conservativo piuttosto che progressista.
Tutto questo fa rilucere, al di là delle apparenze e del falso profetismo propagandistico, la strettezza culturale che caratterizza la nostra politica; l’ignoranza e la mansuetudine delle masse che vanno dietro agli ecclesiastici; il paradossale atteggiamento dei ministri di dio nei confronti dell’unico comandamento cui da millenni si ispirano, introdotto dal Messia Gesù, celebrato dagli evangelisti e dallo stesso Paolo di Tarso: “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Personalmente, credo che nella nuova era sia assurdo continuare a porsi il problema dell’ora di religione nelle scuole, sia cattolica, islamica, ebraica, buddista, taoista, are krishna, indiana o di qualsiasi altro tipo. L’educazione e la formazione scolastica dei giovani è qualcosa che non ha nulla a che vedere con la fede. Viceversa, la convinzione religiosa, nonché la sua pratica e il suo studio, è una scelta che ognuno compie individualmente e razionalmente, a meno che non la si erediti dai propri genitori.
L’intromissione dell’elemento religioso nelle scuole, come dimostra la storia, non è altro che un escamotage utile ad opera dei gestori delle religioni per fare proseliti e assicurarsi non solo la sussistenza, ma anche autorità, rispetto, considerazione negli affari politici e diplomatici dei paesi che abitano questo pianeta. Per questa ragione, le scuole dovrebbero essere prive di qualsiasi ora di religione e di qualsiasi segno d’appartenenza cultuale, sia il crocifisso, il burka, la mezza luna, la stella di david, il kippà, i dipinti indiani, i piccoli buddha ecc.
Il credo di una persona, in particolar modo di un giovane, è qualcosa che si decide nel proprio intimo o, al massimo, all’interno dei propri nuclei familiari. Anche le strade, le piazze, insomma qualsiasi spazio sociale dev’essere inteso come un luogo dove vigono le regole e gli ordinamenti giuridici che ogni singolo Stato si dà per il quieto vivere. Lo spazio della fede resta soltanto la propria intimità e i luoghi adibiti per svolgere i culti: chiese, monasteri, moschee, pagode, templi e così via.
In questo senso, una delle ragioni del calo dei cosiddetti “praticanti”, ossia i fedeli e i giovani, cattolici in particolare, che vanno a messa, è proprio il fatto che la religione cattolica è svolta nelle scuole e considerata una disciplina pari alle altre. Se lo studio di questa fede si svolgesse direttamente nelle chiese, negli oratori ecc. e non a scuola, forse assisteremmo a una crescita di praticanti.
I genitori dovrebbero essere i primi a sostenere e a realizzare l’idea di una scuola “religiosamente neutrale”, vale a dire di uno spazio, indipendente dalla fede, nel quale ciò che và coltivato, difeso e studiato è la storia e l’evoluzione dei popoli e di tutte le rispettive produzioni artistiche, letterarie, scientifiche e chi più ne ha più ne metta. Al limite, se proprio non si può fare a meno di considerare la religione una disciplina scolastica, sarebbe opportuno, dal momento che le religioni sono produzioni dello spirito umano, considerare l’ora di religione come uno spazio d’informazione, comprensione e dialogo. Questo significa che gli studenti italiani dovrebbero “studiare” davvero le religioni dei compagni provenienti da altre nazioni e, viceversa, quest’ultimi dovrebbero studiare la religione cattolica.
La fine dell’ora di religione esclusivamente cattolica o la sua reinterpretazione come momento di confronto tra popoli che, coi propri giovani, mirano alla costruzione di una grande società multiculturale e multietcnica, è una delle sfide decisive che caratterizzano il nostro tempo. Si tratta di educare i giovani, e con questi gli adulti, a considerare lo spazio pubblico un luogo nel quale si vive secondo le regole di ogni Stato (liberal-democratiche possibilmente); le scuole e le università una zona neutrale nella quale si coltiva il passato dell’umanità e si perfezionano i saperi, le scienze, le arti e le tecniche; la vita e la pace fra i popoli strettamente dipendenti dal rispetto di ogni singola persona, a prescindere dal credo che pratica.

venerdì 16 ottobre 2009

PONTE SULLO STRETTO: L'ULTIMA COSA CHE OCCORE AL SUD


- di Saso Bellantone
Quando si è duri d’orecchio, c’è poco da dire o da fare. Da anni il mito del ponte sullo stretto, il Titano che collegherà l’isola al continente spalancando le proprie braccia, ci perseguita come la morte. Così come quest’ultima prima o poi arriva, allo stesso modo l’ora in cui il mito diviene realtà sembra avvicinarsi.

