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venerdì 12 febbraio 2010

DALAI LAMA: L'APOLIDE INCOMPRESO INCONTRERA' BARACK OBAMA


- di Saso Bellantone
L’incontro tra il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il Dalai Lama si terrà il 18 febbraio alla Casa Bianca. Già nei giorni scorsi la Cina si era opposta fortemente all’incontro, intimando Obama che in questo modo avrebbe “messo a rischio” i rapporti tra Washington e Pechino, relazioni già in crisi per via della libertà di accesso a internet e della vendita di armi a Taiwan da parte del governo americano. Sembra assurdo, eppure minacciando gli Stati Uniti d’interrompere i rapporti diplomatici, la Cina si mostra disposta a intraprendere un cammino di decisioni convertibili, da un momento all’altro, in un conflitto armato. Che ne sarà del resto del pianeta, se i due titani del XXI° secolo dovessero scontrarsi militarmente? Perché tanto attrito per un solo uomo?
Il Dalai Lama incarna la storia remota e recente del popolo e della terra tibetani. In questo senso, incontrare la massima autorità del Buddismo tibetano significa far scorrere indietro le pagine del grande libro della storia delle civiltà umane e ricordare ciò che il silenzio del mondo e che le continue intimidazioni cinesi vogliono cancellare: l’invasione del Tibet ad opera della Repubblica Popolare Cinese, avvenuta nel 1949-1950.
Situato sull’omonimo altopiano, il Tibet ha una storia travagliata. Mongoli, cinesi e popolazioni limitrofe si contesero questa regione per molti anni, ma nessuno impedì ai monaci di praticare la propria religione, introdotta agli inizi del VII secolo: il Buddismo. Tra il 1670 e il 1750 il Tibet fu incorporato alla Cina e divenne uno dei principali teatri di battaglia tra Occidente e Oriente, rappresentati dall’Impero Britannico e quello Cinese. Dopo anni di conflitto, nel 1904 il Regno Unito riuscì a invadere il Tibet e a costringere il Dalai Lama a rifugiare in Mongolia: era la prima volta dal lontano 1391 – anno di nascita del primo Dalai Lama, Gedun Khapa – che la massima autorità religiosa lasciava quella regione; ma accadde un’altra volta e, questa, fu l’ultima. Con il crollo dell’Impero Cinese, nel 1912, assieme a Xinjiang e Mongolia, il Tibet dichiarò la propria indipendenza dalla Cina e il Dalai Lama tornò a Lhasa, capitale tibetana, ma morì nel 1933. Nel 1940 Tenzin Gyatzo fu nominato XIV Dalai Lama e raccontò che, in una visione profetica, un Dalai Lama del passato gli disse: “quando l’uccello di ferro volerà, verrà l’uomo e la distruzione”.
Così accadde. Il 1° ottobre del 1949 Mao Zedong proclamò a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese. L’anno dopo conquistò nuovamente il Tibet: all’inizio, le autorità cinesi non interferirono con il governo tibetano; in seguito, per via delle violenze, dei maltrattamenti e delle uccisioni ingiustificate dei propri fratelli ad opera dei militari cinesi, i monaci si ribellarono e il Dalai Lama fu costretto a fuggire e a rifugiare in India e nello Sri Lanka. Nel 1964 la Cina nominò formalmente il Tibet una “provincia autonoma della Cina”, per calmare le acque a livello internazionale. Da allora, il Dalai Lama è ancora in esilio; i monaci subiscono una repressione dietro l’altra – come ad esempio quelle trasmesse recentemente dall’emittenti televisive di tutto il mondo – e la comunità internazionale si mostra disinteressata nei confronti della questione tibetana. Tre anni fa, l’Ue afferma di dare appunto 3 anni di scadenza alla Cina per rivedere la propria posizione al riguardo, passati i quali, oggi, non si fa ancora niente.
Naturalmente, la questione tibetana è delicata e un possibile conflitto tra Stati Uniti e Cina è da evitare. C’è da chiedersi, però: perché il Dalai Lama non può discutere di questa situazione con personaggi politici del calibro di Obama? Di che cosa ha paura la Cina? Di perdere il Tibet? E in quale maniera se n’è impossessato? Ma è solo una questione politica? Non è stata la Cina a distruggere tutti i templi buddisti nel periodo della rivoluzione culturale? Non ha forse dichiarato che il prossimo Dalai Lama sarà eletto dal Panchen Lama (secondo capo spirituale buddista) di Pechino?
È chiaro a tutti che la Cina, usando le proprie forze militari, vuole ampliare il proprio territorio per trasformarsi negli “Stati Uniti Cinesi”. Dopo il Tibet, toccherà alla Mongolia, poi a Taiwan, al Butan, al Bangladesh, all’India, al Nepal e via via fino al Medio Oriente. La questione tibetana è importante ed è lo strumento col quale la Cina misura l’Occidente: se quest’ultimo non farà nulla, la Cina interpreterà questo menefreghismo nel senso di un’autorizzazione ufficiale a espandersi con l’uso della violenza. Ammesso che il Tibet resti nelle mani della Cina, c’è da chiedersi: perché usare tutta questa ferocia nei confronti dei monaci tibetani? Perché imporre che l’elezione del prossimo Dalai Lama sia svolta dal Panchen Lama pechinese, che nulla ha a che vedere con il buddismo tibetano?
L’incontro tra Obama e il Dalai Lama è un esempio che molti altri presidenti, religiosi e politici dovrebbero seguire. Questo non vuol dire, naturalmente, che in questi anni nessun altro nel mondo ha incontrato il Dalai Lama: ad esempio, a livello internazionale spiccano i nomi di Sarkozy, della Merkel, di Bush; in Italia, il premio nobel per la pace Tenzin Gyatso è stato ricevuto recentemente dal cardinale Tettamanzi, da Fini, dai sindaci Alemanno e Cacciari – che gli hanno conferito, rispettivamente, la cittadinanza onoraria a Roma e a Venezia, mentre la Cina ha commentato: “Offeso il nostro popolo”. Molti, però, si sono rifiutati di farlo, tra cui le massime cariche dello Stato Italiano e Vaticano.
Si spera che, dopo il 18 febbraio, altri leader politici trovino il coraggio d’incontrare il Dalai Lama e di opporsi con la forza della pace, della diplomazia e del dialogo – che, molto probabilmente, devono imparare dal Dalai Lama e da chi ha avuto il fegato d’incontrarlo – al genocidio etnico, culturale e religioso che la Cina opera da parecchi anni contro i tibetani.

