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lunedì 19 aprile 2010

DERBY DI VIOLENZA A ROMA: IL CALCIO HA PERSO LA PROPRIA ESSENZA

- di Saso Bellantone
Dopo il derby disputatosi ieri sera allo stadio Olimpico di Roma, le rispettive tifoserie delle squadre di calcio Roma e Lazio testimoniano, per l’ennesima volta, che il calcio non è più uno sport né un gioco ma un’occasione utile per dare sfogo gratuitamente alla violenza.
Malgrado all’inizio della competizione sportiva vi erano stati degli scontri tra le tifoserie, prontamente ammansiti dalle forze dell’ordine con tre arresti, subito dopo la fine della partita romanisti e laziali si sono scontrati fuori dallo stadio, generando il caos. Dieci i feriti, tre gli accoltellati trasportati in ospedale, tra i quali un giovane colpito alla carotide. Il ragazzo è stato operato immediatamente al Policlinico Gemelli e adesso, fortunatamente, è fuori pericolo.
I lanci di petardi e di bombe molotov hanno coinvolto una Clio con a bordo una donna tunisina assieme ai figli di 9 e 11 anni. I tre sono riusciti a scappare prima che il veicolo prendesse fuoco e uno dei bambini è rimasto lievemente ferito a un ginocchio. Gli scontri hanno interessato altre vie della capitale, provocando il blocco dei mezzi pubblici tra i quali alcuni autobus pieni di passeggeri, finché l’intervento delle forze dell’ordine è riuscito a disperdere gli ultras. Da alcune automobili e furgoncini nascosti dietro le siepi, la Polizia ha sequestrato diverse accette, coltelli, sassi e pezzi di marmo, divelti da una scalinata nei pressi dello stadio. Numerosi i danni alle abitazioni e ai locali commerciali delle zone che hanno fatto da teatro agli scontri tra le tifoserie.
Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha sollecitato tutti ad assumersi le proprie responsabilità, sottolineando che “queste violenze non hanno nulla a che fare con il tifo calcistico e con una vera passione per lo sport”. Il presidente della Lega Calcio, Maurizio Beretta, ha dichiarato ai microfoni di Radio Anch’io: “Ieri non è andata molto bene, ci sono stati episodi anche gravi ma non è giusto dire che il campionato sia ostaggio di violenti […]. Bisogna distinguere tra il tifo sportivo, che va incoraggiato, e i violenti, per i quali è giusto chiedere alle autorità maggiore severità e certezza delle pene”. Invitando tutti a non generalizzare, Beretta ha continuato sostenendo che gli scontri tra tifoserie calcistiche “è un problema di ordine pubblico e delinquenza comune, senza contare che la maggior parte degli episodi accadono ormai fuori dallo stadio”.
Favorevoli alle dichiarazioni di Alemanno e di Beretta, si ritiene che il miglior modo per assumersi tutti le proprie responsabilità è cominciare a considerare “un problema di ordine pubblico” non soltanto la violenza dentro e fuori dagli stadi ma il calcio in generale. Il calcio non è più uno sport né un gioco né una festa né una dimensione parallela a quella della vita quotidiana. Non è più un momento di pacifica coesione, di gioia e di svago dai problemi reali: nato allo scopo di portare la speranza e il sorriso a tutti i popoli, il calcio oggi è divenuto un problema reale. Questo è testimoniato non soltanto dagli scontri vandalici tra tifoserie dentro e fuori gli stadi ma anche dalla cattiva e violenta condotta degli attori protagonisti nel campo, dagli scandali economici (vedi Calciopoli), dai contratti multi-milionari di calciatori, allenatori e simili, dall’aspirazione di buona parte dei nostri giovani a diventare calciatori piuttosto buoni medici, scienziati, politici e letterati, dal business che ruota attorno al calcio.
Se il calcio è davvero divenuto un problema di ordine pubblico, bisogna chiedersi preliminarmente se il calcio è una necessità oppure no. A ben vedere, oggi è tale soltanto per chi, mediante il calcio, ingrossa il proprio conto in banca e non per chi, di questi tempi, fatica ad arrivare a fine mese. Un’altra domanda da porsi è se l’attuale “mondo-calcio” rispecchia interamente la nostra società o ne amplifica esclusivamente i suoi volti oscuri. Infine, bisogna chiedersi: “qual è l’essenza del calcio?”. Chi si pone questo quesito, si renderà conto che “la violenza e i quattrini” non hanno nulla a che vedere con l’essenza del calcio.
Per concludere, dal momento che a molti cittadini piace ancora concepire il calcio secondo la propria essenza – vale a dire come una speranza e un sorriso da regalare gratuitamente a tutti – e per questo motivo si recano negli stadi, si propone allo Stato italiano, per salvaguardare gli amanti del calcio, la riapertura del Colosseo. Che cosa c’entra il Colosseo con il calcio? Semplice: per mandarvi gli ultras, indifferenti alla propria e all’altrui vita, dicendo loro: “Andate e massacratevi tra di voi!”.

martedì 23 marzo 2010

USA: APPROVATA LA RIFORMA SANITARIA. IL MONDO ATTENDE LA FIRMA DI OBAMA

- di Saso Bellantone
Dopo un anno di scontri politici e colpi di scena, la riforma sanitaria è legge. La Camera dei Rappresentanti ha adottato il testo approvato dal Senato il 24 dicembre 2009, con una maggioranza di 219 voti contro 212, tre più dei 216 necessari. Per trasformarsi in legge, non resta che apporre la firma del presidente Barack Obama.
È la più ampia iniziativa di riforma sociale degli ultimi 50 anni degli Stati Uniti. Il provvedimento – discusso già dagli anni della presidenza Roosevelt (1901-1909) – estende il diritto all’assistenza medica a oltre 32 milioni di cittadini; vieta alle compagnie assicurative di rifiutare le polizze ai bambini o agli adulti affetti da malattie congenite e impedisce di revocare le polizze ai già assicurati (ad esempio ai lavoratori che cambiano lavoro). La riforma prevede l’utilizzo di 940 miliardi di dollari in dieci anni. Taglierà 138 miliardi di disavanzo pubblico, rivoluzionerà i metodi assistenziali ospedalieri e assicurativi ma taglierà 500 miliardi di dollari da Medicare, il programma di assistenza per gli anziani.
È una svolta storica per gli Stati Uniti. La firma di Obama sul testo della riforma segnerà la fine di un secolo di lotte, rivolte, manifestazioni e iniziative di varia natura volte a sensibilizzare il mondo intero riguardo alla drammatica situazione di oltre 300 milioni di americani che, prima d’ora, non godevano del diritto all’assistenza sanitaria. Tra queste forme di contestazione, spicca il celebre film John Q (2002) diretto da Nick Cassavetes e interpretato da Denzel Washington, nel ruolo di un padre che fa di tutto per salvare il figlio al quale è diagnosticata una grave malattia, la cui unica soluzione è un trapianto di cuore. Dal momento che l’assicurazione sanitaria non copre le esose spese mediche, John (Denzel Washington), sequestra il personale e i pazienti di un pronto soccorso per attirare l’attenzione pubblica e costringere in qualche modo il personale medico a salvare la vita a suo figlio.
Se il film John Q rispecchia la vecchia società americana, nella quale non tutti possono godere del diritto all’assistenza medica, la firma di Obama sul testo della riforma sanitaria rappresenta invece la calce per costruire la nuova società statunitense, nella quale, per dirla in poche parole, ognuno può essere curato e, finalmente, considerato un “essere umano”, indipendentemente dalla ricchezza che possiede e produce.