A dicembre/gennaio – dice il presidente del Consiglio – partiranno i lavori per la costruzione dell’opera faraonica che rilancerà l’economia e il turismo italiano nel mondo. Ma l’Italia, e in particolare in Sud, ha davvero bisogno del ponte?
Da tempo i figli di questa terra ricca di storia, cultura, risorse e volontà, ma priva di infrastrutture, fabbriche, aziende e lavoro, alzano in coro la voce nella speranza di essere ascoltati, ma i monologhi di chi abita la suite dello Stato italiano ridondano imponenti, sovrastando, paradossalmente, quell’insieme di voci che, di contro, appaiono come un bisbiglio.
Perché il ponte? Chi lo vuole? Qual è la sua utilità? Quale è il senso di questa fatica dell’uomo, paragonabile a quella del semidio Eracle, quando la legge del pianeta dimostra che nulla di quanto l’uomo costruisce è eterno.
Le testimonianze di questa regola, scritta nelle intramontabili pagine della nostra memoria con inchiostro rosso-sangue, sono tutte quelle catastrofi – escluso le tragedie provocate dall’uomo, come le guerre e le armi di distruzioni di massa – che stravolgono il volto urbano delle nostre città, provocando centinaia o migliaia di morti: alluvioni, terremoti, tzunami, glaciazioni, eruzioni vulcaniche, cicloni ecc.
Di fronte a questa fatalità cui tutto ciò che fiorisce sulla superficie terrestre è soggetto, sembra assurdo captare quei monologhi che risuonano il comando “Sia il ponte sullo stretto!”, quasi simile agli imperativi divini presenti nel Genesi biblico. Che può farsene di un’opera transitoria come il ponte una terra carica di ferite come il Sud e bisognosa di un altro genere di rimedi? Realizzare il ponte sullo stretto per rilanciare il Meridione e l’Italia intera è lo stesso che prescrivere un’ingessatura immediata del piede per chi, invece, ha anche un’emorragia interna. Bisogna prima curare l’emorragia e poi ingessare. Stesso dicasi per la Calabria e la Sicilia. Ma qual è la fuoriuscita di sangue di queste regioni? Di cosa hanno realmente bisogno?
In breve: di lavoro. In questo senso, il ponte sullo stretto non rappresenterebbe un’occasione utile per creare migliaia di posti di lavoro? Certamente, ma spesso la disperazione che aleggia nelle nostre terre rende ciechi ed egoisti riguardo all’utilità lavorativa del ponte. L’edificazione del Titano è un’occupazione temporanea che richiede sì centinaia o migliaia di operai ma soltanto per un numero preciso di anni, trascorsi i quali, vale a dire ultimati i lavori, si torna punto e a capo. In altri termini, la maggior parte degli impiegati si ritroverà di nuovo a spasso.
“Ma almeno li si è tolti dalla strada e dal malaffare, consentendogli l’opportunità di crearsi una famiglia e un futuro?” – obietteranno molti. Senza dubbio. Ma a costoro gli si chiede: e poi? Li pensioniamo? Li mandiamo a casa? E come si sfameranno? Che dire, invece, di tutti gli altri che non avranno l’opportunità di far parte della squadra chiamata a realizzare il ponte? Li lasciamo a zonzo, come facile preda della malavita? “Gli altri si arrangiano: quando poi i lavori saranno completati, beh, chi lo dice che ancora sarò vivo. Fatti loro!” – rispondono tanti. Questo è puro egoismo, non è lo spirito col quale si prende parte al bene comune. A costoro gli si domanda: siete sicuri che andrete proprio voi a lavorare al ponte? E se non fosse così?
Bisogna trovare la forza per vincere lo smarrimento e l’amor proprio e affrontare la questione del “lavoro” al ponte con estrema lucidità. Se il lavoro è la nostra chiave di lettura relativa alla costruzione del ponte, allora il lavoro sia la chiave di violino per armonizzare i nostri propositi e la nostra volontà con l’effettivo fabbisogno della Calabria e della Sicilia, dei nostri giovani e del nostro avvenire. Chi comanda la messa in opera del ponte, dovrebbe bloccare un attimo i propri imponenti soliloqui, almeno per ascoltare il sussurro che la gente del Sud, insieme, gli propone, al fine di rilanciare l’economia e il turismo nazionali. Di che cosa ha bisogno il Mezzogiorno?
Il Meridione ha bisogno di un potenziamento e perfezionamento delle strade, delle ferrovie, dei porti, degli aeroporti, degli acquedotti, delle dighe, delle centrali elettriche, dei depuratori idrici, delle terre agricole e degli allevamenti, delle aziende e delle imprese, della sicurezza e nettezza urbana e extraurbana, delle risorse turistiche, dei trasporti, dei musei, delle gallerie d’arte, dei cinema, delle scuole e delle università, delle istituzioni. Urge della creazione di nuove industrie agricole, alimentari, siderurgiche, chimiche, tessili e della moda, farmaceutiche e sanitarie, meccaniche, energetiche, edili, telematiche, tecnologiche, artistiche, turistiche. Necessita di nuovi centri commerciali, della produzione, promozione ed esportazione dei prodotti tipici, di nuovi centri di studio e di ricerca, nuovi ospedali, case di cura, centri sportivi e di benessere, piscine, alberghi, hotel, biblioteche, teatri, parchi acquatici, ludici o zoologici. Ha bisogno di maggiori finanziamenti e investimenti, di sicurezza nelle case, nelle strade, nelle scuole e negli ospedali, di una nuova grande rete di servizi, primo fra tutti quello dell’igiene e della sanità cittadina, di tante altre cose e interventi che vengono in mente a tutti coloro che leggono queste righe. In una parola, il Sud ha bisogno di speranza.
La pianificazione e la concretizzazione di tutto questo, rappresenterebbe il giusto intervento sul diroccato presente che abbiamo innanzi agli occhi e la saggia preparazione del futuro di queste terre e dei suoi giovani, perché produrrebbe tanto di quel lavoro da consentire alla maggior parte dei disoccupati e dei disperati di lavorare, di edificare da sé il proprio destino, quello della comunità italiana e dei propri figli. In poche parole, si darebbe a tutti l’opportunità di rendersi utili per il rilancio economico, sociale, culturale, turistico, industriale e chi più ne ha più ne metta, non solo del Meridione, ma dell’intero Paese.
Di fronte al triste scenario che vediamo ogni giorno, che c’induce a diventare egoisti e parassiti e a pensare che niente cambierà mai, la costruzione del ponte è l’ultimo problema. Se s’intervenisse là dove occorre, allora la realizzazione del ponte rappresenterebbe la ciliegina sulla torta della rinascita del Meridione e dell’Italia nel mondo.
Per questa ragione, è necessario riflettere sul serio sulla questione, evitando mode culturali e schieramenti politici. Per cambiare il nostro Sud bisogna prima abbandonare le proprie avare ambizioni, la chiusura in se stessi e l’ignoranza e cominciare a sentirsi parte dello stesso Sud che si vuole rilanciare. Solo in questo modo possiamo trasformare il nostro sussurro in un ruggito carico di forza, coraggio e speranza per le generazioni a venire. Solo così possiamo attirare l’attenzione del Premier, ma bisogna farlo subito.