giovedì 4 febbraio 2010

SUICIDIO ANNUNCIATO SU FACEBOOK: NESSUNO FA NIENTE

- di Saso Bellantone
Un ragazzo di 17 anni di Ponte di Piave (Treviso) s’iscrive nel gruppo di Facebook “Hai mai pensato di farla finita?” e nessuno prende provvedimenti. Qualche giorno dopo invia le fotografie di una doppietta, appartenente al padre, ad un gruppo dedicato ai fucili a due canne e nessuno si allarma. Alla fine, proprio come aveva meditato, si toglie davvero la vita con il fucile del padre, lasciando ai genitori un bigliettino nel quale spiega il proprio mal di vivere. Ma ci rendiamo conto?! In questi giorni si discute assiduamente della questione riguardante internet e la libertà di opinione: per quale ragione? Perché si ritiene che il web è utilizzato per disinformare, per ingiuriare, screditare e diffamare personaggi politici e non, per istigare al crimine e alla violenza, per dare libero sfogo a ogni genere di idiozia e volgarità, per programmare reati nella vita out-door (o meglio out-web) e così via. Per questi motivi, molti sono convinti che è necessario censurare tutti quei siti, quelle factory e quei portali di discussione che sono usati nel senso citato sopra. C’è da chiedersi, tuttavia: che cosa si risolve? Oscurando tutte le pagine web che sono usate in questo cattivo modo e impedendo alle persone di esprimere liberamente la propria opinione tramite internet, siamo convinti che tutti diverremo buoni cittadini, onesti, votati alla giustizia, all’informazione documentata, all’uso sensato della ragione e del linguaggio?
Non credo che diventeremo, improvvisamente, tutti quanti degli angeli. Se c’è un problema, questo non è da imputare al web, ma a chi ne fa un cattivo uso. Più esattamente, a chi già nella vita out-door è abituata a fare tutto ciò che ora fa anche su internet. Vale a dire: quanto detto sopra. In questo senso, internet non è altro che lo specchio della vita reale, del modo di pensare e di vivere di chi è connesso. Ma chi, in termini di quantità, è connesso? Facile: una massa di ignoranti, cafoni, volgari, criminali, violenti, stupratori, rapinatori, truffatori, potenti ma soprattutto idioti.
Sì cari lettori! È così! La maggior parte di noi che usiamo il web per riprodurre (o amplificare in peggio) la personalità che abbiamo nella vita reale, siamo ottusi. C’è poco da dire per giustificarci: questa realtà è dimostrata dall’ennesimo suicidio annunciato via internet, poi compiutosi nel silenzio assoluto dei connessi. Nessuno si è preoccupato, nessuno ha denunciato la cosa alle forze dell’ordine, nessuno degli “amici” – non dico quelli reali, ma almeno quelli interattivi – ha informato i genitori né si è recato dal povero 17enne di Ponte di Piave, per perdere qualche minuto a discutere del perché voleva farla finita. Sicuramente chi ha letto il preannuncio di suicidio si è messo a ridere, a scherzarci su o magari a invogliare il ragazzo a compiere quanto aveva segnalato. Proprio come il 19enne Abraham (Florida 2008) che, davanti alla web-cam, diceva di uccidersi e tutti gli altri “connessi” – che lo osservavano in diretta – ridevano, lo incoraggiavano e gli davano addirittura dei suggerimenti per suicidarsi: e alla fine Abraham si è tolto la vita davanti a tutti, incompreso e solo in un mondo di deficienti. La stessa fine, oggi, è toccata al 17enne di Ponte di Piave.
Se questo è vero, se cioè siamo tutti una massa di ebeti, allora cosa si otterrebbe oscurando e censurando il web? Niente. Noi ebeti restiamo lo stesso e quello che non potremmo fare più su internet continueremmo a farlo indisturbati nella vita reale. Tanto, nessuno dice niente a nessun altro: ci piacciamo così, rimbambiti. Ma io non mi piaccio così e vi spiego il perché.
Qualche mese fa, proprio su Facebook, ho letto un annuncio di un tale che voleva “farla finita”: come mi sono comportato, vi chiederete? Non ci vuole un’arca di scienza per capirlo (forse per qualcuno, invece, è necessario spiegare come ci si comporta in questi casi): appena letto, ho risposto a quell’annuncio di un’ora prima chiedendo simpaticamente delucidazioni. Dal momento che dopo qualche minuto l’interessato non rispondeva, ho iniziato a telefonare al suo numero di cellulare: il telefono squillava più e più volte ma nessuno rispondeva. Mi sono preoccupato. Ho continuato a chiamare quel numero e, attendendo che qualcuno rispondesse, controllavo su Facebook se l’interessato rispondeva alla mia richiesta di chiarimento. Mentre ancora facevo squillare il telefono del “presunto suicida”, visualizzo e leggo il “commento” di un altro ragazzo che risponde al messaggio del probabile suicida con le parole: “Sì! Fai bene! Ora mi ammazzo pure io!”.
Di fronte al commento di questo “scimunito” – che ho immediatamente mandato al paese dove si mandano molti ogni dì – tolgo il pigiama, mi cambio, esco di casa e mi rivolgo subito alle forze dell’ordine. Dopo un giro di telefonate tra un commissariato di polizia e l’altro e lasciate tutte le informazioni utili, mobilito le forze dell’ordine per far luce sulla faccenda segnalata: vale a dire, per accertare se si tratta di un “possibile suicidio in corso” o di una burla. Alla fine, dopo qualche minuto di attesa – sono passate quasi due ore dalla data di pubblicazione del preannunciato suicidio – finalmente, viste le mie chiamate senza risposta, l’interessato mi telefona e mi spiega di essere stato contattato dalla polizia. Che cosa è successo? Il presunto suicida chiarisce che è andato a lavoro (dove non può rispondere al cellulare) e che, avendo dimenticato il proprio profilo connesso, i suoi “amici” hanno deciso di impiegare il tempo libero per fare questo scherzo di cattivo gusto. Una volta assicuratomi dell’ottima salute dell’interessato, ho preso la licenza poetica di mandare anche lui e i suoi amici nel paese dove mandiamo molti ogni giorno e sono tornato ai miei impegni. Totale tempo perso: meno di un’ora della mia intera vita.
Perché nel caso del 17enne di Ponte di Piave nessuno si è allarmato? Perché nessuno ha fatto nulla? In breve: perché preferiamo essere tutti quanti come quei deficienti che hanno fatto quello scherzo di cattivo gusto che vi ho appena narrato.
Anziché oscurare e censurare internet, se così stanno le cose, sarebbe necessario impiegare maggiori uomini delle forze armate per controllare la rete ed evitare prontamente che accadono tragedie simili a quella di Ponte di Piave. Se invece dovessero accorgersi di trovarsi di fronte a uno scherzo, gli agenti di polizia devono far capire “legalmente” agli artefici delle burle, che giochi di questo genere è meglio non farli. Stesso dicasi per ogni diffamazione, reato, volgarità e istigazione alla criminalità e alla violenza trovati sul web. Dal momento che siamo in democrazia e l’art. 21 della Costituzione Italiana afferma che “tutti hanno diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, anziché annichilire o purgare internet, basta sorvegliare e applicare al web gli stessi regolamenti che usiamo nella vita reale. Inoltre, naturalmente, bisogna ri-educare le masse riguardo al buon senso e ai valori necessari per il quieto e dignitoso vivere nella comunità cui apparteniamo. Per questo compito nessuno può ritenersi escluso.
Per finire, cari lettori appartenenti al popolo del WWW, dobbiamo capire che quello che ha valore per la vita reale, lo ha anche su internet, e cioè: ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità per quello che fa e dice. Sia chiaro: chi farà un cattivo uso del web e si comporterà come gli “amici” del 17enne di Ponte di Piave o di Abraham, come loro finirà per avere sulla coscienza la morte di qualcuno e di non aver fatto nulla per impedirlo.

VENITE SIGNORI! VENITE! E' ARRIVATO IL ROSARIO DIGITALE...CHE ORRORE!