giovedì 11 marzo 2010

PASSAPORTO ELETTRONICO: UN ALTRO PASSO VERSO UN TECNO-TOTALITARISMO PLANETARIO

- di Saso Bellantone
Come previsto dalla normativa europea, anche l’Italia – in ritardo rispetto alla Francia, alla Germania o agli altri paesi dell’Ue – inizia a munirsi dei passaporti elettronici. Si tratta di una nuovissima tecnica di anticontraffazione, utile per rendere più sicure le procedure di controllo di chi viaggia all’estero. I nuovi documenti per l’espatrio non cambieranno aspetto: ai dati anagrafici e alla fotografia, adesso sarà associato un microchip contenente le impronte digitali del titolare. Una volta memorizzate nel microchip, le impronte digitali non saranno registrate in alcuna banca-dati ma saranno cancellate. E chi ci dà la garanzia?
Sebbene sia divulgato come un’innovazione efficace per la lotta alla contraffazione dei documenti e per il controllo e la sicurezza dei viaggiatori, il passaporto elettronico rappresenta l’ulteriore passo verso un tecno-totalitarismo planetario. Di che cosa si tratta? Il totalitarismo è quella forma di governo apparsa nel XX secolo – ma non solo, basti pensare all’antico Impero Romano – nella quale tutte le attività che costituiscono la società sono subordinate a una precisa ideologia, manovrata da un gruppo dominante. Il tecno-totalitarismo è, invece, l’evoluzione del totalitarismo ma il senso è uguale: l’unica variante è la tecnologia. Per farla breve, tutto ciò che compone la nostra società è subordinato alla tecnologia, la quale è manipolata da un elite dominante.
Diversamente dalle vecchie ideologie – le quali manipolavano il regno dell’astratto per riprodurlo nella concretezza e stabilire una precisa forma di dominio – la tecnologia (tecnica) è un modo di pensare che opera direttamente nella natura, la trasforma, la regola, la pianifica, la controlla e in questo modo la domina. Un’ulteriore differenza tra totalitarismo e tecno-totalitarismo consiste nel fatto che mentre il primo è governato dal creatore o dal gruppo curatore di una precisa ideologia, il secondo invece è pilotato da chi detiene il controllo dei mezzi tecnici. A ben vedere, la nostra società, ormai, è altamente tecnologicizzata. La stessa vita umana, nella propria complessità, sembra essere possibile esclusivamente in relazione alla tecnica (questo è quanto si vuol far credere).
In questa prospettiva, è bene tenere a mente che chi gestisce i mezzi tecnici possiede il potere di trasfigurare, pianificare e dominare la natura. Quando si parla di natura, naturalmente, vi è compreso l’uomo. Così come il totalitarismo, per definizione, mira a diffondere “totalmente” il proprio potere, allo stesso modo la naturale vocazione o tendenza del tecno-totalitarismo è il compimento di un dominio globale, riguardante cioè uomini, macchine, piante, animali, minerali, esseri organici e inorganici.
La potenza trasversale di chi comanda i mezzi tecnici è in opera dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Basti leggere L’operaio di Ernst Jünger o Le origini del totalitarismo di Annah Arendt per capire di cosa si tratta. Il passaporto elettronico è l’ulteriore passo in avanti per il compimento di un tecno-dominio onnilaterale, vale a dire di un’artificiosa realtà planetaria nella quale ogni cosa, uomo compreso, è legata organicamente alle altre. Nulla può sfuggire. Ogni cosa è un ingranaggio indispensabile per far funzionare la più spaventosa macchina del potere mai vista prima: questo stesso mondo, che diviene un tecno-mondo. L’uomo non può essere libero di scegliere se aderire oppure no a questa interpretazione generale dell’esistenza. Deve obbligatoriamente pensare se stesso e la propria vita all’interno di questo immenso tecno-sistema, che garantisce l’accumulo e la salvaguardia del potere di chi è al vertice della piramide tecnologica.
Per controllare gli uomini e costringerli a pensarsi all’interno del tecno-mondo, dunque per assicurare il tecno-potere dei signori della tecnica, non c’è bisogno dell’uso della forza e della violenza “fisica”. Gli stessi mezzi tecnici possiedono la “dolce” capacità di persuadere gli uomini a questo scopo. Ognuno li acquista per la loro utilità ma chi governa i mezzi tecnici sfrutta la loro utilità per manipolare e dominare chi ne fruisce. In breve, li ri-utilizza per il proprio potere. Facciamo degli esempi.
I mass-media sono gli strumenti utili per influenzare l’opinione pubblica e stabilire ciò che la gente deve pensare, quale stile di vita e quali consumi deve effettuare per sentirsi appartenente alla società. I telefoni cellulari e i navigatori satellitari sono i congegni indispensabili per rintracciare chiunque – e in alcuni casi, per spiare chiunque – in qualsiasi angolo del pianeta. I social networks sono le rivoluzionarie diavolerie necessarie per fare una spontanea mappatura delle masse, per sapere dov’è la gente quando il telefono è spento o per conoscere che cosa pensa, quali gusti ha (letteratura, cinema, arte, politica, lavoro, shopping, hobbies, spettacolo, gossip e così via). Le banche sono i marchingegni adatti per sapere quanto capitale vi è in circolazione ma anche per raccogliere, controllare, utilizzare i denari di tutti e, in questo modo, per capire chi è tanto ricco da rappresentare un pericolo. Il passaporto elettronico consente di affinare una schedatura di massa, di tenere sotto controllo tutti gli abitanti del pianeta, di sapere dove va ogni singola persona.
C’è da chiedersi se la digitalizzazione del passaporto sia l’arma decisiva per combattere la criminalità internazionale – questa è la ragione dell’inserimento del microchip nel documento – o se sia necessario intervenire altrove, magari fornendo una buona educazione e un buon esempio nelle scuole, nelle chiese, nelle case, nei organi pubblici, in tutti i luoghi che costituiscono la nostra società. Ma a noi non interessa farci queste domande: a noi piace il tecno-mondo e in questo modo piacciamo ai signori della tecnica.

