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giovedì 24 giugno 2010

IL PROBLEMA DI ALADINO di Ernst Jünger







- di Saso Bellantone
Quando si scopre di aver contratto una malattia e si riesce a definirne la causa, tutto acquista un senso e ci si fa una ragione di essa, anche del dolore e della sofferenza provati: «ma è proprio quando sotto non c’è niente che il problema diventa più inquietante» (p. 10). Ne Il problema di Aladino Jünger impiega la figura di Aladino come una metafora per definire il problema dei problemi dell’uomo contemporaneo: il potere.
La questione del potere è strettamente legata a quella del nichilismo. Ponendosi il problema del nichilismo si affronta a un tempo il problema del potere. L’uno richiama l’altro e viceversa. Il nichilismo stabilisce in modo definitivo l’assenza di valori, di verità, di scopi nell’esistenza. In una parola, di Dio. Quando si assume questa prospettiva d’interpretazione dell’ente in generale, quel che resta è il potere. Se Dio è morto, come spiegare il potere? Qual è la sua origine? Qual è il suo scopo? Perché l’uomo è affetto da questa malattia e non riesce a liberarsene?
Jünger non indaga questo dilemma con la gabbia concettuale della filosofia bensì con le creatrici e sconfinate lande della letteratura. Questo enigma, secondo Jünger, non è un’illusione dei filosofi ma una realtà che coinvolge l’uomo concreto, una patologia che condanna l’uomo a vivere un’esistenza spettrale, nella quale in ogni attimo desidera ottenere maggiore potere dell’attimo precedente. Nel tempo della morte di Dio, l’uomo è affetto da questa malattia: sfrutta ogni occasione, anche quelle apparentemente nefaste, per soddisfare il proprio bisogno di potere. Questa necessità non conosce confini né meta ultima e trasforma l’esistenza umana in un eterno ritorno dell’uguale, in un meccanismo di accumulazione continua di un di più di vita, utile per ottenere maggiore potere, che procede in modo automatico e illimitato.
All’ombra del nichilismo, pur ottenendo e desiderando maggiore potere, ci si ritrova paradossalmente sempre più vuoti, mancanti di qualcosa, insoddisfatti, disperati, soli, insensati. C’è infatti un’altra malattia di cui l’uomo è affetto, antica quanto quella del potere: la malattia della verità. L’uomo ha bisogno di risposte, di certezze, di scopi, di valori e di verità universali. Nel tempo della morte di Dio, però, l’uomo non può più soddisfare questo bisogno, così come faceva un tempo: il nichilismo sbarra la strada a ogni risposta. In questo modo, la stessa vita diviene problematica, diventa una tortura terrificante nella quale la ragione rasenta la follia. Da un lato, si è corrotti dalla malattia del potere, nella quale ci si sente continuamente in crisi d’astinenza; dall’altro lato, ci si sente avvolti nel nulla e si finisce per dubitare dell’esistenza in generale. L’uomo non può vivere in questo modo, deve decidere il da farsi «ma non dev’essere alla maniera di Aladino […]. In gioco è la scelta tra potere interiore e esteriore, spirituale e reale, in una parola: la salvezza» (pp. 116-117).
Friedrich Baroh, il protagonista de Il problema di Aladino, tenta di risolvere questo problema mediante un’indagine retrospettiva della propria vita. Analizza se stesso, la propria storia, quella della propria famiglia, della società cui appartiene, del mondo. Non tralascia niente: descrive a se stesso le proprie caratteristiche fisiche, estetiche, religiose, sociali, etiche, razionali, oniriche, consuetudinarie, emozionali, accademiche e via dicendo; si racconta la propria carriera militare, gli incontri, l’amore con Bertha, gli studi, la carriera lavorativa nell’agenzia di pompe funebri Pietas, che poi diventa la grande società Terrestra.
Friedrich riesce a definire la propria patologia – il potere – ma a causa del nichilismo che domina il cosmo non è in grado di guarire, di curarsi da solo. Il potere è lo stesso problema di Aladino: mentre questi lo usa per vivere una vita felice, l’uomo contemporaneo non è capace di imitare Aladino. È schiavo del potere, lo utilizza per ottenere altro potere e così procede all’infinito, fino alla propria rovina. E qui entra in scena il mistico senza sacro, una dimensione dello spirito, priva di Dio.
All’apice del turbamento fisico e mentale, provocato dalla malattia del potere, Friedrich trova sulla propria scrivania una lettera illogicamente indirizzata alla sua persona. È di Phares, uno sconosciuto che risiede all’Albergo dell’Aquila, vicino alla grande necropoli della Terra, in Anatolia, capace di contenere i morti di tutte le popolazioni terrestri, di proprietà di Friedrich. Come entrato in un’altra dimensione, in un mondo parallelo dove né il potere né il nichilismo costituiscono un problema, Friedrich lascia in sospeso il lavoro e si reca all’indirizzo del mittente: «era un mattino di primavera, e senza motivo ero lieto – placato» (p. 126).