- di Saso Bellantone
Spesso, navigando sul web, capita di vedere immagini, bunner e spot pubblicitari di vari prodotti ma ultimamente internet è invaso da un’invenzione che, sotto forma di ovetto o di libro, rivoluzionerà la preghiera e il rapporto con dio dei fedeli: il rosario digitale!
Che meraviglia! Voce elettronica, coro di fedeli, a batteria o alimentatore, altoparlante incorporato, presa jack per auricolare o altoparlante esterno, tasti accensione, volume, scelta dei giorni settimanali per ogni mistero, led luminosi, un vero proprio gioiello per la fede, portabile ovunque! Chissà quanti quattrini si vuole fregare alla gente con quest’obbrobrio che stravolge, nel vero senso della parola, la vita spirituale e comunitaria dei fedeli!
E quanti annunci affascinanti! Mi limito al più appariscente. Si legge: “Il rosario digitale è l’amico ideale, inseparabile, l’amico che pregherà insieme a te la Vergine Maria!” – che bello! Una volta si andava in chiesa o ci riuniva privatamente assieme agli altri per pregare insieme, coi quali si diveniva, oltre che nel sociale, anche “amici nella preghiera”. Ora, invece, non ne vogliamo più di amici in carne e ossa: tanto, c’è l’inseparabile amico elettronico, ideale perché quando hai finito di pregare, se hai bisogno di parlare, di scambiare degli sguardi, delle opinioni o di sfogarti con qualcuno, c’è il Rosario elettronico che ti ripete sempre le stesse parole e se ne frega di te, abbandonandoti alla tua solitudine, alla tua disperazione, ai tuoi problemi!
Oppure si legge: “Ti piacerebbe che il tuo bambino avesse uno strumento semplice da usare, che lo aiuti ad imparare le preghiere?” – che spettacolo! Pensa! Non devi più mandare tuo figlio in chiesa o al catechismo per imparare le preghiere, leggere i Vangeli e pregare e riflettere assieme agli altri bambini sulla vita, morte e resurrezione di Gesù! Tanto c’è il Rosario digitale! Tuo figlio crescerà solo, non leggerà i Vangeli, non saprà nulla di Gesù né di Chiesa, liturgia e sacramenti, e quando pregherà o reciterà il Santo Rosario, la sua voce sarà un analogon della voce robotica, fredda, senza emozioni e consapevolezza, che ha ascoltato migliaia e migliaia di volte! Dunque non crederà in niente!
Oppure si legge: “Ti ricordi quando la sera davanti al caminetto, tutta la famiglia si riuniva a recitare il Santo Rosario?” – certo che mi ricordo! Ora non si fa più perché: 1) non c’è il caminetto; 2) di questi tempi, fortunato è chi possiede tutta la famiglia; 3) non si va più in Chiesa, ciascuno con le proprie ragioni. Figuriamoci se ci si riunisce con quest’affare tecnologico che non ti dà il caminetto, non ti rende i cari persi, non risponde ai tuoi dubbi che ti allontanano dalla fede!
Oppure si legge: “Pensa a tua madre o a tua nonna che si ritrova tutto il giorno da sola in casa, mentre tu sei tutta presa dalle attività quotidiane…Si sentirebbe meno sola con la voce amica del Rosario…” – che commozione! Quest’invenzione mi consente l’opportunità di fare l’utile e il dilettevole! Perché non pensarci prima! Chi se ne frega della mamma e della nonna, come si dice da queste parti, poviri e pacci! Ho da fare! Devo fare pulizie, devo fare la spesa, devo andare a lavoro, a prendere i bambini, devo cucinare, farmi i capelli, la manicure, la tinta, devo chiacchierare con le mie amiche per sapere tutto e di tutti, devo rincitrullirmi davanti a Uomini e Donne, a Centovetrine, a Sentieri, a Beautiful, a Grande Fratello, devo oziare sul divano ecc.! Chi se ne frega della mamma e della nonna! Chi ha tempo per loro! Anzi, ho risolto! Ora compro loro il rosario digitale così si sentono meno sole e sventurate ed io, facendo bella figura, continuo a fare i miei porci comodi!
Oppure si legge: “Hai presente quel tuo amico che, dopo essersi allontanato dalla Chiesa Cattolica, ha riscoperto Dio? Perché non regalargli uno strumento per ricordare i misteri della vita di Gesù Cristo.” – che idea geniale! A una persona come lui (lei), che ha fatto una ricerca interiore per ritrovare la fede, che ha letto molto la Bibbia e i Vangeli, che si è confrontato con preti, monaci, suore, seminaristi, studiosi di storia delle religioni, diaconi o, molto semplicemente, che ne ha discusso con gli amici oppure ha fatto un viaggio in Terrasanta, in un Santuario o verso i paesi meno industrializzati e ora prega sia in solitudine sia in comunità, và in chiesa, segue la liturgia, prende i sacramenti, fa volontariato, beneficenza, aiuta chi ha bisogno ecc.! Bene, a questa persona non gliene frega nulla del rosario digitale!
Mi chiedo come si fa a inventare e a pubblicizzare un strumento demoniaco del genere – perché di questo si tratta – un attrezzo che invece di aiutare la vita spirituale di ognuno, la distrugge! La gente non ha bisogno di un utensile simile! Gli amici li trova in Chiesa; i figli li deve portare in Chiesa e al catechismo; il Rosario lo recita in Chiesa o nella solitudine contemplativa della preghiera; la mamma o la nonna la và a trovare (deve andare) ogni giorno, senza trovare scuse; all’amico regala una preghiera ogni giorno!
È vero, beato Bartolo Longo – citato da papa Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Rosarium Virgiinis Mariae – afferma che “chi propaga il rosario è salvo”, ma non è questo il caso, vale a dire mediante un apparecchio con una voce registrata, volto a rubare i soldi della gente per far diventare milionari altri! Il Rosario si recita con la propria voce, carica di emozione, di riflessione sui Misteri di Dio, Gesù e Maria, di fede. Questo apparecchio è spersonalizzante, omologante, un perfido mezzo volto ad annichilire la fede, le comunità, i valori, la ragione, il buon senso dei credenti.
Perciò, cari lettori, non acquistate questo arnese indecente! E se proprio volete recitare il Rosario, prendete quello tradizionale coi grani e andate a pregare in Chiesa, riunitevi in privato con gli altri fedeli o fatelo nella preghiera personale, usando la vostra voce carica del sentimento, della consapevolezza e dell’unicità che caratterizzano la vostra fede. Ogni grano che girate è innanzitutto una rosa (preghiera) che dedicate alla Vergine Maria, a Dio e a Gesù; in secondo luogo, un tramite che vi mette in comunione spirituale con tutti coloro che pregano con il Rosario, siano cattolici, induisti, ebraici, islamici o di altri credo.
Per concludere, s’invita la Chiesa a prendere provvedimenti, a denunciare questo arnese e e farlo ritirare dal mercato, per evitare la dissacrazione tecnologica di un punto cardine della fede, ossia il tradizionale Rosario, e con questo la profanazione delle fede personale, viva e unica di ogni credente.

