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giovedì 7 aprile 2011

L'ARTE PERIFERICA: intervista a Giuseppe Bagnato

- di Saso Bellantone
Scrittore e poeta, Giuseppe Bagnato (Varapodio 1971) pubblica nel 2004 il romanzo Caino, Lucifero e il piccolo fioraio (Pellegrini), ricevendo la targa Navi e Naviganti partecipando al “Premio Anoia Salvatore Gemelli” come miglior scrittore emergente (2005). Nel 2008 pubblica il romanzo Fiore avvelenato (Il Filo). Attualmente vive e lavora a Varapodio.

Come ti sei avvicinato alla scrittura?
Non mi sono avvicinato io, è accaduto il contrario. Nel senso che è qualcosa che nasce da dentro. L'arte è una cosa che hai dentro, che viene a galla sulla base di quel che ti accade. È un bisogno di esprimere qualcosa che non riesci a contenere, quasi una forma di ribellione. Alcune volte non sai neanche da dove parte questa ribellione ma la senti, senti qualcosa che ti parla, che ti vuole dire qualcos'altro. E la devi tirare fuori, per forza, perché se la tieni dentro ti uccide. Ho iniziato a scrivere da piccolo, per caso. Quando passi in un posto o ti capita un libro tra le mani, c'è una frase che ti colpisce, quasi come fosse dentro di te, e che ti tocca. Questo avviene fin dall'infanzia, da quando cioè cominci a vedere la vita, i colori, qualsiasi cosa ti da un'emozione. In quel periodo cominci a sentire qualcosa dentro di te: non sei pienamente consapevole di che cosa si tratti ma senti quella presenza, quella voce. Come una sorta di tumulto dentro lo stomaco. Il mio rapporto con la scrittura parte da questo: da qualcosa cioè che ti stringe e ti parla. Da lì è iniziato tutto. Le prime volte che qualche frase o parola o tramonto o scenario mi colpiva, io mi ci agganciavo e da lì trovavo l'ispirazione, la voglia di scrivere anche una parola o una frase. Col passare degli anni diventavo sempre più consapevole che era qualcosa che mi faceva bene, perché mi consentiva di esprimere e di tirare fuori quello che provavo. Sentivo l'esigenza di comunicare, di comunicarmi. Il mio rapporto con la scrittura è stato alternato, nel senso che quando sentivo l'esigenza di scrivere, la mettevo su carta. Crescendo mi sono reso conto che avevo il bisogno di esprimermi, quasi come di respirare. Ci sono stati momenti bui e momenti più felici che mi hanno spinto a scrivere. È stata un'evoluzione che andava di pari passo alla mia crescita. Se penso al primo libro o a quando ho cominciato a scrivere i miei pensieri più forti e concreti, mi capita – questo lo dico serenamente, non vorrei essere frainteso o essere scambiato per un matto – come se mi sdoppiassi, come se ci fosse un'altra persona dentro di me, qualcuno che scrive al mio posto. Mi capita di scrivere un concetto in maniera spontanea, istintiva e poi lo rileggo e mi sembra che non sono stato io a scriverlo. Sembra una sorta di trance, in cui mi allontano dalla concezione naturale di vita ed entro in una fase in cui non esiste niente per me: ci sono solo io e quest'altra persona, questo alter ego che prende il sopravvento e scrive in modo incontrollato. Non ho orari né schemi. L'ispirazione giunge all'improvviso.

Che cos'è la scrittura?
La scrittura mi ha salvato la vita. Dunque credo sia salvezza. Ma è salvezza quando ti abbandoni a essa e tiri fuori quello che dentro non riesci più a contenere, che non riesci a esprimere in altri modi. Questa eruzione può avvenire con rabbia, istintività o con pacatezza. Ma in qualunque modo rendi manifesto ciò che provi, quel che conta è tirarlo fuori perché a lungo andare può diventare troppo grande per contenerlo e, quindi, può riversarsi contro e schiacciarti. L'essenza della scrittura è ispirazione ma anche un'eruzione vulcanica che ti salva.

Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della scrittura, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporanea?
La scrittura vive secondo diverse prospettive. Possiamo leggere mille pagine, togliere lo sguardo dal libro e restare uguali. Nello stesso tempo possiamo leggere dieci righe, distogliervi lo sguardo e vedere una luce, un cambiamento, qualcosa che scuote dentro. Anche la lettura, come la scrittura, è salvezza. È qualcosa che mi ha illuminato, mi ha ispirato, mi ha aperto la mente sull'esistenza come essere umano. E lo fa ancora. La scrittura, al pari della lettura, ti pone di fronte alla domanda: “Chi sono io?”. La risposta che dai non riguarda come ti chiami, dove sei nato o vissuto, dove lavori, ma riguarda la tua esistenza in senso pieno. In questo scenario ti chiedi e rispondi a te stesso “Chi sei? Cosa ci fai? Qual è il tuo ruolo? Il tuo scopo? Qual è il senso della tua venuta in questa esistenza?”. C'è un senso, una connessione in tutto quello che accade. Possiamo vivere ottant'anni senza aver fatto nulla, così come basta un attimo per rendersi conto del ruolo che si ha in questa vita. È un discorso che possiamo ampliare in grandi linee. La scrittura è prendere coscienza di sé ma non è per tutti uguale. Io posso leggere un libro e trarne pochissimo, un altro invece può comprendere il suo scopo dallo stesso libro. La scrittura è soggettiva: dipende anche dalla lettura, dal ramo di cui ci si occupa, da ciò che si scrive e da chi lo scrive. Io posso essere predisposto a scrivere in quella disciplina o di quel genere, mentre un'altra persona ne preferisce degli altri che gli danno di più. Leggere o scrivere è soggettivo. Io scrivo per ispirazione o per istinto: passo sei mesi senza scrivere una parola e poi in sei giorni scrivo duecento pagine. La scrittura è anche gli incontri fortuiti che si hanno nella vita.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare in italiano per esempio, la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire le tue storie “poesie”, opere d'arte, creazioni nel senso pieno del termine?
Non sono io a decidere. C'è qualcosa che è oltre me, che si insinua in me e mi detta quello che c'è dentro di me. Lo tira fuori, lo esprime. All'inizio provavo timore perché non riuscivo a inquadrare lucidamente che cosa mi stava accadendo, cos'era questa parte di me che voleva uscire fuori prepotentemente. Poi incominciavo quasi a cercare un contatto, un rapporto di fiducia amichevole. Oggi non la vedo più con timore, come una cosa che può farmi sbandare, portandomi in ambiti diversi. È qualcosa con cui riesco a comunicare, questa parte di me che prima non conoscevo né volevo conoscere. Era la paura che mi faceva tener a freno questo lato di me. Nel momento in cui diventi più cosciente e crei un contatto quasi amichevole, ci parli con questa tua parte, allora si diventa molto più spontanei, più liberi nell'esprimersi. Diventa un gioco armonico, da cui ha origine ogni creazione.

Perché scrivi? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante l'arte della scrittura?
Uno dei miei primi pensieri, o poesie, recita “non c'è un perché”. Secondo me, vale per molte cose. Non c'è un perché a tutto. Non si può cercare con insistenza e caparbietà il perché: è dispersivo, ti allontana dalla verità. Non c'è un perché che determini il mio scrivere. C'è. Tutto poi prende forma dalle immagini, dai pensieri che hai. È una cosa che è tua. Ce l'hai: come un dono che non sai di avere. È come chi prende un pennello e dipinge d'istinto. Non è per forza studiare tutte le tecniche o chissachè per fare un dipinto. Chi ha il dono prende in mano un pennello, una penna, uno scalpello e crea, forma, si lascia andare. Nella scrittura è lo stesso.

Che cosa racconti nei tuoi scritti?
Cerco di raccontare globalmente il tutto, come il niente. Il bianco e il nero, il cielo e la terra, la gioia e la sofferenza. Quando scrivo, dal mio di dentro viene fuori molta sofferenza, inquietudine o turbamenti che ho vissuto e vivo in questa vita. Ma questa sofferenza è spontanea. Non c'è una sofferenza o una gioia programmata: non programmo di stare male o di essere felice. È qualcosa che provi in base al tuo vissuto, alle tue esperienze, al luogo in cui vivi o alle immagini che la tua mente vede o percepisce. È tutto quasi un susseguirsi di emozioni che ti portano a dare forma, a esprimere quello che dentro di te si crea. Personalmente, credo di raccontare quello che altri, prima di non aver il coraggio di raccontare, non hanno il coraggio di guardare. Un artista, o un pittore o uno scrittore, non sempre ha bisogno del paesaggio per dipingere. Può anche dipingere un paesaggio che non esiste, che è nella sua immaginazione. Anche quella è la grandezza. È semplice fare un ritratto di una modella, di un paesaggio o di una natura morta, così come è semplice leggere qualcosa, trovare l'ispirazione o no. Nel mio caso, la scrittura è, alcune volte, non avere niente di reale, di concreto a livello visivo, ma è qualcosa che si ha dentro, da chissà quanto tempo, da quanti anni. Può essere una gioia o una sofferenza vissute nell'infanzia, vissute in un momento in cui erano troppo forti da riuscire a percepirle e ad accettarle. Quindi le si respinge. Nel corso della vita, divenendo sempre più consapevoli, queste possono emergere di nuovo. Ma quando ciò avviene, quel che emerge non è reale, è dentro di te e lo rendi di nuovo visibile: metti nero su bianco. Non sempre l'essere umano ha la capacità di accettare determinate emozioni, negative o positive. Ciò avviene perchè non c'è una sofferenza o una gioia maggiore o minore. La sofferenza è sofferenza e la gioia è gioia. A volte si dice “Caspita quanto sta soffrendo!”, sta soffrendo di più o di meno? Non è così. Quando soffri, soffri. Non c'è un'altra persona che soffre più di te. Se in quel momento tu stai soffrendo, la tua sofferenza è la sofferenza più grande di questo mondo, anche se è una sofferenza minima. Ma è la tua sofferenza. In quel momento sei tu a stare male e per te non c'è un'altra persona che sta più male. Non puoi pensare “Quello ha una tragedia più grande della mia”. La sofferenza è tua. Sono emozioni che ritornano, provenienti da un altro tempo: finché non le guardi in faccia, vivono con te, malgrado non siano più concrete. Ti toccano per un attimo e fuggono via nuovamente, per poi tornare di nuovo, all'improvviso. Tante cose le vivi periodicamente, quasi come se ritornassero i fantasmi, perché, per via della fragilità, dell'età, dell'infanzia, non eri pronto per percepirle e visualizzarle. Man mano che cresci ritornano e quindi arrivi al punto di dire “Ok fermiamoci un attimo”. Ti guardi a uno specchio o ti rifletti nell'acqua e dici “Aspetta, fermiamoci tutti”. È un discorso che fai con te stesso, con tutte quelle voci, quelle sensazioni ed emozioni che tu vivi dentro. Dici loro “No, aspetta, guardiamoci in faccia. Chi sei? Cosa vuoi da me?”. Si presentano una alla volta, si lasciano osservare, studiare, cominci ad avere un dialogo con loro e, dunque, anche con te stesso. E avendo un dialogo con te stesso, cominci a vedere realmente chi sei, non chi vuoi essere.