sabato 19 giugno 2010

ANESTESIA TOTALE INCURABILE


- di Saso Bellantone
"Esistono molti modi per anestetizzare l'uomo: uno di questi è il sapere manualistico. Chi si reputa sapiente in questo senso, merita l'ergastolo".

domenica 6 giugno 2010

IL LUPO DELLA STEPPA di Herman Hesse

- di Saso Bellantone
Soltanto i pazzi sono capaci di penetrare ne Il lupo della steppa di Herman Hesse. Soltanto la pazzia è in grado di percorrere, senza sprofondarvi, le lande dell’esistenza che si allargano inesorabilmente ed esclusivamente nella dimensione del paradosso, senza stelle fisse. La storia dell’intellettuale Harry Haller è un viaggio nel pensiero che si snoda attraverso varie dicotomie – ad esempio vita/morte, verità/illusione, sapere/piacere, mondo/aldilà – le quali si riassumono in un’unica domanda: in che modo è preferibile vivere? Da uomo o da lupo? L’uomo è l’essere della complessità, della ragione, della vita contemplativa, della paura, della temporalità, dell’impotenza, della negazione della vita; il lupo è l’essere della semplicità, degli istinti, della vita attiva, del coraggio, dell’immediatezza, della potenza, dell’affermazione della vita. L’incapacità di rispondere a questo interrogativo spinge Harry al suicidio ma tre avvenimenti assurdi, legati l’uno all’altro, ne sospendono la messa in opera: la locandina dell’ingresso di un teatro con su scritto “Teatro magico. Ingresso libero non per tutti. Soltanto per pazzi”; l’incontro di uno sconosciuto che gli dà un libricino dal titolo “Il lupo della steppa”; l’incontro di Erminia. Questi tre avvenimenti segnano le tappe essenziali del processo di liberazione di Harry da se stesso e dalle proprie domande intorno alla tipologia di vita da assumere per sopravvivere all’insensatezza dell’essere – uomo o lupo. Il teatro magico è la metafora dell’esistenza: il mondo – e l’inspiegabile che lo caratterizza (la magia) – trova giustificazione soltanto nell’ “essere-in-scena”, nel suo puro accadere e manifestarsi in modo apparentemente privo di senso. Innanzi a questa fredda irrazionalità del mondo, a questa mancanza assoluta di senso, l’unico gesto razionale e ragionevole che l’uomo può compiere è quello di sospendere le domande, la logica e la ragione tradizionali: in breve, è divenire folle allo stesso modo del mondo. In questa prospettiva, non serve a nulla chiedersi, come fa Harry, se è meglio vivere come un uomo (civilmente) o come un lupo (naturalmente). Bisogna vivere così come accade. L’incontro fortuito della locandina del teatro, il disorientamento che ne provoca la lettura e l’incapacità di Harry di entrare nel teatro, rappresentano le reazioni di chi è abituato a interpretare il mondo secondo la logica e le categorie tradizionali, quali senso, scopo, verità, giustizia, bene, valore e via dicendo. Non ci si può avvicinare alla prospettiva dell’irrazionalità del mondo ragionando tradizionalmente, bisogna cambiare modo di pensare e diventare altro da sé. In questo senso, l’incontro casuale dello sconosciuto che lascia a Harry il libricino “Il lupo della steppa”, rappresenta la necessità