giovedì 28 gennaio 2010

I NUMERI DELLA SHOAH: QUANDO I NEGAZIONISTI SONO ASINI

- di Saso Bellantone
Finito il giorno della memoria – nel quale bisogna soltanto ricordare o, per chi è religioso, pregare – comincia quello della riflessione. Molte persone oggi, studiosi e non, pensando alla Seconda Guerra mondiale, al Nazismo e ai campi di sterminio, hanno una posizione negazionista. Sostengono cioè che la Shoah e il massacro di 6000000 di ebrei non è mai avvenuto. A dimostrazione di ciò, affermano che il numero dei morti è troppo grande per un lasso di tempo così stretto come quello che và dal ’40 al ’45. Dal momento che i negazionisti non chiamano in causa la storia, i documenti, i reperti, le testimonianze dei sopravvissuti e dei luoghi e così via per fare un’affermazione simile, il compito che in tal sede ci si propone, col solo ausilio del ragionamento numerico, è di dimostrare che i numeri parlano chiaro: vale a dire, che la Shoah è avvenuta davvero.
Per cominciare chiediamoci: che cosa sono i campi di sterminio? Al tempo della Costituzione di Weimar furono create le Case di Lavoro, strumenti di aiuto per le famiglie più bisognose. Quando nel ’33 Hitler, ottenuta la carica di cancelliere, cominciava a dar vita al Terzo Reich, trasformò le Case di Lavoro in campi di concentramento, nei quali rinchiudere per sempre gli oppositori politici. Le Leggi di Norimberga, che privarono gli ebrei dei diritti civili, furono la premessa della trasformazione dei campi di concentramento in campi di sterminio, atroce teatro della disumana Soluzione Finale. A partire dal ’38, nei campi furono internati non solo dissidenti politici, ma soprattutto ebrei, zingari, omosessuali, comunisti, testimoni di Geova ecc., al fine di una distruzione di massa – o meglio, di razza – da inquadrare all’interno dell’assurda logica del mito della razza ariana, ossia: della superiorità biologica della razza tedesca rispetto alle altre, ebraica in particolare.
I nazisti crearono centinaia di campi di sterminio ma molti furono distrutti all’arrivo delle truppe sovietiche. Se volessimo calcolare esattamente il numero delle vittime di tutti i lager – ed è già ridicolo che i negazionisti ci spingano a provare la Shoah mediante calcoli numerici – dovremmo possedere documenti e prove provenienti da ogni campo ma questo, naturalmente, è impossibile. Per questa ragione, se è proprio necessario calcolare il numero delle vittime della Shoah, bisogna escludere parecchi lager dei quali non si possiede né documentazione né prove e limitarsi alle stime relative a campi dei quali si possiedono dati attendibili. Si tratta di 35 lager: Arbeitsdorf, Bergen-Belsen, Breitenau, Buchenwald, Dachau, Flossenbürg, Gross-Rosen, Hinzert, Kaufering-Landsberg, Langenstein-Zwieberge, Malchow, Miettelbau-Dora, Neuengamme, Niederahgen, Ravensbrück, Sachsenhausen (Germania); Auschwitz-Birkenau, Belzec, Chelmno, Majdanek, Plaszòw, Sobibòr, Stutthof, Treblinka, Varsavia (Polonia); Bardufoss, Falstad (Norvegia); Breendonk (Belgio); Jasenovac (Croazia); Klooga (Estonia) Maly Trostenets (Bielorussia); Mauthausen-Gusen (Austria); Natzweiler-Struthof (Francia); Lager Sylt-Alderney (Isola del Canale); Risiera di San Sabba (Italia). Questi dati provengono dal testo di Lucy S. Dawidowicz, The War Against the Jews 1938-1945, pubblicato da Bantam a New York nel 1986. In totale, stando ai lager sopra citati, i nazisti uccisero 11000000 di persone, di cui 6000000 di ebrei.
Ora, chiediamoci: è possibile uccidere 6 milioni di ebrei in 35 campi? I negazionisti affermano di no, perché il tempo utile a tal fine è troppo breve. Premettendo che è sconsiderato calcolare il numero delle vittime della Shoah, dal momento che i negazionisti affermano che i nazisti non hanno potuto uccidere circa 6 milioni di ebrei dal ’40 al ’45, non ci resta che, a nostra volta, smentire i negazionisti con i numeri
Ignorando la data esatta dell’inizio e della fine dell’attività di ogni campo – un calcolo più scientifico può essere svolto soltanto dagli storici – prendiamo come punti di riferimento il 1° settembre ’39 (occupazione della Polonia) e il 7 maggio ’45 (resa della Germania). Espresso in giorni, questo periodo ammonta a 1340.
Se la cifra totale delle vittime dei 35 campi considerati, 6000000, è divisa per 1340 giorni, otteniamo, arrotondandolo, il numero 4478. Se si divide ulteriormente il risultato per 24 ore, si ottiene, arrotondato, il numero di 187 vittime l’ora, in 35 campi. Se si divide ancora 187 per 35 campi, si ottiene, cifra tonda, 5 vittime l’ora per ogni singolo campo, cioè 120 morti al giorno per ogni singolo campo.
Di fronte a questo semplice calcolo eseguibile anche da un bambino, si chiede ai negazionisti: come fate a sconfessare la morte di 6 milioni di persone? Beh, quando gli ottusi fanno gli ottusi, non si può che ragionare da ottusi. Ma in questo caso, l’ottusità dimostra che non è stato difficile, numericamente, provocare quell’orribile carneficina di vite umane. La questione è, invece, chiedersi: com’è stato possibile uccidere tutte quelle persone, secondo una prospettiva morale? Dov’è finito il giudizio degli uomini? Quanto l’obbedienza alla follia del Führer è stata capace di cancellare la capacità di giudizio di ogni singola persona?
I calcoli sopra riportati sono approssimativi e non costituiscono prova scientifica dei fatti. Non tutti i lager, invero, hanno operato nel medesimo lasso di tempo, alcuni già dal ’33, altri dopo; alcuni a ritmo frenetico, altri saltuariamente. Non bisogna dimenticare, però, che i nazisti non uccisero gli ebrei – se ci si vuole limitare agli ebrei soltanto e non considerare le vittime di altre etnie, convinzioni religiose o costumi – soltanto nei campi di sterminio dal ’40 al ’45 ma dal ’33 in poi: nelle strade, case, montagne, lidi, villaggi di buona parte dell’Europa. Nessuno prende in considerazione questi morti. E non ci dimentichi che stiamo continuando a escludere tutti i morti nei lager dei quali non si ha alcuna notizia. Chissà quanti! In questa prospettiva, se anche il calcolo sopra proposto – provocato dall’idiozia dei negazionisti – non è scientifico né fondato su prove intoccabili, può servire come una lente d’ingrandimento per rendersi conto che, molto probabilmente, non solo il numero degli ebrei scomparsi dal ’33 al ’45 è superiore ai 6 milioni, ma la quantità totale delle vittime del nazismo e della Shoah supera di gran lunga gli 11 milioni.
In conclusione, cari miei negazionisti, parafrasando un celebre motto evangelico, non resta che dirvi: “Chi di ottusità ferisce, di ottusità perisce”. Spiegazione: dal momento che non vi basate su documenti e prove certe – perché non vi conviene – e preferite rinnegare la Shoah mediante i numeri ma, ahinoi, il calcolo sopra proposto dimostra che non sapete fare nemmeno i conti, smettetela di infangare il ricordo di tutte le vittime dell’Olocausto, sostenendo che non è mai avvenuto, perché in questo modo continuate a fare la figura degli asini, oltre che di storditi disumani.

sabato 9 gennaio 2010

LE VERGOGNOSE CATENE DI SANT'ANTONIO

- di Saso Bellantone
Quante volte ci è arrivato tramite sms un messaggio che ci augura fortuna, successo, lavoro, salute, ricchezze, amore, insomma ogni bene, a patto che inviamo a nostra volta lo stesso messaggio ad altre persone…Si tratta delle cosiddette “catene di Sant’Antonio”: qualcuno c’invia il messaggio, noi lo inviamo ad altri e questi ad altri ancora, senza fine. In questi giorni mi sono imbattuto in una catena del genere, inviata però tramite e-mail e dal titolo “Precetto cinese”. Il testo del messaggio, in formato Powerpoint, comincia con l’impartire brevissime lezioni di morale relative al denaro, al tempo, alla casa, alla famiglia, al sonno, all’amore, alla salute, al rispetto e così via. Poi chiarisce che il senso del messaggio è portare fortuna al ricevente. Per ottenerla, bisogna inviare lo stesso messaggio a chi si ritiene necessiti di fortuna. E fino a qui, poterebbe sembrare un buon augurio, un pensiero commovente, una serie di buoni aforismi che danno da pensare. Il problema è che tutto questo è seguito da una successione di intimidazioni psicologiche, volte a far tremare dalla paura chi riceve il messaggio in esame e a rincitrullirlo, trasformando il messaggio di buon augurio in uno strumento di tortura mentale che può provocare reali ripercussioni dannose sulla salute individuale della gente. Dopo la prima intimidazione che, sotto forma di comandamento biblico, recita “Non conservare la mail oltre 96 ore (4 giorni)”, seguono alcuni esempi di persone che hanno avuto fortuna con il “Precetto cinese”: vi si può leggere che un certo “Costantino fece 20 copie della lettera ricevuta e nove ore più tardi vinse 99 milioni di marchi alla lotteria”; che “Carlo non inviò la lettera e perse il lavoro; ma quando giorni dopo continuò la catena diventò ricco”; che “Bruno non inviò la lettera, la buttò e suo figlio si ammalò. Trovata la lettera, la inviò e suo figlio era sano e salvo”. Miei cari lettori, spero sia chiaro che questi esempi sono un’offesa all’intelligenza e alla sensibilità delle persone! Non a caso, dopo queste stupidaggini, ecco che si scopre che è una bufala, molto probabilmente come tutte le altre catene del genere: mentre all’inizio si afferma che l’e-mail è partita dai Paesi Bassi, adesso si legge che è “stata inviata da un certo Anthony de Croud, missionario dell’Africa del Sud. Insomma, da dove proviene l’e-mail? Come fa il missionario ad essere a un tempo nei Paesi Bassi e in Africa? E soprattutto, se il creatore di questo messaggio fosse un missionario, che genere di missionario sarebbe? Perché perdere tempo con queste idiozie, visto che c’è tanta gente che ha bisogno di lui, in Africa e nel mondo? Segue una nuova intimidazione dai toni biblici e altre sciocchezze del tipo: “questa è verità, la fortuna ha bussato alla tua porta, aspetta di vedere che succederà il nono giorno ecc.”. Bisogna chiedersi: alla luce delle minacce presenti, chi riceve messaggi del genere invia l’e-mail per ottenere fortuna oppure la invia – toccando ferro – per evitare che gli succedano le disgrazie che l’e-mail sembra sia capace di provocare? C’è poco da dire sul Precetto cinese e sulle catene di sant’Antonio, cari lettori: non credete a queste sciocchezze e cestinatele immediatamente! L’intelligenza e la sensibilità umana meritano il dovuto rispetto! Per quanto riguarda invece gli artefici di queste catene del malaugurio (piuttosto che del buon augurio), beh, lascio a voi lettori il compito di dedicare loro il giusto epiteto.