Un artista può sentirsi tale senza i pubblici?
Personalmente, non scrivo principalmente per i lettori. Scrivo per me stesso. È un bisogno che ho dentro, ho bisogno di esprimermi. Non scrivo perché penso che gli altri debbano leggere i miei libri. Pensare invece che gli altri decidano spontaneamente di leggere quello che scrivo, mi fa riflettere. Mi può anche aiutare, nel momento in cui riesco ad avere un confronto. Se qualcuno legge quello che scrivo, mi da la possibilità di confrontarmi. Di avere un dialogo. È lì può diventare come uno specchio: di vedere me attraverso l'altra persona, o viceversa. Quindi ci può essere un confronto aperto su questo, ed è bello, perché credo che questo può portare a una maggiore crescita, a una maggiore consapevolezza di se stessi. Invece, per quanto riguarda i lettori con cui non puoi avere un dialogo diretto, immediato, credo che anche questo sia positivo, così come è stato per me leggere altri scritti. Non incontrerò mai tanti autori che non ci sono più e che mi hanno dato tanto, che mi hanno aiutato a capire meglio e a vedere la vita o l'esistenza in sé in maniera più lucida. Come accendere una luce in una stanza e dire: “Ecco, c'è questa parete rossa, gialla e verde”. In questo senso credo che sia bello che qualcuno faccia lo stesso con quello che anch'io racconto ed esprimo.

Che cosa significa oggi vivere come un artista e vivere esclusivamente della propria arte? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Se dovessi vivere solo di scrittura, sarei peggio di un barbone. Non mi ha mai dato e non mi dà da vivere, nel senso economico o materiale. Questo avviene perché oggi il mondo è troppo veloce. Qualsiasi cosa si fa, se non si ha un profitto, non ha valore e nessuno si muove. Nessuno rischia per niente. Nel caso dell'arte, nessuno crea se non ha un tornaconto personale di cui è sicuro. Da questo punto di vista l'arte non esiste, è morta, non c'è più. Nessuno rischia, nessuno investe, nessuno crede. Chi lo fa, lo fa già sicuro al mille per mille che se investe uno ne ricava dieci. Ciò lo si vede da questi scrittori inventati dal business, dal commercio. Non sei uno scrittore: sei un personaggio famoso o dello spettacolo, scrivi un libro e sfondi, perché la gente ti vede in tv, nei giornali ecc. E allora non vendi quello che scrivi, quello che provi e tenti di trasmettere ad altri. Vendi la tua faccia, la tua immagine. Questo purtroppo uccide l'arte. Io non vivo della mia arte perché non faccio parte di questi meccanismi e preferisco starne al di fuori. Sacrificarsi per la propria scrittura, alcune volte, significa essere fuori dal mondo. Vivere una concezione personale che è solo tua. Nel momento in cui ti chiudi in una stanza o ti siedi sotto un albero per diverse ore e poi il giorno dopo e il giorno dopo ancora, questo ti porta a isolarti dal mondo circostante contemporaneo. Tuttavia, per me è salutare. Alcune volte percepisco quasi una preoccupazione esterna: chi mi vede pensa che io mi allontani dalla realtà. Ma non la vedo così: ho bisogno di quei momenti. Sia chiaro, è sempre un allontanarsi ma questo, se la vediamo in maniera globale, lo facciamo tutti. Tutti ci allontaniamo. Io che mi chiudo in una stanza oppure quello che passeggia alla luce del sole in una spiaggia enorme e bellissima, anche questo è isolarsi. Non è il contesto in sé, che può essere la stanza o l'aria aperta. Sei tu dentro di te che ti chiudi o non ti chiudi. È un allontanarsi dal mondo e uno scendere nelle sue profondità nello stesso tempo. Le due cose vanno insieme: non puoi andare in profondità se non ti allontani. Per andare dentro di te, quasi come un viaggio, e non è facile, devi uscire fuori da tutto quello che la vita, gli schemi, gli orari e la quotidianità ti impongono. Ma quest'ultima è un'invenzione dell'uomo. Le due cose vanno separate. C'è un mondo inventato dall'uomo con orari, schemi e tutto il resto. C'è poi un mondo interiore che non è inventato dall'uomo: è un qualcosa che tu hai. È nella natura, nell'essenza dell'essere umano. Questo non lo possiamo inventare. Puoi andare a scuola e studiare qualsiasi disciplina, ma non puoi inventare o studiare qualcosa che c'è solo dentro di te e che solo tu puoi raggiungere. Io non posso entrare dentro qualcun altro: se però vi entro, se l'altro mi offre tale possibilità, io entro fino a un certo punto, perché poi mi devo fermare. Quando entri in quest'altro mondo, è come un ingresso nella vita vera.

Cosa ti spinge a restare nella tua terra natia?
Credo che ognuno di noi ha una pianta o una radice. Anche noi abbiamo delle radici. Ciò che mi spinge a restare in questa terra è sapere che c'è un posto nella terra in cui siamo venuti al mondo e viviamo, in cui ognuno può riconoscersi più di tanti altri posti. Personalmente, è qui che sono nato e che ho vissuto determinate cose, sensazioni, emozioni, gioie, sofferenze. Per farla breve: chiunque si forma nei primi mesi e anni della vita. Da lì parte tutto, e cioè la vita che ognuno vive. Credo sia questo che mi porta sempre in questo posto. Anche se vado via, sento un bisogno quasi morboso di tornare. Perché è qui che sono nato, è qui che è nata la mia arte, la mia scrittura. Qui trovo i sentimenti, i colori, i profumi, tutto quello che sono. È stata qui la prima volta che ho pianto, che sono caduto con la bicicletta o che ho giocato al pallone. La prima volta che ho provato un'emozione di gioia, è stata quando magari mia madre ha fatto un preciso gesto. Qui ho provato quelle cicatrici non corporee ma nell'anima, positive e negative, che non posso dimenticare. Sono quest'ultime che ognuno si porta dietro. Possiamo crederci o non crederci, ma è con queste che ci siamo formati. Poi il mondo è bello da vedere, da scoprire, anche in viaggio, per formarti in maniera più completa. Ma questo è qualcosa che viene dopo.

Puoi definirti un sognatore? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Mi piace sognare. Sogno a occhi aperti da quando ero bambino. Sogno – e questo è il sogno di tutti – un mondo in cui il dialogo è al centro di tutto. Qualsiasi complicazione o intoppo si può risolvere col dialogo. Prima che succeda un evento, anche negativo, credo che si possa fermare col dialogo. Sogno un mondo in cui ci si può parlare, in cui ci si può comprendere guadandosi negli occhi. Al di là delle idee diverse o dei concetti opposti, che sono sempre da rispettare. Non dico che il mondo dev'essere come lo penso o lo vorrei io, perché lo vorremmo tutti un mondo a nostra immagine e somiglianza. Intendo un mondo in cui si potrebbe dialogare di più. Oggi, sia chiaro, c'è più dialogo rispetto a migliaia di anni fa, quando si faceva la guerra per niente. Viceversa, oggi si fa la guerra per cose per le quali migliaia di anni fa non si faceva. Se parliamo di sogni, questo è il mio sogno. Un mondo in cui si dialoghi di più. Un sogno è un sogno. Potrei dire altre cose ma non sono sogni perché si possono realizzare. Per esempio, potrei dire: “Il mio sogno è comprare una ferrari” ma questo non è un sogno. Per molti lo può essere, potrebbe esserlo anche per me, guardando tutto in ottica materiale. Potrei dire: “Mi voglio sposare con la donna più bella di questo mondo” ma anche questo è un sogno fine a se stesso. Una volta che questo tipo di sogno si realizza, ti accorgi che non ha più senso. Per me un sogno è qualcosa che nel materializzarsi riguarda l'universo intero e mantiene il suo significato. Sogno un mondo di dialogo, di apertura, con coscienza.

Alcune parole per i giovani.
Prima di tutto credete in voi stessi. Poi viaggiate, confrontatevi con i coetanei di altre culture attraverso il dialogo o facendo insieme delle cose semplici. Non c'è bisogno di cose troppo grandi o di trasgredire. Tutte cavolate. Quello che per te è trasgressione per me è normalità o viceversa. Quindi dipende da come la vedi. Scoprite il mondo, gli altri, cosa c'è al di là dell'orizzonte, di quella montagna, di quell'oceano. Forse solo così si può arrivare a un futuro in cui voi giovani, una volta diventati adulti, sarete tutti amici, nel senso che potrete dialogare. Il mondo è di tutti. Come diceva un mio vecchio amico, quando gli si chedeva “Da dove vieni? Da quale città o posto?”, lui rispodeva con molta semplicità: “Io non vengo da nessuna parte, io sono cittadino del mondo”. Allora, se tutti concretamente pensassimo, sognassimo, cominciassimo a dire la stessa cosa, comprendendo che il mondo è di tutti, tante cose negative si potrebbero migliorare e correggere. Sarebbe insomma una bella rivoluzione.