di focalizzare la propria identità passata prima di poter assumerne una nuova. Ma affinché avvenga la metamorfosi, è necessario anche sperimentare ciò che è sconosciuto. Che cosa è sconosciuto all’uomo votato abitudinariamente al sapere, alla logica e alla categorie tradizionali? Qualcosa che, col passare degli anni, finisce con l’essere misconosciuto, dimenticato: la fanciullezza. L’infanzia è quella fase della vita nella quale si è innocenti, si vive nel piacere dei sensi e nell’amore, desiderosi di scoprire e di sperimentare la vita in tutte le sue sfaccettature. L’incontro di Erminia è appunto quel lato di sé che l’Harry intellettuale aveva dimenticato e che adesso appare come qualcosa di nuovo: il fanciullo, l’innocenza e il piacere della vita. Riscoprendo questo modo di stare al mondo, Harry è ancora troppo legato al proprio lato intellettuale e non riesce a capire che proprio il fanciullo è l’alternativa alle tipologie di vita dell’uomo e del lupo, un modo di vivere capace di garantirgli la sopravvivenza in un’esistenza dominata dall’irrazionalità. Convincendosi che il fanciullo è per un cinquantenne soltanto un modo per ricordare il passato, Harry decide di liberarsene e di tornare all’intellettuale: solo in questo momento riesce a entrare nel teatro magico. Focalizzata la propria identità passata e la nuova – di fatto, quella fanciullesca – Harry compie nel teatro magico una serie di sogni lucidi coi quali esperisce l’insensatezza dell’esistenza. Ancorandosi però alle proprie convinzioni – difficilmente l’intellettuale opera una metamorfosi del pensiero – Harry non capisce che l’unico modo per affrontare l’illogicità dell’esistenza non è la serietà dell’uomo moderno bensì il riso e il piacere del fanciullo. Ridere in faccia a ogni domanda e gettarsi nel flusso della vita, che scorre inesorabilmente, gustandone tutti i piaceri, è la sospensione di ogni interrogativo, è la vita che si manifesta non più illogica bensì nella propria innocenza. Estranei alla struttura delle cose, il riso e il piacere sono un’avaria dell’esistenza, due elementi irrazionali nell’irrazionalità stessa della vita, dell’essere. Innanzi al nichilismo e alla tecnicizzazione del reale che caratterizzano la modernità e che fanno infettare l’uomo della malattia della volontà, il rifiuto della vita, Hesse pensa che il riso e il piacere sono gli unici mezzi per corrispondere all’innocenza dell’essere e per innamorarsi nuovamente della vita. Se si diviene consapevoli che il cosmo è privo di logica, valori, verità, allora a che serve il sapere? Perché dargli tutta questa importanza? D’altronde, il riso abbonda nella bocca degli stolti.

venerdì 28 maggio 2010

LA VERITA' ARTIFICIOSA DEI FILOSOFI


- di Saso Bellantone
"La metafisica ha edificato la propria verità con chiodi e martello. Una volta scoperta questa artificiosità, resta il disgusto per chi ancora pensa in modo metafisico".

martedì 25 maggio 2010

IL VIAGGIO NELL'ESISTENZA


- di Saso Bellantone
"La vita è l'eterno attraversamento di una tempesta in mare aperto, illusi di poter raggiungere porti sicuri".