giovedì 31 dicembre 2009

BUON 2010

- di Saso Bellantone
Quel che ci sta attorno, cosmo o uni(pluri)verso, c'è indipendentemente da noi. Quando però lo trasliamo nel regno del linguaggio e dei sensi, spesso lo storpiamo, la nascondiamo, lo alteriamo. Viviamo, noi terrestri, in un mondo di convenzioni, nel quale molto spesso perdiamo noi stessi e il mondo non-convenzionale. Tra queste convenzioni, vi è anche quella del ciclo dell'anno, della fine e dell'inizio di esso. Non sappiamo se la vita del cosmo proceda davvero in modo ciclico o in modo uni(pluri)direzionale. Per saperlo una volte per tutte, dovremmo essere al di fuori del mondo, come dice Wittgenstein; ma questo non è possibile. Di fronte a questa domanda irrisolta, preferiamo concepire tutto secondo il criterio della ciclità e della ricorrenza. Se adottassimo il criterio dell'unidirezionalità, il passato sarebbe un fardello troppo pesante per noi: non potremmo liberarcene mai. Interpretando ogni cosa tramite il criterio della ciclità, noi c'illudiamo di ripercorrere il passato, per affrontarlo e per liberarcene. Per riuscire nel nostro intento, l'importante non è soltanto credere di poterlo di fare, bensì cominciare a tirar fuori tutta la volontà necessaria per farlo. Quando c'è di mezzo la volontà - e un pizzico di fortuna (altra menzogna) che non guasta mai - anche quel che denominiamo "convenzione" o "illusione" diviene realtà. Ma non c'è volontà senza passato e senza quest'ultimo non può esserci nessun futuro. La liberazione dal passato è transustanziare tutto ciò che lo struttura in qualcos'altro: nel futuro. Si tratta di trasformare la vita e le esperienze passate in altra via e altre esperienze, diverse dalle precedenti, nuove. Nonostane anche tutto ciò è una convenzione, spero che l'inizio del 2010 sia per tutti i lettori l'inaugurazione di un lungo di cammino di trasformazione, dove il passato diviene futuro, il vecchio diviene nuovo, la convenzione tocca e si fonde con la realtà.

sabato 26 dicembre 2009

QUALE DONO, OGGI, E' VERAMENTE POSSIBILE?

- di Saso Bellantone
La crisi del dono e della pratica del donare evidenziano la mancanza di significato nella quale aleggiamo. Se procedere in questo modo verso il futuro è, come direbbe Walter Benjamin, la catastrofe, volgere lo sguardo indietro, invece, è la salvezza. In questa prospettiva, riscoprire il senso che altre civiltà hanno attribuito (o attribuiscono) al dono e alla pratica del donare – come ad esempio si è fatto negli articoli precedenti – vuol dire generare un contro-movimento alla secolarizzazione e alla crisi dei fondamenti, ma anche alla tipologia di vita fredda, accelerata, abitudinaria e calcolante che (s)qualifica il nostro presente. In altre parole, significa osservare se stessi, gli altri e la società nella quale viviamo da un altro punto di vista, capace di offrire i mezzi per combattere la catastrofe e puntare alla salvezza. Grandi studiosi come Jacques Godbout o Alain Caillé hanno sottolineato che tra i tanti aspetti che accomunano le antiche civiltà con quelle attuali vi è anche la pratica del donare. Il tempo, le epoche, le civiltà stesse passano e si trasformano, ma la pratica del dono sembra resistere. Si pensi al Natale, alle varie cerimonie religiose e cultuale, ai battesimi, cresime, matrimoni, funerali, compleanni, sagre, feste in generale; ma anche agli alcolisti anonimi, al dono del sangue e di organi, ai servizi, al volontariato, alle opere d’arte ecc. Tuttavia, usando i principali tratti che caratterizzano il dono – ossia la gratuità, l’obbligazione, l’utilità per la vita, la capacità di fare comunità – come lenti d’ingrandimento utili per esaminare la nostra attuale pratica del dono e attitudine al donare, ci si rende conto che nulla, di fatto, corrisponde a ciò che denominiamo con la parola “dono”. In altri termini, il dono così come lo pratichiamo e concepiamo non è gratuito, non è un’obbligazione, non è utile per la vita, non fa comunità. Così come lo pratichiamo e immaginiamo oggi, il dono non è gratuito ma interessato: si tratta di fare bella figura, di acquisire fama e prestigio, di ricevere in cambio favori di vario genere, considerazione, rispetto, altri doni in cambio. Il dono non è obbligante ma un consuetudinario dovere da ricambiare, ossia una vuota e metodica abitudine da attuare, per garantirsi tutto quello poco prima elencato. Non è qualcosa di utile per la vita ma il più delle volte è qualcosa di inutile, un gingillo da esporre in casa, in ufficio, in macchina o nella propria persona per acquisire e mantenere ciò che è elencato sopra. Non fa comunità piuttosto la distrugge, è la scossa tellurica che separa gli amici, i parenti, gli amanti, i cittadini, i terrestri, perché quel che vi è in ballo è tutto quello (e altro ancora) che è sopra riportato. In alcuni casi, il dono si mostra come ciò che uccide fisicamente – si pensi al dono di alcolici, stupefacenti, scooter, automobili iper-veloci e così via – o uccide mentalmente – qualsiasi dono che, staccato da un preciso contesto sano, genuino, ben pensante e, in taluni casi, di fortuna, diviene una gabbia dalla quale non si è capaci più di uscire. Se a tutto questo si aggiunge il fatto che la pratica del dono alimenta di nuova linfa vitale il sistema economico che, negli ultimi mesi, tanto ci fa dannare, allora si capisce che nella nostra società è veramente difficile riconoscere un dono e una pratica del donare i cui talenti siano la gratuità, l’obbligazione, l’utilità per la vita e il fare comunità. In questo scenario, ha ragione il filosofo Jacques Derrida per il quale “il dono è l’impossibile”. In breve, se il dono è qualcosa che non ha quei talenti ma è sempre interessato ed è il motore dell’economia allora affinché ci sia “veramente” dono non deve esserci chi dona né il dono stesso né chi riceve. in poche parole, non deve accadere nemmeno la pratica del donare. Ogni qualvolta appare l’intenzione di donare, il dono cade nella logica dell’interesse e dell’economia. Per questa ragione, non dovrebbe esistere neanche la parola “dono” perché pensandola così come siamo abituati a concepirla, attiviamo già la logica dell’interesse e dell’economia. È questa logica, infatti, che si cela dietro la secolarizzazione e la crisi di fondamenti che ci conducono alla catastrofe. Se non è possibile tornare indietro e ri-cominciare a intendere il dono come ciò che è gratuito, obbligante, utile per la vita e capace di fare comunità, allora l’unica salvezza consiste nella dimenticanza della parola “dono”, della sua pratica (ormai abituale) e, in questa modo, della logica dell’interesse e dell’economia che si cela in esso. Se tutto quel che si può donare, alla fine, appartiene a questa logica, allora è necessario iniziare a “dare” quel che non si può: in altre parole, se tutto ciò che è oggettivabile rientra in quella logica e conduce alla catastrofe (personale e totale), allora il contro-movimento ha origina in tutto ciò che oggettivabile non è. E che cosa più del tempo non può essere oggettivato? Non s’intende il tempo che misuriamo con gli orologi ma quello che si nasconde tra un movimento e l’altro delle lancette degli orologi stessi. In questo tempo “nascosto”, che non misura la quantità ma la qualità, si nasconde la parte più inquietante (e forse più vera) di ognuno di noi. Concludo questa serie di pensieri sul dono, lasciandovi alcune domande: che cosa avviene quando – davanti all’albero di natale, al presepe, in casa o per le strade, al mare o in montagna, in ospedale o nei cimiteri, insomma in qualsiasi luogo – “passiamo il tempo” con le persone che amiamo, coi genitori, i nonni, i parenti, gli amici, i conoscenti, i bisognosi, gli ammalati, i reietti, gli animali, i paesaggi, con la memoria dei defunti, di vecchi ricordi ecc.? Che accade – in noi, attorno a noi e negli latri – quando “passiamo il tempo” in uno di questi modi? Chi scopriamo? Il mondo? La vita? Noi stessi? dio? O tutti insieme? Ciascuno risponda a modo proprio…