martedì 5 aprile 2011

Dentro il capitalismo: l'ideologia del potere

- di Saso Bellantone
Il capitalismo è l'intangibile uniforme che domina la nostra era. È un modo di pensare la cui vocazione, al pari di ogni altra ideologia, è totalitaria. Il capitalismo mira a estendere il proprio spazio vitale in modo planetario. Tale ideologia consiste nella riduzione della vita in generale in merce. La merce è ciò che può essere prezzato, il cui valore cioè è stabilito in termini economici. L'economicità della merce costituisce il carattere instabile della merce stessa. Quest'ultima non vuole star ferma, vuole muoversi, vuole circolare di mano in mano: a tal fine, ha bisogno di essere scambiata con altra merce “di pari valore economico”. La mercificazione generale della vita, in questo senso, è anche una economizzazione di essa. Tutto, in quanto è mercificato, acquisisce un valore economico. L'instabilità intrinseca di ciò è merce, comporta il movimento della merce stessa, la sua volontà di circolare. Tale circolazione avviene secondo un doppio movimento focalizzabile mediante l'idea dello scambio: si scambia la merce da un lato, per accumulare, tesaurizzare, ammassare altra merce; dall'altro lato, per investire, impiegare, usare la merce appena ottenuta per accumulare altra merce ancora, e così via. Si genera in questo modo una circolazione generale delle merci, che coincide con una instabilizzazione generale della vita.
Tale instabilizzazione/mercificazione totale della vita si manifesta mediante il gioco dello scambio economico operato dagli esseri umani. Lo scambio, come per esempio quello di doni, è una pratica che le civiltà umane hanno svolto nel corso della propria storia per svariate ragioni: per sopravvivere, per acquisire maggiore/minore autorità comunitaria, sociale, magico-cultuale, per piacere e via dicendo. Ma quando si è cominciato a scambiarsi della merce, vale a dire ciò che possiede un valore economico e che è ottenibile mediante il lavoro, specie quello salariato, la pratica dello scambio ha acquisito un significato diverso, nuovo.
Il lavoro, quello salariato, è quella prassi con la quale si ottiene una merce scambiabile con altra: il denaro. Quest'ultimo è il principale diffusore di un'illusione di massa: l'idea cioè che nel capitalismo si è tutti sullo stesso piano. Non è così. Malgrado tutti lavorino, non tutti fanno lo stesso lavoro, non tutti sviluppano lo stesso salario, vale a dire una precisa quantità di merce (il denaro) pari al lavoro svolto in un determinato periodo. Il lavoro salariato stabilisce già delle differenze sociali, ma la vera diversificazione tra i lavoratori/produttori di merce (denaro) si evidenzia nel gioco dello scambio economico dove il salario si trasforma nel capitale, ossia in merce che può essere scambiata con altra. Lo scambio del capitale, della merce avviene sì secondo la logica dell'accumulare e dell'investire, ma questa pratica si svolge, oltre che per motivi voluttuari, addizionali e accessori, per un'altra ragione in particolare: per la sopravvivenza. È questo il significato dello scambio quando diviene “economico”, quando cioè ci si scambia della merce. Il capitale che si possiede stabilisce chi è in grado di sopravvivere, chi no. La sopravvivenza dipende dalla capacità singolare di gestire il rapporto consumo/investimento della quantità di capitale che si possiede.
Nel suo passare di mano in mano, infatti, la merce si consuma, si logora, si degrada fino a svanire o a non essere più scambiabile. Inoltre, l'essere umano è costretto a consumare alcuni tipi di merce per la propria sussistenza ed è obbligato a sostituire quella appena consumata per accumularne dell'altra da consumare in seguito per la stessa ragione. Per questo scopo, deve lavorare, deve ottenere un nuovo salario da trasformare in capitale utile per lo scambio, con il quale procurarsi la merce necessaria per la propria sussistenza. Ed è qui che trapelano le differenze.
Quanto più si capitalizza tanto più ci si può appropriare della merce da consumare per la propria sussistenza, viceversa, meno si capitalizza meno lo si è capaci. Chi capitalizza di più (macro-capitalizzatore), però, non investe tutto il capitale in questo modo ma soltanto una parte, investendo quella restante per capitalizzare (prima o poi) altra merce ancora da investire nuovamente in seguito. Procedendo in questa maniera, egli duplica, triplica, moltiplica all'infinito il capitale iniziale, recuperando la merce impiegata di volta in volta per la propria sussistenza (o per soddisfare la propria voluttà). Ciò avviene anche perché egli possiede un potere che chi capitalizza di meno non ha: quello di decidere il valore economico della merce.
Chi, diversamente da questi, possiede sempre meno capitale (micro-capitalizzatore), ne consuma una parte sempre maggiore per la propria sussistenza, sottraendola a quella che potrebbe investire per recuperare il capitale iniziale e la merce consumata per la propria sussistenza (oltre che, anche lui, per soddisfare la propria voluttà). Ciò avviene anche perché i macro-capitalizzatori aumentano progressivamente il valore economico delle merci utili per la sussistenza (di tutti). Quando il consumo è superiore al capitale che possiede, per sopravvivere, il micro-capitalizzatore è costretto o a lavorare di più o a indebitarsi con i macro-capitalizzatori (i creditori) chiedendo loro un prestito di capitale, di merce. Che cosa accade a questo punto? Pur continuando a lavorare, il debitore si trova in una nuova condizione: non produce più salario, merce, capitale che gli appartiene ma che appartiene ai creditori. Finché non estinguerà il proprio debito, egli sarà merce stessa dei creditori e se non riuscirà mai a estinguerlo, si trasformerà in uno schiavo, mentre i creditori diventeranno i suoi signori. In questo senso, è evidente che se il significato nuovo dello scambio, quando diviene “economico”, è la sopravvivenza, il suo scopo, invece, è la creazione di una nuova separazione di classe tra signori e schiavi, vale a dire tra chi possiede sempre più capitale e chi ne possiede sempre meno, fino a non averne del tutto.
Con l'avvento della globalizzazione, la sopravvivenza, che dipende dalla capacità singolare di gestire il rapporto consumo/investimento della quantità di capitale che si possiede, riguarda anche i singoli Stati. Ci sono Stati che producono maggiore capitale e Stati che ne producono meno, Stati che diventano creditori e Stati che diventano debitori. Se gli Stati debitori non riusciranno mai a estinguere il proprio debito nei confronti dei propri creditori, è chiaro che si trasformeranno in Stati-schiavi mentre quelli creditori diventeranno i loro Stati-signori. In questa prospettiva, il capitalismo si evidenzia come quell'ideologia bramosa di creare una nuova differenza di classe sul piano planetario, tra signori e schiavi, tra creditori e debitori, tra potenti e impotenti. Ma il gioco dello scambio economico, quando assume delle proporzioni globali, è tutt'altro che infinito. Si giungerà a un punto nel quale pochissimi diverranno i signori incontrastati di tutta la merce in circolazione, materiale e immateriale, mentre tutti gli altri ne diverranno gli schiavi. Divenendo i dominatori della totalità delle merci in circolo, tali pochissimi signori otterranno il potere di decidere il destino di tutto ciò che è merce. Dal momento che la vita in generale, non soltanto il pianeta, è ridotta a merce, allora diventare i dominatori della merce significa divenire i signori della vita, coloro cioè che hanno il potere di stabilirne il destino a proprio piacimento.
Quando saranno pochissimi a contendersi questi privilegi, il gioco dello scambio non avrà più alcun valore tra loro, perché l'unica cosa restante che sarà possibile scambiare sarà il potere e quest'ultimo non è una merce scambiabile come le altre. Il potere vuol essere esercitato, vuole dispiegarsi, vuole “potere” qualsiasi cosa stabilisca. Se uno di questi potenti, o tutti, deciderà di diventare l'unico signore della vita e di creare uno Stato mondiale dove egli stesso è l'origine della legge, dell'autorità, dove egli stesso è dio, è evidente, in questa prospettiva, che c'è da attendersi in futuro uno scenario apocalittico, tormentato da nuovi conflitti mondiali. Ma questo futuro, è poi così lontano?

lunedì 4 aprile 2011

Pensieri visivi: LA BELLEZZA CHE UCCIDE IL TEMPO di Roberto Ferri

- di Saso Bellantone
Una donna. Su di una mano regge una spada. Con l'altra trattiene un vecchio con le ali nere, steso per terra sotto di lei. La sua espressione è severa. Quella del vecchio è di meraviglia mista a supplica. Sulla schiena del vecchio s'intravedono due colombe: una bianca, una nera. È così che Roberto Ferri presenta e rappresenta La bellezza che uccide il tempo.
Il tempo... questo vetusto e irrefrenabile demone, il cui battito d'ali grava sulla nostra vita come colpo di martello sull'incudine, spingendola sempre più nelle profondità del suo dolore. Il tempo vola fuggiasco e impassibile, conducendo inesorabilmente l'essere umano alla fine, alla morte. La volontà umana è impotente innanzi al suo rapido planare, ne è schiava. Non può trattenerlo né rallentarlo né fermarlo per sostare nella vita o in un attimo di essa. Malgrado sé, è costretta a obbedirgli, percorrendo disperata, quasi come un automa, l'irreversibile sentiero che dirige verso la propria fine. È una fatalità senza rimedi.
Ma l'inatteso avviene sempre quando ormai la vista è oscurata dalle catene del tempo. Una folgorazione improvvisa può incrociare il nostro nero cammino e, attraverso di noi, il volo fugace del tempo. È la Bellezza che rischiara la nostra oscurità con la sua spada tagliente. È quella forza capace di sfidare il tempo attraverso di noi, capace di afferrarlo, di bloccarlo, di costringerlo a star fermo. Capace di ferirlo, facendone fuoriuscire la vita: la nostra.
Quando s'incontra la Bellezza, ci si sente magnetizzati, stregati dalla sua purezza. La Bellezza diviene il senso, lo scopo della nostra vita, alla ricerca della quale, ancora una volta e ancora innumerevoli volte, non ci si può che abbandonare. L'abbandonarsi al chiarore della Bellezza è una rinascita della vita: l'essere immondo, che è ognuno di noi, finalmente può planare leggero e libero, al di là dei fili invisibili del tempo, può vivere. Qualunque sia il volto della Bellezza – umano, paesaggistico, naturale, ideale, artistico, scientifico, letterario, sensitivo – attraverso di esso non si fa altro che incontrare la vita. Perché che cos'è la vita, se non la fonte che zampilla dalla ferita del tempo, inferta dalla spada della Bellezza?

sabato 2 aprile 2011

GNOSIS: intervista a Natale Zappalà

- di Saso Bellantone
Storico e giornalista divulgatore, Natale Zappalà (Reggio Calabria, 1982) ha conseguito nel 2007 la Laurea triennale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Messina, discutendo una tesi in Storia Economica della Moneta Antica intitolata Rhegion e Zancle: storia economica dello Stretto fra VI e V secolo a.C.. Nel 2009, presso lo stesso ateneo, si è specializzato (laurea magistrale) in Storia e Istituzioni della Grecia Antica. Nel 2008 è stato insignito del XIII Premio Internazionale Anassilaos Giovani per la ricerca. Nel 2010 ha pubblicato il saggio storico La Reggio di Anassila (Leonida). Attualmente cura il blog natalezappala.blogspot.com e collabora con la testata Costaviolaonline.it e con la rivista IusRheginews, occupandosi in particolare della valorizzazione del plurimillenario patrimonio di memorie riguardante il territorio reggino.