lunedì 8 marzo 2010

FESTA DELLA DONNA: MEGLIO TORNARE ALL'ANTICO 8 MARZO

- di Saso Bellantone
Ogni anno, alle prime luci dell’alba dell’8 marzo, il mondo si colora di rosa. Discoteche, night, ristoranti, pizzerie, pub, trattorie, bar, centri benessere, insomma tutti i locali pubblici si attivano per finalizzare la migliore illusione capace di attrarre il maggior numero possibile di clienti e in questo modo moltiplicare all’infinito i quattrini dei rispettivi proprietari. Le principali materie prime sfruttabili per questo scopo sono gli spogliarellisti, i disc jockey, i gruppi musicali, i piano bar, i karaoke, i menu chilometrici, le torte della grandezza pari al Pirelli, le rose, le mimose, le margherite, i regali, i gadget e le offerte di ogni genere relative a tutti gli spazi e le attività che costituiscono la nostra società. Tutto questo origina uno dei più assurdi capolavori del mondo contemporaneo, il cui scopo è il denaro: la festa della donna.
In questo giorno e soltanto per questo giorno, il gentil sesso si lascia abbindolare dall’ipocrisia, dalla finzione, dall’apparente dolcezza del popolo coi calzoni e perde molto volentieri il lume della ragione per dar sfogo alla follia, allo spreco, ai consumi, al delirio di onnipotenza, al desiderio dell’ignoto e della trasgressione. È un giorno terribile: vi è mai capitato, cari lettori, di entrare in un locale e di assistere per puro caso a una passata edizione della festa della donna? In caso negativo, provate questa esperienza.
Appena varcata la soglia che separa il mondo ordinario da quello dell’8 marzo, vi ritroverete in uno scenario infernale, apocalittico. Donne che s’ingozzano fino all’esplosione dell’apparato digerente; donne che schiamazzano delle volgarità mai udite; donne che cantano, ballano, fanno piroette, saltano e si strusciano addosso a qualche povero spogliarellista, vittima sacrificale in onore della dea Depravazione; donne che si spogliano, si ubriacano, si drogano, che salgono sui tavoli e si lanciano sulla massa…finché quella moltitudine di signore e signorine si accorge della vostra presenza, vi punta e vi sequestra per usarvi per i propri giochi folli e proibiti. Ci si sente piccolissimi di fronte a una bolgia simile: ognuna tocca, strappa, tira, stringe, si struscia, accusa, colpisce, urla, pretende la mimosa e ogni servizio possibile. Si finisce nel temere per la propria incolumità e si prega Dio in tutte le lingue conosciute, affinché liberi la propria mandria di Ippogrifi e restituisca il senno a questa calca di indemoniate.
Sì cari lettori. Ogni anno avviene qualcosa di simile ma non tutto il gentil sesso ragiona – o meglio, s-ragiona – in questo modo. Alcune decidono di passare una serata tranquilla con le amiche, magari cenando in casa o altrove, libere per una volta della solita presenza maschile. Si mangia, si scherza, si parla un po’ di gossip paesano, nazionale e internazionale e poi si torna alla vecchia vita. Naturalmente, vi è chi preferisce far finta di nulla e vive questo giorno come tutti gli altri. Infine, vi sono le donne che vivono l’8 marzo nel suo senso originario, vale a dire come un giorno utile per sensibilizzare l’opinione pubblica contro i maltrattamenti che la donna ha subito (e subisce tuttora) nel corso dei secoli. Perché per questo scopo si è scelta questa data?
Per ricordare una tragedia. L’8 marzo 1908, a New York, 129 operaie che protestavano contro le terribili condizioni cui erano costrette a lavorare, furono chiuse all’interno di una fabbrica e bruciate vive. In seguito, la politica Rose Luxemburg propose di concepire questa data come una giornata di lotta internazionale a favore delle donne. Così, dagli Stati Uniti si diffusero ovunque varie iniziative e associazioni che intesero l’8 marzo come un giorno della memoria ma anche come un giorno utile per manifestare, riflettere e proporre soluzioni utili per il riscatto della donna, il cui simbolo è la mimosa.
Nel 1946 l’UDI (Unione delle donne italiane) preparava il primo 8 marzo del dopoguerra. Le donne italiane pensavano fosse necessario scegliere un simbolo che racchiudesse il senso di questa giornata: dal momento che fiorisce proprio in questo periodo, decisero che l’allegra e morbida mimosa fosse adatta per questo scopo.
Ancora oggi la mimosa è considerata il simbolo della festa della donna. Quest’allegoria, però, ha un valore maschile anziché femminile. L’uomo usa regalarla alla donna per dimostrarle il ricordo, il pensiero, i sentimenti e così via e la donna, appresso all’uomo, si è abituata anche lei a concepire la mimosa in questo senso. Così, oggi la donna pretende dal proprio uomo questo fiore: se questi dovesse dimenticarsi, allora comincia la guerra.
La donna dovrebbe ricordare che la mimosa è un simbolo femminile, e cioè che questo fiore ha un significato relativo alla propria storia e al proprio futuro. Non si tratta di ricevere passivamente l’attenzione da parte degli uomini ma di esigerla attivamente in casa, al lavoro, ovunque. In questa prospettiva, che senso ha concepire l’8 marzo come un giorno nel quale fare esclusivamente baldoria? Dovrebbe essere inteso, piuttosto, come un momento utile a tutte le donne, per ricordare che è possibile edificare un mondo e un futuro diversi da quelli costruiti dagli uomini. Se fare cagnara è un atteggiamento prettamente maschile, il dialogo invece è una prerogativa che l’uomo ha imparato dalla donna. Se è vero che la donna è diversa dall’uomo, allora la smetta di pensare alla baldoria e si concentri più sul dialogo, altrimenti finisce per emulare quello che fa l’uomo e dimostra, in questo modo, di voler diventare un uomo anziché voler essere sempre più una donna.
In questo senso, auspicando un aumento di chi preferisce impiegare l’8 marzo per rinnovare il proprio impegno quotidiano nel difendere i diritti e le potenzialità intrinseche della donna, utili per cambiare in meglio la nostra società, auguro a tutte le donne un 8 marzo giudizioso.

sabato 6 marzo 2010

OGM: UTILI PER LA VITA O PER L'ECONOMIA?