RIVOLUZIONE NEL PENSIERO


- di Saso Bellantone
"Spesso il pensiero agisce come piombo sulle nostre ali. Eliminando il problema dalla radice, forse, anche il piombo diviene leggero come piuma, anche il pensiero si libra in volo come fenice".

venerdì 21 maggio 2010

VITA IN LABORATORIO: CREATA CELLULA ARTIFICIALE AUTOREPLICANTE


- di Saso Bellantone
«Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro». L’ottavo giorno, l’uomo, creato «a immagine di Dio», disse: «Sia la vita in laboratorio» e la vita fu.
Non procede proprio così il Genesi biblico ma il nuovo oltrepassamento del confine tra naturale e artificiale, operato dall’uomo, la dice diversamente. Il biologo Craig Venter, infatti, ha creato da zero una cellula sintetica vivente. In breve, è stato fatto al computer un Dna sintetico, che poi è stato impiantato in una cellula ospite: il microbo risultante è stato capace di dividersi e di moltiplicarsi da solo. Ci si trova di fronte alla creazione della vita in laboratorio.
Secondo Venter «si tratta di una svolta da cui potrà trarne beneficio l’intera umanità». I risultati di questo esperimento potranno essere utili in futuro per creare batteri con nuove funzioni: per produrre biocarburanti; per pulire terreni, acque inquinate o per ridurre l’eccesso di anidride carbonica nell’atmosfera; per realizzare rapidamente vaccini; per sconfiggere molte malattie.
La cellula artificiale autoreplicante prodotta da Venter, non c’è dubbio, costituisce un grande passo in avanti della scienza nel dominio del vivente. Questo traguardo, però, non può non suscitare preoccupazione. Da un lato, fa immaginare l’enormità di benefici che l’umanità potrebbe ricavarne. Dall’altro lato, però, spaventa l’umanità che la cellula non si trasformi nella causa prima di un processo che condurrà al totale decadimento del genere umano. La letteratura e il cinema – precorrendo quella che in campo biologico può essere definita l’era-Venter – si sono spesso interrogati e continuano a domandarsi sulle conseguenze dell’abbattimento del confine tra naturale e artificiale. Per effetto di questo sconfinamento, il più delle volte s’immagina un futuro post-umano, dove quel che resta del genere umano è sottomesso o in contrasto con robots, cyborgs e creature artificiali, per la propria sopravvivenza. Non mancano, inoltre, quegli scenari dove l’intero eco-sistema terrestre è alterato a tal punto dalla vita artificiale, da rischiare la propria fine.
La creazione di Venter inquieta anche per gli effetti economici che potrebbero scaturire dall’uso della cellula artificiale nel campo medico-farmaceutico. In altri termini, la medicina e i farmaci del futuro, che deriveranno dalla cellula-Venter, saranno per le tasche di tutti? O soltanto per i più facoltosi?
In braccio a queste preoccupazioni, si spera soltanto che la cellula artificiale autoreplicante costituisca davvero l’inizio di un percorso di esperimenti scientifici utili per produrre opere che facciano del bene all’umanità intera e non – come molti grandi capitalisti già pensano di fare – per arricchire maggiormente e rendere più potenti pochissimi su molti. Se infatti c’è un terreno nel quale la fantascienza e la realtà si toccano troppo spesso, è proprio quello dell’avidità, cioè uno spazio dell’animo umano nel quale scienza, potere e ricchezza sono considerati tre momenti fondamentali per la realizzazione del proprio dominio onnilaterale e indiscusso, e non sono intesi, invece, come tre strumenti utili per fare del bene all’umanità, soprattutto ai più sfortunati, cosa che i potenti dovrebbero fare.