Come nasce la tua passione per la storia?
Si tratta di una passione infantile che nasce da una un'esigenza congenita, il disperato bisogno di conoscere e comprendere ciò che mi ha sempre affascinato: il passato. Da bambino tentavo di ricostruire le grandi battaglie della storia medievale, servendomi di pupazzi e mattoncini. Da adolescente ho continuato ad approfondire le mie conoscenze, leggendo centinaia di volumi e, infine, mi sono iscritto al corso di laurea in Storia. Direi che la Storia può senz'altro definirsi il comune denominatore della mia vita.

Che cos'è la storia?
La Storia è una scienza e il suo campo di studi coincide con l'ineluttabile cambiamento che caratterizza le vicende umane.

Chi è lo storico?
Lo storico è colui che, conscio del significato e dell'oggetto della disciplina, si occupa di dare vita alla Storia attraverso la ricerca. Si tratta, chiaramente, di indagini relative e perfettibili. Del resto, le scienze non giungono mai a delle verità assolute, possono soltanto “tendere” alla verità. Ogni nuova acquisizione rimane sempre un'approssimazione della verità, da verificare o confutare attraverso indagini successive.

Quali fonti è possibile definire “storiche”?
Il termine “fonte” designa qualsiasi testimonianza del passato. Dal momento che lo storico tende a ricostruire la fisionomia di una determinata epoca, nessuna tipologia di fonte può essere scartata in sede di ricerca, dalla letteratura all'urbanistica, dalla numismatica alla statistica, dall'archeologia alla botanica. Ogni elemento proveniente dal passato, in teoria, è una fonte “storica”.

Con quale metodo, o metodi, è possibile fare storia?
Esiste un solo metodo storico: l'indagine scientifica sulle fonti, cioè sulle testimonianze del passato. Al di là di tale metodo, non esiste la Storia, la quale è – ribadisco – una disciplina scientifica votata alla conoscenza e non all'intrattenimento.

Quale metodo preferisci impiegare per le tue ricerche?
L'unico metodo esistente, quello che ho descritto supra. Sulla base della totalità delle fonti di cui dispongo, cerco di ricostruire analiticamente la fisionomia di un determinato contesto storico.

Quale utilità ricava il singolo essere umano dalla storia?
In quanto scienza che studia l'eterno cambiamento delle cose umane, la Storia è una “palestra del pensiero”. Lo storicismo rende chi ne è padrone particolarmente ricettivo nei confronti del mondo. Conoscere la Storia aiuta a sviluppare lo spirito critico, cioè la capacità di analizzare coscienziosamente qualsiasi cosa. Una grande utilità dunque, ma attenzione a non confondere l'utilità con la felicità, perché quando apprende che tutto cambia e, per di più, che tutto è relativo, chi si affaccia alla Storia non può che mantenere una visione disincantata della vita.

Quale utilità invece ricava dalla storia una civiltà?
Una civiltà ideale dovrebbe puntare alla divulgazione del criticismo – e quindi di tutte le forme del pensiero atte a svilupparlo, come la Storia – fra gli individui che accettano di farne parte. Chiaramente, ogni civiltà, stato, nazione, gruppo e qualsiasi altra forma di collettività in genere, si guarda bene dal farlo, altrimenti verrebbero delegittimati dai cittadini i presupposti su cui si basano da millenni tutte le forme di potere politico, religioso o economico. Guardiamoci intorno: ovunque gli uomini sono dominati dal dogmatismo, persino la moda è diventata un dogma per la maggioranza degli individui: se un personaggio famoso indossasse le mutande come copricapo in TV, l'indomani si conterebbero migliaia e migliaia di persone andare al lavoro con le mutande in testa. La società cristiana accetta un uomo che si ritiene infallibile per dogma come guida morale e spirituale, mentre in quella islamica la sopraffazione della donna è considerata un valore da difendere. Ma la cosa più orribile è che le civiltà umane hanno sempre escogitato dei sistemi acritici di tutela delle sopraffazioni. L'analisi storica degna di questo nome consentirebbe di smascherare tante cose, semplicemente dubitando di esse. Ma nella società di oggi, chi dubita, nella migliore delle ipotesi, viene considerato un disadattato. La risposta è che, in definitiva, le civiltà umane traggono linfa vitale ignorando l'utilità della Storia.

Nell'era della globalizzazione, le civiltà terrestri possono fare a meno della storia?
Le civiltà terrestri non solo “possono”, ma “devono” fare a meno della Storia, per i motivi che ho spiegato prima, a meno che esse non siano davvero orientate alla ricerca della verità.

Dalla scuola all'università, come faresti studiare la storia?
All'interno delle scuole – e, purtroppo, anche all'interno di alcune università – non si studia la Storia, ma le sue caricature: cronache composte da vuoti elenchi di date e fattarelli, recitate a memoria come le litanie. Si dovrebbero educare gli studenti alla luce del metodo storico-scientifico, facendoli riflettere sugli avvenimenti piuttosto che sommergendoli di nozioni. D'altronde, non sono pochi gli storici con tanto di laurea che ancora ritengono che la funzione essenziale della Storia sia quella di “imparare dal passato per non ripetere gli errori in futuro”. Se davvero esistesse un finalismo nella Storia, gli uomini si ucciderebbero fra di essi per religione o denaro? Il cammino della Storia non è, per sfortuna, un percorso basato sull'evoluzione, ma sul cambiamento. Ciò equivale a dire che l'essere umano, nel corso delle ere, non è migliorato, né peggiorato: è soltanto cambiato.

Che vuol dire vivere come uno storico? Di quali responsabilità occorre farsi carico?
Lo storico, al pari di qualunque altro studioso, dovrebbe mantenere un'etica professionale dignitosa, in ossequio al metodo scientifico che adotta nel corso delle sue indagini. Uno storico deve sempre rendere conto, a se stesso e agli altri, della ricerca, metodologicamente fondata, della verità. Chiaramente ci sono storici competenti e meno competenti, così come ci sono scrittoruccoli da strapazzo che si fingono storici quando invece producono opere che non hanno nulla da spartire coi concetti di metodo, verità o fonte. Chi strumentalizza il passato per altri scopi che non siano conoscitivi, non è uno storico, ma un ciarlatano.

Alcune parole per i giovani.
La conoscenza è la condizione essenziale della libertà. Difendete sempre il vostro diritto inalienabile di conoscere e sarete liberi.


mercoledì 30 marzo 2011

L'ARTE PERIFERICA: intervista a Sara Velardo

- di Saso Bellantone
Attiva musicalmente da 15 anni, Sara Velardo è nata a Scilla nel giugno dell’82. Dopo aver militato in diversi gruppi come chitarrista, bassista, cantante, nel 2002 inizia a scrivere brani propri e forma gli Energia quieta, divenuti poi Aegocentro, coi quali registra Alba sonica (2006), un disco composto da brani scritti principalmente da lei. Con gli Aegocentro, Sara Velardo suona per 4 anni toccando i palchi dell'Alcatraz di Milano, “Festival International de la Musique” di Hachemburg (Germania) e di vari locali della Lombardia. Nel 2010 decide d'intraprendere la strada da solista, chitarra e voce, concerti ed esibizioni intense, violente e raffinate presso pub, locali e ristoranti, metropolitane, festival. Il 13 aprile 2011 esce il suo primo album da solista intitolato Migrazioni (Produzioni dal basso). Attualmente vive e lavora a Lecco.

Come ti sei avvicinata alla musica?
Da piccola picchiettavo contro qualsiasi cosa: suonavo le pentole con le posate, il banco con le penne, il pallone da calcio con le mani, camminavo a tempo, cercavo il ritmo nella centrifuga della lavatrice e nella macchina da cucire di mia madre, mi imbambolavo con il Festivalbar e il Festival di Sanremo. Alle elementari ho imparato a suonare il flauto dolce (mia sorella maggiore lo stava imparando alle medie), mentre alle medie, quando ho cominciato a studiare musica, ho conosciuto Davide, un mio compagno di classe che suonava il pianoforte, guardando il quale pensavo “anche io voglio diventare così brava”. La mia prima chitarra è arrivata dall’Australia. Dal momento che mio cugino non la usava più, mia nonna, consapevole della mia passione per la musica, decise di portarla a me. Dopo vari tentativi di imparare da sola, mia madre, vedendomi ossessionata, mi ha iscritto a una scuola di musica. Da lì in poi la mia vita è cambiata: ho scoperto qual è la cosa che mi piace fare di più al mondo, ho trovato sfogo per la mia ossessione, ho trovato la mia migliore amica e la mia compagna che non mi lascerà mai più. Ho trovato me stessa.

Come avviene il tuo passaggio dalle band a questa nuova esperienza da solista?
Non ho mai voluto fare la solista, ho sempre amato suonare con gli altri, imparare dagli altri, scambiare emozioni, conoscenze e soprattutto divertirmi con gli altri. Dopo l’esperienza con gli Aegocentro, che mi è servita molto, ho capito che avevo bisogno di una dimensione nuova, più intima, più a contatto con me come compositrice e cantautrice. È stata una scelta dovuta a particolari esigenze personali oltre che musicali. In questo periodo della mia vita ho sentito il bisogno di mettermi in gioco in prima persona, senza l’appoggio di una band: io, la mia voce e la mia chitarra, prendendomi al 100% la responsabilità delle mie scelte, in tutto e per tutto.