giovedì 15 ottobre 2009

TRACHINIE di SOFOCLE

- di Saso Bellantone
Protagonista di Trachinie non è il forte Eracle – che non appare mai direttamente sulla scena fuorché sul finale – bensì Deianira, il figlio Illo, i messaggeri, i servitori, le schiave, tutti coloro che sono deboli, oppressi, impotenti dinnanzi alla forza di Eracle. Assumendo il punto di vista di quest’ultimi, Sofocle mostra che vuol dire vivere all’ombra di grandi eroi-padri come Eracle, metà uomo/metà dio, a sua volta impotente riguardo all’oscuro vaticinio che lo segue inesorabilmente ovunque, segnandone il destino.
La scena si apre a Trachis, in Tessaglia, davanti alla casa di Ceice che ospita Eracle e la moglie Deianira. L’incipit è un detto antico pronunciato da Denianira, che mette in risalto l’argomento della tragedia: «di nessuno tra i mortali potrai conoscere / se sia vissuto nella felicità o nella sciagura / prima della sua morte» (p. 137).
Sofocle affronta la questione felicità/infelicità rapportandola al binomio vita/morte. In altre parole, si pone il problema della qualità della vita, affermando che il criterio per valutarla è la “fine della vita” stessa. Non è possibile sapere se un mortale è vissuto felicemente o infelicemente, prima che la sua vita è giunta al termine. Per quale ragione? A causa della vita stessa. Nella propria essenza, la vita non è fissa, stabile, immobile; finché resta tale, la vita non si ferma, non si blocca, non conosce battuta d’arresto. É movimento, mutamento, trasformazione continua. L’unico avvenimento che può arginare, trattenere, contenere la sua metamorfosi assidua è la morte.
La morte infatti sigilla, chiude, pone termine alla vita, cioè dà un’immediata scadenza al suo movimento, dà un limite alla sua ininterrotta trasformazione, la obbliga a divenire diversa da sé, ad alterarsi entro un confine preciso; la morte le impone qui e ora la sospensione di ogni cambiamento, la costringe all’immobilità, alla fissità, alla staticità. Quando avviene, la morte finisce la vita, la interrompe, la blocca, taglia tutti i legami e i nessi che consentono alla vita di cambiarsi costantemente. Non le concede il tempo di decidere quale ultima trasformazione effettuare. La morte decide per la vita, la afferra in un istante, alla sprovvista, la serra saldamente senza concederle alcuna via di fuga. Infatti, quando c’è la morte, la vita è finita, ha dei limiti precisi, dei margini che la vita non può più valicare perché non può muoversi più. Solo nella morte, la vita acquisisce un volto, dei lineamenti precisi e, attraverso di essi, un senso.
Ecco perché Sofocle pensa che è la morte a stabilire la qualità della vita, vale a dire il suo senso. Solo dopo che l’uomo non vive più è possibile precisare come egli sia vissuto. Solo quando il mortale è divenuto ciò per cui è nato – un morto appunto – e ha realizzato il tratto distintivo del proprio essere – la morte – è possibile sapere se la sua è stata una vita felice o meno.
Qual è il mondo nel quale Sofocle afferma che la morte è il metro della qualità della vita? Quello greco, retto dagli dèi olimpici, dei quali gli umani sono figli, creature. Un universo dai colori cupi nel quale la vita degli uomini è in balia di oracoli e dèi, e quella delle donne, dei figli, degli schiavi, dei servitori tutti dipende dalle scelte e dalle azioni degli eroi-padri. Tutti, però, sono prigionieri nella stessa rete di un’esistenza infima, infelice, priva di libertà. Trachinie è la tragedia dove tutte le visioni, le interpretazioni, le concezioni possibili intorno all’esistenza umana vengono ridotte al livello più semplice, sintetizzabili nella domanda: la vita è dominata dalla felicità o dall’infelicità? Solo la morte concede ai vivi di rispondere sui morti. Ma per chi sopravvive è un amaro compito stabilire come sono vissuti i defunti, così come arduo è vivere nel ricordo di coloro la cui vita hanno giudicato.
Nonostante l’antico detto appena pronunciato, Deianira, avvolta dal tempo dell’attesa, guarda alla propria vita e fluttua tra i ricordi di disperazione, tristezza e angoscia che finora l’hanno caratterizzata. Non ha mai potuto decidere da sé la propria vita. Il padre la promise prima al fiume Acheloo e lei aveva desiderato la morte piuttosto che giacere con una divinità metamorfica; poi, liberata da Eracle, fu data in sposa a questi. Fu un colpo di fulmine. All’inizio, Deianira temette di non essere abbastanza bella per il semidio; in seguito, comprese che nemmeno allora aveva imboccato la strada per la felicità, perché Eracle – eternamente impegnato ad affrontare le proprie fatiche – è sempre lontano da casa, dai figli, ma soprattutto da lei.
A questa vita di travaglio, di preoccupazione, dominata dal tempo dell’attesa e della speranza nel ritorno incolume del proprio sposo; a questa vita di prigionia all’interno delle mura di una casa vuota, schiava dei propri doveri di madre, ma privata dell’amore del proprio sposo che non c’è mai, se non per fecondarla e ripartire subito alla volta di un’altra fatica, si aggiunge per Deianira il tormento del presente scaturito da un gesto mai compiuto prima dal marito. Prima di partire per l’ennesima fatica, «come chi fosse già morto» (ibid.), Eracle le lascia una tavoletta indicante la quota di spartizione delle terre tra lei e i figli, da eseguire se non fosse tornato a casa entro quindici mesi. Perché stavolta Eracle le consegna la tavoletta? La nutrice consiglia Denianira di mandare il figlio Illo in cerca del padre, il quale la informa che si trova in Eubea per combattere contro la città di Eurito. La madre, però, insiste che il figlio avda alla ricerca di Eracle: perché? Cosa spaventa a tal punto Deianira?
Un oracolo svolto dalle sacerdotesse di Dodona, nell’Epiro, aveva rivelato che in quella terra avrebbe trovato la morte oppure la liberazione da tutte le proprie fatiche. In questo modo compare uno dei elementi che più caratterizzano e determinano il mondo eroico greco: l’oracolo, il vaticinio, la previsione degli eventi futuri. Assieme al detto antico con cui si apre l’opera, l’oracolo è l’altro fattore essenziale attorno al quale si svolgono i fili della tragedia.
In passato, Eracle era riuscito a tornare vittorioso da ogni battaglia, ma stavolta incombe su di lui un oscuro presagio, una profezia che lo segue inevitabilmente e che nell’animo di Deianira, paradossalmente, pesa più dell’infelicità del proprio passato. Deianira sa infatti che agli oracoli nessuno può sfuggire: l’oracolo aveva predetto la morte o la liberazione dell’eroe dalle fatiche; poiché i quindici mesi d’attesa per la spartizione degli averi, come recita la tavoletta, sono quasi scaduti ed Eracle non ha ancora fatto ritorno presso casa, Deianira teme che il marito abbia incontrato la propria fine nella sua ultima impresa, come aveva predetto l’oracolo. Per questa ragione manda il figlio Illo alla ricerca del padre.
Il coro, provato dal dolore della donna, cerca d’infonderle speranza, affermando ambiguamente che «il re figlio di Crono / che governa ogni cosa / non assegnò nulla ai mortali / che non recasse dolore. / Ruotano, intorno a tutti, pena e felicità, / come i tragitti circolari dell’Orsa» (pp. 140-141). Contro la vaporosità delle parole del coro, vi è la pesantezza della tavoletta che Deianira ha nelle mani, segno ammonitore dell’antico vaticinio, presente e assente nel contempo e tuttavia incalzante.
Quando l’ombra sembra ormai dimorare nell’animo della donna, ecco giungere un messaggero: questi informa Deianira che Eracle è di ritorno ma tarda perché nel preparare le offerte votive a Zeus sulle coste dell’Eubea, gli abitanti di Trachis lo tempestano di domande. Tutto sembrava perduto ma all’improvviso si riaccende la speranza: nell’altra faccia della profezia, la speranza è la liberazione di Eracle dalle proprie fatiche. Per Deianira questo significa vivere finalmente in pace col proprio marito e sposo, ossia vivere felice.
Mentre esclamazioni di gioia riempiono la casa e la speranza della felicità sembra realizzarsi, ecco giungere il segno vero e proprio del ritorno del marito: Lica, messaggero di Eracle, si avvicina assieme a un corteo di donne e spiega a Deianira i motivi del ritardo del suo signore. Il marito, per volere di Zeus, era stato venduto come schiavo a Onfale, regina barbara, perché aveva ucciso Ifito, figlio di Eurito, per vendicarsi degli insulti del padre; dopo un anno al servizio di Onfale, Eracle era riuscito a liberarsi e aveva raso al suolo la città di Ecalia, dalla quale provengono le donne al seguito di Lica.
Pensando forse al proprio travagliato passato, privo della libertà di scelta, Denianira prega Zeus che una sorte come quella delle schiave mandatele in dono da Eracle non affligga i suoi figli. Ma a un tratto, la sua attenzione è attratta da una donna che sembra di stirpe nobile e allora chiede a Lica di svelargli l’identità di quella. Il messaggero, però, finge di non sapere chi sia e la donna lascia che tutti entrino in casa. Subito, un altro messaggero interviene, comunicandole che Lica l’ha imbrogliata: quella donna dalle sembianze nobili, le rivela, è Iole, il vero motivo per cui Eracle ha ucciso Eurito ed ha rasato al suolo la città di Ecalia. Eracle l’aveva chiesta al padre come concubina ma, poiché gliela negò, invaghito da Afrodite, l’aveva presa con la forza.
È un momento decisivo: proprio ora che Deianira comincia a immaginare la fine dei propri tormenti e ad assaporare un po’ di felicità, ecco che le rivelazioni del messaggero gettano la donna nello sconforto di una tremenda verità: il marito ama un’altra donna. È come se il mondo crollasse addosso a Deianira: tutto sembra finito, svuotato di ogni senso. Che senso ha la sua vita priva della libertà di scelta, costretta alla schiavitù e all’oppressione? Che senso hanno tutti i suoi sacrifici, la sua prigionia in una casa quasi sempre vuota, i suoi doveri di madre, ora che il suo uomo non l’ama più?
Chiede a Lica il motivo delle sue menzogne e il messaggero le risponde che non gliel’ha ordinato Eracle, ma l’ha fatto spontaneamente per evitare di affliggerle il cuore. Lica la scongiura di trattarla con gentilezza perché «colui che ha sempre trionfato con la forza delle sue braccia / è stato sconfitto dalla passione per costei, completamente» (p. 151). Per evitare di attirarsi qualche sciagura degli dèi, Denianira lo rassicura che farà come lui dice e lo invita a entrare in casa per consegnargli i doni da inviare a suo marito. Disperata, Deianira decide di giocare l’ultima carta disponibile per garantirsi l’amore di Eracle: decide di usare il dono che il centauro Nesso le aveva fatto prima di morire a causa della freccia avvelenata scagliata da Eracle, che aveva intinto nel sangue dell’Idra di Lerna. Il centauro le aveva detto di raccogliere il suo sangue dal punto della ferita inferta dalla freccia, in modo da ottenerne un filtro capace di fare innamorare Eracle di lei più di ogni altra donna.
Preparato il filtro d’amore, Deianira consegna a Lica la tunica imbevuta del sangue del centauro, spiegandogli che questo era il voto che aveva fatto agli dèi se avesse visto tornare a casa il marito sano e salvo; in più, lo avverte affinché nessuno la indossi prima di Eracle, né che alcun raggio di sole, recinto sacro o fuoco la veda prima che lui l’abbia vestita.
Appena Lica si avvia, Deianira è scossa da un brivido per ciò che ha visto: il fiocco di lana con cui ha intinto la tunica per il marito – gettato in terra alla luce del sole – si è corroso e di esso è rimasto solo un mucchio di cenere schiumante. Tremenda è la luce della verità: il centauro Nesso l’ha raggirata. Non era un filtro d’amore ma un veleno col quale ha avvelenato colui che ha sempre amato e atteso.
Deianira riprende a straziarsi, ormai persa nel labirinto in cui la ragione diviene follia. Ritorna il figlio Illo che l’accusa del misfatto e le narra la sofferenza e la follia di Eracle, provocati dal veleno. Le parole del figlio frantumano ulteriormente lo spirito della donna in preda al dolore, cancellando ogni minima traccia d’identità, ogni ricordo, ogni altra persona, ogni pensiero fuorché uno: la morte. Ritiratasi nelle stanze della casa, in uno stato di completa assenza, piange, abbraccia l’altare, tocca gli oggetti familiari; poi, totalmente in delirio, si reca nella stanza di Eracle, si denuda, si sdraia sul letto nuziale e si toglie la vita con un colpo di pugnale nel fianco.
Forse vittima della disperazione per il mancato amore del marito – ma sicuramente marionetta innocente nelle mani del centauro Nesso che si è assicurato la vendetta con l’inganno – Deianira vive l’attimo più atroce della propria infelice esistenza: con l’unica scelta che ha preso in tutto la sua vita, si scopre a un tempo artefice della morte dell’amato e della propria sventurata fine. Perciò Sofocle afferma: «folle chi fa conto su due o più giorni: / non esiste domani, prima che sia finito bene il giorno d’oggi» (p. 164).
Addolorato dalle atroci sventure accadute a Eracle e Deianira, il coro descrive l’arrivo di Illo presso il padre, per comunicargli la morte della madre e la verità dei fatti. Un vecchio lo scongiura di non svegliarlo per non sentire di nuovo i suoi lamenti provocati dal veleno che lo sta uccidendo, ma Eracle si sveglia e riprende a delirare, a urlare, a chiedere l’aiuto degli dèi prima e ad offenderli con bestemmie dopo. Non sopporta di morire così, non per colpo di spada ma per via di una donna, e chiede al figlio che lo uccida, lo prega di consegnargli Deianira per ucciderla, inconsapevole ch’ella è già dipartita.
Illo allora gli svela la verità ed Eracle comprende che è veramente giunta la propria fine: Zeus infatti aveva predetto che nessun mortale avrebbe potuto ucciderlo fuorché qualcuno che dimori già nell’oltretomba. Eracle dunque si ritrova legato a una profezia antecedente quella di Dodona, che però compie quest’ultima: in questo giorno sarebbe stato liberato dalle proprie fatiche – come voleva l’oracolo di Dodona – perché sarebbe morto a causa di un mortale che dimora già nell’oltretomba, ovvero il centauro Nesso – come voleva l’oracolo dei Selli.
Eracle fa giurare al figlio due promesse davanti agli dèi: di portarlo nella vetta più alta dell’Eta e di bruciarlo su di una pira, senza versare alcuna lacrima; di sposare Iole. Per far felice il padre e mostrarsi devoto e rispettoso nei suoi riguardi, Illo giura di adempiere alle proprie promesse e anche lui, come la madre, si ritrova condannato a un’esistenza priva di scelta, oppresso dal volere del forte Eracle, schiavo del proprio sangue.
La tragedia si conclude svelando l’antico detto iniziale. Non c’è felicità per coloro che abitano il mondo greco – o forse l’universo in generale – ritrovandosi schiavi di oracoli, dèi e del sangue degli eroi-padri. Ma nelle parole di Illo si scorge soprattutto il profondo rammarico dell’uomo nei confronti degli dèi, artefici di tutto ciò, creatori degli uomini e indifferenti alle loro sofferenze, di cui invece gli dèi stessi dovrebbero vergognarsi: «nessuno vede il domani; ma l’adesso / per noi è strazio, per loro vergogna. / Ed è pena ancora più atroce / per chi, tra tutti gli umani, subisce questa cieca rovina» (pp. 173-174).
Queste parole, così antiche eppur così attuali, sottolineano l’assenza di speranza nell’uomo in un cambiamento, la sua vanità. Condannato a un’esistenza retta dal tempo del dolore impenetrabile e ingiustificabile, l’uomo di oggi, con le parole di Sofocle, considera il tempo cronologico come un ‘tempo della vergogna e della colpa degli déi’, creatori di un mondo colmo solo di avvenimenti atroci: «nulla, in tutto questo, che non sia Zeus» (ibid.). Per quanto la speranza sia l’ultimo di tutti i mali, l’uomo però non può farne a meno. La questione è decidere su che cosa sperare, quando non si può farlo verso un “chi”.
La devozione di Illo nei confronti di Eracle rappresenta simbolicamente la venerazione delle vecchie generazioni ad opera delle nuove, dei padri ad opera dei figli, delle tradizioni ad opera dei giovani. Dal momento che il mondo è dolore e che gli usi, i costumi, le tradizioni, le leggi passate causano maggiore sofferenza, i giovani decidono di smettere di adorarle, rispettarle, riverirle. È il momento di crearne delle nuove capaci di rendere la vita di ognuno felice. Questo è il compito delle fresche generazioni. Tuttavia, chiusi i rapporti con il passato, restano intrappolati in un limbo, frutto della barbarie dell’informazione e del falso sapere.
Per edificare un nuovo domani, è necessario l’impossibile. Ma questo è tale finché nessuno tenta di renderlo il suo contrario. Possibile, infatti, è una parola che ha a che fare con la speranza. La formazione delle nuove leve del domani deve vertere su questo. Tradotto in termini profani, la parola speranza mira alla felicità. Se vivremo con questo ideale, ossia la costruzione di un mondo più felice, un giorno coloro che ci giudicheranno, quando noi saremo morti, diranno: “Hanno vissuto infelici, ma erano felici nel farlo”.