sabato 19 dicembre 2009

Auschwitz: rubare la memoria è un crimine contro il genere umano

- di Saso Bellantone
La notizia del furto della scritta in ferro posta all’ingresso dell’ex campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau (Polonia) ha fatto il giro del mondo. La polizia apre un’inchiesta e offre un premio di 5000 zloty (1250 euro) per chi ritroverà la scritta. Tralasciando gli ulteriori particolari relativi alla vicenda – rintracciabili nelle testate giornalistiche, nei quotidiani e nei siti internet di tutto il mondo – sembra il caso di soffermarsi a riflettere e porsi alcune domande: con tutte le gioiellerie, le banche, gli uffici postali, i palazzi e le ville lussuose appartenenti a capitalisti stra-milionari ecc. nonché con tutte le rare e, per questo, costose opere d’arte presenti nei musei di tutto il mondo, perché rubare il cartello contenente la scritta Arbeit macht frei (Il lavoro rende liberi)? Che genere di valore economico è possibile dare a questa testimonianza dello scempio svolto dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale? Quale ricchezza è possibile trarne? E poi, chi oserebbe acquistare un simile oggetto, il cui valore umano s’inscrive nella storia e nella memoria non solo del popolo ebraico – vittima delle empietà contro il genere umano compiute dai nazisti – ma di tutte le civiltà terrestri, coinvolte e non in quegli anni di guerra, di assurdità e di estrema miseria della ragione? Se è da stupidi pensare di poter trarre qualche profitto da un cartello simile, è rabbioso immaginare che c’è qualcuno pronto a pagare un’immensa somma per possederlo. Eppure, sicuramente c’è qualcuno pronto a questo. Perché? Lo scopo non è di collocare questo cartello in mezzo ad altre rarità dell’arte, dell’ingegno, della storia umani presenti nella propria collezione. Piuttosto, si tratta di privare l’umanità di una delle testimonianze che, come dice la stessa parola, provano con certezza che la Shoah è avvenuta, che il regime nazista ne è stato l’artefice, che il popolo ebraico ne è stato il martire. Da anni, infatti, circolano delle correnti – cui fanno parte filosofi, scienziati e studiosi di ogni disciplina nonché uomini comuni – le quali, non si riesce a capirne il motivo, negano l’esistenza dei campi di sterminio, la Shoah e quasi si battono per santificare tutti gli appartenenti al nazismo. È chiaro che il furto del cartello “Il lavoro rende liberi” rientra nel progetto, ad opera di sconosciuti, di rimuovere la memoria storica non solo dalle persone ma anche dai luoghi nei quali viviamo che, come nel presente caso, “ricordano” la tragedia della Shoah. Se questa è la verità, allora a noi non spetta altro che batterci in senso opposto: ricordare quello che è accaduto, le milioni di vittime, la follia nella quale troppo facilmente possiamo cadere quando, nel delirio della nostra pesante e nera quotidianità, incontriamo un’idea, come quella di razza superiore. La condanna di questo furto non può essere che ovvia; la vergogna e la rabbia altrettanto scontati; la speranza, nel dolore del passato, di non incorrere mai più in una scelleratezza del genere è invece la sfida cui questo furto ci chiama nuovamente.

venerdì 18 dicembre 2009

ANCORA SUL DONO: EMILE BENVENISTE E MARCEL MAUSS

- di Saso Bellantone
Di fronte allo scadere della ritualità del dono in una pratica abitudinaria e vuota di significato, evidenziata nell’articolo “Il Natale: riflessioni ironiche sulla ritualità del dono”, nell’articolo successivo – dal titolo “Alla riscoperta del dono: il mito di Prometeo e la natività cristiana” – si è intrapreso un percorso utile per riscoprire quali sono quei tratti principali che arricchiscono di senso la pratica del dono: la gratuità, l’utilità per la vita, la capacità di fare comunità. L’idea della gratuità del dono si mantiene nella nostra tradizione, per fare un esempio, mediante la parabola del buon samaritano (Lc 10, 29-37): diversamente dal sacerdote e dal levita, il samaritano vede l’uomo spogliato, percosso e lasciato mezzo morto dai briganti, si avvicina a lui, gli fascia le ferite, lo porta a una locanda, si prende cura di lui, paga di tasca propria l’albergatore e gli dice: «Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno» (Lc 10, 35). Compie tutto questo senza alcun interesse, in modo assolutamente gratuito. Se da un lato questa parabola testimonia la permanenza nella nostra tradizione dell’idea della gratuità del dono, dall’altro lato bisogna chiedersi: perché quando si riceve un dono, ci si sente obbligati a ricambiare? Da dove nasce la sensazione di dovere in qualche modo contraccambiare il dono ricevuto? Ma allora, in questa prospettiva, il dono sarebbe un’obbligazione? Che ne è della gratuità del dono se lo si ritiene un dovere, un debito, un impegno? Ritenerlo tale, non significa, forse, considerare il dono qualcosa che non è gratuito? Nel Vocabolario delle istituzioni indoeuropee (1969), svolgendo un’indagine linguistica, Emile Benveniste scopre che, nonostante la radice della parola dono nella nostra cultura è “do” e significa “dare”, esiste un’altra radice parallela alla prima, di provenienza hittita, che suona “dà” e che significa “prendere”, non dare. Benveniste sostiene che la radice “dà” non vuol dire né dare né prendere bensì “afferrare”. Interpretandola in questo modo, la radice hittita evidenzia che, nell’atto di donare qualcosa a qualcun altro (dunque nel dare ad altri) questi “prende”, “afferra” qualcosa dal primo. Che cos’è questo qualcosa che si “prende”, si “afferra”? Semplicemente il dono che è dato dall’offerente? Oppure un dovere, un debito, un impegno, un’obbligazione a contraccambiare? Proseguendo la propria indagine, Benveniste si accorge che, nel tempo, la parola “dono” ha subito un declino. Mentre in greco ci sono ben cinque parole per dire questo termine, in latino ve ne sono due e in italiano soltanto una. • Greco: dos, dono in generale; dosis, l’atto del donare; dorea, l’insieme dei doni; doron, il dono gratuito; dotine, il dono obbligato. • Latino: donom, il dono gratuito; munus, il dono obbligato. • Italiano: dono, il dono gratuito e il dono obbligato. Che cos’è questo “dono obbligato”? Com’è possibile che esistano due tipologie di dono? Benveniste trae spunto per le proprie ricerche dal Saggio sul dono (1925) di Marcel Mauss. In quest’opera, utilizzando le ricerche etnografiche condotte da Franz Boas e Bronislaw Malinowski presso le popolazioni della Melanesia e della Polinesia, in particolare del rituale del potlach e del Kula ring, l’antropologo francese tenta di risalire all’origine dell’economico. Mentre la tradizione considera il baratto la più antica forma di scambio, Mauss si accorge che le civiltà analizzate svolgono