Che cos'è la musica?
La musica è l’emozione che le parole non riescono a descrivere. È la spinta che serve a una lacrima per uscire, il sorriso in coda al semaforo con lo stereo a palla, le braccia alzate e il vento in faccia mentre canti a squarciagola sul motorino. È ballare mentre fai le pulizie, mimare Donna Summer mentre ti asciughi i capelli, metterci due giorni a scegliere le canzoni per la compilation da dare a una persona che ti piace. È il falò con gli amici, conoscere a memoria l’assolo di Bohemian Rhapsody, urlare durante un concerto, piangere ogni volta per la stessa canzone. È addormentarsi con la chitarra addosso, sorridere a chiunque abbia come te uno strumento a tracolla, i calli sulle dita. È par-la-re sol-feg-gian-do-o-o, capire il circolo delle quinte e dire “ooooooh”, scoprire un’artista nuovo e ringraziare Dio perché l'ha fatto nascere. La musica è sentirsi innamorati, correre per strada e cantare in faccia alla gente, non riuscire a non canticchiare ossessivamente lo stesso motivetto per ore. È sentire la rabbia, la vita, la gioia, l’amore soltanto con una canzone.

Cosa pensi riguardo al senso, allo scopo e agli usi della musica, sia a livello individuale sia sociale, nel mondo contemporaneo?
Credo che la musica, come ogni forma d’arte, sia semplicemente necessaria. Un mondo senza musica e senza arte è un mondo morto, senza emozioni, vuoto. Oggi essere artisti è quasi come essere carbonari, i fondi per l’arte vengono tagliati, in radio passa quasi soltanto spazzatura, i centri culturali e i locali vengono chiusi, la gente si rinchiude a casa davanti alla tv o dietro al pc. Ciò vuol dire che si comunica di meno, ci si aggrega di meno. Personalmente adoro la musica perché mi ha sempre permesso di incontrare gente e comunicare. A volte un concerto è semplicemente un modo per conoscere persone nuove. Solo nell’ultimo anno grazie alla musica ho stretto amicizie profonde, una persona a me cara mi disse, citando Shakespeare “l’uomo nel cui cuore la musica è senza eco, che non si commuove a un bell’accordo di suoni, è capace di tutto, di tradire, di ferire e di rubare, non fidarti di lui, ascolta la musica”.

I Greci impiegavano il termine “poiein” per significare “creazione”. Poi questa parola, nel corso del tempo, si è trasformata di linguaggio in linguaggio, fino a diventare, in italiano per esempio, la parola “poesia”. Quando un poeta comunica se stesso, cioè scrive una poesia, è un creatore di mondi, riproduce il mondo, crea nel senso pieno della parola. Puoi definire la tua musica “poesia”, opera d'arte, creazione nel senso pieno del termine?
Le mie creazioni sono un misto di musica e parole che si intrecciano insieme. A volte il tutto dura pochi minuti, come un flusso di coscienza, come un impeto incontrollato; altre volte invece è il risultato di uno studio che viene trasformato in composizione, senza neanche rendermene conto. Io scrivo di me, delle mie emozioni o di storie immaginarie. In questo senso, descrivo il mio mondo.

Perché componi? Perché senti l'esigenza di comunicare mediante l'arte della musica?
Quando ero adolescente ho iniziato a scrivere poesie, poi a comporre melodie con la chitarra, poi ho scritto la mia prima canzone e da lì è stato impossibile fermarsi. Mi è capitato di svegliarmi di notte per scrivere. Alcune volte mi sento la persona più fortunata al mondo per questo impulso incontrollabile. Quando scrivo una canzone, la prima cosa che sento il bisogno di fare è condividerla con qualcuno, condividere quell’emozione. A volte passano mesi senza riuscire a scrivere niente, poi all’improvviso tutto ricomincia: è come se le canzoni arrivassero da sole. Mi succede qualcosa e sento il bisogno di raccontarla. Nel disco ho inserito “Non devo fare rumore” perché nel periodo in cui stavo registrando ho avuto problemi coi vicini di casa per i volumi di stereo, chitarra ecc. Questa canzone è venuta da sè e doveva far parte del disco perché descrive la situazione in cui mi trovo adesso. Comporre musica è come raccontarsi: per questo motivo, a volte, è difficile iniziare. Devi avere il coraggio di mostrare a tutti chi sei.

Che cosa racconti con la tua musica?
Come ho detto prima, parlo di quello che sento: di qualcosa che mi riguarda personalmente, di un’esperienza di un amico, di un pensiero, di un racconto immaginato, di un sogno. “Incanti spezzati”, per esempio, l’ho sognata e la mattina dopo l'ho scritta. È stato bellissimo!

Un artista può sentirsi tale senza i pubblici?
Secondo me un artista è colui che crea e gode dell’arte. L’arte è un dono che va condiviso, anche con poche persone; non importa che ci sia un pubblico vasto.

Che cosa significa oggi vivere come un artista e vivere esclusivamente della propria arte? Quali sacrifici comporta accettare questo incarico, questa missione?
Bisogna essere determinati, coraggiosi e anche fortunati. Io lavoro come impiegata e questo, oltre a darmi da vivere, toglie del tempo alla musica. Fare questo disco è un piccolo passo verso quello che sarebbe il mio sogno cioè vivere di musica, guadagnare quanto basta suonando, facendo quello che amo. Alcuni miei amici fanno i musicisti per lavoro: è dura e a volte frustrante, ma da tante gioie. Io li ammiro per il loro coraggio e un giorno spero di riuscire a fare lo stesso.

Cosa ti spinge a tornare nella tua terra natia?
La famiglia, gli amici, i ricordi, i profumi, l’odore del mare, il sole in faccia, la lentezza, la cucina di mia madre, la risata di mia nonna, i baffi di mio padre, gli occhi di mia sorella, la sensazione che tutto sia come sempre e di essere a casa.

Puoi definirti una sognatrice? Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Il mio sogno è diventare una musicista vera e abbandonare la scrivania sulla quale mi ingobbisco tutti i giorni.

Il titolo del tuo primo album da solista è Migrazioni. Che cosa significa “Migrazioni”?
Ho scelto “Migrazioni” come titolo dell’album per varie ragioni. Perché l’ultimo anno, a livello personale e musicale, è stato un cambio di rotta: stavo percorrendo una strada e poi ne ho presa un’altra. Perchè nel disco c’è “Terruna sugnu” che parla della mia migrazione dalla Calabria alla Lombardia. Perché “Migrazioni” in informatica vuol dire passare da un determinato sistema operativo a un altro migliore. Perché fare la musicista significa anche migrare da un posto all’altro con la propria musica e portarla a più gente possibile.

Oltre ad acquistare i tuoi album e assistere ai tuoi concerti, chi desidera seguirti e saperne di più sulla tua musica, dove può rivolgersi?

Alcune parole per i giovani.
Una delle cose che mi piace fare è insegnare chitarra: do lezioni ai ragazzini e mi diverto tantissimo a sentirli suonare le stesse canzoni che imparavo io 15 anni fa e a vedere che sorridono, si compiacciono, si divertono. La musica avvicina le persone, le fa sorridere, le mette in comunicazione e ti aiuta tanto a sentire cos’hai dentro. Quando prendi in mano uno strumento e ascolti quello che suoni, capisci quello che senti. Da piccola ero timidissima e introversa, non riuscivo a socializzare e sentivo che dentro avevo qualcosa che nessuno, me compresa, vedeva. Poi ho scoperto la musica e tutto è cambiato: ho scoperto che c’era tanta altra gente che sentiva quello che sentivo io. Datevi una possibilità, provate ad ascoltare, a cantare, a suonare. Non è necessario diventare dei professionisti, la musica è una compagna preziosa che può riempirvi il cuore e far emozionare.