- di Saso Bellantone
In questi giorni la Commissione Ue si è espressa a favore degli Ogm, approvando la coltivazione nei territori europei della patata transgenica Amflora, per uso industriale. I prodotti derivati dall’amido Amflora saranno utilizzati esclusivamente per gli alimenti degli animali. Dal momento che ci nutriremo di questi animali, anche noi assorbiremo i derivati della patata Amflora. La Commissione annuncia che presto saranno messi sul mercato anche tre mais geneticamente modificati: il MON863xMON810, il MON863xNK603 e il MON863xMON810xNK603.
In Italia, molti si esprimono contrariamente all’approvazione degli Ogm. Tra questi, troviamo ad esempio il ministro per le politiche agricole alimentari e forestali, Luca Zaia; i Verdi; la Cia (Confederazione italiana Agricoltori); la Coldiretti; la Barilla; il sindaco di Roma Gianni Alemanno. Il Vaticano si limita a esternare la propria preoccupazione al riguardo, senza pronunciarsi pro o contro. In generale, la decisione della Commissione Ue è bocciata perché si considerano gli Ogm una minaccia per l’economia agroalimentare europea, per il Made in Italy ma soprattutto uno strumento utile per fare gli interessi delle grandi multizonali Ogm.
Il dibattito intorno agli Ogm cresce a dismisura e tutti ci riempiamo la bocca di argomentazioni pro e contro. Molti sono favorevoli perché nella medicina, ad esempio, l’utilizzo degli Ogm ha contribuito alla nascita di farmaci più economici. Oppure perché si prevede che i prodotti Ogm aumenteranno la disponibilità di cibo per i paesi in via di sviluppo; perché garantiranno maggiore difesa della biodiversità mediante la creazione di nuove varietà; perché diminuiranno la deforestazione, l’erosione dei territori agricoli, l’utilizzo di pesticidi e l’inquinamento; perché miglioreranno alcuni cibi dal punto di vista della durata, del gusto, dei valori nutrizionali. Molti altri, invece, sono contrari perché i prodotti Ogm favoriranno la comparsa di nuovi parassiti, di nuovi ceppi virali, di malattie resistenti agli antibiotici e provocheranno l’estinzione di specie naturali.
Al di là dei benefici e della dannosità che potrebbero scaturire dall’utilizzo di questi prodotti – la cui valutazione è meglio lasciarla a chi è competente, vale a dire agli scienziati – ci si dovrebbe limitare nel porsi le seguenti domande: i prodotti Ogm rappresentano una svolta a favore della qualità della vita oppure sono il trampolino di lancio per arricchire i proprietari delle grandi multinazionali Ogm? Inoltre, garantirebbero la risoluzione del problema della fame nel mondo oppure la accrescerebbero?
Anche se molti disconosciamo il significato della parola Ogm, è agli occhi di tutti che questi prodotti rappresentano il futuro di pochissimi azionisti e proprietari delle multinazionali Ogm. In altri termini, sono la pietra filosofale per fare quattrini e per mandare in bancarotta le altre aziende ed economie. In questa prospettiva, è evidente che anziché risolvere la questione della fame nel mondo, i prodotti Ogm la accrescerebbero. In che senso?
Per farla breve, si proporrà di coltivare i prodotti Ogm direttamente nei paesi sottosviluppati, per nutrire e far lavorare chi attualmente è in balia della piaga della fame. Una volta avviate le coltivazioni, si vieterà agli affamati di nutrirsi di questi prodotti, perché sono di proprietà delle multinazionali e in quanto tali devono essere esportati e venduti in tutto il mondo, per produrre capitali.
Se questo sarà l’utilizzo dei prodotti Ogm – e sarà proprio così – non si dica in giro che sono l’arma principale per combattere la fame nel mondo. Questa piaga non si combatte attraverso la logica economica, il pari in bilancio degli Stati e simili ma chiudendo la porta in faccia al modo di pensare consumistico che qualifica – sarebbe meglio dire “squalifica”, nel senso di “privazione di ogni qualità” – il nostro tempo.
Chiediamoci: quanti prodotti della terra, dunque naturali, gettiamo nella spazzatura ogni giorno perché non sono stati venduti? Questo avviene da un lato perché ragioniamo secondo il modello capitalistico, vale a dire quello di fare più spiccioli possibili; dall’altro lato, perché siamo posseduti dal demone dello spreco e del consumismo. Chi vende pensa: “Più merce ho da vendere, meglio è! Se non la vendo, pazienza! Meglio buttarla che regalarla!”. Chi compra, invece, dice tra sé e sé: “In casa dev’esserci tutto! I miei figli non devono passare quel che ho passato io!” oppure “Oggi ho ospiti! Non deve mancare nulla per fare bella figura! Se non si consuma, pazienza! Meglio buttarla che esserne sprovvisti!”. È questa la verità: siamo spreconi.
Se questo è vero – ed è così – non si presentino gli Ogm come la manna caduta dal cielo per sfamare i paesi in via di sviluppo e l’intero universo! Basterebbe soltanto cambiare modo di usare le risorse alimentari, diminuire i consumi in eccesso e gli sprechi, accontentarsi di quanto basta per sopravvivere. La bella figura, cari lettori, bisogna farla con chi non ha nulla da mettere sotto i denti, non con chi, un giorno si e uno no, viene a parassitare in casa nostra e poi se ne frega di noi. Sarebbe l’ora di cambiare modo di pensare…per quanto riguarda gli Organismi geneticamente modificati, invece…meglio che i proprietari delle multinazionali se li coltivino in casa propria.

venerdì 12 febbraio 2010

DALAI LAMA: L'APOLIDE INCOMPRESO INCONTRERA' BARACK OBAMA


- di Saso Bellantone
L’incontro tra il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Dalai Lama si terrà il 18 febbraio alla Casa Bianca. Già nei giorni scorsi la Cina si era opposta fortemente all’incontro, intimando Obama che in questo modo avrebbe “messo a rischio” i rapporti tra Washington e Pechino, relazioni già in crisi per via della libertà di accesso a internet e della vendita di armi a Taiwan da parte del governo americano. Sembra assurdo, eppure minacciando gli Stati Uniti d’interrompere i rapporti diplomatici, la Cina si mostra disposta a intraprendere un cammino di decisioni convertibili, da un momento all’altro, in un conflitto armato. Che ne sarà del resto del pianeta, se i due titani del XXI° secolo dovessero scontrarsi militarmente? Perché tanto attrito per un solo uomo?
Il Dalai Lama incarna la storia remota e recente del popolo e della terra tibetani. In questo senso, incontrare la massima autorità del Buddismo tibetano significa far scorrere indietro le pagine del grande libro della storia delle civiltà umane e ricordare ciò che il silenzio del mondo e che le continue intimidazioni cinesi vogliono cancellare: l’invasione del Tibet ad opera della Repubblica Popolare Cinese, avvenuta nel 1949-1950.
Situato sull’omonimo altopiano, il Tibet ha una storia travagliata. Mongoli, cinesi e popolazioni limitrofe si contesero questa regione per molti anni, ma nessuno impedì ai monaci di praticare la propria religione, introdotta agli inizi del VII secolo: il Buddismo. Tra il 1670 e il 1750 il Tibet fu incorporato alla Cina e divenne uno dei principali teatri di battaglia tra Occidente e Oriente, rappresentati dall’Impero Britannico e quello Cinese. Dopo anni di conflitto, nel 1904 il Regno Unito riuscì a invadere il Tibet e a costringere il Dalai Lama a rifugiare in Mongolia: era la prima volta dal lontano 1391 – anno di nascita del primo Dalai Lama, Gedun Khapa – che la massima autorità religiosa lasciava quella regione; ma accadde un’altra volta e, questa, fu l’ultima. Con il crollo dell’Impero Cinese, nel 1912, assieme a Xinjiang e Mongolia, il Tibet dichiarò la propria indipendenza dalla Cina e il Dalai Lama tornò a Lhasa, capitale tibetana, ma morì nel 1933. Nel 1940 Tenzin Gyatzo fu nominato XIV Dalai Lama e raccontò che, in una visione profetica, un Dalai Lama del passato gli disse: “quando l’uccello di ferro volerà, verrà l’uomo e la distruzione”.
Così accadde. Il 1° ottobre del 1949 Mao Zedong proclamò a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese. L’anno dopo conquistò nuovamente il Tibet: all’inizio, le autorità cinesi non interferirono con il governo tibetano; in seguito, per via delle violenze, dei maltrattamenti e delle uccisioni ingiustificate dei propri fratelli ad opera dei militari cinesi, i monaci si ribellarono e il Dalai Lama fu costretto a fuggire e a rifugiare in India e nello Sri Lanka. Nel 1964 la Cina nominò formalmente il Tibet una “provincia autonoma della Cina”, per calmare le acque a livello internazionale. Da allora, il Dalai Lama è ancora in esilio; i monaci subiscono una repressione dietro l’altra – come ad esempio quelle trasmesse recentemente dall’emittenti televisive di tutto il mondo – e la comunità internazionale si mostra disinteressata nei confronti della questione tibetana. Tre anni fa, l’Ue afferma di dare appunto 3 anni di scadenza alla Cina per rivedere la propria posizione al riguardo, passati i quali, oggi, non si fa ancora niente.
Naturalmente, la questione tibetana è delicata e un possibile conflitto tra Stati Uniti e Cina è da evitare. C’è da chiedersi, però: perché il Dalai Lama non può discutere di questa situazione con personaggi politici del calibro di Obama? Di che cosa ha paura la Cina? Di perdere il Tibet? E in quale maniera se n’è impossessato? Ma è solo una questione politica? Non è stata la Cina a distruggere tutti i templi buddisti nel periodo della rivoluzione culturale? Non ha forse dichiarato che il prossimo Dalai Lama sarà eletto dal Panchen Lama (secondo capo spirituale buddista) di Pechino?
È chiaro a tutti che la Cina, usando le proprie forze militari, vuole ampliare il proprio territorio per trasformarsi negli “Stati Uniti Cinesi”. Dopo il Tibet, toccherà alla Mongolia, poi a Taiwan, al Butan, al Bangladesh, all’India, al Nepal e via via fino al Medio Oriente. La questione tibetana è importante ed è lo strumento col quale la Cina misura l’Occidente: se quest’ultimo non farà nulla, la Cina interpreterà questo menefreghismo nel senso di un’autorizzazione ufficiale a espandersi con l’uso della violenza. Ammesso che il Tibet resti nelle mani della Cina, c’è da chiedersi: perché usare tutta questa ferocia nei confronti dei monaci tibetani? Perché imporre che l’elezione del prossimo Dalai Lama sia svolta dal Panchen Lama pechinese, che nulla ha a che vedere con il buddismo tibetano?
L’incontro tra Obama e il Dalai Lama è un esempio che molti altri presidenti, religiosi e politici dovrebbero seguire. Questo non vuol dire, naturalmente, che in questi anni nessun altro nel mondo ha incontrato il Dalai Lama: ad esempio, a livello internazionale spiccano i nomi di Sarkozy, della Merkel, di Bush; in Italia, il premio nobel per la pace Tenzin Gyatso è stato ricevuto recentemente dal cardinale Tettamanzi, da Fini, dai sindaci Alemanno e Cacciari – che gli hanno conferito, rispettivamente, la cittadinanza onoraria a Roma e a Venezia, mentre la Cina ha commentato: “Offeso il nostro popolo”. Molti, però, si sono rifiutati di farlo, tra cui le massime cariche dello Stato Italiano e Vaticano.
Si spera che, dopo il 18 febbraio, altri leader politici trovino il coraggio d’incontrare il Dalai Lama e di opporsi con la forza della pace, della diplomazia e del dialogo – che, molto probabilmente, devono imparare dal Dalai Lama e da chi ha avuto il fegato d’incontrarlo – al genocidio etnico, culturale e religioso che la Cina opera da parecchi anni contro i tibetani.