degli scambi somiglianti di più alla pratica del “dono”. Queste popolazioni vivono secondo una precisa modalità, che Mauss denomina“sistema delle prestazioni totali”, nella quale lo scambio di doni ha un ruolo decisivo. Se di prim’acchito questi scambi sembrano avvenire liberamente, Mauss scopre che a ben vedere accadono secondo un’invisibile costrizione cui tutti sono soggetti (o cui si liberamente assoggettano). Questa comune e immateriale obbligazione a scambiare (donare) beni con altri, secondo Mauss, si snoda attraverso tre momenti fondamentali: tutti sono obbligati a dare; ricevere; ricambiare. In questo modo, si crea un’infinita catena di circolazione dei beni, la quale non fa altro che rafforzare il legame sociale. In questo senso, chi non dona o si rifiuta di ricevere un dono o non contraccambia, mette in pericolo il proprio legame con chi ha donato qualcosa a lui e, in questo modo, con l’intera comunità cui appartiene. Dalla solidarietà si passa all’ostilità. Lo scambio di doni, praticato nelle forme del potlach o del Kula ring, non avviene sempre ma in alcuni momenti principali della vita di queste popolazioni: nascita, maturità, nozze, funerali ecc. In queste occasioni, i capi tribù indossano le maschere degli antenati e si scambiano di tutto. Il contraccambio non può avvenire immediatamente, bensì nel tempo e con l’obbligo di restituire “un di più” rispetto al dono ricevuto dall’altro, perché ne va della faccia, cioè dell’autorità e del prestigio sociale. Per questa ragione, gli scambi divengono delle guerre simboliche e spesso si giunge all’estremo e paradossale gesto di dono, vale a dire alla distruzione di tutti i beni, per dimostrare che la propria forza e potenza è tale da permettere anche un gesto simile. Queste pratiche sottolineano che lo scopo di un bene qualsiasi non è di essere capitalizzato, accumulato o economizzato bensì di circolare, di muoversi all’infinito di persona in persona, al fine di “fare comunità”. A prova di ciò, questi popoli producono degli oggetti di forma circolare (che oggi diremmo di bigiotteria) quali bracciali di conchiglia e collane di madreperla, il cui scopo, appunto, è di “muoversi in circolo” gli uni in senso orario, gli altri in senso antiorario. Se il mito di Prometeo e la natività cristiana, come abbiamo visto nel precedente articolo, mettono in risalto che il dono è sempre “gratuito”, le indagini di Mauss presso le popolazioni della Melanesia e della Polinesia ricalcano, invece, che il dono è sempre “obbligato” perché in esso ne va, oltre che della propria faccia, della comunità. La parola latina munus usata per dire il dono obbligato – il cui corrispettivo greco è dotine – è a fondamento della parola comunità: communitas. Munus, proveniente dalla radice indoeuropea mei che significa “dare il cambio”, indica una carica pubblica, una funzione di prestigio, un obbligo attribuito a una persona all’interno di una specifica comunità. Chi riceve il munus è obbligato a restituire alla comunità che lo ha rivestito di questa carica: doni, privilegi, cariche minori, spettacoli ecc. In questo senso, la parola communitas non significa “un insieme di beni” bensì “un insieme di soggetti legati da un sistema di obblighi”. Immunis – termine opposto a communis – è quel soggetto che non si riconosce obbligato, un dis-obbligato, il cui senso è simile a ingratus. Il munus, dunque, è un Giano bifronte perché da un lato indica la capacità di assumere un obbligo, dall’altro il dovere di adempierlo. La duplicità di senso che caratterizza il munus ci conduce a un’altra parola presente nella nostra tradizione per indicare il dono obbligato (o reciproco): daps (banchetto religioso, festa sacra), il cui corrispettivo greco è dapane (spesa). Dalla parola daps proviene damnum (danno). Un’altra parola presente nella nostra tradizione è gift, che in inglese significa “dono” ma in tedesco e in olandese può significare anche “veleno”. Nelle popolazioni anglo-sassoni, infatti, il dono per eccellenza è “il dono da bevanda” che, nel caso di eccesso, può provocare danni, avvelenare. In questa prospettiva, il dono sembra avvicinarsi alla parola greca pharmakon, descritta da Platone nel duplice significato di “rimedio e veleno”. Come risolvere allora la questione del dono? È soltanto gratuito o soltanto obbligato? Il declino della parola dono dal greco e latino all’italiano, mette in evidenza due dati relativi all’attualità: da un lato, ci si dimentica del carattere gratuito del dono; dall’altro, si sostituisce l’elemento obbligante del dono, cioè utile per rinsaldare il legame comunitario o sociale, con il “dovere del dono” per motivi esclusivamente di apparenza, moda e abitudine. In questo modo, si trascura l’idea che il dono è allo stesso tempo gratuito e obbligato. Ci si scorda che bisogna donare gratuitamente e che farlo in questo modo significa segnalare all’altro di voler stringere o rafforzare un legame, al di là di ogni interesse materiale, sociale ed economico; che il dono è sempre (o dovrebbe essere) qualcosa che è utile per la vita dell’altro; che chi riceve il dono deve contraccambiare soltanto se brama allo stesso modo del donante di unire o consolidare un legame; che in questo modo si costruisce insieme una vera comunità di amanti, amici, parenti, cittadini dello Stato e poi del pianeta. Invece, si preferisce egoisticamente capitalizzare una serie di cianfrusaglie e ricchezze per sentirsi migliori di altri soltanto perché se ne possiede di più; o contraccambiare ai doni degli altri per fare “bella faccia”; o regalare agli altri – a Natale, nei compleanni, matrimoni, battesimi, feste varie, lutti (per chi ancora lo fa) – soltanto perché “si usa così”. In questa prospettiva, non ci si rende conto che il dono è sempre un bene e un male a un tempo: dipende dal modo in cui lo si intende e dal carico sentimentale (passione) col quale si è spinti a donare. Ecco perché alla gratuità del dono si sostituisce l’interesse personale; all’utilità per la vita l’inutilità; al talento di fare comunità la disgregazione sociale. E quando si giunge a questo, si comincia a capire una delle ragioni della solitudine nella quale ognuno di noi oggi si trova, senza vie d’uscita, come un deserto senza fresche oasi o come un mare aperto senza terre e approdi sicuri. Sembra assurdo, o ridicolo se si vuole, tuttavia anche dal modo in cui si concepisce il dono e la pratica del donare dipende il nostro futuro, individuale e comune. Riscoprire il dono nella sua duplicità, gratuito e obbligante, vuol dire ri-comprendere il senso della vita e dello stare assieme agli altri. Ma noi, piuttosto che rimediare alla vita degli altri, e in questo modo alla nostra, preferiamo avvelenare gli altri e, tramite loro, noi stessi.