martedì 29 marzo 2011

STORIA DELL'ABBIGLIAMENTO: necessità, simbolo, ideologia

- di Saso Bellantone
Riflettere sull'abbigliamento può apparire assurdo, ma non è così. Assieme alla cosmetica e alla bigiotteria, l'abbigliamento è un'usanza comune tra i popoli, con la quale si esprimono significati e si realizzano scopi differenti. Ogni popolo, naturalmente, è ricorso a questa pratica in tempi diversi e impiegando materiali, colori, forme, cuciture, decorazioni differenti. Malgrado ciò, vi sono delle somiglianze tra i popoli che consentono di svolgere una sintetica storia dell'abbigliamento – sia chiaro, in linee generali – per comprendere oggigiorno quali significati si esprimono e quali scopi si realizzano con questa pratica. Raccontare la storia dell'abbigliamento per grandi linee, questo è ciò che ci si propone, vuol dire chiarire come l'abbigliamento si trasforma nell'uniforme; come quest'ultima, da materia, diviene pensiero; come cioè da necessità e simbolo, diviene un'ideologia.
Quando gli esseri umani erano ancora in una condizione tribale, l'abbigliamento era una necessità. Usavano coprire le proprie nudità con funi, foglie, corteccia, pelli, impasti di terra e resina e quant'altro per ragioni igieniche, di salute, per frenare gli istinti sessuali e, certamente, per pudore. Mentre le prime due ragioni avevano un'utilità individuale, la sopravvivenza, la terza, invece, aveva un'utilità anche collettiva. Frenare gli istinti sessuali significava darsi una chance per organizzarsi pacificamente con gli altri in una tribù, un clan o una comunità e, nel contempo, per sopravvivere assieme al gruppo. Il pudore era un fattore psicologico, apparso via via che si diventava più consapevoli del legame tra la nudità e la sessualità. Naturalmente, vi sono state civiltà che non hanno superato mai questa condizione tribale perché sono state sterminate da altre, così come oggigiorno vi sono civiltà che vivono ancora allo stato tribale. Ma altre sono andate avanti, passando a un'altra condizione: quella civile.
Col progredire dell'ingegno e delle invenzioni e l'evolversi della storia politica tra i popoli, questa pratica è divenuta una vera e propria arte sempre più raffinata, con la quale, nel corso del tempo, sono stati prodotti capi di vestiario di diversa forma, colore, cucitura, materiale, accuratezza, decorazione. Quando diviene un'arte, l'abbigliamento diviene un simbolo per esprimere diversi significati e per realizzare diversi scopi. Per esempio per esaltare la bellezza della persona e generare negli altri il desiderio sessuale o, per chi è più romantico, il desiderio amoroso. Ma soprattutto per evidenziare alcune differenze interne alle comunità di: genere, tra uomini e donne; classe, tra signori (nobili) e schiavi; professione, tra soldati, artigiani, operai ecc.; rango/importanza, specie negli ambiti politico, religioso, guerriero-militare; identità/appartenenza, tra un popolo e l'altro. Quanto più nel corso del tempo l'arte dell'abbigliamento si è perfezionata, tanto più tali differenze sono state sottolineate. Ma con il crollo degli Stati-nazione, l'avvento del lavoro macchinale e salariato e il sorgere dei totalitarismi, l'abbigliamento conosce una rivoluzione: l'uniforme.
Mentre in passato l'uniforme era usata da una parte del popolo per contrassegnare per esempio una classe (i governanti o i sacerdoti) oppure la professione e l'appartenenza (i soldati), con l'avvento dei totalitarismi è un intero popolo a indossare l'uniforme e a esprimere altri significati e a realizzare altri scopi. L'uso massificato dell'uniforme comporta da un lato l'abbattimento di tutte le precedenti differenze; dall'altro lato, l'esaltazione del senso di appartenenza alla razza, al popolo, alla Nazione. Chi indossa l'uniforme non è nobile né schiavo, né sacerdote, né governante, né artigiano, né uomo né donna, bensì un lavoratore-soldato che incarna e rappresenta l'ideologia, la visione del mondo cui la stessa uniforme rinvia e nella quale il lavoratore-soldato si riconosce. Se l'uniforme diventa il simbolo di un modo di pensare che mira a ottenere il proprio spazio vitale su scala planetaria, dal canto suo l'essere umano diviene il mezzo per concretizzarlo. Nell'uniforme egli cancella se stesso, la propria identità e la propria unicità per diventare uno strumento numerabile, ripetibile, sostituibile, programmabile, usabile e sacrificabile per realizzare onnilateralmente l'ideologia che l'uniforme stessa presenta e rappresenta. Insomma, vestendo l'uniforme, l'essere umano diviene niente mentre l'ideologia diviene tutto. Dal momento che ogni ideologia mira alla conquista del proprio spazio vitale oltre ogni confine, è evidente che lo scopo ultimo di ogni ideologia è il dominio non soltanto terrestre bensì universale, cioè del mondo conosciuto e non. L'uniforme è il simbolo del dominio dell'ideologia che è in atto, usando l'essere umano al pari di una forza naturale.
Con il crollo dei totalitarismi e la progressiva fortuna dell'idea di un mercato globale, l'uniforme non è più usata come simbolo di una ideologia, di un totalitarismo bensì come simbolo di una forza armata, di un club, di un'azienda ecc. ed è privata però del sentimento per la nazione, che è un surplus facoltativo. Al posto dell'uniforme, che è usata da pochi, le masse usano indossare un abbigliamento più dissoluto, libero da concetti e preconcetti, nel quale ognuno infonde i propri personali significati e con il quale realizza i propri personali scopi. Sorgono così marchi, grandi firme, aziende, multinazionali che producono capi di vestiario di qualsiasi genere e per qualsiasi gusto e tasca, cioè sia per le masse sia per le élites. Su questa scia, si fa strada l'idea che non è più l'abito a fare il monaco, ossia a stabilire una differenza (professione esclusa) di classe, genere, rango e appartenenza, bensì il prezzo “speso” per acquistarlo, dunque il denaro che si ha. In altre parole, trova fortuna l'idea che quanto più si spende per l'abbigliamento tanto più si è nobili, potenti, popolari, ricchi, e viceversa quanto meno si spende tanto più si è schiavi, impotenti, sconosciuti, poveri. In breve, è il denaro che stabilisce l'uso, lo scopo, il senso di qualsiasi cosa, abbigliamento compreso. L'abbigliamento in generale, con il crollo dell'uniforme, perde il proprio carattere simbolico.
Questa perdita dev'essere inquadrata all'interno del fenomeno della globalizzazione, che altro non è se non un tecno-totalitarismo economico-lavorativo. Collocandola in questo scenario, tale perdita segna la scomparsa definitiva della possibilità di esprimere significati e di realizzare scopi per mezzo dell'abbigliamento. Parafrasando un celebre detto nietzscheano, “l'abbigliamento è morto”. Malgrado questa perdita, l'uniforme subisce una metamorfosi. Non va cercata tra le forze armate, i club o le aziende della nostra società. Oggigiorno l'uniforme non è un abito, eppure la si indossa come tale. Non copre il corpo, eppure nasconde. Non può essere toccata, eppure la si percepisce. Non si vede, eppure la si riconosce. Non ha colore, sapore, profumo, densità, eppure la si avverte. Non c'è, eppure provoca conseguenze. Perdendo il proprio potere simbolico e divenendo altro, l'uniforme, se è intesa alla maniera di un prodotto dell'abbigliamento, è insensata. Se si manifestasse in questo modo, potrebbe essere intravista e mettere in pericolo ciò che è.. L'uniforme è infatti sopravvissuta al suo volto materiale trasferendosi di luogo, dal visibile all'invisibile, dal corporeo all'incorporeo. Questo spostamento ha comportato sì la perdita del suo carattere simbolico ma l'ha rafforzata, perfezionata, migliorata. L'uniforme si è spiritualizzata, divenendo quel che prima presentava e rappresentava. L'uniforme è divenuta un modo di pensare, una fede per certi versi. Quale? Il capitalismo.

giovedì 24 marzo 2011

L'egocirco

- di Saso Bellantone
Stava tornando a casa. Era a bordo della propria automobile, in via della Svolta. Giunto al semaforo che incrociava via del Ritorno, avrebbe dovuto svoltare a sinistra e poco dopo a destra, prendendo via Coscienza. Dopo alcune centinaia di metri, sarebbe arrivato. Quando raggiunse l'incrocio dovette fermarsi perché era scattato il rosso. Una volta fermatosi, alcuni clown balzarono fuori dal nulla e si sparpagliarono tra le automobili, distribuendo volantini. Il vetro dell'automobile da un milione di euro di Helmut era abbassato e un clown gliene gettò dentro alcuni, esclamando: «Soltanto per questa sera! Spettacolo unico e solo! Piazzale Evento, palatenda, dritto fino in fondo!».
Helmut ne raccolse uno. Sullo sfondo nero, vi erano un'immagine e uno slogan. L'immagine ritraeva un clown perfettamente identico a quello appena passato. Lo slogan recitava: “L'egocirco. La vita in un minuto di show. Piazzale Evento, Terra. Ingresso gratuito”... continua a leggere

giovedì 17 marzo 2011

Chi festeggia il 150° compleanno dell'Unità d'Italia?

- di Saso Bellantone
Oggi le città, le piazze, le chiese, i cinema, i musei, i centri commerciali, i siti internet, le tv, le radio sono sommersi da manifesti, mostre, celebrazioni, convegni, conferenze, presentazioni, video, spettacoli, fotografie, bandiere, stand, sit-in, striscioni, articoli, documentari e via dicendo per festeggiare il 150° compleanno dell'Unità d'Italia. Che cos'è il compleanno dell'Unità d'Italia?
Un festeggiamento al pari di tanti altri come quelli che avvengono il giorno di Natale, di Pasqua, del 25 aprile, del 1° maggio e così via. Che cosa si festeggia in queste occasioni? Il festeggiamento in sé e non qualcos'altro a cui rinviano quella data o il nome di quella data. Così come a Natale si festeggia la festa che avviene a Natale – e non la nascita del Messia Gesù – allo stesso modo ciò accade per il compleanno dell'Unità d'Italia e per qualsiasi altra ricorrenza. Oggi si festeggia la festa che avviene in tale ricorrenza, non quel che il 17 marzo richiama alla memoria e significa. Nella nostra società nichilistica, iperattiva, tecnologicazzata, mercificata, spersonalizzata, uniforme, non può essere altrimenti.
In una società del genere, in occasione di qualsiasi ricorrenza si festeggia la festa che avviene in quella stessa ricorrenza. La festa è un'occasione fine a se stessa, che scardina i ritmi frenetici della società, allo scopo di soddisfare le masse, per fare loro scaricare lo stress lavorativo, i problemi economici, lavorativi, personali, familiari, sociali e internazionali. Durante una festa qualsiasi, l'essere umano può fare festa, ossia può darsi allo shopping, alla baldoria, al riso, al tempo libero, alla trasgressione, alla pura perdita. Può passare il tempo assieme ad altri nelle città, nelle strade, nelle piazze, nei negozi, in montagna, in riva al mare o visitando altre città; può fare quel che vuole. La festa è un arresto del tempo normale della società, quello cronologico, ma anche l'inizio (e la fine, purtroppo per molti) di un tempo qualitativo (quantitativo, di fatto) nel quale dedicarsi a fare tutto quello che nel tempo ordinario non è realizzabile. Una festa, insomma, è soltanto un momento di svago: non è un'occasione per pensare o per ricordare perché in tale giorno piuttosto che in un altro si fa festa, né per richiamare alla memoria ciò che la festa significa e vuol ricordare.
In questa prospettiva, malgrado apparentemente il 150° compleanno dell'Unità d'Italia sia preparato da un anno a questa parte mediante micro-festeggiamenti, sotto-cerimonie e simili, di fatto, c'è chi desidera che tale occasione non sia un momento per ricordare ciò che richiama alla memoria né per pensarvi su. Tutto quel che avviene, in questo preciso momento, non è altro che un'illusione, un palliativo. I potenti operano sempre per garantire alle masse il momento di svago che si apre in questa e in qualsiasi altra occasione, e per impedire alle masse, dunque, di ricordare, di pensare. Qualsiasi cerimonia si svolge in un preciso arco temporale, durante il quale si dà la parvenza di pensare, di ricordare quel che accadde 150 anni fa, dopodiché si dimentica tutto. Per questo motivo, il 17 marzo 2011 non è altro che un giorno uguale a tutti gli altri, uguale a qualsiasi altra domenica, uguale alla finale dei mondiali 2008, uguale a qualsiasi altro Natale, Pasqua, 8 marzo, 19 marzo, 25 aprile, 1° maggio e chi più ne ha più ne metta. Dunque quel che si festeggia oggi è soltanto la festa in sé, lo svago fine a se stesso, il non pensare, la dimenticanza (di se stessi, degli altri, del tempo problematico in cui viviamo e del passato).
Se si osserva bene, tuttavia, chi festeggia il 150° compleanno dell'Unità d'Italia limitandosi a far festa, fa soltanto il gioco dei potenti, i quali sono consapevoli che il 17 marzo 1861 è una tappa decisiva per:

  • la creazione di uno Stato Mondiale governato da pochi o da uno soltanto, dopo il crollo delle Nazioni e dei Regni (dunque delle dinastie) trasformatisi in Repubbliche democratiche fondate sul lavoro;

  • la riduzione della vita in generale nel linguaggio del lavoro, del denaro e dell'economia;