giovedì 4 febbraio 2010

SUICIDIO ANNUNCIATO SU FACEBOOK: NESSUNO FA NIENTE

- di Saso Bellantone
Un ragazzo di 17 anni di Ponte di Piave (Treviso) s’iscrive nel gruppo di Facebook “Hai mai pensato di farla finita?” e nessuno prende provvedimenti. Qualche giorno dopo invia le fotografie di una doppietta, appartenente al padre, ad un gruppo dedicato ai fucili a due canne e nessuno si allarma. Alla fine, proprio come aveva meditato, si toglie davvero la vita con il fucile del padre, lasciando ai genitori un bigliettino nel quale spiega il proprio mal di vivere. Ma ci rendiamo conto?! In questi giorni si discute assiduamente della questione riguardante internet e la libertà di opinione: per quale ragione? Perché si ritiene che il web è utilizzato per disinformare, per ingiuriare, screditare e diffamare personaggi politici e non, per istigare al crimine e alla violenza, per dare libero sfogo a ogni genere di idiozia e volgarità, per programmare reati nella vita out-door (o meglio out-web) e così via. Per questi motivi, molti sono convinti che è necessario censurare tutti quei siti, quelle factory e quei portali di discussione che sono usati nel senso citato sopra. C’è da chiedersi, tuttavia: che cosa si risolve? Oscurando tutte le pagine web che sono usate in questo cattivo modo e impedendo alle persone di esprimere liberamente la propria opinione tramite internet, siamo convinti che tutti diverremo buoni cittadini, onesti, votati alla giustizia, all’informazione documentata, all’uso sensato della ragione e del linguaggio?
Non credo che diventeremo, improvvisamente, tutti quanti degli angeli. Se c’è un problema, questo non è da imputare al web, ma a chi ne fa un cattivo uso. Più esattamente, a chi già nella vita out-door è abituata a fare tutto ciò che ora fa anche su internet. Vale a dire: quanto detto sopra. In questo senso, internet non è altro che lo specchio della vita reale, del modo di pensare e di vivere di chi è connesso. Ma chi, in termini di quantità, è connesso? Facile: una massa di ignoranti, cafoni, volgari, criminali, violenti, stupratori, rapinatori, truffatori, potenti ma soprattutto idioti.
Sì cari lettori! È così! La maggior parte di noi che usiamo il web per riprodurre (o amplificare in peggio) la personalità che abbiamo nella vita reale, siamo ottusi. C’è poco da dire per giustificarci: questa realtà è dimostrata dall’ennesimo suicidio annunciato via internet, poi compiutosi nel silenzio assoluto dei connessi. Nessuno si è preoccupato, nessuno ha denunciato la cosa alle forze dell’ordine, nessuno degli “amici” – non dico quelli reali, ma almeno quelli interattivi – ha informato i genitori né si è recato dal povero 17enne di Ponte di Piave, per perdere qualche minuto a discutere del perché voleva farla finita. Sicuramente chi ha letto il preannuncio di suicidio si è messo a ridere, a scherzarci su o magari a invogliare il ragazzo a compiere quanto aveva segnalato. Proprio come il 19enne Abraham (Florida 2008) che, davanti alla web-cam, diceva di uccidersi e tutti gli altri “connessi” – che lo osservavano in diretta – ridevano, lo incoraggiavano e gli davano addirittura dei suggerimenti per suicidarsi: e alla fine Abraham si è tolto la vita davanti a tutti, incompreso e solo in un mondo di deficienti. La stessa fine, oggi, è toccata al 17enne di Ponte di Piave.
Se questo è vero, se cioè siamo tutti una massa di ebeti, allora cosa si otterrebbe oscurando e censurando il web? Niente. Noi ebeti restiamo lo stesso e quello che non potremmo fare più su internet continueremmo a farlo indisturbati nella vita reale. Tanto, nessuno dice niente a nessun altro: ci piacciamo così, rimbambiti. Ma io non mi piaccio così e vi spiego il perché.
Qualche mese fa, proprio su Facebook, ho letto un annuncio di un tale che voleva “farla finita”: come mi sono comportato, vi chiederete? Non ci vuole un’arca di scienza per capirlo (forse per qualcuno, invece, è necessario spiegare come ci si comporta in questi casi): appena letto, ho risposto a quell’annuncio di un’ora prima chiedendo simpaticamente delucidazioni. Dal momento che dopo qualche minuto l’interessato non rispondeva, ho iniziato a telefonare al suo numero di cellulare: il telefono squillava più e più volte ma nessuno rispondeva. Mi sono preoccupato. Ho continuato a chiamare quel numero e, attendendo che qualcuno rispondesse, controllavo su Facebook se l’interessato rispondeva alla mia richiesta di chiarimento. Mentre ancora facevo squillare il telefono del “presunto suicida”, visualizzo e leggo il “commento” di un altro ragazzo che risponde al messaggio del probabile suicida con le parole: “Sì! Fai bene! Ora mi ammazzo pure io!”.
Di fronte al commento di questo “scimunito” – che ho immediatamente mandato al paese dove si mandano molti ogni dì – tolgo il pigiama, mi cambio, esco di casa e mi rivolgo subito alle forze dell’ordine. Dopo un giro di telefonate tra un commissariato di polizia e l’altro e lasciate tutte le informazioni utili, mobilito le forze dell’ordine per far luce sulla faccenda segnalata: vale a dire, per accertare se si tratta di un “possibile suicidio in corso” o di una burla. Alla fine, dopo qualche minuto di attesa – sono passate quasi due ore dalla data di pubblicazione del preannunciato suicidio – finalmente, viste le mie chiamate senza risposta, l’interessato mi telefona e mi spiega di essere stato contattato dalla polizia. Che cosa è successo? Il presunto suicida chiarisce che è andato a lavoro (dove non può rispondere al cellulare) e che, avendo dimenticato il proprio profilo connesso, i suoi “amici” hanno deciso di impiegare il tempo libero per fare questo scherzo di cattivo gusto. Una volta assicuratomi dell’ottima salute dell’interessato, ho preso la licenza poetica di mandare anche lui e i suoi amici nel paese dove mandiamo molti ogni giorno e sono tornato ai miei impegni. Totale tempo perso: meno di un’ora della mia intera vita.
Perché nel caso del 17enne di Ponte di Piave nessuno si è allarmato? Perché nessuno ha fatto nulla? In breve: perché preferiamo essere tutti quanti come quei deficienti che hanno fatto quello scherzo di cattivo gusto che vi ho appena narrato.
Anziché oscurare e censurare internet, se così stanno le cose, sarebbe necessario impiegare maggiori uomini delle forze armate per controllare la rete ed evitare prontamente che accadono tragedie simili a quella di Ponte di Piave. Se invece dovessero accorgersi di trovarsi di fronte a uno scherzo, gli agenti di polizia devono far capire “legalmente” agli artefici delle burle, che giochi di questo genere è meglio non farli. Stesso dicasi per ogni diffamazione, reato, volgarità e istigazione alla criminalità e alla violenza trovati sul web. Dal momento che siamo in democrazia e l’art. 21 della Costituzione Italiana afferma che “tutti hanno diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, anziché annichilire o purgare internet, basta sorvegliare e applicare al web gli stessi regolamenti che usiamo nella vita reale. Inoltre, naturalmente, bisogna ri-educare le masse riguardo al buon senso e ai valori necessari per il quieto e dignitoso vivere nella comunità cui apparteniamo. Per questo compito nessuno può ritenersi escluso.
Per finire, cari lettori appartenenti al popolo del WWW, dobbiamo capire che quello che ha valore per la vita reale, lo ha anche su internet, e cioè: ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità per quello che fa e dice. Sia chiaro: chi farà un cattivo uso del web e si comporterà come gli “amici” del 17enne di Ponte di Piave o di Abraham, come loro finirà per avere sulla coscienza la morte di qualcuno e di non aver fatto nulla per impedirlo.