mercoledì 16 dicembre 2009

ALLA RISCOPERTA DEL DONO: IL MITO DI PROMETEO E LA NATIVITA' CRISTIANA

- di Saso Bellantone
Nel precedente articolo intitolato “Il Natale: riflessioni ironiche sulla ritualità del dono” si è messo in evidenza, con tono burlesco ma non per questo sciocco, che la pratica del dono, con tutti i suoi retroscena, è scaduta in una vuota abitudine. Le cause di questa ‘secolarizzazione della ritualità del dono’ sono: il dominio di uno standard di vita basato sul consumismo, sull’apparenza, sulla logica del vincente, sull’accelerazione del tempo lavorativo e ludico; la disinformazione, l’esagerata cura del corpo, dei beni, dei figli, la fossilizzazione mentale – dovuta alla povertà e alla fame post-guerra, alla paura, alle malattie, agli svariati traumi della storia personale di ognuno e della storia generale del nostro paese e del pianeta; il lusso, lo spreco, i vizi, in breve la cosiddetta ‘bella vita’; la trasformazione tecnologica, informatica, mediatica, urbanistica, insomma il cambiamento onnilaterale che ha pervaso la nostra società dagli anni ’80 in poi. Se da un lato il senso di questo mutamento totale della società è di migliorare continuamente la qualità della vita dei cittadini, dall’altro ne provoca il decadimento psichico, culturale, morale e ideale. Pur essendo in compagnia degli altri, a lavoro, in casa, a scuola o nel tempo libero, si è soli con se stessi. Ci si trova in balia della solitudine, dell’insicurezza, della paura, della rabbia, dei ‘perché?’ e si finisce per assumere un ideale di vita attivo, freddo e calcolante che violenta dalle fondamenta tutti i valori nei quali si è sempre creduto: la libertà, la giustizia, l’amore, l’amicizia, il rispetto, la legalità, la famiglia, la fede, la solidarietà, il buon senso. In poche parole, ci si trasforma in vuoti e omologati manichini, facilmente manipolabili, prevedibili e gestibili dalla culla alla bara, vaganti nei tristi e grigi teatrini delle nostre artificiali città senza sogni. La nostra gelida metamorfosi da esseri umani in automi fa piazza pulita dei vecchi valori e delle antiche ritualità, utili per rendere la vita comune più sensata, carica di significati e di speranze. Tra questi riti, anche quello del dono perde il proprio talento: ossia, quello di rendersi utile per la vita; ma anche quello di fare comunità sia in famiglia, sia nel parentato, nel vicinato o nella società tutta. Ma in che senso lo scopo del dono è la vita o fare comunità? Che cos’è il dono? Nell’antica Grecia si trova un esempio utile per cominciare una ricognizione specifica sul dono: il mito di Prometeo. Il titano ruba il fuoco agli dèi e lo dà gratuitamente agli uomini. Naturalmente, il mito non vuol dire che, per essere tale, il dono dev’essere qualcosa di rubato. Piuttosto, che è qualcosa di gratuito. Il dono, dunque, sarebbe soltanto l’azione stessa del donare gratuitamente? Oppure c’è dell’altro? Prometeo dona agli uomini il fuoco: dunque, il dono è la consegna gratuita della proprietà di un oggetto da qualcuno a qualcun altro? Il dono di Prometeo sarebbe allora soltanto il fuoco, dato agli uomini gratuitamente? E che cos’è il fuoco? Come diremmo oggi, soltanto un soprammobile? Un prodotto da collocare da qualche parte assieme ad altri, per bella vista? Il fuoco è quell’elemento utile per riscaldarsi, per cucinare, per tenere lontani gli animali feroci, per illuminare, per sciogliere le sostanze, per creare manufatti vari, per riunirsi assieme e svolgere una serie di pratiche comunitarie, per segnalare la propria presenza. In questo senso, quel che Prometeo dà agli uomini non è un mero oggetto per arredare la palude, il deserto, la caverna o la foresta che abitano, bensì un “mezzo” – come dice la stessa parola, un medium – utile per svariati scopi, vale a dire per tutto quello che è realizzabile soltanto mediante il fuoco stesso. Che cosa dà agli uomini, gratuitamente, il titano Prometeo? Non semplicemente il fuoco, ma tutto ciò che è possibile realizzare per mezzo del fuoco. Dal momento che mediante il fuoco gli uomini possono soddisfare un insieme di utilità, se prima ne erano privi, questo vuol dire che precedentemente gli uomini non erano in condizioni di appagare tutte le utilità attuabili mediante il fuoco perché, appunto, non avevano il fuoco. Ma che significa per gli uomini riscaldarsi, cucinare, tenere lontani gli animali feroci, illuminare, sciogliere le sostanze, creare manufatti vari, riunirsi assieme e svolgere una serie di pratiche comunitarie, segnalare la propria presenza, e tutto ciò mediante il fuoco? In breve, vuol dire vivere. Senza il fuoco, non potendo svolgere tutte queste utilità, gli uomini non erano in grado di vivere. Allora, quello che Prometeo dà gratuitamente agli uomini non è soltanto il fuoco bensì la capacità di vivere: la vita. Il mito di Prometeo mette in evidenza che il dono non è il gratuito passaggio di proprietà di un soprammobile da una persona a un’altra, ma è sempre un “donare la vita”, perché attraverso l’oggetto che si dà gratuitamente a qualcuno, si permette a questi di svolgere infinite utilità possibili soltanto mediante quell’oggetto stesso. Facendo un salto dall’antica Grecia alla tradizione cristiana, l’idea del dono come “dono di vita” è riscontrabile anche nella rappresentazione della natività del Messia Gesù che ogni anno componiamo nelle nostre case e luoghi pubblichi: il presepe. Che cosa raffigura e in questo modo rievoca il presepe? Si è soliti considerare il presepe soltanto da un punto di vista religioso, ossia come il momento nel quale il figlio di dio nasce nel mondo. In questa prospettiva, si tende a mettere in risalto il bambinello nella mangiatoia, la sacra famiglia col bue e l’asinello nella stalla, la cometa, gli angeli ecc. e, per questa ragione, oggi ci si limita spesso a riprodurre il momento religioso del presepe – la natività del Messia Gesù – e si esclude quello mondano. Basti pensare alle semplici sfere che poniamo nell’albero, contenenti la stalla, la sacra famiglia, il bue, l’asinello, la cometa e l’angelo; oppure alle suppellettili che rappresentano tutto questo in piccole e medie dimensioni; oppure ai presepi-viventi nei quali, per questioni di semplicità ed economia scenografica e di tempo, si riproduce sempre e soltanto la solita sintesi della natività. Naturalmente, secondo un punto di vista religioso, con questa ridottissima sintesi ci si concentra nell’avvenimento cardine del cattolicesimo: dio dona gratuitamente se stesso, facendosi uomo, per salvare il mondo e l’umanità dal peccato e dalla morte e promettere la vita eterna. Questo, per chi è credente, basta e avanza nella realizzazione del presepe. In un’altra prospettiva, sempre religiosa, la natività raffigura anche la donna Maria che dona la propria vita a dio, che s’incarna e viene al mondo come figlio di Maria; o anche simbolizza la fede di Giuseppe che crede in dio – e nel detto di Maria – e si fa servo di dio, divenendone il padre terreno. Ma che cosa raffigura l’elemento mondano del presepe? Chi sono i protagonisti? Che cosa fanno? L’elemento mondano del presepe, spesso tralasciato o rimosso, rappresenta la risposta degli uomini alla natività del Messia Gesù: l’offerta gratuita di doni. Oltre agli ignoti re magi, che portano oro incenso e mirra, molte persone comuni – detti generalmente ‘pastori’, ma di fatto rappresentano un misto delle genti del tempo – giungono da ogni dove e portano pane, pesci, acqua, vino, formaggio, prodotti della terra, pecore, tutti i prodotti relativi alla vita e alla professione consuetudinaria di ognuno. L’offerta di doni al Messia Gesù è simile al dono di Prometeo ma all’inverso: infatti, mentre il titano dà gratuitamente agli uomini un dono “divino”, gli uomini danno gratuitamente al Messia Gesù (dio) un dono “umano, terreno”. Non è questa la sede per stabilire se il presepe raffigura un fatto realmente accaduto oppure no – con ciò non si intende mettere in discussione la nascita del Messia, bensì l’avvenuta visitazione di tutta questa gente così com’è raffigurata nel presepe. Piuttosto, bisogna ricalcare il senso dell’offerta di doni al Messia. Pane, pesci, acqua, vino, formaggio, ortaggi ecc., ma anche l’oro donato da uno dei magi, sono quei prodotti senza i quali, nel mondo, non è possibile vivere, nemmeno per il Messia appena nato. In questo senso, donando gratuitamente a Gesù – o alla sua famiglia – tutti questi beni materiali senza i quali non è possibile vivere (o sopravvivere), gli uomini del presepe non fanno altro che donare gratuitamente la vita (o la speranza di vivere) al Messia. Non c’è ancora cristianesimo al momento della nascita del Messia Gesù; né alcun angelo gira di casa in casa per annunciare l’avvenuta nascita del figlio di dio. La tradizione afferma che i magi sono condotti alla stalla – o alla grotta – da una cometa: forse, anche gli altri uomini l’hanno seguita. Ma al di là delle effettive cause che spingono gli uomini fino alla stalla, quello che è rilevante sottolineare è che gratuitamente danno i loro doni e, “per mezzo di questi”, permettono al Messia e alla sua famiglia di vivere (o di sperare di vivere). Dunque, sia nell’antica Grecia sia nella tradizione cristiana è possibile rilevare una comune concezione del dono: quest’ultimo, non solo dev’essere gratuito ma, al di là del bene donato, è sempre un dono di vita (o per la vita, se si vuole). Il dono di vita, poi, è sempre un dono che fa comunità. Attraverso il dono di Prometeo gli uomini possono cominciare non solo a vivere ma a intendersi come una comunità: il destino di ciascuno è legato a quello di tutti gli altri e quello di tutta la comunità è legato al destino del dono di Prometeo, il fuoco. Se quest’ultimo svanisce, si perde, si spegne, è rubato, è tutta la comunità a pagarne le spese: tutta la comunità rischia di non sopravvivere e, in questo senso, corre il pericolo di perdersi essa stessa, di slegarsi, di svincolarsi dal comune destino ufficializzato dal fuoco. Allo stesso modo, attraverso il dono degli uomini fatto al Messia Gesù, da un lato quest’ultimo può iniziare a vivere o a sperare di vivere; dall’altro lato, gli uomini possono incominciare a immaginarsi ‘come in una nuova comunità’, vale a dire quella creata dal Messia Gesù con l’atto stesso della propria nascita. Il destino degli uomini, anche quello di Maria e Giuseppe, dipende adesso da quello del Messia Gesù: se questi piuttosto che iniziare a vivere, comincia a morire, ne va della comunità stessa appena sorta. Ecco il senso dell’offerta di doni al Messia, ecco il sorgere della comunità di coloro che diverranno i seguaci di Gesù Messia. Naturalmente, i piani di dio per il proprio figlio vanno al di là dell’uomo e del tempo: e giunto a 33 anni, il Messia Gesù comincia il proprio cammino per morire crocifisso e, risorgendo a nuova vita, condurre l’umanità intera alla vita eterna (ma questa è teologia). Di fronte a questo scenario, nel quale il dono si mostra come un qualcosa di gratuito e che và al di là dell’oggetto stesso in cui si concretizza, in quanto è un dono per la vita e per la comunità, la nostra attuale prassi del dono, nella sua abitudinaria, fredda e insignificante ripetizione che avviene nel grigio e spettrale teatro della nostra società, fa pensare. Oggi, il dono è ancora gratuito? Lo si intende come un dono per la vita e per la comunità? Cominciare a riscoprire queste qualità del dono, specialmente nel periodo natalizio che incalza, significherebbe iniziare a guardare a un nuovo sole dagli abissi della notte nichilista nei quali ci troviamo.