giovedì 13 maggio 2010

PRETI PEDOFILI: UNA SOFFERENZA DELLA CHIESA ANNUNCIATA NEL TERZO SEGRETO DI FATIMA

- di Saso Bellantone
Durante il volo che lo ha condotto in Portogallo, Benedetto XVI afferma che “la più grande persecuzione della Chiesa viene dall’interno, dai peccati che ci sono dentro la Chiesa stessa, e non dai nemici fuori”. Gli abusi sui minori ad opera dei sacerdoti, secondo il Santo Padre, sono “sofferenze” della Chiesa appartenenti a quelle annunciate dal terzo segreto di Fatima. In altre parole, secondo papa Benedetto XVI, lo scandalo dei preti pedofili era stato preannunciato nelle “apparizioni” di Fatima ed è da iscriversi nel disegno provvidenziale di salvezza operato da Dio.
È evidente, invece, che il Papa utilizza a proprio piacimento i segreti di Fatima per risolvere una controversia che va a svantaggio di Santa Romana Chiesa. D’altronde, il Papa parla per opera dello Spirito Santo; i cardinali eleggono il papa per opera dello Spirito Santo; la Chiesa è retta dallo Spirito Santo…sono esseri umani a operare ma di fatto, in un’ultima istanza, è lo Spirito Santo che opera per mezzo dei sacerdoti…insomma è il monopolio del divino. Quando vien fuori uno scandalo qualsiasi che mina dalle fondamenta la credibilità della Chiesa, chi è ad operare? Lo Spirito Santo? Oppure l’uomo vestito da ecclesiastico? No no, l’uomo! in ogni caso, quando avviene qualcosa del genere, la Chiesa sceglie un santuario, una reliquia o un evento miracolosi e li usa per mostrare ai fedeli che ogni controsenso o “peccato” della Chiesa è qualcosa che Dio ha previsto, anzi voluto, per la salvezza finale.
In questa prospettiva, la Chiesa possiede lo strumento adatto per proteggersi ogni volta che la propria disonestà, vergogna e immoralità spuntano a galla. Preti pedofili? Una sofferenza della Chiesa prevista nel terzo segreto di Fatima. Preti che hanno conti in banca così lunghi che è impossibile contarne gli zeri? Una sofferenza della Chiesa prevista nel terzo segreto di Fatima. Preti con le Ferrari, i televisori al plasma, le vasche idromassaggio e il servizio in camera? Una sofferenza della Chiesa prevista nel terzo segreto di Fatima. Preti che fanno la fuìtina con la prima passante, rinunciando ai propri voti ecclesiastici e abbandonando a se stessa la comunità di fedeli di cui prima erano i pastori? Una sofferenza della Chiesa prevista nel terzo segreto di Fatima. Tra 1000 anni: preti che badano alla politica piuttosto che curarsi di Dio e delle anime dei credenti? Una sofferenza della Chiesa prevista nel terzo segreto di Fatima. Tra 2000 anni: preti che ordinano la conquista del Sistema Solare e dell’universo intero? Una sofferenza della Chiesa prevista nel terzo segreto di Fatima ecc.
È facile giustificare l’operato della Chiesa e dei suoi funzionari in questo modo. Dal momento che lo Spirito Santo opera su ogni livello dello Stato-Chiesa – una leggenda racconta, addirittura, che fu proprio lo Spirito Santo a scegliere i quattro Vangeli canonici che, miracolosamente, si sollevarono in aria, mentre tutti gli apocrifi (non-canonici) restarono immobili come pietre là dove erano stati posati – sarebbe opportuno che la Chiesa lasciasse allo Spirito Santo il compito di scegliere i propri futuri pastori di anime e facesse processare regolarmente, come comuni cittadini, quei preti che abusano sessualmente dei minori. In questo modo, otterrebbe maggiore credibilità rispetto a quella che auspica di ottenere manovrando a proprio piacimento i segreti di Fatima, di Bernardette e compagnia bella.
Ah già!…dimenticavo…lo Spirito Santo opera per volontà propria e non per volontà umana…e poi…i preti non possono essere processati…basta fare penitenza e saranno perdonati…che meraviglia questa Chiesa! Se il cristianesimo è verità e gli avvenimenti di 2000 anni fa circa sono accaduti davvero sinceramente così come i Vangeli canonici tramandano – beh, credo che Pietro si stia rigirando nella tomba! Non credo che sia la Chiesa che avrebbe voluto edificare…