lunedì 12 ottobre 2009

LAPIDI BIANCHE: LE VITTIME DELLA SOCIETà DI MASSA E DELLA MORALE IMMORALE

- di Saso Bellantone
BONO (Sassari, 1985): 15enne si suicida perché bocciato in terza media.
ROMA (1999): 16enne si uccide per aver preso “uno” in matematica.
LACCO AMENO (Ischia, 2007): 14enne si toglie la vita per via delle minacce e degli atti di bullismo subiti dai suoi stessi compagni.
AGRIGENTO (2007): minorenne si suicida perché è transessuale.
CARMELA (2008): 13 anni, si uccide dopo lo stupro subito da un branco di minorenni.
ABRAHAM (Florida, 2008): 19 anni, si toglie la vita con un cocktail tossico davanti a 1.500 persone collegate a un sito di condivisione video. Lui dice: “Ho deluso tutti e sento che non migliorerò mai. Amo una ragazza e so che non sono alla sua altezza”. Gli spettatori lo incoraggiano e solo dopo ore si accorgono che non respirava più.
ROMA (2008): minorenne registra un video-testamento nel quale afferma “La vita mi fa schifo” e si spara in bocca con la pistola del padre.
POTENZA (maggio 2009): minorenne si toglie la vita per amore.
TORRE DEL GRECO (Napoli, ottobre 2009): minorenne comunica nel proprio profilo di Facebook l’intenzione di uccidersi e s’impicca nella propria camera.
DUE MINORENNI, una Serba e un Rumeno, organizzano il proprio suicidio via web, ma la polizia assieme all’Interpol riesce a salvarli in tempo.
Questa è solo una breve lista di tutti quei minorenni che, a volte per motivi banali ai nostri occhi, altre volte per drammi esistenziali mai compresi, si sono tolti la vita. Non c’è dubbio che si tratti di bianche vittime di una società di massa, ormai priva di raziocinio, buon senso, giustizia, speranza, amore, comprensione, uguaglianza, dialogo, priva dei valori umani, fuorché di quelli economici, politici, sessuali e malavitosi.
Viviamo in un mondo dove quel che vale è aver successo, potere, ricchezza, amanti, in breve dove ha valore soltanto quello di stile di vita che molti amano definire “vincente”. Tutti puntiamo all’apice della piramide sociale, tutti vendiamo l’anima al primo diavolo che ci passa accanto (droghe, sesso, celebrità, politica, racket, truffe, giochi d’azzardo, violenza ecc.) e in questo modo, cedendo dinanzi al sogno di un’esistenza facile e sicura, contribuiamo a distruggere la vita non tanto del prossimo in genere, ma di coloro che sono più indifesi: gli adolescenti.
Ogni volta che un giovane si toglie la vita – e sottolineo un ragazzino di una/due decine d’anni – personalmente, mi sento sconfitto nel profondo del mio essere. È questo – mi chiedo – l’esito ultimo degli altissimi discorsi in cui ci dilettiamo in ogni campo? È questa la meta delle nostre leggi, codici etico-deontologici, mode, sport, media, scuole, arte, letteratura, discipline scientifiche, hobbies? È questo l’obiettivo che, ognuno di noi, vuole sortire nei più giovani con il proprio barbaro e triste esempio di vita sociale?
Non so quali parole possano essere trovate o cercate per commentare ciascuna di quelle disgrazie sopra elencate e non, a parte queste: sappiamo bene di chi è la colpa. Siamo noi, volenti o nolenti, i veri artefici di quelle sventure. Con l’ipocrisia, l’arroganza, l’avidità e la vigliaccheria che caratterizzano la nostra quotidianità, noi spingiamo le uniche risorse che possediamo per cambiare in meglio questo mondo, a sbattere le porte in faccia alla vita in un istante.
Mi auguro che tutti trovino il tempo – o il coraggio, dipende dalla prospettiva – per farsi un esame di coscienza e rendersi conto di quanto veramente costino le proprie scelte egoistiche, di quale caro prezzo abbiano effettivamente quei costumi e quelle idee, delle quali ci invasiamo ogni giorno, al fine di dimostrarci i migliori – o i più potenti, più ricchi, più famosi – della città, dello Stato, del pianeta.
Guardate bene dentro il vostro animo nero, quando vi ritroverete innanzi ai feretri e alle lapidi bianche che ammontano nei nostri cimiteri: guardandole, capirete che là è impressa la firma di ognuno di noi, nessuno escluso. Per questa ragione, è necessario farsi carico di un comune-obiettivo: prendere le giuste misure affinché nel tempo scemino sempre più le parole qui rivolte alle giovani vittime che noi stessi, con il nostro singolare contributo, abbiamo mandato all’altro mondo, migliorando e perfezionando questa barbara società da parassiti: “Buonanotte, bianche speranze del domani”.