VENITE SIGNORI! VENITE! E' ARRIVATO IL ROSARIO DIGITALE...CHE ORRORE!



- di Saso Bellantone
Spesso, navigando sul web, capita di vedere immagini, bunner e spot pubblicitari di vari prodotti ma ultimamente internet è invaso da un’invenzione che, sotto forma di ovetto o di libro, rivoluzionerà la preghiera e il rapporto con dio dei fedeli: il rosario digitale!
Che meraviglia! Voce elettronica, coro di fedeli, a batteria o alimentatore, altoparlante incorporato, presa jack per auricolare o altoparlante esterno, tasti accensione, volume, scelta dei giorni settimanali per ogni mistero, led luminosi, un vero proprio gioiello per la fede, portabile ovunque! Chissà quanti quattrini si vuole fregare alla gente con quest’obbrobrio che stravolge, nel vero senso della parola, la vita spirituale e comunitaria dei fedeli!
E quanti annunci affascinanti! Mi limito al più appariscente. Si legge: “Il rosario digitale è l’amico ideale, inseparabile, l’amico che pregherà insieme a te la Vergine Maria!” – che bello! Una volta si andava in chiesa o ci riuniva privatamente assieme agli altri per pregare insieme, coi quali si diveniva, oltre che nel sociale, anche “amici nella preghiera”. Ora, invece, non ne vogliamo più di amici in carne e ossa: tanto, c’è l’inseparabile amico elettronico, ideale perché quando hai finito di pregare, se hai bisogno di parlare, di scambiare degli sguardi, delle opinioni o di sfogarti con qualcuno, c’è il Rosario elettronico che ti ripete sempre le stesse parole e se ne frega di te, abbandonandoti alla tua solitudine, alla tua disperazione, ai tuoi problemi!
Oppure si legge: “Ti piacerebbe che il tuo bambino avesse uno strumento semplice da usare, che lo aiuti ad imparare le preghiere?” – che spettacolo! Pensa! Non devi più mandare tuo figlio in chiesa o al catechismo per imparare le preghiere, leggere i Vangeli e pregare e riflettere assieme agli altri bambini sulla vita, morte e resurrezione di Gesù! Tanto c’è il Rosario digitale! Tuo figlio crescerà solo, non leggerà i Vangeli, non saprà nulla di Gesù né di Chiesa, liturgia e sacramenti, e quando pregherà o reciterà il Santo Rosario, la sua voce sarà un analogon della voce robotica, fredda, senza emozioni e consapevolezza, che ha ascoltato migliaia e migliaia di volte! Dunque non crederà in niente!
Oppure si legge: “Ti ricordi quando la sera davanti al caminetto, tutta la famiglia si riuniva a recitare il Santo Rosario?” – certo che mi ricordo! Ora non si fa più perché: 1) non c’è il caminetto; 2) di questi tempi, fortunato è chi possiede tutta la famiglia; 3) non si va più in Chiesa, ciascuno con le proprie ragioni. Figuriamoci se ci si riunisce con quest’affare tecnologico che non ti dà il caminetto, non ti rende i cari persi, non risponde ai tuoi dubbi che ti allontanano dalla fede!
Oppure si legge: “Pensa a tua madre o a tua nonna che si ritrova tutto il giorno da sola in casa, mentre tu sei tutta presa dalle attività quotidiane…Si sentirebbe meno sola con la voce amica del Rosario…” – che commozione! Quest’invenzione mi consente l’opportunità di fare l’utile e il dilettevole! Perché non pensarci prima! Chi se ne frega della mamma e della nonna, come si dice da queste parti, poviri e pacci! Ho da fare! Devo fare pulizie, devo fare la spesa, devo andare a lavoro, a prendere i bambini, devo cucinare, farmi i capelli, la manicure, la tinta, devo chiacchierare con le mie amiche per sapere tutto e di tutti, devo rincitrullirmi davanti a Uomini e Donne, a Centovetrine, a Sentieri, a Beautiful, a Grande Fratello, devo oziare sul divano ecc.! Chi se ne frega della mamma e della nonna! Chi ha tempo per loro! Anzi, ho risolto! Ora compro loro il rosario digitale così si sentono meno sole e sventurate ed io, facendo bella figura, continuo a fare i miei porci comodi!
Oppure si legge: “Hai presente quel tuo amico che, dopo essersi allontanato dalla Chiesa Cattolica, ha riscoperto Dio? Perché non regalargli uno strumento per ricordare i misteri della vita di Gesù Cristo.” – che idea geniale! A una persona come lui (lei), che ha fatto una ricerca interiore per ritrovare la fede, che ha letto molto la Bibbia e i Vangeli, che si è confrontato con preti, monaci, suore, seminaristi, studiosi di storia delle religioni, diaconi o, molto semplicemente, che ne ha discusso con gli amici oppure ha fatto un viaggio in Terrasanta, in un Santuario o verso i paesi meno industrializzati e ora prega sia in solitudine sia in comunità, và in chiesa, segue la liturgia, prende i sacramenti, fa volontariato, beneficenza, aiuta chi ha bisogno ecc.! Bene, a questa persona non gliene frega nulla del rosario digitale!
Mi chiedo come si fa a inventare e a pubblicizzare un strumento demoniaco del genere – perché di questo si tratta – un attrezzo che invece di aiutare la vita spirituale di ognuno, la distrugge! La gente non ha bisogno di un utensile simile! Gli amici li trova in Chiesa; i figli li deve portare in Chiesa e al catechismo; il Rosario lo recita in Chiesa o nella solitudine contemplativa della preghiera; la mamma o la nonna la và a trovare (deve andare) ogni giorno, senza trovare scuse; all’amico regala una preghiera ogni giorno!
È vero, beato Bartolo Longo – citato da papa Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Rosarium Virgiinis Mariae – afferma che “chi propaga il rosario è salvo”, ma non è questo il caso, vale a dire mediante un apparecchio con una voce registrata, volto a rubare i soldi della gente per far diventare milionari altri! Il Rosario si recita con la propria voce, carica di emozione, di riflessione sui Misteri di Dio, Gesù e Maria, di fede. Questo apparecchio è spersonalizzante, omologante, un perfido mezzo volto ad annichilire la fede, le comunità, i valori, la ragione, il buon senso dei credenti.
Perciò, cari lettori, non acquistate questo arnese indecente! E se proprio volete recitare il Rosario, prendete quello tradizionale coi grani e andate a pregare in Chiesa, riunitevi in privato con gli altri fedeli o fatelo nella preghiera personale, usando la vostra voce carica del sentimento, della consapevolezza e dell’unicità che caratterizzano la vostra fede. Ogni grano che girate è innanzitutto una rosa (preghiera) che dedicate alla Vergine Maria, a Dio e a Gesù; in secondo luogo, un tramite che vi mette in comunione spirituale con tutti coloro che pregano con il Rosario, siano cattolici, induisti, ebraici, islamici o di altri credo.
Per concludere, s’invita la Chiesa a prendere provvedimenti, a denunciare questo arnese e e farlo ritirare dal mercato, per evitare la dissacrazione tecnologica di un punto cardine della fede, ossia il tradizionale Rosario, e con questo la profanazione delle fede personale, viva e unica di ogni credente.