sabato 1 maggio 2010

GALILEO GALILEI DIVIN UOMO

- di Saso Bellantone
Alcuni giorni fa, in commemorazione dei 400 anni dalla pubblicazione del Sidereus Nuncius, un gruppo di scienziati cinesi appartenenti al Ccast-Wfs (China Center of Advanced Science and Tecnology e World Federation of Scientist), ha donato alla basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri di Roma una scultura in bronzo – alta sei metri e progettata dal premio Nobel per la Fisica 1957 Tsung Dao Lee – che ritrae Galilei, padre della scienza moderna. Durante l’inaugurazione, che si è svolta il 28 aprile alle 11:00, hanno partecipato varie personalità di spicco del mondo politico e scientifico italo-cinese. Per dirne alcuni: Antonino Zichichi, i ministri Bondi e Matteoli, l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, l’ambasciatore della Repubblica popolare cinese Ding Wei, il vicesindaco Mauro Cutrufo, i membri del Ccast e del Wfs.
Il parroco, monsignor Renzo Giuliano, afferma che la statua rappresenta il coronamento di trent’anni di attività scientifica e tecnologica svolta sotto la guida di Antonino Zichichi: Galileo – continua il parroco – «era un uomo profondamente credente […] la fede lo ha portato alla sua scienza». Zichichi dichiara: «Con questa statua abbiamo le prove di cosa vuol dire grande alleanza tra ragione fede e arte». Ding Wei afferma che la statua, dal nome “Galileo Galilei Divin Uomo”, «è utile per commemorare un uomo il cui lavoro è stato fondamentale per l’umanità ma anche per ereditare il suo spirito grandioso. Galileo fu l’avanguardia della rivoluzione scientifica, tutta la sua vita fu guidata contro le visioni conservatrici che ha significato emancipazione del pensiero».
Premettendo che la ragione ha portato Galilei alla propria scienza, se si vuole rafforzare l’alleanza tra ragione fede e arte e, in questo modo, ereditare lo spirito grandioso di Galileo, la collocazione di una statua del padre della scienza in una chiesa, a 18 anni dalla sua riabilitazione svolta da papa Giovanni Paolo II, non basta. Per essere più precisi: la statua rappresenta certamente un segno di avvicinamento tra ragione e fede – arte esclusa – ma l’inizio della totale riduzione della distanza tra queste due dimensioni sarebbe più evidente se la Chiesa non si pronunciasse più contro l’eutanasia, l’aborto, le staminali e simili ed evitasse di sostenere che la verità assoluta dell’uni(pluri)verso è nel cristianesimo (o meglio nel cattolicesimo). Se questo non accade, pur ponendo statue di Galilei in tutte le chiese del mondo o immagini del padre della scienza vicino ai crocifissi appesi alle pareti di tutti i luoghi pubblici d’Italia e del mondo, alla fine, ragione e scienza resterebbero ugualmente due domini separati.