domenica 20 settembre 2009

FIORE AVVELENATO di Giuseppe Bagnato


- di Saso Bellantone
Perché scrivere? Perché vomitare la propria anima? Con queste domande si apre Fiore avvelenato di Giuseppe Bagnato, edito per la casa editrice Il Filo, con le stesse identiche domande che riecheggiano in ognuno di noi – nelle profondità del proprio intimo baratro in cui buio e luce si danno eternamente battaglia anche per stabilire soltanto l’effettiva forma della punta di uno spillo – ogni volta che ci sentiamo posseduti da quell’antico e incontrollabile demone che ci strappa, nostro malgrado, da tutto il resto sbattendoci violentemente là, di fronte alla bianca finestra del nostro stesso abisso che attende qualche goccia del nostro nero inchiostro, che scorre tra vene e particelle elettriche, per sporcarsi di un qualsiasi punto di vista e così comprendere la propria esistenza, sentirsi viva. Sono le stesse domande che continuamente lacerano l’infinito puzzle della nostra esistenza nello stesso momento in cui, ogni volta, ci accingiamo a porre l’ultimo pezzo della schermata senza dimensioni del nostro cammino, della nostra storia, del nostro passato, per comprendere il nostro presente qui e ora e volgere sereni lo sguardo all’avvenire. Ma proprio nell’attimo in cui, curiosamente, diamo una fulminea sbirciata alla titanica immagine che si sta componendo, proprio in quell’istante siamo travolti dal gigantesco e tempestoso colosso che contemporaneamente si erge davanti e dietro di noi, e rischiamo di soffocare sotto le macerie di dolore, di rabbia, di errori, di morte che pressano sulla più piccola parte della nostra consapevolezza di essere ancora qui, come contenenti la gravità dell’intero universo.
Tuttavia, è esattamente in quel batter d’occhio che comprendiamo il “perché?”; è in quella scheggia d’eternità che afferriamo il silenzioso motivo, l’oscura chiave di violino per cui sentiamo di dover vomitare la nostra anima, di dover scrivere: perché diveniamo realmente coscienti di esserci ancora. In quel momento, l’incommensurabile peso che poco prima ci schiacciava, diventa ora la linfa vitale, l’inchiostro stesso che macchia qua e là la candida finestra della nostra intima voragine, rigenerando ancora una volta l’interminabile gioco tra le nostre mani e i pezzi del puzzle senza dimensioni della nostra vicenda proiettata nell’inesauribile cuore pulsante dell’universo. Ed ecco che il riflesso di quel gioco si materializza sui fogli bianchi – silenziosi compagni dell’uomo nel suo viaggio nel tempo, carichi dei frutti dello spirito – sigillandosi tra le righe di lettere, spazi, punti e virgole che, come note del pentagramma dell’anima, trasformano in musica la smisurata quantità di grigie macerie che abbiamo adesso dentro e al di sotto di noi.
Tra narrazione e poesia, biografia e fantasia, Fiore avvelenato racconta parte della lucente e incolore vicenda dell’autore, parte delle emozioni che, di scena in scena, lo hanno caratterizzato nel suo ‘teatro delle opportunità’. Ci troviamo di fronte alla dolce e indimenticabile giovinezza per ricordare quanto sia bello vivere anziché morire dietro le bugie delle ragioni dei coetanei o dietro la falsa libertà acquistata a caro prezzo tra strada e farmacia; per capire di nuovo che al cuor non si comanda, che il vero amore non è quello che si vende sui marciapiedi, che le regole con le quali ci orientiamo sono sempre frutto dell’invenzione e spesso, anziché farci del bene, si ritorcono contro di noi, perfino quei principi che c’imponiamo ogni giorno finiscono per diventare le sbarre che delimitano, bloccandola dentro, la nostra ragionevolezza; per aver presente che le risposte alle nostre domande più insormontabili si celano in ognuno di noi e che il più delle volte siamo noi stessi ad auto-ostacolarci, rischiando continuamente di varcare la soglia oltre la quale potremmo tramutarci in un mostro così diverso da quanto siamo effettivamente nella parte più intima, segreta e innocente del nostro animo.
Giuseppe Bagnato vuol farci ricordare che ‘non c’è un perché’ attraverso il quale riuscire a comprendere, là dove li stiamo ancora facendo, i primi passi della propria vita; ‘non c’è un perché’ col quale capire il motivo per cui viviamo la nostra giovinezza in un preciso modo – con quelle scelte, quelle emozioni, quelle sensazioni, quelle paure, quei timori, quelle debolezze, quegli sbagli – anziché in un altro; ‘non c’è un perché’ mediante il quale scoprire la ragione dell’essere così e non altrimenti. Nonostante agli occhi di tutti sembriamo dei folli e nonostante le burle di un burattinaio spesso troppo giocoso, comprendiamo di essere vissuti in quell’esatto modo piuttosto che in un altro solo quando ci rendiamo conto che l’unica sostanza di cui tutti siamo drogati e della quale non possiamo fare a meno, è l’amore.
Di atto in atto, Giuseppe Bagnato urla a squarcia gola e ci sussurra questa consapevolezza, ossia quanto il desiderio dell’altro domini nella nostra esistenza e quanto la fiducia in chi si ama, le delusioni, la nostra testardaggine di essere completamente uguali a quelle stesse persone che amiamo, finiscano per incidere nella storia e nelle nostre scelte e a renderci facile preda della solitudine e degli errori che non è più possibile dimenticare; quanto l’accadere caotico della nostra giovinezza giunga inevitabilmente a procedere fiancheggiato dall’ombra della dama nera, che ci attende ad ogni angolo della via; quanto la propria voglia di lottare sia nulla, superato il limite concesso a ciascuno di noi, senza quell’amore, quell’amicizia, quel desiderio degli altri che abbiamo finito per dimenticare perché a volte ci ha giocato brutti tiri e ci ha spinto a chiuderci dietro le sbarre della nostra cupa gabbia, e che ora appare come l’unico varco verso se stessi e verso l’unica scelta consapevole che abbiamo in dote, di fronte alla domanda: “dobbiamo essere attori o spettatori nel ‘palcoscenico’ della nostra vita?”.