giovedì 28 gennaio 2010

I NUMERI DELLA SHOAH: QUANDO I NEGAZIONISTI SONO ASINI

- di Saso Bellantone
Finito il giorno della memoria – nel quale bisogna soltanto ricordare o, per chi è religioso, pregare – comincia quello della riflessione. Molte persone oggi, studiosi e non, pensando alla Seconda Guerra mondiale, al Nazismo e ai campi di sterminio, hanno una posizione negazionista. Sostengono cioè che la Shoah e il massacro di 6000000 di ebrei non è mai avvenuto. A dimostrazione di ciò, affermano che il numero dei morti è troppo grande per un lasso di tempo così stretto come quello che và dal ’40 al ’45. Dal momento che i negazionisti non chiamano in causa la storia, i documenti, i reperti, le testimonianze dei sopravvissuti e dei luoghi e così via per fare un’affermazione simile, il compito che in tal sede ci si propone, col solo ausilio del ragionamento numerico, è di dimostrare che i numeri parlano chiaro: vale a dire, che la Shoah è avvenuta davvero.
Per cominciare chiediamoci: che cosa sono i campi di sterminio? Al tempo della Costituzione di Weimar furono create le Case di Lavoro, strumenti di aiuto per le famiglie più bisognose. Quando nel ’33 Hitler, ottenuta la carica di cancelliere, cominciava a dar vita al Terzo Reich, trasformò le Case di Lavoro in campi di concentramento, nei quali rinchiudere per sempre gli oppositori politici. Le Leggi di Norimberga, che privarono gli ebrei dei diritti civili, furono la premessa della trasformazione dei campi di concentramento in campi di sterminio, atroce teatro della disumana Soluzione Finale. A partire dal ’38, nei campi furono internati non solo dissidenti politici, ma soprattutto ebrei, zingari, omosessuali, comunisti, testimoni di Geova ecc., al fine di una distruzione di massa – o meglio, di razza – da inquadrare all’interno dell’assurda logica del mito della razza ariana, ossia: della superiorità biologica della razza tedesca rispetto alle altre, ebraica in particolare.
I nazisti crearono centinaia di campi di sterminio ma molti furono distrutti all’arrivo delle truppe sovietiche. Se volessimo calcolare esattamente il numero delle vittime di tutti i lager – ed è già ridicolo che i negazionisti ci spingano a provare la Shoah mediante calcoli numerici – dovremmo possedere documenti e prove provenienti da ogni campo ma questo, naturalmente, è impossibile. Per questa ragione, se è proprio necessario calcolare il numero delle vittime della Shoah, bisogna escludere parecchi lager dei quali non si possiede né documentazione né prove e limitarsi alle stime relative a campi dei quali si possiedono dati attendibili. Si tratta di 35 lager: Arbeitsdorf, Bergen-Belsen, Breitenau, Buchenwald, Dachau, Flossenbürg, Gross-Rosen, Hinzert, Kaufering-Landsberg, Langenstein-Zwieberge, Malchow, Miettelbau-Dora, Neuengamme, Niederahgen, Ravensbrück, Sachsenhausen (Germania); Auschwitz-Birkenau, Belzec, Chelmno, Majdanek, Plaszòw, Sobibòr, Stutthof, Treblinka, Varsavia (Polonia); Bardufoss, Falstad (Norvegia); Breendonk (Belgio); Jasenovac (Croazia); Klooga (Estonia) Maly Trostenets (Bielorussia); Mauthausen-Gusen (Austria); Natzweiler-Struthof (Francia); Lager Sylt-Alderney (Isola del Canale); Risiera di San Sabba (Italia). Questi dati provengono dal testo di Lucy S. Dawidowicz, The War Against the Jews 1938-1945, pubblicato da Bantam a New York nel 1986. In totale, stando ai lager sopra citati, i nazisti uccisero 11000000 di persone, di cui 6000000 di ebrei.
Ora, chiediamoci: è possibile uccidere 6 milioni di ebrei in 35 campi? I negazionisti affermano di no, perché il tempo utile a tal fine è troppo breve. Premettendo che è sconsiderato calcolare il numero delle vittime della Shoah, dal momento che i negazionisti affermano che i nazisti non hanno potuto uccidere circa 6 milioni di ebrei dal ’40 al ’45, non ci resta che, a nostra volta, smentire i negazionisti con i numeri
Ignorando la data esatta dell’inizio e della fine dell’attività di ogni campo – un calcolo più scientifico può essere svolto soltanto dagli storici – prendiamo come punti di riferimento il 1° settembre ’39 (occupazione della Polonia) e il 7 maggio ’45 (resa della Germania). Espresso in giorni, questo periodo ammonta a 1340.
Se la cifra totale delle vittime dei 35 campi considerati, 6000000, è divisa per 1340 giorni, otteniamo, arrotondandolo, il numero 4478. Se si divide ulteriormente il risultato per 24 ore, si ottiene, arrotondato, il numero di 187 vittime l’ora, in 35 campi. Se si divide ancora 187 per 35 campi, si ottiene, cifra tonda, 5 vittime l’ora per ogni singolo campo, cioè 120 morti al giorno per ogni singolo campo.
Di fronte a questo semplice calcolo eseguibile anche da un bambino, si chiede ai negazionisti: come fate a sconfessare la morte di 6 milioni di persone? Beh, quando gli ottusi fanno gli ottusi, non si può che ragionare da ottusi. Ma in questo caso, l’ottusità dimostra che non è stato difficile, numericamente, provocare quell’orribile carneficina di vite umane. La questione è, invece, chiedersi: com’è stato possibile uccidere tutte quelle persone, secondo una prospettiva morale? Dov’è finito il giudizio degli uomini? Quanto l’obbedienza alla follia del Führer è stata capace di cancellare la capacità di giudizio di ogni singola persona?
I calcoli sopra riportati sono approssimativi e non costituiscono prova scientifica dei fatti. Non tutti i lager, invero, hanno operato nel medesimo lasso di tempo, alcuni già dal ’33, altri dopo; alcuni a ritmo frenetico, altri saltuariamente. Non bisogna dimenticare, però, che i nazisti non uccisero gli ebrei – se ci si vuole limitare agli ebrei soltanto e non considerare le vittime di altre etnie, convinzioni religiose o costumi – soltanto nei campi di sterminio dal ’40 al ’45 ma dal ’33 in poi: nelle strade, case, montagne, lidi, villaggi di buona parte dell’Europa. Nessuno prende in considerazione questi morti. E non ci dimentichi che stiamo continuando a escludere tutti i morti nei lager dei quali non si ha alcuna notizia. Chissà quanti! In questa prospettiva, se anche il calcolo sopra proposto – provocato dall’idiozia dei negazionisti – non è scientifico né fondato su prove intoccabili, può servire come una lente d’ingrandimento per rendersi conto che, molto probabilmente, non solo il numero degli ebrei scomparsi dal ’33 al ’45 è superiore ai 6 milioni, ma la quantità totale delle vittime del nazismo e della Shoah supera di gran lunga gli 11 milioni.
In conclusione, cari miei negazionisti, parafrasando un celebre motto evangelico, non resta che dirvi: “Chi di ottusità ferisce, di ottusità perisce”. Spiegazione: dal momento che non vi basate su documenti e prove certe – perché non vi conviene – e preferite rinnegare la Shoah mediante i numeri ma, ahinoi, il calcolo sopra proposto dimostra che non sapete fare nemmeno i conti, smettetela di infangare il ricordo di tutte le vittime dell’Olocausto, sostenendo che non è mai avvenuto, perché in questo modo continuate a fare la figura degli asini, oltre che di storditi disumani.