lunedì 19 aprile 2010

DERBY DI VIOLENZA A ROMA: IL CALCIO HA PERSO LA PROPRIA ESSENZA

- di Saso Bellantone
Dopo il derby disputatosi ieri sera allo stadio Olimpico di Roma, le rispettive tifoserie delle squadre di calcio Roma e Lazio testimoniano, per l’ennesima volta, che il calcio non è più uno sport né un gioco ma un’occasione utile per dare sfogo gratuitamente alla violenza.
Malgrado all’inizio della competizione sportiva vi erano stati degli scontri tra le tifoserie, prontamente ammansiti dalle forze dell’ordine con tre arresti, subito dopo la fine della partita romanisti e laziali si sono scontrati fuori dallo stadio, generando il caos. Dieci i feriti, tre gli accoltellati trasportati in ospedale, tra i quali un giovane colpito alla carotide. Il ragazzo è stato operato immediatamente al Policlinico Gemelli e adesso, fortunatamente, è fuori pericolo.
I lanci di petardi e di bombe molotov hanno coinvolto una Clio con a bordo una donna tunisina assieme ai figli di 9 e 11 anni. I tre sono riusciti a scappare prima che il veicolo prendesse fuoco e uno dei bambini è rimasto lievemente ferito a un ginocchio. Gli scontri hanno interessato altre vie della capitale, provocando il blocco dei mezzi pubblici tra i quali alcuni autobus pieni di passeggeri, finché l’intervento delle forze dell’ordine è riuscito a disperdere gli ultras. Da alcune automobili e furgoncini nascosti dietro le siepi, la Polizia ha sequestrato diverse accette, coltelli, sassi e pezzi di marmo, divelti da una scalinata nei pressi dello stadio. Numerosi i danni alle abitazioni e ai locali commerciali delle zone che hanno fatto da teatro agli scontri tra le tifoserie.
Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha sollecitato tutti ad assumersi le proprie responsabilità, sottolineando che “queste violenze non hanno nulla a che fare con il tifo calcistico e con una vera passione per lo sport”. Il presidente della Lega Calcio, Maurizio Beretta, ha dichiarato ai microfoni di Radio Anch’io: “Ieri non è andata molto bene, ci sono stati episodi anche gravi ma non è giusto dire che il campionato sia ostaggio di violenti […]. Bisogna distinguere tra il tifo sportivo, che va incoraggiato, e i violenti, per i quali è giusto chiedere alle autorità maggiore severità e certezza delle pene”. Invitando tutti a non generalizzare, Beretta ha continuato sostenendo che gli scontri tra tifoserie calcistiche “è un problema di ordine pubblico e delinquenza comune, senza contare che la maggior parte degli episodi accadono ormai fuori dallo stadio”.
Favorevoli alle dichiarazioni di Alemanno e di Beretta, si ritiene che il miglior modo per assumersi tutti le proprie responsabilità è cominciare a considerare “un problema di ordine pubblico” non soltanto la violenza dentro e fuori dagli stadi ma il calcio in generale. Il calcio non è più uno sport né un gioco né una festa né una dimensione parallela a quella della vita quotidiana. Non è più un momento di pacifica coesione, di gioia e di svago dai problemi reali: nato allo scopo di portare la speranza e il sorriso a tutti i popoli, il calcio oggi è divenuto un problema reale. Questo è testimoniato non soltanto dagli scontri vandalici tra tifoserie dentro e fuori gli stadi ma anche dalla cattiva e violenta condotta degli attori protagonisti nel campo, dagli scandali economici (vedi Calciopoli), dai contratti multi-milionari di calciatori, allenatori e simili, dall’aspirazione di buona parte dei nostri giovani a diventare calciatori piuttosto buoni medici, scienziati, politici e letterati, dal business che ruota attorno al calcio.
Se il calcio è davvero divenuto un problema di ordine pubblico, bisogna chiedersi preliminarmente se il calcio è una necessità oppure no. A ben vedere, oggi è tale soltanto per chi, mediante il calcio, ingrossa il proprio conto in banca e non per chi, di questi tempi, fatica ad arrivare a fine mese. Un’altra domanda da porsi è se l’attuale “mondo-calcio” rispecchia interamente la nostra società o ne amplifica esclusivamente i suoi volti oscuri. Infine, bisogna chiedersi: “qual è l’essenza del calcio?”. Chi si pone questo quesito, si renderà conto che “la violenza e i quattrini” non hanno nulla a che vedere con l’essenza del calcio.
Per concludere, dal momento che a molti cittadini piace ancora concepire il calcio secondo la propria essenza – vale a dire come una speranza e un sorriso da regalare gratuitamente a tutti – e per questo motivo si recano negli stadi, si propone allo Stato italiano, per salvaguardare gli amanti del calcio, la riapertura del Colosseo. Che cosa c’entra il Colosseo con il calcio? Semplice: per mandarvi gli ultras, indifferenti alla propria e all’altrui vita, dicendo loro: “Andate e massacratevi tra di voi!”.