CAINO, LUCIFERO E IL PICCOLO FIORAIO di Giuseppe Bagnato


- di Saso Bellantone
Chi è Caino?
Caino è il rinnegato, il maledetto, il condannato, l’esiliato, il fuggiasco; è chi deve nascondersi dagli occhi di Dio a causa della colpa che grava sulle sue spalle: il fratricidio di Abele. Ma è anche chi deve nascondersi dagli occhi di tutti, per via del marchio – che Dio gli ha impresso sulla fronte rendendolo riconoscibile, imputabile, additabile – che rinvia al suo delitto, al suo peccato, alla condanna e alla pena da scontare. Da allora, Caino si trova in una condizione paradossale, sintetizzando in sé, suo malgrado, caratteristiche contrastanti: agli occhi di tutti e per volere di Dio, è a un tempo:
- “l’assolutamente indifeso”, il più mortale, il più debole, il più esposto agli altri, al rischio, al patire e alla morte per mano degli uomini;
- “l’assolutamente intoccabile”, il più vitale, vigoroso, necessario, il più soggetto alla grazia degli uomini, nessuno può alzare la mano nei suoi riguardi perché “…chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!” (Gen. 4,15).
In questa duplice esistenza, condanna, martirio nel quale grava sulla sua coscienza il peso del fratricidio e la sofferenza tutta che ne consegue attraverso la negazione del dono della morte per mano altrui, Caino fa la vera esperienza del tempo nei suoi due volti: il tempo finito degli astri, che scorre, passa, prosegue irrevocabilmente la corsa contro se stesso, contro la sua stessa lenta distruzione e dove ogni cosa volge alla fine svanendo nel nulla; il tempo infinito di Dio, immobile, immutabile, che non passa, dove ogni cosa resta eterna vincendo la forza sgretolante del niente. La condanna di Caino – e della sua stirpe – è quella di scontare la propria colpa fino al termine del mondo, sia nel tempo finito degli uomini, del mutamento, dello svanimento, della mortalità; sia nel tempo infinito di Dio, della fissità, della stabilità, dell’eternità. Nessuno può ucciderlo per fargli pagare il prezzo più alto “agli occhi degli uomini”, oppure per liberarlo dalla sua interminabile condanna, perché pagherebbe una sorte peggiore di quella che è toccata a lui. Caino è l’essere vivente più solo del mondo creato, fino alla notte dei tempi: per lui non c’è perdono, comprensione, misericordia, amore, solo e soltanto punizione, condanna, pena, patimento interminabili.
La condizione di Caino è la stessa nella quale ognuno di noi finisce per cadere – o nella quale ognuno ricorda già di trovarsi – ogni volta che una colpa piomba con tutta la sua gravità nella nostra coscienza: ci ritroviamo a vivere nella finitezza della temporalità del mondo e del corpo l’infinità del tempo dello spirito e dell’animo, nel quale il nostro passato – con tutte le nostre colpe, i nostri errori, il nostro dolore, le nostre sofferenze – pende su di noi come spada di Damocle, rendendo un inferno il nostro presente qui e ora, facendoci patire ora dopo ora, secondo dopo secondo, attimo dopo attimo il resto della vita che ci rimane, strappandoci la stessa voglia di andare avanti alla scoperta di noi stessi, del mondo e di tutti coloro che ci stanno attorno, nella speranza e nel coraggio di fare meglio rispetto al passato, cancellando la precedente identità e le vecchie certezze.
Nel suo “Caino, Lucifero e il piccolo fioraio” – edito per la casa editrice Luigi Pellegrini – Giuseppe Bagnato ci rammenta come spesso finiamo per avere la stessa sorte di Caino. La differenza è che mentre la pena di questi è immodificabile in eterno, la nostra invece può dissolversi da un momento all’altro solo se, nell’attimo propizio, ricominciamo a guardare al mondo e alle persone che ci stanno intorno con la stessa innocenza di un fanciullo, di quel giovinetto che eravamo e che il mondo e il nostro stesso patetico passato finiscono per farci dimenticare, assieme alla nostra identità, alle nostre certezze, al nostro sorriso.
La storia di Caino è un viaggio nelle profondità del proprio animo interno, la coscienza, attraverso il proprio animo esterno che è la natura tutta e il mondo degli uomini, svolto in compagnia del male (Lucifero) e del bene (Piccolo fioraio) che albergano nelle nostre menti, costumi e tradizioni, e che ci seguono come ombre per tutta la nostra esistenza, incidendo sulle nostre scelte. È un’escursione volta alla comprensione dei propri limiti, delle proprie paure, incertezze ma anche alla riscoperta di quella semplicità, innocenza, pace, bellezza, amore, volontà di vita ormai soffocati dal nostro triste passato e dal nostro grigio io sociale, ma che ancora attendono di splendere più raggianti che mai nella nostra storia, per cambiarla dal vuoto destino di Caino in cui volenti o nolenti ci siamo ritrovati, al traboccante fato che con le unghie della nostra volontà e del nostro coraggio possiamo ancora costruire innanzi a noi. L’importante è riuscire a capire “che l’essenza non sta nel cercare, bensì nello spirito con cui si cerca. Bisogna sapere aspettare, assaporare l’attimo che precede l’evento, svuotare la mente, il cuore, l’anima, in modo che siano liberi di accogliere le risposte in tutte le loro forme”(pag. 59).

venerdì 11 settembre 2009

L'INFLUENZA A (H1N1)...ossia...SUPER-INFLUENZA-A-STICHESPIRALITOSO!


- di Saso Bellantone
Da aprile siamo col fiato sospeso a causa di questa super-influenza capace di sterminare la popolazione…”è la natura che si rivolta contro gli uomini!” dice qualcuno; “sono i maiali che si vendicano perché li abbiamo trasformati continuamente in salsicce!” dicono altri; “è uno dei segni della fine dei tempi e dell’avvento del giorno del giudizio” affermano altri ancora, collocando questa pseudo-pestilenza in atto all’interno di un preciso scenario apocalittico…cominciano col chiarire queste stupide leggende metropolitane:

1) uomini e natura sono sempre in contrasto tra loro, non perché la natura abbia lagnanze nei nostri confronti – come se, antropomorficamente, avesse una coscienza – ma perché è così che vanno le cose; in una parola: evoluzione. Per vivere il più a lungo possibile l’uomo deve andare contro-natura, forzare le sue leggi e, dove può, cogliere un di più di vita, qualitativamente e quantitativamente. Nel far ciò – e così si caratterizza la storia delle civiltà umane – l’uomo cerca di approfittarne, la usa, ne abusa, la spolpa il più possibile, distruggendola, e in questo modo si evolve. Questo atteggiamento non riguarda soltanto gli uomini, ma ogni essere vivente, dal virus ai massimi sistemi…già! Avete capito bene! Ha a che fare anche con i virus, anche con il virus influenzale denominato “A (H1N1)”…ma torneremo tra poco su questo.
2) indipendentemente da quelle credenze religiose che credono nella reincarnazione, nell’animismo e simili, nemmeno i maiali, come la natura, possiedono una coscienza. Com’è possibile pensare che i porci possano provare quel sentimento che contraddistingue gli uomini come la specie più balorda e brutale del pianeta Terra, ovvero la vendetta? Dunque non si dicano cretinate! Non è la rivolta dei suini! È vero che il luogo comune e le varie saggezze popolari considerano la carne di maiale come uno dei principali alimenti portatori di malattie, ma queste saggezze vanno comprovate scientificamente, altrimenti restano sciocchezze. Già nell’Antico Testamento si trovano divieti di consumo di questo alimento…queste prescrizioni provengono sicuramente dalla saggezza dei sacerdoti egizi e quanto più si và indietro verso altre civiltà precedenti o vicine a quella egizia tanto più si trovano taboo simili…ma per quanto vietati, non venite a dirmi che questo tipo di cibo non è stato consumato nel corso dei tempi, persino dai sacerdoti e da tanti altri…! Se si ammette questo e se è vero che la carne di maiale causa malattie, è vero anche che le civiltà che l’hanno consumata nella storia e continuano ad alimentarsene avranno pur sviluppato degli “anticorpi” capaci di proteggerli da brutte sorprese…il problema resterebbe, dunque, per quelle popolazioni che, storicamente, non hanno e non consumano questo alimento…e per coloro che hanno delle caratteristiche fisiologiche poco adatte per nutrirsene. Ad ogni modo, i suini non c’entrano con l’iper-influenza in questione. Erano là vicino al primo caso relativo e sono stati, miserabilmente, incolpati. Ma anche su questo torneremo.
3) È da oltre duemila anni che dietro ogni avvenimento climatico o politico si riconosce un segno della fine del mondo…e ancora siamo qua? E ancora rintracciamo segnali di questo genere? Ma vogliamo finirla con queste cavolate da mago merlino! In base a quale prova scientifica parliamo di fine del mondo? Quella di Damasco? Quella profetica o apocalittico-giudaica? Quella maya?! Nessuno può avere la certezza che il mondo finirà né che continuerà; questa è una di quelle domande a cui non ci è dato rispondere…per ora…a meno che non venga un John Titor dal futuro e ci dica: “Il mondo ha la forma della mia maglietta e funziona in Dos…ma intanto compratela…”! Finiamola con queste pagliacciate e poi che ce ne fotte a noi della fine dei tempi?! Se non possiamo rispondere a ciò in modo scientifico – religiosamente ognuno veda tutti i cavalli e i cavalieri volanti e gli ufo che meglio ritiene – non ci resta che vivere questa breve vita che abbiamo e quando arriverà la morte…beh…è arrivata, che ci volete fare…diverso è se arriva una mega-influenza turbo! Là bisogna preoccuparsi perché si rischia la vita…e qui torniamo finalmente all’argomento in questione.
Dal primo caso avvenuto in Messico, oggi non si riesce a stare in pace. Ci troviamo di fronte ad una
morbo-fobia provocata e amplificata dai mass-media (come l’aviaria e la sars ad esempio), che la dice
lunga su molte cose: che siamo troppo creduloni e avventati; che siamo cretini a dare con troppa
scioltezza il nome di “suina” ad un’influenza che non c’entra niente coi maiali né con costolette e salsicce;
che siamo cacasotto e irragionevoli; che siamo vera-mente ottusi; che ci sta bene continuare a vivere
secondo queste caratteristiche; che quelle immagini di un futuro totalitarismo globale, seguito a una
catastrofe nucleare o batteriologica o di qualsiasi altro genere, prima argomento da pellicola
cinematografica fanta-scientifica, adesso può divenire realtà!
Signori miei! Cerchiamo di aprire un varco nella cupola dell’idiozia che ci racchiude e di farci almeno qualche domanda, prima di farcela addosso e correre dalla mammina in camice bianco per farci iniettare la stra-super-iper-panacea…chiediamoci:
1) com’è possibile che negli ultimi cent’anni – escludendo a priori peste, colera, malaria e compagnia bella che hanno caratterizzato i secoli passati – si parla sempre di influenza sars, aviaria, cinese, spagnola, brasiliana, cubana, malese e chi più ne ha più ne metta?
2) Siamo sicuri che tutti questi morbi nascano dall’oggi al domani spontaneamente come i funghi? Oppure sono frutto o errori di esperimenti di equipe di scienziati?
3) E se fossero delle malattie inventate in laboratorio e sperimentate sulla popolazione mondiale? Magari per venderle al miglior offerente e cominciare una guerra batteriologica? E se il loro scopo fosse “far girare l’economia”, soprattutto delle industrie farmaceutiche? Ma anche alimentari, in particolare a scapito di quelle delle carne dei paesi sud-americani e a vantaggio di altri?
4) E se invece si trattasse di strumenti per testare la credulità della popolazione mondiale, sfruttando la potenza dei media? Oppure per irradiare su scala planetaria la paura, l’allarme, il delirio? E su questi presupposti, capire quanto, quando e come è possibile instaurare un governo globale?
Signori miei! Prima diamo la colpa ai maiali e la chiamiamo influenza suina; poi la definiamo influenza A (H1N1), immaginandola come una malattia di “serie A”, perché si differenzia dai semplici morbi stagionali; alla fine, non è nient’altro che un’influenza stagionale bell’e propria! Ma siamo matti??!! Il tasso di mortalità provocato da questa super-influenza, secondo gli ultimi accertamenti, è pari a quello di una semplice influenza stagionale…perciò smettiamola con questi allarmismi e queste inquietudini apocalittico-pandemiche!
Come per tutti gli esseri viventi, anche i virus si evolvono nel tempo e una cura antibiotica oggi utile per combattere una precisa tipologia di agente batteriologico, tra qualche anno o giù di lì non è più efficace come oggi. Il virus và in palestra, si allena, si fa i muscoli e si perfeziona – magari andando persino dall’estetista per manicure, pedicure, acconciatura e nuovo look – e per contrastare il suo effetto patogeno è necessario raffinare i farmaci utilizzati per il vecchio tipo-virus.
Il nuovo vaccino che nei prossimi giorni c’instilleremo nelle vene – e finalmente ci sentiremo invincibili di fronte alla stra-influenza – non è altro che un miglioramento dei vecchi farmaci usati per le comuni influenze stagionali (così dicono che si chiamano). C’è da dire, inoltre, che da anni abbiamo preso la pessima abitudine a ingozzarci di farmaci per qualsiasi sintomo percepiamo: starnuti, mal di testa o di denti, scottature, tagli, cerette, prurito e cazzonerie…In più, cresciamo i nostri bambini in questo modo e anziché fargli mettere in bocca le mani sporche per sviluppare i cosiddetti “anticorpi” (com’era per noi), gliele laviamo con amuchina, dask e cherosene…chiediamoci allora perché alcune patologie colpiscono in particolar modo i bambini e siamo costretti tre, quattro, cinque volte al mese (se non di più) a fare la fila in farmacia, dal medico o dal mago-chiromante? Stiamo diventando scemi!!! Tutto qua!
In questa prospettiva, la nostra imbecillità non ha freni! Basti pensare, per tornare all’influenza dai super-poteri, che all’inizio ce la siamo presa coi suini e con la buona, bella, tenera bistecca al sangue!!! Qual è la loro colpa? Quella di trovarsi là vicino? Magari il prossimo caso di “nuova influenza” esplode su un’isola in mezzo all’oceano, sul monte Bianco o davanti al tostapane e la denominiamo “isolana o oceanica, o montana o tostapanica”?!!!
Suvvia! Lasciamo stare questi poveri maiali e mandiamo a quel paese tutte queste voci di pandemia, fine del mondo e pericolo globale! Vogliamo vaccinarci? Bene! Ma sia chiaro: è il solito rimedio per l’influenza stagionale, non un farmaco contro il Mietitore in persona detto “H1N1”!
Mi auguro almeno che si cominci a fare luce intorno a queste maledette influenze che, ogni anno nello stesso periodo, rompono le scatole a tutti…soprattutto spero che ognuno di noi cominci a mettere un po’ di sale in zucca e allontani, se così è, la paura di voler sapere l’origine di influenza stagionale…
Vi do un indizio: non è il vaso di Pandora (a meno che qualche laboratorio dove vengono studiati, sperimentati e diffusi non si chiami proprio così).

PS: etcì!!! Ops! Devo aver preso l’influenza…va beh…qualcosa di caldo, un po’ di riposo e tutto passerà…se persiste…provo col rimedio della nonna (tra cui peperoncino o vino cotto), altrimenti…ahimé….consulterò il medico…ma restando sempre in guardia!!!

domenica 26 luglio 2009

E NON MI SI VENGA A PARLARE ANCORA DI RAZZE!