  • l'omologazione di tutte le persone in un unico tipo umano che, incarnando i valori del lavoro, del denaro, del successo, del potere, è freddo, robotizzato, nichilista, liquido;

  • la mercificazione, robottizzazione e spersonalizzazione generale dell'essere umano, della vita, della natura;

  • la trasformazione della vita, della natura, del pianeta, in una immensa risorsa manipolabile e impiegabile allo scopo del dominio terrestre;

  • il resettaggio delle menti e delle coscienze per riprogrammarli in chiave lavorativo-economica;

  • la cancellazione dei vecchi valori quali l'amore, l'amicizia, la famiglia, la cura, il rispetto, l'onore, il dialogo, la comprensione, la fiducia, le fede ecc;

  • l'accelerazione sfrenata della vita in prospettiva di una maggiore e veloce circolazione dei beni, delle merci, dei servizi, dei capitali (umani e non);

  • la creazione di una nuova separazione in classi delle persone tra chi ha potere (i signori) e chi non ne ha (gli schiavi).
In questa prospettiva, chi festeggia il 17 marzo 1861 alla maniera di una festa al pari delle altre, di uno svago, non fa altro che celebrare e accettare il gioco dei potenti per la creazione di un dominio planetario, che si traduce nella prassi che caratterizza l'Italia di oggi, quella che, per sopravvivere, impone di:

  • scendere in politica, illudendo le masse di operare per il loro bene, quando invece si opera per il proprio tornaconto personale;

  • diventare magistrati e avvocati per difendere i forti (i signori) contro i più deboli (gli schiavi);

  • raccomandare parenti e amici nei principali posti di potere, di lavoro, di profitto;

  • pilotare le gare d'appalto e far vincere chi paga di più (sottobanco) rispetto ad altri, anche nella forma di scambio di favore;

  • commerciare armi, droghe, bambini, donne, organi e qualsiasi altra merce renda grandi profitti;

  • fregare i soldi alla gente dichiarando di operare in soccorso dei più bisognosi;

  • uccidere i propri figli, i propri genitori, i propri amici, la propria metà o qualsiasi altro sconosciuto si desideri in quel momento;

  • stuprare donne, bambini, idee, emozioni, speranze e sacrifici;

  • rubare i risparmi dei lavoratori tramite nuove tasse o semplici operazioni bancarie o azionarie;

  • obbligare gli operai a ridursi lo stipendio, quando si percepisce un incasso 100.000 volte superiore a quello di un singolo operaio;

  • costringere i laureati e i lavoratori al suicidio perché non trovano lavoro o perchè gli è stato tolto;

  • aumentare l'ignoranza delle masse mediante riforme delle scuola e dell'università che distruggono le scuole e le università pubbliche, favorendo invece quelle private, quelle cioè frequentabili soltanto dai potenti, dai capitalisti, dai signori o da chi ne è apparentato;

  • favorire l'illegalità, la malasanità, le mafie, la corruzione, il furto del denaro pubblico e dei finanziamenti, la disoccupazione e la disperazione;

  • muovere guerra ad altri Stati con la giustificazione di una “guerra giusta” o plagiando le menti mediante strategie di propaganda che riecheggiano gli Stati totalitari del secolo passato ecc.
Insomma, cari lettori, aggiungete voi quel che vi pare. Se oggi si celebra tutto questo, allora è meglio non fare gli auguri all'Italia né festeggiare. Anziché festeggiare o svagarsi, si dovrebbe ricordare ogni giorno, non soltanto il 17 marzo, che per decine di anni centinaia di migliaia di persone, provenienti da regioni diverse del territorio che oggi chiamiamo Italia, sono morte, si sono sacrificate per avere un terra unita e libera. Prendendo spunto da ciò, si dovrebbe cominciare a pensare che lo straniero, oggigiorno, ha un altro nome, che ricapitola tutto quel che attualmente avviene in Italia: è il capitalismo. Questo demone produce la globalizzazione, che è la base per la creazione di uno Stato mondiale che prevede la cancellazione di tutti gli altri Stati, Italia compresa, e la creazione di una nuova schiavitù: quella economica. Per impedire tale schiavitù, occorre combattere il capitalismo ovunque si nasconda, principalmente nel pensiero. L'auspicio, cari lettori, è che il 17 marzo 2011 segni il giorno dell'inizio di questa nuova lotta, in difesa della libertà e del diritto di esistere di ognuno; l'inizio di uno smantellamento del progetto di dominio globale di pochi e della costruzione di una planetaria convivenza onnilateralmente paritaria, per tutti.