sabato 9 gennaio 2010

LE VERGOGNOSE CATENE DI SANT'ANTONIO

- di Saso Bellantone
Quante volte ci è arrivato tramite sms un messaggio che ci augura fortuna, successo, lavoro, salute, ricchezze, amore, insomma ogni bene, a patto che inviamo a nostra volta lo stesso messaggio ad altre persone…Si tratta delle cosiddette “catene di Sant’Antonio”: qualcuno c’invia il messaggio, noi lo inviamo ad altri e questi ad altri ancora, senza fine. In questi giorni mi sono imbattuto in una catena del genere, inviata però tramite e-mail e dal titolo “Precetto cinese”. Il testo del messaggio, in formato Powerpoint, comincia con l’impartire brevissime lezioni di morale relative al denaro, al tempo, alla casa, alla famiglia, al sonno, all’amore, alla salute, al rispetto e così via. Poi chiarisce che il senso del messaggio è portare fortuna al ricevente. Per ottenerla, bisogna inviare lo stesso messaggio a chi si ritiene necessiti di fortuna. E fino a qui, poterebbe sembrare un buon augurio, un pensiero commovente, una serie di buoni aforismi che danno da pensare. Il problema è che tutto questo è seguito da una successione di intimidazioni psicologiche, volte a far tremare dalla paura chi riceve il messaggio in esame e a rincitrullirlo, trasformando il messaggio di buon augurio in uno strumento di tortura mentale che può provocare reali ripercussioni dannose sulla salute individuale della gente. Dopo la prima intimidazione che, sotto forma di comandamento biblico, recita “Non conservare la mail oltre 96 ore (4 giorni)”, seguono alcuni esempi di persone che hanno avuto fortuna con il “Precetto cinese”: vi si può leggere che un certo “Costantino fece 20 copie della lettera ricevuta e nove ore più tardi vinse 99 milioni di marchi alla lotteria”; che “Carlo non inviò la lettera e perse il lavoro; ma quando giorni dopo continuò la catena diventò ricco”; che “Bruno non inviò la lettera, la buttò e suo figlio si ammalò. Trovata la lettera, la inviò e suo figlio era sano e salvo”. Miei cari lettori, spero sia chiaro che questi esempi sono un’offesa all’intelligenza e alla sensibilità delle persone! Non a caso, dopo queste stupidaggini, ecco che si scopre che è una bufala, molto probabilmente come tutte le altre catene del genere: mentre all’inizio si afferma che l’e-mail è partita dai Paesi Bassi, adesso si legge che è “stata inviata da un certo Anthony de Croud, missionario dell’Africa del Sud. Insomma, da dove proviene l’e-mail? Come fa il missionario ad essere a un tempo nei Paesi Bassi e in Africa? E soprattutto, se il creatore di questo messaggio fosse un missionario, che genere di missionario sarebbe? Perché perdere tempo con queste idiozie, visto che c’è tanta gente che ha bisogno di lui, in Africa e nel mondo? Segue una nuova intimidazione dai toni biblici e altre sciocchezze del tipo: “questa è verità, la fortuna ha bussato alla tua porta, aspetta di vedere che succederà il nono giorno ecc.”. Bisogna chiedersi: alla luce delle minacce presenti, chi riceve messaggi del genere invia l’e-mail per ottenere fortuna oppure la invia – toccando ferro – per evitare che gli succedano le disgrazie che l’e-mail sembra sia capace di provocare? C’è poco da dire sul Precetto cinese e sulle catene di sant’Antonio, cari lettori: non credete a queste sciocchezze e cestinatele immediatamente! L’intelligenza e la sensibilità umana meritano il dovuto rispetto! Per quanto riguarda invece gli artefici di queste catene del malaugurio (piuttosto che del buon augurio), beh, lascio a voi lettori il compito di dedicare loro il giusto epiteto.