- di Saso Bellantone
È incredibile! Siamo nel terzo millennio: il pericolo di un impero nazista e comunista, con i rispettivi archetipi di tipi umani superiori (ariano e nuovo) è appena stato scansato…e ancora si afferma, ideologicamente, che esistono sul nostro pianeta varie razze di esseri umani???
Se proprio non si può fare a meno di usare questo vocabolo, bisognerebbe limitarsi a parlare di razza umana e non di razze umane. Sostenere l’inverso implica ritenere che tutti gli umanoidi che abitano il pianeta Terra non provengono dallo stesso primate, ma che risalgono a diverse tipologie: alcuni derivano dagli orango, altri dagli scimpanzè, dalla bertuccia, dal babbuino, altri provengono da pianeti e galassie diversi, altri ancora sono stati portati sul nostro pianeta dalla cicogna, altri nascono sotto i funghi e via dicendo.
Se soltanto uno di questi casi fosse possibile, come stabilire quale tipologia di umanoide è migliore o superiore rispetto alle altre? Questi concetti, compreso quello di razza, hanno valore in natura? Oppure sono solo dei vocaboli coi quali gli uomini edificano una visione distorta delle cose?
Forse è vero, non tutti proveniamo dallo stesso primate – e forse vi sono diversi ceppi originari dai quali, separatamente (nel tempo, nello spazio, nel clima, nell’habitat) si sono evolute differenti forme umane – ma come è possibile affermare, da un punto di vista ideologico e biologico, che esistono diverse razze umane? Nel primo caso, significa sostenere che Dio possiede un armadio pieno di diversi modelli umani bell’e pronti da riprodurre nel mondo a proprio piacimento: prima Adamo ed Eva, poi Rocco e Arianna, poi Igor e Ludovica, poi Alì e Issacar, poi Chen e Chung Lu, poi ET e TE e così via. Nel secondo caso, vuol dire ritenere che esistono forme di vita ‘umana’ differenti, vale a dire organismi viventi di fattezze umane che, però, nella struttura e nei processi interni, sono dissimili l’uno da tutti gli altri.
Se davvero ci siamo evoluti da diversi capostipiti o chissà che, sorge un’altra questione: come sono apparsi sulla Terra queste differenti tipologie? L’una indipendentemente dalle altre? Oppure è comparsa, all’origine, una prima tipologia di animale simile a quella che poi diverrà la scimmia, dalla quale, col passare di lunghissimi periodi evolutivi, derivano le diverse specie diffuse oggi in varie regioni del pianeta (comprese quelle scomparse)?
Ci troviamo di fronte al problema dell’origine della vita e della sua evoluzione in varie forme di adattamento storico-climatico, che ha prodotto in seguito modelli di vita più complessi quali i vegetali, gli animali e compagnia bella. La domanda è: la natura (o Dio, per alcuni) – riproducendo qua e là nel liquido primordiale gli stessi procedimenti chimici che hanno generato diverse forme di cellule eucariote, procariote e quant’altro – è stata così geniale a produrre in diversi luoghi, dissimili ma uguali generi di pesci, anfibi, dinosauri, chimere, pietre pomici, erbacce e ominidi? Oppure c’è riuscita una volta sola e da questo caso ha creato tutti i tipi? Come spiegare, in alcuni casi, i generi maschile e femminile? La natura ha creato prima la specie femmina e poi da questa ha generato il maschio? E la fecondazione? La femmina si è auto-fecondata e ha partorito due gemelli (i biblici Caino e Abele o altri per diverse tradizioni e culture) dai quali deriverebbe l’intero genere umano? Oppure la natura ha raggiunto per vie diverse vari prototipi umani?
È il classico problema dell’uovo e della gallina, insolubile per chi non possiede doti magiche, profetiche o sovrannaturali – e tecnologiche (ossia la celebre macchina del tempo). Da un lato sembra assurdo immaginare che ogni specie vivente si sia evoluta e moltiplicata da un unico tipo prodotto dalla natura nel brodo primordiale; dall’altra, è altrettanto assurdo pensare che la natura sia riuscita a creare più tipologie di specie, simili e diverse, dalle quali provengono tutte quelle conosciute e non. E se fosse più attendibile questo secondo caso?
Se è così difficile capire l’origine di ogni forma di vita terrestre, può essere così semplice e banale liquidare la questione della razza o delle razze umane asserendo con estrema certezza, sia idealmente che biologicamente, che esistono “più razze umane”? La questione chiama in causa la scienza, la quale, al di là di ogni darwinismo e teoria evoluzionistica finora escogitata – deve riconsiderare la questione a monte: vale a dire, ricominciare a immaginare situazioni originarie della vita, adoperando anche il buon senso. Ma che significa razza?
Il concetto di razza proviene dal francese antico haraz che vuol dire “allevamento di cavalli”. All’interno delle specie animali o vegetali, indica l’insieme di individui aventi caratteristiche simili; in antropologia, si usa per classificare gli uomini in “tipi”. In questo secondo caso, la distinzione degli uomini avviene a seconda delle loro caratteristiche fisiche che, secondo la “teoria climatica”, sono determinate dall’ambiente naturale.
Lo studio sulle “razze” si affermò all’epoca delle grandi esplorazioni geografiche che, fornendo un’abbondante varietà di “tipi umani”, stimolarono i tentativi di sistemazione delle diverse popolazioni in uno schema generale e “scientifico”. In questa carreggiata, si cominciarono a elaborare diverse classificazioni che avevano in comune un approccio biologico alla questione e si basavano su una combinazione di fattori anatomici e fisiognomici (colore della pelle, tipo di capelli, forma del cranio, del naso, statura ecc.). Ad esempio, alcune di queste classificazioni dividevano il genere umano in tre principali razze: negroide, mongolide e caucasica, ognuna a sua volta suddivisa in sottorazze.
Queste ripartizioni pretendevano far risalire alla “razza” le diversità culturali, storiche ed economiche delle diverse popolazioni. Verso la fine del XIX secolo, Joseph Arthur Gobineau, elaborò una teoria della razza fondata esclusivamente sulla cultura e sul “grado di civiltà”, che prevedeva una suddivisione delle razze in evolute o superiori e primitive o inferiori (e di qui si giunse al nazismo e al comunismo).
Nel XX secolo, lo sviluppo della ricerca genetica dimostra la fragilità dei precedenti approcci “scientifici”. Infatti, se prendendo in considerazione soltanto le caratteristiche “esterne” è possibile stabilire delle distinzioni, svolgendo un’analisi “interna” risultano solo minime variazioni genetiche tra una “razza” e l’altra e spesso in contraddizione con le variazioni fisiche esterne. Queste diversità genetiche avvengono soprattutto all’interno delle singole popolazioni in relazione all’habitat nel quale si vive (social-naturale) e determinano un rimescolamento dei geni e la comparsa di caratteri nuovi.
L’analisi scientifica del genoma umano ha messo in evidenza che non esiste alcun gene che si chiama “razza” (caucasica, amerindia, africana, mongola o chissà che) o che la decida. Piuttosto, ha dimostrato che diversi individui umani, presi ai quattro angoli della Terra, sono geneticamente quasi-identici. Forse la scienza non possiede ancora i mezzi necessari per svolgere un accertamento più accurato; forse in futuro dimostrerà che questo gene esiste. Ma fino ad allora, si tenga ben chiaro questo: l’idea di una diversità biologica delle razze in seno alla specie umana non ha alcun fondamento scientifico.
Questo è quanto ha stabilito l’UNESCO nella “Dichiarazione sulla razza”, un documento approvato a Parigi nel 1950, nel quale si afferma con una formula piuttosto semplicistica: “in base alle conoscenze attuali non vi è alcuna prova che i gruppi dell’umanità differiscano nelle loro caratteristiche mentali innate, riguardo all’intelligenza o al comportamento”.
Nonostante ciò, secondo la genetica moderna questo concetto può continuare a essere utilizzato non per descrivere una realtà immutabile, ma l’effetto di un processo di selezione naturale in continua evoluzione, che determina la diversa distribuzione delle caratteristiche genetiche nelle differenti popolazioni.
Se bisogna usare questo concetto, propongo di utilizzarlo in un modo più specifico, collegandolo a un altro vocabolo: terrestre. Dire “razza umana terrestre” non è la stessa che dire “razza germanica, etiopica, semitica o quant’altro”.
Dovremmo tornare a guardare le stelle (come facevamo sia da selvaggi sia nei momenti d’inizio delle più belle culture che caratterizzano la storia delle nostre civiltà) e cominciare a pensare in modo diverso. Bisogna sentirsi parte di un’unica specie vivente che abita il pianeta Terra assieme ad altre forme di vita diverse dalla nostra: quella umana. In sintesi, bisogna iniziare a intendersi tutti come dei “terrestri”.