venerdì 11 marzo 2011

TRANSUSTANZIAZIONE: dai 7 peccati capitali ai 7 valori capitalistici

- di Saso Bellantone
Guardando all'attuale società globalizzata, tecnologica, iperattiva, fredda, nichilistica, mercificata, omologante e spersonalizzata, sembra assurdo parlare di peccati capitali. Questi ultimi, infatti, rinviano a una stagione della storia civiltà umane, quella cristiana, ormai sostituita da una nuova, quella economica, che nulla ha a che vedere con la vecchia. Almeno così sembra. A ben vedere, queste stagioni della storia delle civiltà umane si somigliano molto. Ne La globalizzazione in chiaroscuro: il tecnototalitarismo economico lavorativo, si è evidenziato per esempio quanto l'atteggiamento religioso dell'umano contemporaneo, che potremmo definire homo economicus, somigli a quello dell'homo christianus. Consapevolmente oppure no, l'umano contemporaneo vive in un rapporto di continua venerazione del dio denaro paragonabile a quello dell'umano cristiano nei confronti del Dio delle Scritture. Malgrado le innumerevoli somiglianze che si potrebbero evidenziare tra queste due ere dell'umanità, vi sono però delle differenze. Per esempio, ciò che per la stagione cristiana dell'umanità è considerato un peccato capitale, cioè un male, nell'era economica della storia delle civiltà umane è diventato un valore, ossia un bene. Per comprendere questa metamorfosi, occorre prima sapere quali sono i peccati capitali cristiani, che cosa significa il termine peccato.
Il concetto di peccato è stato introdotto da Paolo di Tarso. Nelle sue Lettere – che costituiscono il documento cronologicamente più vicino ai fatti di Gesù di Nazareth – Paolo si presenta come “apostolo di Dio”, come voce della verità assoluta, inviato per annunciare una lieta novella: la vita eterna, opposta alla morte definitiva. Tre anni dopo la caduta di Damasco, che segna la sua inversione di rotta da persecutore ad apostolo, Paolo inizia la sua predicazione e chiarisce che il peccato è una condizione generale che qualifica tutto l'esistente a causa della trasgressione di Adamo, reo di aver mangiato il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. Nella dimensione umana, spiega Paolo, il peccato è una forza che abita nella carne e conduce l'essere umano a trasgredire la Legge (la Torah, nonostante l'apostolo scriva il termine legge con la parola greca νόμος, chiaro riferimento di carattere politico), malgrado la sua volontà di rispettarla in pieno. La morte è il segno tangibile che il mondo è sotto il dominio di tale forza peccaminosa. Il Messia Gesù, secondo Paolo, è invece il nuovo Adamo che introduce una forza proveniente dallo Spirito e che è capace di contrastare quella del peccato, garantendo il rispetto in toto della Legge: l'amore. Questa nuova forza, che si attiva con la morte e resurrezione del Messia Gesù, cancella dal mondo il peccato e la morte, inaugurando l'inizio di una nuova vita, appunto eterna perché libera della morte. Nella dimensione umana, l'attivazione di questa nuova forza e l'accesso alla vita eterna avviene mediante il battesimo – che rende “corporalmente” partecipi della morte e resurrezione del Messia Gesù – e mediante la triade dell'etica paolina: fede, speranza, amore. Chi dunque si battezza e vive secondo l'etica dell'apostolo non pecca né muore più ma vive in eterno perché è nel bene, mentre chi fa l'inverso è nel male. Tuttavia, i fedeli continuano a morire e i superstiti si arrabbiano, pensando di essere stati raggirati dall'apostolo: per questo motivo, allo scopo di salvare la pelle, Paolo è costretto a parlare di altri avvenimenti, come per esempio del tempo in scadenza, della seconda venuta del Messia, del giudizio ultimo, dell'apparizione dell'Antimessia e del katekon. Con queste aggiunte, i fedeli tornano a credere all'apostolo e lui e la sua novella sono salvi. Per ora.
Nei secoli successivi, infatti, il concetto di peccato subisce una metamorfosi. Con questo termine, la teologia cristiana, che trae origine proprio da Paolo, non indica più lo stato generale dell'ente causato della trasgressione di Adamo né la forza che ha dimora nella carne. Il peccato diviene una condizione individuale ed esclusivamente umana, una colpa, un male di cui l'essere umano si macchia sia nascendo (a causa della sua parentela con il primo peccatore, Adamo) sia decidendo volontariamente di vivere contrariamente a quanto la “dottrina” cristiana – che appare in questi secoli, perfezionandosi sino ai nostri giorni – prestabilisce. Tale colpa conduce alla morte individuale e, peggio ancora, alla dannazione eterna (idea che nella teologia paolina non figura mai e che si sviluppa in questo periodo, prima ancora di essere immortalata da Dante nella sua Divina commedia). In questa prospettiva, si comincia a parlare di peccati capitali (da caput: testa), nel senso di “mortali”, ossia di comportamenti che conducono alla dannazione eterna, anziché al paradiso, e per questo motivo devono essere evitati. I peccati capitali sono sintetizzati principalmente in 7 – avarizia, invidia, ira, gola, superbia, lussuria, accidia – e indicano quei divieti, quei taboo (come direbbe Freud), da inscriversi all'interno di un'interpretazione cristiano-cattolica (all'origine paolina) di tutto l'esistente, che si sviluppa attraverso le coppie Dio/Diavolo, vita eterna/ dannazione, bene/male, amore/odio, speranza/disperazione, giusto/ingiusto, vero/falso e via dicendo. Questa concezione del peccato, legata alle idee di dannazione eterna, di paradiso e di dottrina, ha più fortuna rispetto a quella paolina connessa alle idee di morte definitiva, di vita eterna e di etica. Tant'è che attraversa quasi due millenni interi della storia delle civiltà umane, giungendo inalterata (esclusa qualche rivisitazione) sino ai nostri giorni.
Nel corso del tempo, la Chiesa si è servita del concetto di peccato e dei 7 peccati capitali come degli strumenti di tortura psicologica e di controllo delle coscienze per operare una conquista del mondo conosciuto. Facendo leva sull'estremo timore della dannazione eterna, la Chiesa ha impiegato il concetto di peccato e i 7 peccati capitali come dei mezzi utili per frenare le selvagge passioni umane e ridirezionarle verso delle mete ideali e inesistenti (Gesù, Maria, i santi e i beati), punti di riferimento per condurre una vita terrena in modo puro e casto e ottenere in futuro il paradiso. In questo modo, la Chiesa ha reso gli esseri umani più docili e manipolabili e li ha usati per accaparrarsi un maggiore potere terrestre. Fondendosi infatti all'Impero romano prima, ai re barbari poi, ai signori comunali e ai re assolutistici in seguito, la Chiesa ha esteso ovunque la propria dottrina (cioè un insieme di dogmi, teorie e regole di vita pratica), divenendo il centro solare dell'esistente, la sua verità ultima. Ma non tutti hanno avuto paura della dannazione. Nel corso del tempo l'istinto umano alla trasgressione è sopravvissuto, dispiegandosi contro la stessa legge cristiana (perché la dottrina non è altro che una legge contrapposta alle altre), divenendo un motivo centrale della prassi quotidiana umana nell'era economica, che ha impedito alla Chiesa di estendere il proprio dominio assoluto sul mondo intero.
Malgrado molti, oggigiorno, continuino ad aver paura nella dannazione eterna e a condurre la propria vita secondo i principi della morale cristiana, molti altri, invece, si comportano diversamente. Non concepiscono più il peccato in quanto peccato, ossia nel senso di una colpa volontaria che conduce alla dannazione piuttosto che al paradiso o alla vita eterna, e preferiscono avere una vita tutt'altro che pura e casta. Ciò dipende non soltanto dalla crisi dei valori che secolarizza ogni fede, ma soprattutto dalla certezza della morte che può avvenire, come lo stesso Paolo dice a proposito della seconda venuta del Messia, “come un ladro nella notte”. Consapevole dell'imprevedibilità della morte (e i mass-media operano senza sosta affinché ognuno maturi/ricordi tale consapevolezza), l'essere umano contemporaneo tende a vivere attraversando tutti e 7 i peccati capitali cristiani. Vi sono stati dei momenti storici in cui questa tipologia di vita che transita per tutti e 7 i peccati capitali ha avuto il senso di una trasgressione alla morale cristiana. Ma attualmente non è più così. Chi oggigiorno vive passando per tutti e 7 i peccati capitali non è un trasgressore ma è il perfetto rappresentante di un nuovo tipo umano: l'homo economicus.
L'homo economicus è quel tipo umano che, consapevolmente oppure no, considera i 7 peccati capitali cristiani come dei valori sulla base dei quali costruire il proprio destino. Egli è:
  • superbo, in quanto considera se stesso il centro, l'essenza, l'alfa e l'omega dell'universo; è chi brama sempre più potere, successo, gloria, ricchezza, chi usa tutte le proprie forze coscienti e tutte le risorse della vita per questi scopi;
  • avaro, cioè tiene tutto per sé, passa una vita intera a capitalizzare merci, persone, oggetti, emozioni, sensazioni nulla escluso; ma è anche chi si mostra apparentemente e temporaneamente generoso per sfamare successivamente la propria avidità insaziabile;
  • invidioso, vale a dire disprezza gli altri perché li considera dei concorrenti. Per questo motivo, opera continuamente alla loro distruzione, impiegando tutti i mezzi reperibili, leciti e illeciti. In questo senso, si mostra apparentemente compiacente per poi costruire la propria tela di ragno nella quale, a tempo debito, eliminare tutti i suoi avversari, uno per uno;
  • goloso, ossia non trova quiete in nessuna persona, evento, paesaggio, clima, cultura, merce od oggetto; è chi corre senza sosta allo scopo di appagare tutti i desideri che sorgono in quel momento passeggero o che ha rinviato precedentemente;
  • lussurioso, in quanto brama di soddisfare tutti i piaceri (sessuali, estetici, intellettuali, artistici, scientifici, tecnologici, lavorativi, sportivi, del gossip, insomma tutto quello che è ottenibile nella vita in e out door), l'uno dietro l'altro, di continuo; li rincorre nel corso della propria vita e vuole andare sempre oltre la barriera del piacere e del senso di appagamento già sperimentati (persino nel dolore);
  • nervoso, perché non si sente pago del potere, del successo, della gloria, della ricchezza conseguiti e ne desidera ancora di più; non è soddisfatto delle forze che ha dispiegato e delle risorse usate per ottenere quegli scopi; teme la perdita di ciò che è suo (beni, persone, servizi, caratteristiche fisiche e biologiche), per opera dei concorrenti; detesta il potere, il successo, la gloria, la ricchezza che gli altri riescono a raggiungere; teme di essere scoperto nei propri artifici contro gli altri; soffre la presenza d'altri, la monotonia, la fissa dimora, quel che già possiede; perché non può soddisfare tutti i piaceri che desidera in quel momento o che non ha ancora realizzato da tempo;
  • pigro, perché nel desiderare maggiore potere, successo, gloria, ricchezza, piaceri, capitali, beni e quant'altro, e nel mobilitare tutte le proprie forze e risorse, è, nel contempo e paradossalmente, svogliato, quasi infastidito dal doversi dare da fare; egli sogna di ottenere tutto quel che desidera senza muovere un dito, senza far nulla o semplicemente ordinandolo ad altri.
Vivendo sulla base di questi valori, che nell'era cristiana erano dei peccati capitali, l'homo economicus ha impedito alla casta sacerdotale cattolica di estendere il proprio dominio sull'intero pianeta per una sola ragione: perché è lui stesso che desidera tale potere globale. Questa ambizione si riflette in ogni livello della piramide global-economica, dal gradino più basso alla vetta. Ciò che differenzia l'uno dall'altro sui vari livelli di tale piramide sino alla vetta, è il grado di consapevolezza che gli antichi 7 peccati capitali cristiani sono ormai i 7 valori capitalistici. Quanto più si è consapevoli di ciò e li si incarna, tanto più si è in alto nella piramide e si domina coloro che stanno al di sotto. Viceversa, quanto più se ne è all'oscuro e non li si incarna, tanto più si è in basso nella piramide e si è dominati da chi sta al di sopra. Il grado di consapevolezza e di incarnazione dei 7 valori capitalistici stabilisce dunque il grado di dominio di cui si è partecipi in relazione alla collocazione che si occupa nella piramide global-economica. Ma il dominio, quando si parla di peccati e di valori, di male e di bene, si esprime appunto con la capacità di decidere che cosa è bene e che cosa è male, che cosa è un valore e che cosa è un peccato. Quanto più si è in alto, tanto più si è capaci di stabilire il bene e il male. Al contrario, quanto più si è in basso, tanto più si obbligati ad accettare le idee di bene e di male decisi da chi sta al di sopra.
Dal momento però che la posta in gioco nella piramide global-economica è il dominio dell'intero pianeta, la trasmissione del significato di ciò che è bene e di ciò che è male dai livelli superiori ai livelli inferiori della piramide non avviene in modo equo. Chi sta più in alto stabilisce il bene e il male per sé e trasmette al livello successivo un'interpretazione “alterata” del bene e del male, una versione cioè che non intacca il grado di dominio che possiede. Chi sta al di sotto del primo, fa lo stesso a sua volta e così via, finché non si giunge ai livelli più bassi della piramide, nei quali giunge un'interpretazione del bene e del male radicalmente opposta da quella che possiede chi sta sulla vetta. In questo senso, se chi sta all'apice della piramide considera i 7 peccati capitali come i 7 valori del capitalismo, chi invece sta al gradino più basso intende i 7 peccati capitali come i 7 peccati del capitalismo, mentre considera come valori il perfetto opposto dei primi, ossia: l'umiltà, la generosità, la compiacenza, il disinteresse, la castità, la pacatezza, la dedizione. Se questi sono gli estremi, è evidente che chi sta nei livelli centrali della piramide ha le idee parecchio confuse e ciò comporta una vita eternamente instabile, insicura, indecisa. Chi sta sulla vetta della piramide global-economica è il perfetto rappresentante dell'homo economicus, chi invece sta alla base della piramide è quel tipo umano che continua a ispirarsi alla morale cristiana, è l'homo christianus. Diversamente da questi, chi sta nei livelli centrali della piramide è un ibrido, per metà economicus e per metà christianus, un essere confuso, indefinito, in eterna lotta con se stesso. Chi domina la piramide global-economica non si preoccupa di chi sta alla base bensì di chi si trova sui livelli intermedi. Egli vuole che questi continui a vivere in modo precario, che continui a sentirsi contraddittorio, incerto, liquido, senza volto, nevrotico, perché in questo modo non costituisce una minaccia. Per questo motivo, chi domina la vetta della piramide opera in tutti i modi e con tutti i mezzi reperibili affinché gli ibridi continuino a essere ibridi, educando i nascituri a diventare ibridi, a pensare e a vivere come ibridi. Ciò che provoca stupore, è che la maggior parte di coloro che vivono nell'era economica sono proprio degli ibridi e nemmeno sanno di esserlo.
Oggigiorno, se chiedessimo a qualcuno – premesse le dovute eccezioni, naturalmente – di parlarci dei 7 peccati capitali, resteremmo allibiti. L'intervistato brancolerebbe nel buio, si metterebbe a ridere, comincerebbe a scherzarci su, ci direbbe che si tratta di una limited edition di famose marche di gelati, di gioielli o di altre merci, ci manderebbe a quel paese, ne ricorderebbe due o tre, saprebbe spiegarci il senso di una o due parole ma dimostrerebbe di non conoscere qual è il loro significato, pur dicendo, paradossalmente, di reputarsi un cristiano – a meno che non si riconosca in altre religioni. Che accadrebbe se domandassimo invece quali sono i 7 valori e i 7 peccati del capitalismo? Se, cari lettori, sarete presi per pazzi, con l'accusa di mischiare il sacro con il profano, non preoccupatevi. Proprio coloro che intervistate sono infatti un mix di sacro e profano, di bene e male cristiani e di bene e male economici a un tempo. Gli intervistati non sanno di essere tali ibridi, proprio come i pazzi che non sanno nemmeno di esser tali. La questione, cari lettori, è capire se lo siete anche voi. E qui comincia un altro viaggio, al di là del bene e del male, al di là dei valori e dei peccati...